I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2
Part 4
La barca si fermò davanti al portico di una gran casa, ed i viaggiatori sbarcarono su d'un terrazzo, che per una scala marmorea li condusse in un salotto, la cui magnificenza fece stupire Emilia. Le pareti ed il soffitto erano ornati di affreschi. Lampade d'argento, sospese a catene dello stesso metallo, illuminavano la stanza. Il pavimento era coperto di stuoie indiane dipinte di mille colori. La tappezzeria delle finestre era di seta verde chiaro, ricamata in oro, arricchita di frange verdi ed oro. Il balcone guardava sul Canal grande. Emilia, colpita dal carattere tetro di Montoni, osservava con sorpresa il lusso e l'eleganza di quei mobili. Si rammentava con istupore che glielo avevano descritto per un uomo rovinato.--Ah!» si diceva ella; «se Valancourt vedesse questa casa, non parlerebbe più così! Come sarebbe convinto della falsità delle ciarle.--
La signora Montoni prese le arie d'una principessa; Montoni, impaziente e contrariato, non ebbe neppure la civiltà di salutarla e complimentarla sul di lei ingresso in casa sua. Appena giunto ordinò la gondola ed uscì con Cavignì per prender parte ai piaceri della serata. La Montoni divenne allora seria e pensierosa: Emilia, cui tutto sorprendeva, si sforzò di rallegrarla, ma la riflessione non diminuiva nè i capricci, nè il cattivo umore della zia, le cui risposte furono talmente sgarbate, che Emilia, rinunziando al progetto di distrarla, andò ad una finestra, per godere almeno lei d'uno spettacolo così nuovo ed interessante. Il primo oggetto che la colpì fu un gruppo di persone che ballavano al suono di una chitarra e di altri strumenti. La donna che teneva la chitarra e quella che suonava il tamburello, ballavano esse pure con molta grazia, brio ed agilità. Dopo queste vennero le maschere: chi era travestito da gondoliere, chi da menestrello e cantavano tutti versi accompagnati da pochi strumenti. Si fermarono a qualche distanza dal portico, ed in que' canti Emilia riconobbe le ottave dell'Ariosto. Cantavano le guerre dei mori contro Carlo Magno, e le sventure del paladino Orlando. Cambiò il tuono della musica, ed intese le malinconiche stanze del Petrarca; la magia di quegli accenti dolorosi veniva sostenuta da un'espressione e da una musica veramente italiana. Il chiaro di luna compiva l'incantesimo.
Emilia era entusiasmata; versava lacrime di tenerezza, e la sua immaginazione si portava in Francia vicino a Valancourt; vide con rincrescimento svanire quella scena incantata, e restò per qualche tempo assorta in una pensierosa tranquillità. Altri suoni risvegliarono di lì a poco la sua attenzione: era una maestosa armonia di corni. Osservò che molte gondole si mettevano in fila alle sponde; riconobbe nella lontana prospettiva del canale una specie di processione che solcava la superficie dell'acque; a misura che si avvicinava, i corni ed altri strumenti facevano echeggiar l'aria de' più soavi concenti.... Poco dopo le deità favolose della città parvero sorgere dal seno delle acque. Nettuno, con Venezia sua sposa, si avanzavano sul liquido elemento, circondati dai Tritoni e dalle naiadi. La bizzarra magnificenza di questo spettacolo sembrava avere improvvisamente realizzato tutte le visioni de' poeti; le vaghe immagini, delle quali era ripiena l'anima di Emilia, le restarono impresse anche molto dopo la comparsa di quella mascherata.
Dopo cena, sua zia vegliò lunga pezza, ma Montoni non tornò a casa. Se Emilia aveva ammirata la magnificenza del salotto, non fu però meno sorpresa nell'osservare lo stato nudo e miserabile di tutte le stanze, che dovè traversare per giungere alla sua camera: vide essa una lunga fuga di grandi appartamenti, il cui dissesto indicava bastantemente come non fossero stati abitati da molto tempo. Vi erano su qualche parete brani sbiaditi di antichissimi parati, su alcune altre qualche affresco quasi distrutto dall'umidità. Finalmente essa giunse alla sua camera, spaziosa, elevata, sguarnita come le altre, e con grandi finestroni; questa stanza richiamolle alla fantasia le idee più tetre, ma la vista del mare le dissipò.
CAPITOLO XVI
Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di lui anima poco suscettibile di frivole voluttà, si pasceva nello sviluppo delle passioni energiche, le difficoltà, le tempeste della vita che rovesciano la felicità degli altri, rianimavano tutta l'elasticità dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava di artificiali, finchè l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione ostinata. Aveva passata la notte con Cavignì a giuocare in una società di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare. Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, più per la debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra costoro però eranvene di più abili, e Montoni li ammetteva alla sua intimità, conservando però sopra di loro quell'alterigia decisa che comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e mortali nemici; ma l'antichità del loro odio era la prova certa del di lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi più di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli. Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima, ed avrebbe disprezzato sè medesimo, se si fosse creduto capace di contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva, contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e schietto.--Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere più che l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace, fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la profondità de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni.
Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni più opposte. Egli era giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva nè fermezza, nè coraggio vero, ed il più vile egoismo era l'unico principio delle sue azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal Verrezzi; chiunque però conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo.
Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora Livona, che Montoni presentò alla moglie come persona di merito distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo, ed era stata invitata a pranzo.
La signora Montoni ricevè di mala grazia i complimenti di quei signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e li odiava perchè accusavali d'aver contribuito a fargli passar la notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, chè, sebbene convinta della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la loro società alla sua. Il grado del conte Morano gli fruttò un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento, le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento (essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicità della nipote. Questa osservava con più attenzione che piacere la società che la circondava: la bellezza però, e le grazie seducenti della signora Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere affezioni che sembravano sopite da lungo tempo.
Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarcò nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor più che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne ricevea un'inenarrabile soavità. Il conte Morano, seduto accanto ad Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente un liuto, e suonandolo con molta agilità, cantò un'aria piena di malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cantò con molto gusto e semplicità una romanza, poi una canzonetta popolare del suo paese; ma questo canto le richiamò al pensiero rimembranze dolorose: la voce tremante le spirò sul labbro, e le corde del liuto non risuonarono più sotto la sua mano. Vergognandosi infine della commozione che l'aveva tradita, passò tosto ad una canzone sì allegra e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti, quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non quando Emilia passò il liuto alla signora Livona, la quale se ne servì con tutto il gusto italiano.
Il conte, Emilia, Cavignì e la signora Livona cantarono quindi canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento. Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto, andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale echeggiava per l'aria.
Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggiò con piacere, ma il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacità.
Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio; una gondola vuota che tornava a Venezia passò accanto alla sua. Senza tormentarsi più a lungo per una scusa, profittò dell'occasione, e affidando le signore agli amici partì con Orsino. Emilia, per la prima volta, lo vide andar via con rincrescimento, poichè considerava la di lui presenza come una protezione, senza saper bene ciò che avesse a temere. Egli sbarcò alla piazza San Marco, e correndo al casino, si perdè nella folla de' giuocatori.
Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola. Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de' gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo le barche si avvicinarono, il conte spiegò tutto, e passarono nella di lui gondola parata col gusto più squisito.
Mentre la società gustava rinfreschi di frutti e gelati, i suonatori nell'altra barca eseguivano deliziose melodie: il conte, seduto accanto ad Emilia, occupavasi di lei sola, e le prodigava con voce soave ed appassionata complimenti, il cui senso non poteva esser dubbioso; per evitarli, essa parlava colla signora Livona, e prendeva con lui un tuono riservato ed imponente, ma troppo dolce per contenere le di lui sollecitudini. Egli non poteva vedere, nè ascoltare altri che Emilia, e non poteva parlare che a lei. Cavignì l'osservava con mal umore, e la fanciulla con imbarazzo.
Sbarcarono tutti alla piazza San Marco; la serenità della notte determinò la Montoni ad accettare le proposte del conte, di passare cioè alcun tempo prima di andare a cena, al di lui casino col resto della società. Se qualche cosa avesse potuto dissipare gli affanni di Emilia, sarebbe stata per certo la novità di tutto ciò che la circondava, gli ornamenti dei ricchi palazzi ed il tumulto delle maschere.
Finalmente recaronsi al casino, ornato col miglior gusto: eravi preparata una splendida cena; ma quivi il contegno riserbato di Emilia fece comprendere al conte quanto gli fosse necessario il favore della Montoni; la condiscendenza da essa già dimostratagli gl'impediva di giudicare l'impresa molto difficile; rivolse allora parte delle sue attenzioni sulla zia, la quale fu talmente lusingata di tale distinzione, che non potè dissimulare la gioia, e prima della fine della cena il conte possedeva tutta la sua stima. Quand'egli si dirigea a lei, il suo volto accigliato si rasserenava, e sorridea a tutte le sue parole, gradiva tutte le di lui proposte: Morano la invitò colla società a prendere il caffè nel suo palco al teatro per la sera dopo; Emilia, avendo inteso ch'ella accettava, non si occupò più che di trovare una scusa per dispensarsene.
Era già tardi quando s'imbarcarono; la sorpresa d'Emilia fu estrema, allorchè, uscendo dal casino, vide il sole sorgere dall'Adriatico, e la piazza San Marco tuttavia piena di gente. Il sonno da gran pezza le aggravava le palpebre; la frescura del vento marino la ravvivò, ed essa sarebbe partita di colà con rincrescimento, se non fosse stata la presenza del conte, il quale volle assolutamente accompagnar le signore fino a casa. Montoni non era tornato ancora: la di lui moglie entrò nelle proprie stanze, e liberò Emilia dalla noia della sua compagnia.
Montoni tornò tardi ed era furente: aveva fatto una grossa perdita; prima di coricarsi, volle parlare a quattr'occhi con Cavignì, e l'aria di quest'ultimo fece conoscere abbastanza il dì seguente che il soggetto della conferenza eragli riuscito poco gradevole.
La Montoni, che per tutto il dì era stata taciturna e pensierosa, ricevè verso sera alcune Veneziane, la cui affabilità piacque assai ad Emilia. Queste signore avevano un'aria di scioltezza e cordialità inesprimibile co' forestieri; parevan conoscerli da molto tempo; la loro conversazione era a vicenda tenera, sentimentale e briosa. La Montoni istessa, che non aveva veruna attrattiva per quel genere di trattenimento, e la cui asciuttezza e l'egoismo contrastavano sovente all'eccesso colla loro squisita cortesia, ella stessa non potè essere insensibile alle loro grazie.
Cavignì andò a trovar le signore alla sera: Montoni aveva altri impegni. S'imbarcarono esse nella gondola per andare alla piazza San Marco, ove il concorso era numeroso. Dopo una breve passeggiata, si misero a sedere alla porta di un casino; e mentre Cavignì faceva portare il caffè e gelati, arrivò il conte Morano. S'avvicinò ad Emilia con aria d'impazienza e di piacere, che, unita alle di lui attenzioni della sera precedente, l'obbligarono a riceverlo con timida riservatezza.
Era quasi mezzanotte allorchè andarono al teatro. Emilia nell'entrarvi, si rammentò tutto ciò che aveva veduto, e ne fu meno abbagliata. Tutto lo splendore dell'arte le pareva inferiore alla semplicità della natura. Il suo cuore non era commosso dall'ammirazione come alla vista dell'immenso Oceano e della grandezza de' cieli, al fragor dell'onde tumultuanti, alle melodie d'una musica campestre. Tai memorie doveano renderle insipida la scena affettata che le s'offriva allo sguardo.
Scorsero così varie settimane, nelle quali Emilia si compiacque a considerare un teatro i costumi tanto opposti ai francesi; ma il conte Morano vi si trovava troppo frequentemente per la di lei tranquillità. Le sue grazie, la sua figura, le sue belle doti, che facevano l'ammirazione generale, avrebbero forse interessato anche Emilia, se il suo cuore non fosse stato prevenuto per Valancourt. Fors'anco avrebbe fatto meglio a mettere meno pertinacia nelle sue premure. Qualche tratto del suo carattere che rivelò, indisposero Emilia, e la prevennero contro le di lui migliori qualità.
Poco dopo il suo arrivo a Venezia, Montoni ricevè una lettera da Quesnel, che gli annunziava la morte dello zio della propria moglie nella sua villa sulla Brenta, ed il suo progetto di venir tosto a prender possesso di cotesta casa e degli altri beni toccatigli. Questo zio era fratello della madre della signora Quesnel. Montoni eragli parente da parte di padre, e sebbene non avesse nulla a pretendere da cotesta ricca eredità, non potè nascondere tutta l'invidia che tale notizia suscitavagli in cuore.
Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia, Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non s'immaginava com'egli potesse così presto mostrarle il suo aperto disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron, si trovò singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle astuzie da essa messe in opra finchè l'avea creduto necessario, si trovò incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato l'orgoglio e la libertà, senza preservarsi dalla rovina disastrosa sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del resto, e benchè la somma ricavatane fosse inferiore alla sua aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo.
Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze a svelare il mistero.
La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza, e molto meno dal risentirla con dignità. Il di lei orgoglio esacerbato si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere colla sua duplicità provocato in certo qual modo siffatto disprezzo. Persistè a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione, non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La sua vanità soffriva già crudelmente per lo sprezzo aperto del consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della verità alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente.
Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poichè le prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduità di Morano. D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto più agio d'occuparsi di Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii.
Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle premure. Dichiarò la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio, il quale accettò a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da Montoni, ed in ispecie da una cieca vanità, il conte non disperò di riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia.
Montoni non parlava più d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si notò qualche freddezza tra lui e Cavignì, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo. Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui, convien dire che fosse interessantissimo, perchè Montoni trascurava fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa. Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era più inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ciò ch'egli si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era talfiata più pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile. Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui mutamenti, ma si guardò bene dal far conoscere l'esito delle sue osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito se non la conseguenza d'una ordinaria severità.
Una seconda lettera di Quesnel annunziò l'arrivo di lui e della moglie a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni, sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi.
Emilia ricevè, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto più interessante, e che per qualche tempo calmò l'amarezza del suo cuore. Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della valle. Dopo le più tenere espressioni e lunghi dettagli, egli aggiungeva:
«_Voi dovete osservare che la mia lettera è datata da parecchi giorni diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza. Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi pareva vedervi godere ad una tal descrizione._