I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2

Part 3

Chapter 33,558 wordsPublic domain

È inutile dire con qual commozione Emilia aspettò tutto il giorno il tramonto del sole: lo vide finalmente declinare su d'immense pianure, lo vide scendere, ed abbassarsi dalla parte ove abitava Valancourt. Da quel momento il di lei spirito fu più tranquillo e rassegnato di quello nol fosse stato dopo il matrimonio di Montoni e di sua zia.

Per molti giorni i viaggiatori traversarono la Linguadoca, e quindi entrarono nel Delfinato. Dopo qualche tragitto pe' monti di quella provincia pittoresca, scesero dalle carrozze, e cominciarono a salir le Alpi. Qui si offrirono ai loro occhi scene così sublimi, che la penna non potrebbe imprendere a descriverle in verun modo. Queste nuove e sorprendenti immagini occuparono talmente Emilia, che talfiata le fecero allontanare l'idea costante di Valancourt. Più spesso esse le rinnovavano la rimembranza de' Pirenei, che avevano ammirati insieme, e di cui allora credeva che nulla superasse la bellezza. Quante volte desiderò di comunicargli le nuove sensazioni che l'animavano a questo spettacolo: quante volte si compiaceva essa d'indovinare le osservazioni ch'egli avrebbe fatte, e se lo figurava sempre vicino: queste idee nobili e grandiose davano alla di lei anima, ai di lei affetti una nuova vita.

Con quali vive e tenere emozioni si univa essa ai pensieri di Valancourt all'ora del tramonto! Vagando in mezzo alle Alpi, contemplava quell'astro maraviglioso che si perdeva dietro le lor vette, le cui ultime tinte morivano sulle punte coperte di neve, e questo teatro s'avvolgeva in una maestosa oscurità. Passato quel momento, Emilia distolse gli occhi dall'occidente col dispiacere che si prova alla partenza d'un amico. L'impressione singolare che spande il velo della notte, a misura che si svolge, veniva vie più accresciuta da quei sordi rumori che non si ascoltano mai se non al progressivo calar delle tenebre, e che rendono la calma generale assai più imponente: è il lieve stormir delle foglie, l'ultimo soffio della brezza che s'alza al tramonto, il mormorio dei vicini torrenti.....

Nei primi giorni di questo viaggio attraverso le Alpi, la scena rappresentava un avvicendarsi sorprendente di deserti e d'abitazioni, di colti e di terreni sterili. Sull'orlo di spaventosi precipizi, nelle cavità delle rupi, al disotto delle quali si vedeva una folta nebbia, si scoprivano villaggi, campanili e monasteri. Verdi pascoli, ubertosi vigneti, formavano un contrasto interessante co' sovrapposti massi perpendicolari, le cui punte di marmo o granito coronavansi di eriche, e non mostravano che rocce massicce ammucchiate le une sull'altre, terminate da monti di neve, d'onde cascavano i torrenti rumoreggianti in fondo alla valle.

La neve non era ancora sciolta sulle alture del Cenisio, che i viaggiatori traversarono con qualche difficoltà; ma Emilia, osservando il lago di ghiaccio, e la vasta pianura circondata da quelle rupi scoscese si raffigurò facilmente la bellezza di cui si sarebbero ornate allo sparir della neve.

Scendendo dalla parte dell'Italia, i precipizi divennero più spaventosi, le vedute più alpestri e maestose. Emilia non si stancava di guardare le nevose cime de' monti alle differenti ore del giorno: rosseggiavano al levar del sole s'infiammavano al mezzogiorno, e la sera rivestivansi di porpora; le tracce dell'uomo non si riconoscevano che alla zampogna del pastore, al corno del cacciatore, o all'aspetto d'un ardito ponte gettato sul torrente per servir di passaggio al cacciatore lanciato sull'orme del camoscio fuggitivo.

Viaggiando al di sopra delle nuvole, Emilia osservava con rispettoso silenzio la loro immensa superficie, che bene spesso cuopriva tutta la scena sottoposta, e somigliava ad un mondo nel caos; altre volte, nel diradarsi, lasciavano travedere qualche villaggio o una parte di quell'impetuoso torrente, il cui fracasso faceva rimbombar le caverne; si vedevano le rupi, le loro punte di ghiaccio, e le cupe foreste d'abeti che arrivavano alla metà delle montagne. Ma chi potrebbe descrivere l'estasi di Emilia quando scuoprì per la prima volta l'Italia! Dal ciglione uno dei precipizi spaventosi del Cenisio, che stanno all'ingresso di cotesto bel paese, gettò gli sguardi alle falde di quelle orride montagne, e vide le ubertose valli del Piemonte e l'immense pianure della Lombardia. La grandezza degli oggetti che le s'affacciarono improvvisamente, la regione de' monti, che sembravano accumularsi, i profondi precipizi sottoposti, quella cupa verzura d'abeti e di querce che ricuopriva le profonde voragini, i torrenti fragorosi, le cui rapide cascate sollevavano una specie di nebbia, e formavano mari di ghiaccio, tutto prendeva un carattere sublime e contrapposto alla quiete e alla bellezza dell'Italia; questa bella pianura che aveva per limiti l'orizzonte ne accresceva vie più lo splendore con le tinte cilestri che si confondevano coll'orizzonte medesimo.

La signora Montoni era spaventatissima osservando i precipizi, sull'orlo dei quali i portantini correvano con leggerezza pari alla celerità, e saltavan come camosci. Emilia tremava egualmente, ma i di lei timori erano un misto di sorpresa, d'ammirazione, di stupore e di rispetto, onde non avea mai provato nulla di simile.

I portantini si fermarono per prender fiato, ed i viaggiatori sedettero sulla cima d'una rupe. Montoni e Cavignì disputarono sul passaggio di Annibale attraverso le Alpi: quegli pretendeva che fosse entrato dal Cenisio, e questi sosteneva ch'era sceso dal San Bernardo. Questa controversia presentò all'immaginazione di Emilia tutto ciò che aveva dovuto soffrire quel famoso guerriero in un'impresa così ardita e perigliosa.

La signora Montoni intanto guardava l'Italia; contemplava essa coll'immaginazione la magnificenza dei palagi e la maestosità dei castelli dei quali andava ad esser padrona a Venezia e negli Appennini, e di cui si credea esser divenuta la principessa. Lungi dalle inquietudini che avevanle impedito a Tolosa di ricevere tutte le _bellezze_, delle quali il marito parlava con maggior compiacenza per la sua vanità, che riguardi pel loro onore e rispetto per la verità, la signora Montoni progettava accademie, sebbene non amasse la musica; conversazioni, sebbene non avesse verun talento per figurare nella società; in somma, essa voleva superare collo splendore delle sue feste e la ricchezza delle livree tutta la nobiltà di Venezia. Questa idea lusinghiera fu nonostante un poco turbata nel riflettere che il di lei sposo, quantunque si abbandonasse ad ogni sorta di divertimenti, quando se gli presentavano, affettava però il maggior disprezzo per la frivola ostentazione che suole accompagnarli. Ma pensando che il di lui orgoglio sarebbe forse più soddisfatto di spiegare il suo fasto in mezzo ai concittadini ed amici, di quello nol fosse stato in Francia, continuò a pascersi di queste illusioni, che non cessavano d'estasiarla.

A misura che i viaggiatori calavano, vedevano l'inverno cedere il posto alla primavera, ed il cielo cominciava a prendere quella bella serenità che appartiene soltanto al clima d'Italia. Il fiume Dora, che scaturisce dalle sommità del Cenisio, e si precipita di cascata in cascata attraverso i profondi burroni, si rallentava, senza cessare di esser pittoresco, nell'avvicinarsi alle valli del Piemonte. I viaggiatori vi discesero avanti il tramonto del sole, ed Emilia ritrovò ancor una volta la placida beltà d'una scena pastorale: vedeva armenti, colline verdeggianti di selve, e graziosi arboscelli quai ne avea visti sulle Alpi stesse: i prati erano smaltati di fiori primaverili, ranuncole e viole che non tramandano in verun altro paese un odore così soave. Emilia avrebbe voluto divenire una contadina piemontese, abitare quelle ridenti capanne ombreggiate alle rupi, avrebbe voluto menare una vita tranquilla in mezzo a quegli ameni paesaggi, pensando con ispavento alle ore, ai mesi intieri che avrebbe dovuto passare sotto il dominio di Montoni.

Il sito attuale le raffigurava spesso l'immagine di Valancourt; essa lo vedeva sulla punta d'uno scoglio osservando con estasi la stupenda natura che lo circondava; lo vedeva errare nella valle, soffermarsi spesso per ammirare quella scena interessante, e nel fuoco d'un entusiasmo poetico slanciarsi su qualche masso. Ma quando pensava in seguito al tempo e alla distanza che dovevano separarli, quando pensava che ciascuno de' suoi passi aumentava questa distanza, il cuore le si straziava, ed il paese perdeva ogni incanto.

Dopo aver attraversata la Novalese, essi giunsero verso sera all'antica e piccola città di Susa, che aveva altre volte chiuso il passaggio delle Alpi nel Piemonte. Dopo l'invenzione dell'artiglieria, le alture che la dominano ne hanno rese inutili le fortificazioni; ma, al chiaro della luna, quelle alture pittoresche, la città sottoposta, le sue mura, le sue torri ed i lumi che ne illuminavano porzione, formavano per Emilia un quadro interessantissimo. Passarono la notte in un albergo che offriva poche risorse; ma l'appetito dei viaggiatori dava un sapore delizioso alle pietanze più grossolane, e la stanchezza assicurava il loro sonno. In cotesto luogo, Emilia intese il primo pezzo di musica italiana su territorio italiano. Seduta dopo cena vicino ad una finestrella aperta, ella osservava l'effetto del chiaro di luna sulle vette irregolari delle montagne. Si rammentò che in una notte consimile aveva riposato su d'una roccia de' Pirenei col padre e Valancourt. Intese sotto di lei i suoni armoniosi d'un violino; l'espressione di quell'istrumento, in perfetta armonia coi teneri sentimenti nei quali era immersa, la sorpresero e l'incantarono a un tempo. Cavignì, il quale si avvicinò alla finestra, sorrise della sua sorpresa.

«Eh! eh!» le diss'egli; «voi ascolterete la medesima cosa, forse in tutti gli alberghi: dev'essere un figlio del locandiere quello che suona così, non ne dubito.»

Emilia sempre attenta, credeva udire un artista: un canto melodioso e querulo la piombò a grado a grado nella meditazione; i motteggi di Cavignì ne la trassero sgradevolmente. Nel tempo istesso Montoni ordinò di preparare gli equipaggi di buon'ora, perchè voleva pranzare a Torino.

La signora Montoni godeva di trovarsi alfine in una strada piana: raccontò lungamente tutti i timori provati, obliando senza dubbio che ne faceva la descrizione ai compagni dei suoi pericoli; ed aggiunse che sperava presto perder di vista quelle orribili montagne. «Per tutto l'oro del mondo,» diss'ella, «non farei un'altra volta l'istesso viaggio.» Si lamentò di stanchezza, e si ritirò di buon'ora. Emilia fece altrettanto, ed intese da Annetta, la cameriera di sua zia, che Cavignì non erasi ingannato a proposito del suonatore di violino. Era colui il figlio di un contadino abitante nella valle vicina, che andava a passare il carnevale a Venezia, e ch'era creduto molto amabile. «Quanto a me,» disse Annetta, «preferirei vivere in queste boscaglie, e su queste belle colline, che andare in una città. Si dice che noi non vedremo più nè boschi, nè montagne, nè prati, e che Venezia è fabbricata in mezzo al mare.»

Emilia convenne con Annetta, che quel giovane perdeva molto nel cambio, poichè lasciava l'innocenza e la bellezza campestre, per la voluttà di una città corrotta.

Quando fu sola, non potè dormire. L'incontro di Valancourt, e le circostanze della loro separazione, non cessarono di occupare il suo spirito, ritracciandole il quadro di un'unione fortunata in seno della natura, e della felicità dalla quale temeva d'essere lontana per sempre.

CAPITOLO XV

Il giorno seguente, di buonissim'ora, i viaggiatori partirono per Torino. La ricca pianura che si estende dalle Alpi a quella magnifica città, non era allora, come adesso, ombreggiata da grossi alberi. Piantagioni d'ulivi, di gelsi, di fichi, frammiste di viti, formavano un magnifico paesaggio, traverso il quale l'impetuoso Eridano si slancia dalle montagne, e si unisce a Torino colle acque dell'umile Dora. A misura che i viaggiatori avanzavano, le Alpi prendevano ai loro sguardi tutta la maestà del loro aspetto. Le giogaje s'innalzavano le une sopra le altre in una lunga successione. Le cime più alte, coperte di nubi, si perdevano qualche volta nelle loro ondulazioni, e spesso slanciavansi di sopra ad esse. Le falde di que' monti, le cui irregolari cavità presentavano ogni sorta di forme, tingevansi di porpora e di azzurro al movimento della luce e delle ombre, variando ad ogni istante la scena. A levante si spiegavano le pianure di Lombardia; scoprivansi già le torri di Torino, e, in maggior distanza, gli Appennini circoscrivevano un immenso orizzonte.

La magnificenza di quella città, la vista delle sue chiese, dei suoi palagi e delle grandiose piazze, oltrepassavano non solo tutto ciò che Emilia avea veduto in Francia, ma tutto quello ancora che si era immaginato.

Montoni, il quale conosceva già Torino, e non n'era sorpreso, non cedè alle preghiere della consorte, che avrebbe desiderato vedere qualche palazzo; non si fermò che il tempo necessario per riposarsi, e si affrettò di partir per Venezia. Durante il viaggio, egli si mostrò altiero e riservatissimo, specialmente colla moglie; ma questa riserva però era meno quella del rispetto che dell'orgoglio e del malcontento. Si occupava pochissimo di Emilia. I suoi discorsi con Cavignì avevano sempre per soggetto la guerra o la politica, che lo stato convulsivo d'Italia rendeva allora molto interessanti. Emilia osservava che, nel raccontare qualche fatto illustre, gli occhi di Montoni perdevano la loro fosca durezza, e sembravan brillare di gioia. Sebbene ella dubitar potesse talvolta che questo istantaneo cambiamento fosse piuttosto l'effetto della malizia, che la prova del valore, pure questo pareva convenir molto bene al di lui carattere, e alle sue maniere superbe e cavalleresche; e Cavignì, con tutta la sua disinvoltura e buona grazia, non era in grado di stargli a confronto.

Entrando nel Milanese, lasciarono il loro cappello alla francese pel berretto italiano scarlatto, ricamato in oro. Emilia fu sorpresa nel vedere Montoni aggiungervi il pennacchio militare, e Cavignì contentarsi delle piume che vi si portavano di solito. Credè finalmente che Montoni prendesse l'equipaggio soldatesco per traversar con più sicurezza una contrada inondata di truppe, e saccheggiata da tutti i partiti. Si vedeva in quelle feraci pianure la devastazione della guerra. Laddove le terre non restavano incolte, si riconoscevano le tracce della rapina. Le viti erano strappate dagli alberi che dovevano sostenerle; le olive giacevano calpestate; i boschetti di gelsi erano stati tagliati per accenderne il fuoco devastatore de' casali e dei villaggi. Emilia volse gli sguardi, sospirando, a settentrione, sulle Alpi Elvetiche: le loro solitudini severe parevano essere il sicuro asilo degli infelici perseguitati.

I viaggiatori osservarono spesso distaccamenti di truppe che marciavano a qualche distanza, e negli alberghi ove sostavano provarono gli effetti della estrema carestia, e tutti gli altri inconvenienti che sono le conseguenze delle guerre intestine. Pur non ebbero mai alcun motivo di temere per la loro sicurezza. Giunti a Milano, non si fermarono nè per considerare la grandiosità di quella metropoli, nè per visitarne il magnifico tempio, che si stava ancora costruendo.

Passato Milano, il paese portava il carattere di una devastazione più spaventosa. Tutto allora parea tranquillo; ma come il riposo della morte sopra un volto che conserva ancora l'impronta orribile delle ultime convulsioni. Lasciato il Milanese, incontrarono essi nuovamente truppe. La sera era avanzata; videro un esercito sfilare da lontano nella pianura, e le cui lance e gli elmi scintillavano ancora agli ultimi raggi del sole. La colonna inoltrò sopra una parte della strada chiusa fra due poggi. Si distinguevano facilmente i capi che dirigevano la marcia. Parecchi uffiziali galoppavano sui fianchi, trasmettendo gli ordini ricevuti dai superiori; altri, separati dall'avanguardia, volteggiavano nella pianura a destra.

Nell'avvicinarsi, Montoni, dai pennacchi, dalle bandiere e dai colori delle divise dei vari corpi, credè riconoscere la piccola oste comandata dal famoso condottiero Utaldo. Egli era amico di lui e de' capi principali. Fece fermare le carrozze per aspettarli, e lasciar libero il passo. Una musica guerriera si fece in breve sentire; essa andò sempre crescendo, e Montoni, persuaso che fosse proprio la banda del celebre Utaldo, sporse il capo dalla carrozza, e salutò il generale agitando per aria il berretto. Il condottiere rese il saluto colla spada, e vari uffiziali, avvicinatisi alla carrozza, accolsero Montoni come un antico conoscente: il capitano stesso arrivò poco stante; la truppa fece alto, ed il capo s'intertenne con Montoni, cui sembrava contentissimo di rivedere. Emilia comprese, dai loro discorsi, esser quello un esercito vittorioso che tornava nel suo paese; i numerosi carriaggi che l'accompagnavano erano carchi delle ricche spoglie dei nemici, non che di feriti e prigionieri che sarebbero stati riscattati alla pace. I capi doveano separarsi il giorno seguente, dividere il bottino, ed accantonarsi, colle proprie bande, nei rispettivi castelli. Quella sera doveva dunque esser consacrata ai piaceri, in memoria della comune vittoria, e del congedo che prendevano scambievolmente.

Utaldo disse a Montoni che le sue schiere si sarebbero accampate quella notte in un villaggio distante mezzo miglio di là; l'invitò a tornare addietro, e a prender parte al banchetto, assicurandolo che le signore sarebbero benissimo trattate. Montoni se ne scusò allegando che voleva arrivare a Verona la sera medesima, e dopo qualche domanda sullo stato dei dintorni di quella città, si accommiatò e partì, ma non potè giungere a Verona che a notte molto tarda.

Emilia non potè vederne la deliziosa situazione che il giorno dopo. Abbandonarono di buon'ora quella bella città, e giunti a Padova, s'imbarcarono sulla Brenta per Venezia. Qui, la scena era intieramente cambiata. Non eran più i vestigi di guerra sparsi nelle pianure del Milanese, ma al contrario tutto respirava il lusso e l'eleganza. Le sponde verdeggianti della Brenta non offrivano che bellezze, delizie ed opulenza. Emilia considerava con istupore le ville della nobiltà veneta, i loro freschi portici, i bei colonnati ombreggiati da pioppi e cipressi di maestosa altezza; gli aranci, i cui fiori odorosi imbalsamavano l'aria, ed i folti salci che bagnavan le lunghe chiome, nel fiume, formando ombrosi ricetti. Il carnevale di Venezia sembrava trasportato su quelle sponde incantevoli. Le gondole, in perpetuo moto, ne aumentavano la vita. Tutta la bizzarria delle mascherate formava una superba decorazione; e verso sera, molti gruppi andavano a ballare sotto i grossi alberi.

Cavignì istruiva Emilia del nome dei gentiluomini ai quali appartenevano le ville; e per divertirla vi aggiungeva un leggiero schizzo dei loro caratteri, essa compiacevasi talvolta ad ascoltarlo; ma il suo brio non faceva più sulla signora Montoni l'effetto di prima: questa parea quasi sempre seria, e Montoni era constantemente riservato.

È indescrivibile la meraviglia della fanciulla allorchè scoprì Venezia, i suoi isolotti, i suoi palazzi e le sue torri che tutti insieme sorgevano dal mare riflettendo i loro svariati colori sulla superficie chiara e tremolante. Il tramonto dava alle acque ed ai monti lontani del Friuli, che circondano a tramontana l'Adriatico, una tinta giallastra di effetto mirabilissimo. I portici marmorei e le colonne di San Marco erano rivestite di ricche tinte e dell'ombra maestosa della sera. A misura che si avanzavano, la magnificenza della città disegnavasi più particolareggiatamente. I suoi terrazzi, sormontati da edifizi aerei eppur maestosi, illuminati, com'eranlo allora, dagli ultimi raggi del sole, parevano piuttosto fatti uscir dall'onde dalla bacchetta di un mago, che costruiti da mano mortale.

Il sole essendo finalmente sparito, l'ombra invase gradatamente le acque e le montagne, spegnendo gli ultimi fuochi che ne doravan le sommità; e il violaceo malinconico della sera si stese ovunque come un velo. Quanto era profonda e bella la tranquillità che avvolgeva la scena! La natura pareva immersa nel riposo. Le più soavi emozioni dell'anima eran le sole che si destassero. Gli occhi di Emilia si empivano di lacrime: essa provava i trasporti di una devozione sublime, innalzando gli sguardi alla vôlta celeste, mentre una musica deliziosa accompagnava il mormorio delle acque. Ella ascoltava in tacita estasi, e nessuno ardiva rompere il silenzio. I suoni pareano ondeggiar nell'aere. La barca avanzavasi con movimento sì placido, che appena si poteva distinguere; e la brillante città sembrava moverle incontro da sè per ricevere i forestieri. Distinsero allora una voce donnesca che, accompagnata da qualche istrumento, cantava una dolce e languida arietta. La sua espressione patetica, che sembrava ora quella di un amore appassionato, ed ora l'accento lamentevole del dolore senza speranza, annunziava bene come il sentimento che le dettava non fosse finto. «Ah!» disse Emilia sospirando e rammentandosi Valancourt; «quel canto parte sicuramente dal cuore!»

Essa guardavasi intorno con attenta curiosità. Il crepuscolo non lasciava più distinguere che immagini imperfette. Intanto, a qualche distanza, le parve vedere una gondola, ed intese nel tempo istesso un coro armonioso di voci e d'istrumenti. Esso era così dolce, così soave! Era come l'inno degli angeli che scendono nel silenzio della notte. La musica finì, e parve che il coro sacro risalisse al cielo. La calma profonda che susseguì era espressiva quanto l'armonia poc'anzi cessata. Finalmente, un sospiro generale parve risvegliar tutti da una specie d'estasi. Emilia però restò a lungo abbandonata all'amabile tristezza, che si era impadronita de' suoi sensi; ma lo spettacolo ridente e tumultuoso della piazza di San Marco fugò le sue meditazioni. La luna, che sorgea allora sull'orizzonte, spandeva un debole chiarore su' terrazzi, su' portici illuminati, sulle magnifiche arcate, e lasciava vedere le numerose società, i cui passi leggieri, i canti ed i suoni si mescolavano confusamente.

La musica che i viaggiatori avevano già intesa, passò vicino alla barca di Montoni, in una di quelle gondole che si vedevano errare sul mare, piene di gente che andava a godere il fresco della sera. Quasi tutte avevano suonatori. Il mormorio dell'acque, i colpi misurati dei remi sull'onde spumanti, vi aggiungevano un incanto particolare. Emilia osservava, ascoltava, e le pareva di essere nel tempio delle fate. Anche la zia provava qualche piacere. Montoni felicitavasi di essere tornato finalmente a Venezia, ch'esso chiamava la _prima città del mondo_; e Cavignì era più allegro ed animato del solito.

La barca passò pel Canal grande ov'era situata la casa di Montoni. I palazzi di Sansovino e Palladio spiegavano agli occhi d'Emilia un genere di bellezza e magnificenza tale, onde la sua immaginazione non aveva potuto formarsi un'idea. L'aria era agitata da dolci suoni ripetuti dall'eco del canale, e gruppi di maschere che ballavano al lume della luna, realizzavano le più brillanti funzioni della fantasmagoria.