I misteri del castello d'Udolfo, vol. 1

Part 5

Chapter 53,662 wordsPublic domain

Due ore dopo una campana squillò, e passi precipitosi percorsero i corridoi. Poco esperta degli usi claustrali, Emilia spaventossi; i suoi timori, sempre vivi pel padre, le fecero supporre che stesse più male; si alzò in fretta per correre da lui, ma essendosi fermata un momento all'uscio onde lasciar passare i frati, ebbe tempo di riaversi, di riordinare le idee, e comprendere che la campana aveva suonato mattutino. Questa campana non suonava più, tutto era quiete, ed essa non andò più oltre; ma, non potè dormire, ed allettata d'altra parte dal fulgore d'una splendida luna, aprì la finestra e si mise a rimirar il paese.

Placida era la notte e bella, il firmamento senza nubi, e lieve zeffiro agitava appena gli alberi della valle. Stava attenta, allorchè l'inno notturno dei religiosi sorse dolcemente dalla cappella, situata in luogo più basso, talchè il sacro cantico parea salire al cielo traverso il silenzio delle notti. I pensieri susseguironsi; dall'ammirazione delle opere, l'anima sua passò all'adorazione del loro onnipossente e buono autore. Penetrata d'una pietà pura e scevra da profani sentimenti, l'anima sua elevossi al disopra dell'universo; gli occhi versaron lagrime; ella adorò la Potenza infinita nelle sue opere, e la bontà sua ne' suoi benefizi.

Il cantico de' frati cesse di nuovo il posto al silenzio; ma Emilia non lasciò la finestra se non quando la luna, essendo tramontata l'oscurità parve invitarla al riposo.

CAPITOLO V

Sant'Aubert si trovò la mattina seguente bastantemente in forza per continuare il viaggio, e sperando arrivare lo stesso giorno nel Rossiglione, si mise in cammino di buonissim'ora. La strada che percorrevano allora i viaggiatori, offriva vedute selvagge e pittoresche come le precedenti; solo tratto tratto le scene, meno severe, spiegavano una bellezza più amena e ridente.

Quando Sant'Aubert parea occupato delle piante, contemplava con trasporto Emilia e Valancourt, i quali passeggiavano insieme; questi col contegno e l'emozione del piacere indicava una bella vista nella scena che lor s'offriva; quella ascoltava e guardava con un'espressione di sensibilità seria indicante l'elevatezza del suo spirito. Rassembravano a due amanti, i quali mai non avessero lasciati i monti natii, che la situazione loro avesse preservati dal contagio delle frivolezze; le cui idee, semplici e grandiose come il paesaggio che percorrevano, non comprendessero la felicità se non nella tenera unione de' cuori puri. Sant'Aubert sorrideva e sospirava a un tempo, pensando alla romanzesca felicità onde la sua imaginazione offerivagli il quadro; sospirava inoltre pensando quanto la natura e la semplicità fossero mai estranee al mondo, poichè i loro soavi diletti parevano un romanzo.

--Il mondo,» dicea egli seguendo il proprio pensiero, «il mondo mette in ridicolo una passione cui appena conosce; i suoi movimenti ed interessi distraggono lo spirito, depravano i gusti, corrompono il cuore; e l'amore non può esistere in un cuore quando non ha più la cara dignità dell'innocenza. La virtù e la simpatia son quasi la medesima cosa; la virtù è la simpatia messa in azione, e le più delicate affezioni di due cuori formano insieme il vero amore. Come mai potrebbesi cercar l'amore in seno alle grandi città? La frivolezza, l'interesse, la dissipazione, la falsità vi surrogano del continuo la semplicità, la tenerezza e la franchezza.--

Era quasi mezzodì quando i viaggiatori giunsero ad un passo sì pericoloso che lor fu d'uopo scendere di carrozza; la strada era contornata da boschi, e anzichè continuare innanzi, si misero a cercar l'ombra. Un umido rezzo era diffuso per l'aere; lo splendido smeraldo dell'erba, la bella miscea de' fiori, de' balsami, de' timi e delle lavande che la smaltavano; l'altezza de' pini, de' frassini e de' castagni che ne proteggevano l'esistenza, tutto concorrea a far di quello un luogo veramente delizioso. Talvolta il fogliame, più fitto, interdicea la vista del paesaggio; altrove, qualche misterioso varco lasciava traveder all'imaginazione quadri assai più leggiadri che fin allora non avesse osservati, ed i viaggiatori abbandonavansi volentieri a que' godimenti quasi ideali.

Le pause ed il silenzio che avevano già interrotto i colloqui di Valancourt e d'Emilia furono quel dì molto più frequenti. Il giovane, dalla vivacità più espressiva, cadeva in un accesso di languore, e la malinconia pingevasi senz'arte fin nel di lui sorriso. La fanciulla non poteva più ingannarsi: il suo proprio cuore partecipava il medesimo sentimento.

Quando Sant'Aubert fu ristorato, continuarono a camminare pel bosco, credendo sempre costeggiar la strada; ma s'accorsero alfine d'averla smarrita affatto. Avevano seguito il declivio ove la beltà de' luoghi li tratteneva, e la strada andava invece montando su per la ripida costa. Valancourt chiamò Michele, ma l'eco solo rispose alle sue grida, ed i suoi sforzi furono parimente vani per ritrovar la strada. In tale stato, scorsero fra gli alberi, a qualche distanza, la capanna d'un pastore. Valancourt vi corse per chiedere qualche indicazione; giuntovi, vi trovò soltanto due ragazzi che giocavan sull'erba. Guardò in casa, e non vide nessuno. Il maggiore de' fanciulli gli disse che suo padre trovavasi ne' campi, sua madre nella valle, nè tarderebbe a tornare. Il giovane pensava a quanto convenisse fare, allorchè la voce di Michele echeggiò d'improvviso su le rupi circostanti. Valancourt rispose tosto e cercò d'andare a raggiungerlo; dopo un faticoso lavoro tra le boscaglie ed i massi, lo raggiunse alfine ed a stento riescì a farlo tacere. La strada era lontanissima dal luogo ove riposavano il padre e la figlia. Era difficile di condur fin là la vettura; sarebbe stato troppo penoso per Sant'Aubert d'inerpicarsi pel bosco, com'egli stesso avea fatto, ed il giovane era angustiato molto per trovare un cammino più praticabile.

Intanto, Sant'Aubert ed Emilia eransi accostati alla capanna e riposavano sopra una panca campestre situata fra due pini ed ombreggiata dalle loro frondi; avean guardato a Valancourt, ed aspettavano che li raggiungesse.

Il maggiore de' ragazzi aveva lasciato il giuoco per rimirar i viaggiatori; ma il piccino continuava i suoi salti e tormentava il fratello perchè tornasse ad aiutarlo. Sant'Aubert considerava con piacere quella fanciullesca semplicità, quando d'improvviso tale spettacolo, rammentandogli i figli perduti in quella fresca età, ed in ispecie la loro diletta madre, lo fece ricadere nella mestizia. Emilia, accortasene, cominciò una di quelle ariette commoventi cui egli tanto prediligeva, e ch'ella sapeva cantar colla massima grazia ed espressione. Il padre le sorrise attraverso le lagrime, le prese la mano, la strinse teneramente e cercò bandire i malinconici pensieri. Essa cantava ancora, quando Valancourt tornò; egli non volle interromperla, e sostò ad ascoltare. Quand'ebbe finito, accostossi e narrò d'aver trovato Michele ed anche una strada per ascendere il dirupo. Sant'Aubert, a tai parole, ne misurò coll'occhio la tremenda altezza; sentivasi oppresso, e la salita pareagli spaventosa. Il partito però sembravagli preferibile ad una strada lunga e scabrosa affatto; risolse di tentarlo, ma Emilia, sempre premurosa, gli propose di pranzare in prima, onde ristorar alquanto le forze, e Valancourt tornò alla vettura a cercarvi provvigioni.

Al ritorno, propose di collocarsi un po' più in alto, essendovi la vista più bella ed estesa. Stavano per recarvisi, quando videro una giovane accostarsi ai ragazzi, accarezzarli, e piangere amaramente.

I viaggiatori, interessati dalla di lei sventura, sostarono a meglio osservarla. Essa prese in braccio il minore de' figli, e scorti i forestieri, si terse le lagrime in fretta ed accostossi alla capanna. Sant'Aubert le chiese la causa della di lei afflizione. Gli diss'ella che suo marito era un povero pastore, il quale tutti gli anni passava la state in quella capanna per condur a pascere un armento sui monti. La notte precedente aveva perduto tutto; una banda di zingari, i quali da qualche tempo infestavano la contrada, avean rapite tutte le pecore del suo padrone. «Jacopo,» aggiunse la donna, «avendo accumulato qualche peculio, avea comperato poche pecore per noi; ma adesso bisognerà darle per sostituire il gregge tolto al padrone; il peggio si è che quando questi saprà la cosa, non vorrà più affidarci i suoi montoni; è un uomo cattivo; ed allora, che cosa sarà de' nostri figliuoli?»

L'atteggiamento di quella donna, la semplicità del suo racconto ed il suo sincero dolore indussero Sant'Aubert a crederne la trista storia. Valancourt, convinto ch'era vera, chiese tosto quanto valesse il gregge rubato; allorchè lo seppe, rimase sconcertato. Sant'Aubert diè qualche moneta alla donna; Emilia vi contribuì col suo borsellino, e quindi avviaronsi al luogo convenuto. Valancourt restò di dietro parlando colla moglie del pastore, la quale allora piangeva per la gratitudine e la sorpresa; le chiese quanto le mancasse ancora per ripristinare il gregge rapito. Trovò che la somma era quasi la totalità di quanto portava seco. Stava egli incerto ed afflitto.--Tale somma, dicea tra sè, basterebbe alla felicità di questa povera famiglia; sta in poter mio il darla, e renderli lieti e contenti; ma come farò poi io? come tornerò a casa col poco che mi resterà?--Esitò alcun tempo; trovava una voluttà singolare a salvare una famiglia dalla rovina, ma sentiva la difficoltà di proseguir la sua strada col poco danaro che avrebbesi riservato.

Stava così perplesso, quando comparve lo stesso pastore. I figliuoli gli corsero incontro; egli ne prese uno in braccio, e coll'altro attaccato alla cintola, inoltrò a lenti passi. Il suo aspetto abbattuto, costernato, decise Valancourt; gettò tutto il danaro che avea, tranne pochi scudi, e corse dietro a Sant'Aubert, il quale, sorretto da Emilia, incamminavasi verso l'erta. Il giovane non erasi mai sentito l'animo sì leggero; il cuore balzavagli dalla gioia, e tutti gli oggetti a lui intorno parevano più belli ed interessanti. Sant'Aubert osservò i di lui trasporti, e gli disse:

«Che cos'avete che sì v'incanta?

--Oh! la bella giornata!» sclamava Valancourt; «come splende il sole, come pura è l'aura qual sito magico!

--E stupendo!» disse Sant'Aubert, la cui felice esperienza spiegava facilmente l'emozione di Valancourt; «peccato che tanti ricchi, i quali potrebbero procurarsi a piacimento uno splendido sole, lascino avvizzir i lor giorni nelle nebbie dell'egoismo! Per voi, mio giovine amico, possa sempre il sole sembrarvi bello quant'oggi; possiate voi, nell'attiva vostra beneficenza, riunir sempre la bontà e la saviezza!»

Valancourt, onorato di tal complimento, non potè rispondere se non con un sorriso, e fu quello della gratitudine.

Continuarono a traversare il bosco tra le fertili gole de' monti. Giunti appena nel sito ove volean recarsi, tutti insieme proruppero in un'esclamazione; dietro ad essi, la rupe perpendicolare sorgeva a prodigiosa altezza e spartivasi allora in due punte egualmente alte. Le loro grige tinte contrastavano collo smalto de' fiori sbuccianti tra i crepacci; i burroni sui quali l'occhio scorrea rapido per ispingersi giù nella valle, erano sparsi anch'essi d'arboscelli; più giù ancora, un verde tappeto indicava i castagneti, in mezzo a' quali scorgeasi la capanna del povero pastore. Da ogni parte, i Pirenei ergeano le maestose cime; talune, carche d'immensi massi di marmo, mutavan colore ed aspetto nel medesimo tempo del sole; altre, ancor più alte, mostravan soltanto le nevose punte, e le basi colossali, uniformemente tappezzate, coprivansi sin giù nella valle di pini, larici e verdi querce. Questa valle, benchè stretta, era quella che conduceva al Rossiglione; i freschi pascoli, la doviziosa coltura contrastavano stupendamente colla grandiosità delle masse circostanti. Fra le catene prolungate di monti scoprivasi il basso Rossiglione, e la grande lontananza, confondendo tutte le gradazioni, parea riunir la costa ai candidi flutti del Mediterraneo. Un promontorio su cui sorgeva un faro indicava solo la separazione ed il lido; stormi d'uccelli marini volavano intorno. Più lungi però distinguevansi alcune bianche vele; il sole ne aumentava il candore, e la lor distanza dal faro ne facea giudicar la celerità; ma eravene di sì lontane, che servivan soltanto a separare il cielo ed il mare.

Dall'altra parte della valle, proprio in faccia ai viaggiatori, eravi un passaggio fra le rocce, che guidava in Guascogna. Costà, nessun vestigio di coltura; gli scogli di granito ergevansi spontaneamente dalle basi, trapassando i cieli colle sterili aguglie; costà, nè foreste, nè cacciatori, nè tuguri: talvolta però un gigantesco larice gettava l'immensa sua ombra sopra un incommensurabile precipizio, e talfiata una croce sopra un dirupo accennava al viaggiatore il terribil destino di qualche imprudente. Il loco parea destinato a diventare un ricovero di banditi; Emilia ad ogni istante aspettavasi a vederli sbucare; poco dopo, un oggetto non meno terribile le colpì la vista. Una forca, eretta all'ingresso del passaggio, e proprio al disopra d'una croce, spiegava bastantemente qualche tragico fatto. Evitò essa di parlarne a Sant'Aubert, ma tal vista inquietolla; avrebbe voluto sollecitare il passo per giungere con certezza prima del tramonto. Ma il padre avea bisogno di rifocillarsi, e, sedendo sull'erba, i viaggiatori votarono il paniere.

Sant'Aubert fu rianimato dal riposo e dall'aria serena di quella spianata. Valancourt era talmente estatico, talmente bisognoso di conversare, che parea aver dimenticata tutta la strada che restava da fare. Finito il pasto, fecero un lungo addio a quel sito maraviglioso e tornarono ad inerpicarsi. Sant'Aubert ritrovò la carrozza con piacere; Emilia vi salì secolui: ma volendo conoscere più minutamente la deliziosa contrada dove stavano per discendere, Valancourt slegò i suoi cani e li seguì a piedi; egli soffermavasi talvolta sopra le alture che gli offrivano un bel punto di vista; il passo delle mule permettevagli siffatte distrazioni. Se qualche luogo spiegava una rara magnificenza, tornava alla carrozza, e Sant'Aubert, troppo stanco per andar a goderne in persona, vi mandava la figlia e stavasene ad aspettarla.

Era tardi quando calarono dalle belle alture che coronano il Rossiglione. Questa magnifica provincia è incassata nelle loro maestose barriere, non restando aperta che dalla parte del mare. L'aspetto della cultura abbelliva in fondo il paesaggio, ed il piano tingevasi de' più vividi colori, e quali il lussureggiante clima e l'industria degli abitanti potevano dovunque farli nascere. Boschetti d'aranci e di limoni imbalsamavan l'aere; i lor frutti già maturi dondolavano tra le frondi, e le coste dal facile declivio facevan pompa delle più belle uva. Più lungi, selve, pascoli, città, casali, il mare, sulla cui rifulgente superficie scorrevano molte vele sparse, un tramonto scintillante di porpora; questo passo, in mezzo ai monti che lo dominavano, formava la perfetta unione dell'ameno col sublime; era la bellezza dormente in seno all'orrore.

I viaggiatori, giunti al basso, inoltrarono fra siepi di mirti e di melagrani fioriti sino alla piccola città d'Arles, dove contavan passar la notte. Trovarono un alloggio semplice, ma pulito; avrebbero passata una deliziosa sera, dopo le fatiche ed i godimenti del dì, se il momento della separazione che accostavasi non avesse sparso una nube su' loro cuori. Sant'Aubert voleva partir la domane, costeggiare il Mediterraneo e giungere così in Linguadoca. Valancourt, guarito troppo presto, ormai senza pretesto per seguire i suoi nuovi amici, dovea separarsene in quel luogo stesso. Sant'Aubert, il quale l'amava, proposegli di andar più innanzi; ma non reiterò l'invito, e Valancourt ebbe il coraggio di non accettare, per mostrare d'esserne degno. E' dovevano dunque lasciarsi la domane: Sant'Aubert per partire alla volta della Linguadoca, e Valancourt per riprendere la via de' monti onde riedere a casa. Tutta la sera non proferì sillaba, e stette soprappensieri: Sant'Aubert fu con lui affettuoso, ma però grave; Emilia fu seria, benchè cercasse di comparir allegra; e dopo una delle più malinconiche sere che mai avessero passate insieme, separaronsi per la notte.

CAPITOLO VI

Il giorno dipoi, Valancourt fece colazione coi compagni, ma nessun d'essi parea aver dormito. Sant'Aubert portava l'impronta dell'oppressione e del languore. Emilia trovava la di lui salute molto infiacchita, e le sue inquietudini crescevano del continuo: osservava essa tutti i di lui sguardi con timida premura, e la loro espressione si trovava subito fedelmente ripetuta ne' suoi.

Sin dal principio della loro conoscenza, Valancourt aveva indicato il suo nome e la sua famiglia. Sant'Aubert conosceva l'uno e l'altra, non meno che i beni delle sua casa, posseduti allora da un fratello maggiore di Valancourt, i quali distavano otto leghe circa dal suo castello; ed aveva incontrato questo fratello in qualche luogo del vicinato. Questi preliminari avevano facilitato la sua ammissione; il contegno, le maniere e l'esterior suo gli avevano guadagnata la stima di Sant'Aubert, che volentieri fidava nel proprio criterio, ma rispettava le convenienze; e tutte le buone qualità che riconosceva in lui, non gli sarebbero parse motivi sufficienti per avvicinarlo tanto alla figlia.

La colazione fu quasi taciturna, quanto eralo stata la cena della sera precedente; ma la loro meditazione fu interrotta dal romore della carrozza che doveva condur via Sant'Aubert ed Emilia. Valancourt si alzò, corse alla finestra, riconobbe la carrozza, e tornò alla sua sedia senza parlare. Il momento di separarsi era omai giunto. Sant'Aubert disse al giovane che sperava rivederlo nella valle, e che non vi sarebbe passato di certo senza onorarli di una visita. Valancourt lo ringraziò affettuosamente, e l'assicurò che non ci avrebbe mai mancato: sì dicendo guardava timidamente Emilia, la quale si sforzava di sorridere in mezzo alla sua profonda tristezza; passarono qualche minuto in un colloquio animatissimo; Sant'Aubert s'avviò alla carrozza, Emilia e Valancourt lo seguirono in silenzio: il giovane restava fermo allo sportello, e quando furono saliti pareva che nessuno avesse il coraggio di dirsi addio. In fine Sant'Aubert pronunziò la trista parola; Emilia fece altrettanto a Valancourt, che lo ripetè con un sorriso forzato, e la carrozza si mise in moto.

I viaggiatori restarono a lungo in silenzio. Sant'Aubert finalmente disse: «È un giovine interessante; sono molti anni che una conoscenza sì breve non m'ha così affettuosamente colpito. Egli mi ricorda i giorni della mia gioventù, quel tempo in cui tutto mi sembrava ammirabile e nuovo.» Sospirò, e ricadde nella sua meditazione. Emilia si affacciò alla portiera, e rivide Valancourt immobile sulla porta, che li seguiva cogli occhi; egli la scorse, e salutolla colla mano; ella gli restituì il saluto, ma ad una svolta della strada non potè più vederlo.

«Mi ricordo ciò ch'era io in quell'età,» soggiunse Sant'Aubert; «io pensava e sentiva precisamente come lui. Il mondo allora aprivasi dinanzi a me, ed or esso si chiude.

--O caro papà, non abbandonatevi a pensieri sì lugubri,» disse Emilia con voce tremante; «voi avete, spero, da vivere molti anni, per la vostra felicità e la mia.

--Ah Emilia!» sclamò Sant'Aubert; «pel tuo! sì, spero che abbia ad esser così.» Asciugò una lagrima che scorrevagli lungo le guance, e sorridendo della sua emozione, aggiunse con voce tenera: «Avvi qualcosa nell'ardore ed ingenuità di quel giovane, che dee soprattutto commovere un vecchio, di cui il veleno del mondo non alterò i sentimenti; sì, io scopro in lui un non so che d'insinuante, di vivificante, come la vista della primavera quando si è infermi. Lo spirito del malato assorbe qualcosa del succhio rinnovantesi, e gli occhi si rianimano ai raggi meridiani; Valancourt è per me questa felice primavera.»

Emilia, la quale stringea amorosamente la mano del padre, non aveva mai udito dalla sua bocca un simile elogio che le riescisse tanto gradito, nemmen quand'erane stata ella medesima l'oggetto.

Viaggiavano in mezzo a vigneti, boschi e prati, entusiasmati ad ogni passo di quel magnifico paesaggio cui limitavan i Pirenei e l'immenso pelago. Dopo mezzodì giunsero a Calliure, situato sul mediterraneo. Vi pranzarono, e lasciata passare la caldura, ripresero a seguire i magici lidi che stendonsi fin nella Linguadoca. Emilia considerava con entusiasmo il vasto impero dell'onde, di cui i lumi e le ombre variavan tanto singolarmente la superficie, e le cui spiagge, adorne di boschi, rivestivan già le prime assise dell'autunno.

Sant'Aubert era impaziente di trovarsi a Perpignano, dove aspettava lettere di Quesnel, e per tal motivo aveva lasciato tosto Calliure, malgrado l'urgente bisogno di qualche riposo. Dopo alcune leghe di strada, addormentossi; ed Emilia, la quale avea messi due o tre libri in carrozza partendo dalla valle, ebbe agio di farne uso. Essa cercò quello che aveva letto Valancourt il dì prima: desiderava ripassar le pagine sulle quali gli occhi d'un amico sì caro eransi fissati poc'anzi. Volea riandar i passi ch'egli ammirava, pronunziarli com'egli facea, e ricondurlo, per dir così, alla di lei presenza. Cercando questo libro ch'essa non potea trovare, scorse in vece sua un volume del Petrarca, appartenente al giovane, il cui nome vi appariva sopra scritto. Spesso ei gliene leggeva alcuni brani, e sempre con quella patetica espressione che caratterizzava i sentimenti dell'autore.

Arrivarono a Perpignano subito dopo il tramonto del sole. Sant'Aubert vi trovò le lettere che aspettava da Quesnel. Se ne mostrò così dolorosamente commosso, che Emilia, spaventata, lo scongiurò, per quanto glielo permise la delicatezza, di spiegargliene il contenuto. Non le rispose se non con lacrime, e tosto parlò di tutt'altro. Emilia credè bene di non sollecitarlo ulteriormente, ma lo stato di suo padre l'occupava forte, e non potè dormire per tutta la notte.

Il dì seguente continuarono lungo la costa per giungere a Leucate, porto del Mediterraneo, situato sulle frontiere del Rossiglione e della Linguadoca. Cammin facendo, Emilia rinnovò la istanze del dì prima, e parve talmente turbata dal silenzio e della disperazione di Sant'Aubert, che questi bandì alfine qualunque riguardo. «Io non voleva, cara Emilia,» le diss'egli, «avvelenare i tuoi piaceri, e avrei desiderato, almeno durante il viaggio, nasconderti circostanze, che avrei pur troppo dovuto manifestarti un giorno; la tua afflizione me lo impedisce, e tu soffri forse più dell'incertezza che non soffriresti della verità. La visita del signor Quesnel fu per me un'epoca fatale; ei mi disse allora parte delle notizie dispiacenti che mi vengono ora confermate dalle sue lettere. Tu mi avrai inteso parlare d'un tal Motteville di Parigi, ma ignoravi che la maggior porzione di quanto possiedo era deposto in sue mani; io aveva in lui cieca fiducia, e non voglio ancora crederlo indegno della mia stima: parecchie circostanze hanno concorso alla sua rovina, ed io sono rovinato con lui.»

Qui si fermò per moderare la sua emozione.

«Le lettere che ho ricevute dal signor Quesnel» continuò egli eccitandosi a fermezza, «ne contenevano altre di Motteville stesso, e tutti i miei timori sono confermati.

--Bisognerà egli abbandonare il nostro castello?» disse Emilia dopo un lungo silenzio.

--Non è per anco ben certo,» disse Sant'Aubert; «ciò dipenderà dall'accordo che Motteville potrà fare co' suoi creditori. Il mio patrimonio, tu lo sai, non era molto pingue, ed ora non è quasi più nulla. Io ne sono afflittissimo per te sola, figlia cara.»