I misteri del castello d'Udolfo, vol. 1
Part 4
Ad ogni ora del dì vi s'incontrava gente. Il sole non compariva ancora, e già i pastori guidavano una immensa mandra a pascere su pe' monti. Sant'Aubert era partito assai presto per godere della vista del sorger del sole e respirare l'aura pura mattutina, tanto proficua a' malati, e che dovea esserlo specialmente in quelle regioni ove la copia e varietà delle piante aromatiche la impregnavano della più soave fragranza.
La leggera nebbia che velava gli oggetti circostanti dileguossi a poco a poco, e permise ad Emilia di contemplare i progressi del dì.
I riflessi incerti dell'aurora, indorando le punte delle rupi, rivestironle successivamente di vivida luce, mentre la lor base ed il fondo della valle restavan coperti da negro vapore. Intanto, le tinte delle nubi d'oriente rischiararonsi, s'imporporarono, e rifulsero alfine di mille splendidi colori.
La trasparenza dell'atmosfera lasciò allo scoverto fiotti d'oro puro, i raggi brillanti fugarono le tenebre, e penetrarono nelle fondure della valle ripercotendosi negli argentei rivi: la natura destavasi da morte a vita. Sant'Aubert si sentì ravvivato; avea il cuore commosso; versò lagrime ed innalzò i pensieri al Creatore di tutte le cose.
Emilia volle scendere a calpestar quell'erba tutta rorida di fresca rugiada; essa voleva gustar quella libertà onde il camoscio parea fruire sulle brune vette de' monti. Valancourt sostava coi viaggiatori, mostrando loro con sentimento gli oggetti particolari della sua ammirazione. Sant'Aubert se gli affezionava.--Il giovine è focoso, ma buono; dicea fra sè;--ben si vede che non ha mai abitato Parigi.--Egli arrivò al punto dove si univano le due strade, con molto suo dispiacere; e si congedò con più cordialità che non lo permetta d'ordinario una nuova conoscenza. Valancourt continuò a discorrere buona pezza vicino alla carrozza; era il momento di separarsi, e non dimanco restava sempre mettendo in campo argomenti che lo scusassero di questo prolungamento. Alla perfine accommiatossi, e quando partì, Sant'Aubert osservò come contemplasse Emilia con isguardo attento ed espressivo; ella lo salutò con timida dolcezza; la carrozza partì, ma Sant'Aubert poco dopo, sporgendo la testa, osservò Valancourt immobile sulla strada, colle braccia incrociate sul bastone, e gli occhi fissi sulla carrozza; lo salutò colla mano, e Valancourt, scosso dalla sua estasi, gli fece il saluto e si allontanò.
L'aspetto del paese cambiò in breve: i viaggiatori, si trovavano allora in mezzo ad altissime montagne coperte fino alla sommità da negri boschi di abeti. Varie punte granitiche, sorgendo dalla valle stessa, andavan a celare in grembo alle nubi le nevose cime. Il ruscello, divenuto un fiume, scorreva in dolce silenzio, e quei cupi boschi riflettevano la loro ombra nelle sue limpide acque. Per intervalli uno scosceso dirupo inalzava l'ardita fronte al di sopra dei boschi e dei vapori che servivan di cintura ai monti; talvolta una marmorea aguglia sosteneasi perpendicolarmente al fiorito margine delle acque; un larice colossale la stringea colle robuste braccia, e la sua fronte, solcata dalla folgore, coronavasi ancora di verdi pampini.
Quando la carrozza camminava adagio, Sant'Aubert scendeva, e si compiaceva di andare in cerca di piante curiose, ond'erano sparsi quei luoghi; Emilia, nell'esaltazione dell'entusiasmo, s'internava nei folti boschi, tendendo l'orecchio in silenzio al loro imponente mormorio.
Per lo spazio di molte leghe non incontrarono nè villaggi, nè casali di sorte alcuna; qualche capanna di cacciatori qua e là era la sola traccia di abitazione umana. I viaggiatori pranzarono a ciel sereno, in un bel sito della valle, assisi all'ombra dei faggi; dopo di che partirono immediatamente per Beaujeu.
La strada saliva sensibilmente, e lasciando i pini disotto a loro, trovaronsi in mezzo a precipizi. Il crepuscolo della sera accrescea l'orrore de' luoghi, ed i viaggiatori ignoravano la distanza di Beaujeu. Sant'Aubert nonpertanto credea di non esserne molto lontano, e si rallegrava di non aver quindi più oltre quella città, a varcare simili deserti. Le selve, le rupi, i circostanti gioghi confondevansi a poco a poco nell'oscurità, ed in breve non fu più possibile discernere quelle indistinte immagini. Michele precedeva cauto, appena scorgendo la via ma le sue mule, più esperte, camminavano ancora con passo franco.
Alla svolta di un monte, videro un lume; i dirupi e l'orizzonte furono illuminati a gran distanza. Gli era certo un gran fuoco, ma nulla indicava se fosse accidentale o preparato. Sant'Aubert lo credette acceso da qualche masnada di quei banditi che infestavano i Pirenei; stava molto attento, e desiderava sapere se la strada passava vicino a quel fuoco. Aveva armi da potersi difendere in caso di bisogno; ma a che serviva una sì debole risorsa contro una banda di assassini determinati? Rifletteva a questa circostanza, quando udì una voce dietro di essi, che intimava al mulattiere di fermarsi. Sant'Aubert gli ordinò di camminar più presto, ma o fosse per testardaggine di Michele, o dei muli, questi non cambiarono il loro passo; s'intese il galoppo di un cavallo; un uomo raggiunse la carrozza, e ordinò nuovamente di fermarsi. Sant'Aubert, non dubitando più del costui disegno, scaricò una pistola dallo sportello; l'incognito vacillò sul cavallo, ed il romore del colpo fu seguito da un gemito di dolore. Sarà facile immaginarsi lo spavento di Sant'Aubert, il quale credè riconoscere allora la voce dolente di Valancourt. Fece arrestare egli stesso la carrozza, pronunziò il nome del giovane, e non potè averne più alcun dubbio. Scese tosto, e corse a soccorrerlo; il giovane era ancora a cavallo, il suo sangue scorreva in copia, e sembrava soffrir molto, sebbene cercasse di consolare Sant'Aubert, assicurandolo che non era nulla, e sentivasi ferito solo leggermente nel braccio. Sant'Aubert e il mulattiere lo aiutarono a smontare e l'adagiarono in terra; il primo voleva fasciargli la ferita, ma gli tremavano le mani talmente, che non potè riuscirvi. Michele intanto correa dietro al cavallo ch'era fuggito mentre ne scendea il padrone; chiamò Emilia, e non ricevendo risposta, corse alla carrozza, e la trovò svenuta. In questa terribile situazione, e spinto dal dolore di lasciare Valancourt perdere il sangue, si sforzò di sollevarla, e chiamò Michele per chieder acqua dal ruscello vicino. Michele era andato troppo lontano, ma Valancourt, udendo il nome di Emilia, capì di che si trattava, ed obbliando sè medesimo, andò in suo soccorso; essa era già rinvenuta quando le fu vicino; egli seppe che il deliquio era stato cagionato dal timore del sinistro occorsogli, e con voce turbata da tutt'altro sentimento che da quello del dolore, l'assicurò che la sua ferita era di pochissima conseguenza. Sant'Aubert si accorse allora che il sangue non era ancora stagnato; i suoi timori cambiarono oggetto; lacerò un fazzoletto per bendargli la piaga: il sangue si fermò, ma egli temendo le conseguenze, domandò più volte se Beaujeu fosse ancora molto lontano, ed avendo inteso ch'era distante due leghe, il suo timore crebbe. Ignorava se Valancourt avrebbe potuto resistere al moto della carrozza, e lo vedeva sul punto di svenire. Appena questi ebbe conosciuta la sua inquietudine, si affrettò di rincorarlo, e parlò della sua avventura come di una bagatella. Michele aveva ricondotto il cavallo; Valancourt, salì nella carrozza; Emilia s'era riavuta, e continuarono la strada di Beaujeu.
Sant'Aubert, rinvenuto dal terrore, manifestò la sua sorpresa sull'incontro di Valancourt; ma questi la fece cessare. «Voi avete rinnovato il mio gusto per la società,» gli disse; «dopo la vostra partenza, il mio casolare mi sembrava un deserto. E giacchè il mio unico scopo è quello di viaggiare per diletto, mi sono deciso di partire immediatamente. Ho presa questa strada, perchè sapeva ch'era più bella di qualunque altra; e d'altronde,» aggiunse esitando un poco, «lo confesserò (e perchè non dovrei confessarlo?), io aveva qualche speranza di raggiungervi.--Ed io ho crudelmente corrisposto alla vostra gentilezza,» riprese Sant'Aubert, che si rimproverava la sua fretta, e glie ne spiegò il motivo. Ma Valancourt, premuroso di evitare qualunque inquietudine sul di lui conto, nascose l'ambascia che provava, e seguitò a conversare allegramente. Emilia stava in silenzio, a meno che Valancourt non le volgesse la parola, ed il tuono commosso con cui lo faceva, valeva da per sè loro ad esprimere molto.
Trovavansi allora presso a quel fuoco che spiccava tanto vivamente nell'oscurità della notte: illuminava allora la strada tutta, e poteasi facilmente distinguere le figure che la circondavano. Accostandosi, riconobbero una banda di zingari che, specialmente in quell'epoca frequentavano i Pirenei, svaligiando i viaggiatori. Emilia notò con ispavento l'aspetto truce di quella compagnia, ed il fuoco che li rischiarava, diffondendo una nube purpurea sugli alberi, gli scogli e le frondi, aumentava l'effetto bizzarro del quadro.
Tutti quegli zingari preparavano la cena. Una larga caldaia stava sul fuoco, e parecchie persone occupavansi ad empirla. Lo splendore della fiamma faceva scorgere una specie di rozza tenda, intorno alla quale giuocherellavano alla rinfusa ragazzi e cani. Il tutto formava un complesso veramente grottesco. I viaggiatori sentivano il pericolo. Valancourt taceva, ma mise la mano sur una delle pistole di Sant'Aubert, il quale, fatto altrettanto, fece avanzare il mulattiere. Passarono nondimeno senza ricevere insulti. I ladri non s'aspettavano probabilmente a tale incontro, ed occupavansi troppo della cena per sentire allora tutt'altro interesse.
Dopo un'ora e mezza di cammino nella più profonda oscurità, i viaggiatori arrivarono a Beaujeu e smontarono al solo albergo che vi fosse, e che, sebbene molto superiore alle capanne, non cessava però di essere cattivo.
Fu fatto venire immediatamente il chirurgo della città, se tuttavolta si può dar questo nome ad una specie di maniscalco, che curava uomini e cavalli, e che in caso di bisogno, faceva anche da barbiere. Esaminò il braccio di Valancourt, e avendo riconosciuto che la palla non era penetrata nelle carni, lo medicò e gli raccomandò il riposo; ma il paziente non era in verun modo disposto ad obbedirlo. Il piacere di star meglio era succeduto all'inquietudine del male; chè ogni godimento diviene positivo quando contrasta con un pericolo. Valancourt aveva riacquistate le forze, e volle prender parte alla conversazione. Sant'Aubert ed Emilia, liberi da qualunque timore, erano di una singolare allegrezza. Era già tardi, e Sant'Aubert fu costretto di uscire col locandiere per andar a cercare qualche cosa per la cena. Emilia, nell'intervallo, si assentò anch'essa sotto pretesto di mettere in ordine alcune sue cose; trovò l'alloggio meglio disposto di quello che credea e quindi tornò a raggiugnere Valancourt. Parlarono delle vedute scoperte in quel giorno, dell'istoria naturale, della poesia, e finalmente del padre d'Emilia la quale non poteva parlare o sentir parlare, se non con gioia, d'un soggetto tanto caro al suo cuore.
La serata passò piacevolmente, ma siccome Sant'Aubert era stanco, e Valancourt soffriva ancora, si separarono subito dopo cena.
La mattina seguente, Valancourt aveva la febbre, non aveva dormito e la sua ferita era infiammata: il chirurgo, che venne a visitarlo di buon'ora, lo consigliò di restar tranquillo a Beaujeu. Sant'Aubert aveva pochissima fiducia nei di lui talenti; ma avendo inteso che non se ne poteva trovare uno più abile, cambiò il suo piano, e risolse di aspettare la guarigione del malato. Valancourt parve cercar di dissuadernelo, ma con più garbo che buona fede. La sua indisposizione trattenne i viaggiatori per più giorni colà. Sant'Aubert ebbe luogo di conoscere i di lui talenti ed il suo carattere, con quella precauzione filosofica, che sapeva tanto bene impiegare in tutte le circostanze. Conobbe un naturale franco e generoso, pieno di ardore, suscettibile di tutto ciò ch'è grande e buono, ma impetuoso, quasi selvaggio ed alquanto romanzesco. Valancourt conosceva poco il mondo; avea idee assennate, sentimenti giusti; la sua indignazione, come la sua stima si esprimevano senza misura, nè riguardi. Sant'Aubert sorrideva della sua veemenza, ma la reprimea di rado, e diceva fra sè:--Questo giovine, senza dubbio, non è mai stato a Parigi.--Un sospiro succedeva a queste riflessioni: egli era deciso di non lasciar Valancourt prima del suo pieno ristabilimento, e siccome esso era allora in istato di viaggiare, ma non a cavallo, Sant'Aubert l'invitò ad approfittar qualche giorno della sua carrozza. Avendo saputo che il giovine era d'una famiglia distinta di Guascogna, il cui grado e la considerazione erangli ben noti, la sua riserva fu meno grande, e Valancourt avendo accettato l'offerta con piacere, ripresero tutti insieme la strada che conduceva al Rossiglione.
Viaggiavano senza sollecitarsi, fermandosi quando il sito meritava attenzione; s'inerpicavano spesso sopra alture, cui non potevan giugnere le mule; smarrivansi tra que' dirupi, coperti di lavanda, di timo, di ginepro di tamarindo, e protetti da ombre antiche; una bella vista entusiasmava Emilia, superando le maraviglie della più fervida imaginazione. Sant'Aubert si divertiva talvolta ad erborizzare, mentre Emilia e Valancourt attendevano a qualche scoperta: il giovane le faceva osservare gli oggetti particolari della sua ammirazione, e recitava i più bei passi dei poeti italiani o latini cui essa prediligeva. Nell'intervallo della conversazione, e quando non era osservato, fissava gli sguardi su quel leggiadro volto, i cui lineamenti animati indicavano tanto spirito ed intelligenza: quando parlava in seguito, la dolcezza della sua voce palesava un sentimento cui cercava invano di nascondere. Grado grado, le pause ed il silenzio di lui divennero più frequenti: Emilia mostrò molta premura d'interromperli: essa fin allora così riservata, parlava del continuo, ora dei boschi, ora delle valli, ora dei monti, anzichè esporsi al pericolo di certi momenti di silenzio e di simpatia.
La via di Beaujeu saliva rapidissimamente: ei si trovarono in mezzo a' più eccelsi monti; la serenità e purezza dell'aere, in quell'alte regioni, entusiasmavano i tre viaggiatori; l'anima loro ne pareva alleggerita, ed il loro spirito diventato più penetrante. Ei non avevano parole ad esprimere emozioni tanto sublimi, quelle di Sant'Aubert ricevevano un espressione più solenne: le lagrime irrigavangli le guancie, e camminava in disparte. Valancourt parlava tratto tratto per attirar l'attenzione di Emilia; la limpidezza dell'atmosfera che lasciavale distinguere tutti gli oggetti, ingannavala talvolta, e sempre con piacere. Essa non poteva credere sì lunge da lei ciò che parevale così vicino; il silenzio profondo della solitudine non era interrotto se non dal grido delle aquile svolazzanti per l'aere, e dal sordo rumoreggiar de' torrenti in fondo degli abissi. Di sopra ad essi la splendida volta de' cieli non era oscurata da nube alcuna, i vortici di vapore sostavano in grembo a' monti, il loro rapido movimento velava talvolta tutto il paese, e tal altra scoprendone parte, lasciava all'occhio alquanti momenti d'osservazione. Emilia, estatica, contemplava la grandezza di quelle nubi che variavano forma e tinte; ne ammirava l'effetto sulle sottostanti contrade cui davano ad ogni istante mille nuove forme.
Dopo aver viaggiato così per parecchie leghe, cominciarono a scendere nel Rossiglione, e la scena che si svolse spiegava una bellezza meno aspra. I viaggiatori rammaricavano gli oggetti imponenti cui stavan per abbandonare. Benchè stancato da que' vasti aspetti, l'occhio riposava gradevolmente sul verde de' boschi e de' prati; il fiume che irrigavali la capanna sotto l'ombra de' faggi, i giulivi crocchi de' pastorelli, i fiori che adornavano i clivi, formavano insieme uno spettacolo incantevole.
Scendendo, riconobbero uno de' grandi varchi de' Pirenei in Ispagna: i fortilizi, le torri, le mura, ricevevano allora i raggi del sole all'occaso; le selve circostanti non avevano più se non un riflesso giallastro, mentre le punte de' dirupi tingeansi ancora di rosa.
Sant'Aubert guardava attento senza scoprire la piccola città indicatagli. Valancourt non poteva informarlo della distanza, non essendo mai ito tant'oltre; pur iscorgevano una strada, e doveano crederla diretta, giacchè dopo Beaujeu non avean potuto smarrirsi da alcuna parte.
Il sole era vicino al tramonto, e Sant'Aubert sollecitò il mulattiere; egli sentivasi assai debole, e desiderava vivamente il riposo; dopo una sì faticosa giornata la sua inquietudine non si calmò, osservando un gran treno d'uomini, di muli e di cavalli carichi, che sfilavano pei sentieri dell'opposto monte, e siccome i boschi ne celavano spesso il cammino, non si poteva precisarne il numero: qualcosa di brillante, come d'armi risplendeva agli ultimi raggi del sole e la divisa militare si distingueva sui primi, e su qualche individuo sparso fra la comitiva. Appena furono nella valle, un'altra banda uscì dai boschi, ed i timori di Sant'Aubert aumentarono, non dubitando non fossero tanti contrabbandieri arrestati nei Pirenei, e scortati dalla soldatesca.
I viaggiatori avevano errato tanto nelle montagne che s'ingannarono nei loro calcoli, e non poterono giungere a Montignì prima della notte. Traversarono la valle, e notarono sopra un rustico ponte che riuniva due coste, un crocchio di fanciulli i quali divertivansi a lanciar sassi nel torrente; le pietre nel cadere, facevano spruzzar colonne d'acqua mandando un sordo fragore ripercosso alla lontana dagli echi dei monti. Sotto il ponte scoprivasi tutta la valle in prospettiva, una cateratta in mezzo alle rupi, ed una capanna sopra una punta protetta da annosi abeti. Quell'abitazione parea dovesse esser vicina ad una piccola città. Sant'Aubert fece fermare: chiamò i ragazzi, e lor chiese se Montignì fosse molto lontano; ma la distanza, lo strepito delle acque non gli permisero di farsi udire, e la ripidezza delle montagne che sostenevano il ponte era troppa perchè tutt'altri fuor d'un alpigiano pratico potesse ascenderle. Sant'Aubert dunque dovette decidersi a continuare col favore del crepuscolo la strada, la quale era talmente disagiosa che parve miglior consiglio scendere di vettura. La luna cominciava a spuntare, ma tramandava troppo fioca luce; e' camminavano a caso in mezzo ai pericoli. In quel punto si udì la campana d'un convento; la fitta tenebria impediva la vista dell'edifizio, ma il suono pareva venire dai boschi che coprivano il monte di destra. Valancourt propose d'andarne in cerca. «Se non troviam ricovero in quel convento,» dicea egli, «almeno c'indicheranno la distanza o la posizione di Montignì.» E si mise a correre senza aspettar risposta; ma Sant'Aubert lo richiamò dicendogli: «Io sono orribilmente stanco, ho bisogno di pronto riposo; andiamo tutti al convento; il vostro robusto aspetto sventerebbe i nostri disegni; ma quando si vedrà il mio spossamento e la stanchezza d'Emilia, non ci si negherà ricetto.»
Sì dicendo, prese il braccio d'Emilia, e raccomandando a Michele d'aspettarlo, seguì il suono della campana e salì dalla parte dei boschi, ma a passi vacillanti. Valancourt gli offerse il braccio cui accettò. La luna venne a rischiarare il sentiero, e lor permise in breve di scorgere torri che sorgevano sul colle. La campana continuava a guidarli; entrarono nel bosco, ed il fioco chiarore della luna divenne più incerto per l'ombra ed il tremolio delle foglie. L'oscurità, il cupo silenzio, quando la campana non suonava, la specie d'orrore ispirato da un luogo sì selvaggio, tutto riempì Emilia d'uno spavento che la voce e la conversazione di Valancourt poteva solo diminuire. Dopo alcun tempo di salita, Sant'Aubert, si lamentò, e tutti sostarono sur un erboso poggio, dove gli alberi, più radi, lasciavan godere il chiaro della luna. Sant'Aubert sedette sull'erba tra i due giovani. La campana non suonava più, e la quiete notturna non era interrotta da strepito veruno, avvegnacchè il fragor sordo di qualche lontano torrente paresse accompagnare, anzichè turbare il silenzio.
Avevano allora sott'occhio la valle testè lasciata. La luce argentea che ne scopriva le fondure, riflettendo sulle rupi e le selve di sinistra, contrastava colle tenebre, onde i boschi a destra erano come avvolti. Le cime sole erano illuminate a sbalzi; il resto della valle perdeasi in seno ad una nebbia, di cui lo stesso chiaro di luna non serviva che a crescere la foltezza. I viaggiatori ristettero alcun tempo a contemplare quel bell'effetto.
«Simili scene,» disse Valancourt, «dilettano il cuore come i concenti di deliziosa musica; chiunque ha gustata una volta la melanconia ch'esse ispirano non vorrebbe mutarne l'impressione per quella dei più squisiti piaceri. Elleno destano i nostri più puri sentimenti; dispongono alla benevolenza, alla pietà, all'amicizia. Coloro ch'io amo, parvemi sempre d'amarli assai più in quest'ora solenne.» Tremogli la voce, e sostò.
Sant'Aubert nulla dicea. Emilia vide cadere una lagrima sulla mano cui stringeva tra le proprie. Indovinonne ben essa il pensiero; anche il suo era corso alla pietosa memoria della genitrice. Ma Sant'Aubert, rianimandola: «Oh sì,» disse reprimendo un sospiro, «la memoria di quelli che noi amiamo, di un tempo trascorso per sempre, gli è in questo istante che si posa sulle anime nostre! È come una melodia lontana in mezzo al silenzio delle notti, come le tinte raddolcite di questo paesaggio.» Poscia, dopo una pausa, continuò: «Io ho sempre creduto le idee più lucide a quest'ora che in qualunque altra, ed il cuore che non ne riconosce l'influenza, è di certo un cuore snaturato. Vi son tanti....»
Valancourt sospirò.
«Ve ne sono dunque molti?» disse Emilia.--Fra alcuni anni forse, cara figlia,» rispose Sant'Aubert, «tu sorriderai ricordandoti tale domanda, se tuttavolta questa memoria non ti strapperà le lagrime. Ma vieni, mi sento un po' meglio. Andiamo innanzi.»
Uscirono finalmente dal bosco, e videro sopra un'eminenza il convento cui aveano tanto cercato. Un muro altissimo che lo circondava li condusse ad un'antica porta; bussarono, ed il laico che venne ad aprire li condusse in una sala vicina, pregandoli di aspettare fino a che fosse avvertito il superiore. Nell'intervallo, comparvero parecchi frati ad osservarli con curiosità; poco stante ritornò il laico e li scortò innanzi al superiore. Egli sedeva in un seggiolone; aveva un grosso libro davanti a sè, sostenuto da vasto leggìo. Ricevè garbatamente i viaggiatori senza alzarsi, fece loro poche interrogazioni, ed acconsentì alla loro domanda. Dopo una brevissima conferenza, fatti i debiti complimenti, furono condotti in una stanza, ove si preparava la cena, e Valancourt, accompagnato da un frate, andò a cercare Michele, la carrozza ed i muli. Appena ebbe scesa la metà della strada, udì la voce del mulattiere, il quale chiamava i nostri viaggiatori per nome. Convinto, non senza difficoltà, che tanto lui, quanto il suo padrone non avevano più nulla da temere, si lasciò condurre in una capanna vicino al bosco. Valancourt tornò in fretta a cenare cogli amici, ma Sant'Aubert soffriva troppo per mangiare con appetito. Emilia, assai inquieta per suo padre, non sapeva pensare a sè medesima, e Valancourt, mesto e pensieroso, ma sempre occupato di loro, non pensava ad altro se non a confortare ed incoraggire Sant'Aubert. Separatisi presto, si ritirarono nelle loro stanze. Emilia dormì in un gabinetto contiguo alla camera del padre; trista, pensierosa ed occupata soltanto dello stato di languore in cui lo vedeva, coricossi senza speranza di riposo.