Part 14
È la gran legge della progressione che signoreggia tutte le nostre sensazioni, massime se vi entra l’arte e massime se quest’arte è la musica. Un coro infernale nell’_Orfeo_ di Gluk parve nel secolo passato l’ultimo segno della terribilità espressa con voci e suoni. Ponete adesso quel coro in mezzo a quelli, per esempio, del _gran finale_ della _Regina di Saba_, e farà l’effetto d’un lamento moderato e sommesso....
Pensavo all’usignuolo, e sono cascato a parlar d’arte. Che salto enorme coll’apparenza di un passo agevole! In arte le forme si inseguono, si raggiungono, s’urtano e si soverchiano in una corsa infaticabile. Non solamente ogni scuola ed ogni maniera ha il suo breve tempo d’auge e di dominio; anche ogni singolo artista ha spesso nella sua vita più atteggiamenti d’ingegno e più stili, che rubano talvolta al pubblico un suffragio esclusivo ed intollerante. A vedere la energia degli assensi che esso riscuote d’ogni parte, direste che finalmente egli sia giunto ad una meta stabile. Sì davvero!... Ripassate fra qualche anno e vedrete quel che rimane dell’opera e delle ammirazioni.
Arrivati poi al termine d’un periodo storico, il pubblico e i critici si voltano indietro, provando a tirare la somma. Ma se vogliamo essere schietti innanzi alla nostra e all’altrui vanità, dobbiamo confessare che del molto lavoro fatto ciò che rimane di vitale e di perenne è ben piccola cosa. La più parte della suppellettile artistica somiglia a un magazzino d’abiti smessi o alla raccolta delle incisioni d’un giornale di mode. Come paiono goffe e sgraziate quelle fogge che, viste cogli occhi d’una volta, raddoppiavano la prestanza degli uomini e la seduzione delle donne eleganti!
Fui qualche anno fa a Milano, poco dopo la morte del povero C.... Il fervore della sua pittura era al colmo. Un critico che, pur facendo di cappello all’ingegno del pittore, volle mettere una nota sorda in quel coro di lodi, fu a un pelo d’essere lapidato. Intanto un giovine poeta cantava in metro lirico l’apoteosi dei toni gialli e rossi, paragonandoli, se ben mi ricordo, a dei cavalli scalpitanti in guerra. Si giunse perfino ad escogitare uno speciale sistema di ottica soggettiva per giustificare certe tinte particolari al C... non riscontrabili, da noi coi nostri poveri occhi, in natura, e tutto quell’indefinito e sfumato e nebbioso ch’egli metteva nei piani e nei contorni. Passando poi dalla esecuzione ai concetti e agli intendimenti del pittore, l’estro della esegesi non aveva più limiti. Per esempio quei due che si stringevano le mani con passione non erano solo due amanti; erano anche due cugini. Si capiva, o almeno si era obbligati a capirlo, guardando alla espressione finissimamente cuginesca messa nei due volti dal pittore....
Io partii da quella esposizione intronato e confuso per tutta quella critica mirabolana e, come accade spesso, repugnandomi il decidere con una affermazione secca, se ero io che non capivo od essi i panegiristi che passavano il segno, mi acconciai alla sospensiva, dicendo fra me e me: Vedremo!
E non ho avuto bisogno d’aspettare un pezzo. Li abbiamo veduti dopo a Torino e altrove gli ultimi riflessi di quella tanto celebrata pittura, inavvertiti e confusi in mezzo ai quadri della mostra. Un milanese che era meco, appassionato e schietto cultore dell’arte, non sapeva riaversi dalla sorpresa....
E questa è storia che dura e si ripete fino dal tempo in cui l’arte principiò ad essere una forma della vita. La distanza dei secoli avvicina e confonde i fatti; ma ciò che avviene ora sotto i nostri occhi è avvenuto sempre più o meno. Adesso anzi i trapassi sono più rapidi, perchè la vita moderna corre più inquieta e cupida alla cerca del nuovo e del diverso; e la mole enorme delle impressioni d’arte, accumulate nel cervello di noi moderni, rende più frequenti le combinazioni eclettiche e le parvenze di novità, che un soffio compone e un altro discompone. Intanto par d’essere nel regno della ballata tedesca: _I morti corrono!_
Quante fronti che ieri nell’arringo dell’arte si ergevano con piglio trionfale, vanno oggi crucciate e dimesse! E ai trionfatori d’oggi quale sorte è serbata domani?
Fortunato l’usignuolo! Il suo canto invariato passò i secoli, arrivando sempre dolce e gradito all’orecchio degli ascoltatori.
“Tu sei giunto, o pellegrino, su questo sacro colle fiorente d’ulivi e alimentatore di cavalli. Di qui s’ode l’usignuolo soavemente lamentarsi nelle valli ombrose....„ Sono passate migliaia d’anni dal giorno in cui i vecchi di Colono con queste parole salutavano Edipo cieco e ramingo. Altre migliaia di anni passeranno ancora; ma avverrà sempre che una semplice progressione di note flautate e un rapido gorgheggio fermino di notte a mezza strada il viandante, immemore dell’ora tarda, o chiamino rapidamente alla finestra la fanciulla mezzo spogliata, incurante della umida brezza notturna. Frattanto intere cataste d’istrumenti musicali inventati dall’uomo hanno avuto tempo d’andare in disuso. Che n’è delle note che placarono Saul? Che n’è delle patrie canzoni che fecero piangere Attila di tenerezza? E delle melodie di Casella che innamorarono Dante Alighieri!... E tutti gli strumenti che inventava e faceva inventare il cardinale Ippolito d’Este dove sono andati?...
L’usignuolo nel silenzio ascoltante della natura seguita ad essere il cantore prediletto della foresta; e non vi ha dotto poeta che non fosse pronto a dare tutto il suo greco e tutto il suo latino, per tradurre in una strofa sola quello che egli dice alla notte e alla luna. E se noi potessimo penetrare la intima essenza delle cose, credo che scopriremmo non essere governata da diversa legge la effusione di bellezza, che durevolmente ci viene dalle grandi opere d’arte.
Di fatti, raccogliendo bene nel fondo dell’anima nostra ciò che proprio costituisce la singolare potenza di ogni grande artista (per esempio un poeta come Omero, un pittore come Raffaele e un melodista come Bellini) e a poco a poco eliminando tutto quello che è in lui di generico, di collettivo ed impersonale, all’ultimo che rimane? Un _incognito indistinto_ che non troviamo parole ad esprimere e che vagamente vorremmo significare con un gesto della mano, una mossa degli occhi, una esclamazione.... Salirono le alte cime dell’ideale, scrutarono con penetrazione insolita il libro della natura e furono a ragione salutati grandi. Ma l’argomento della loro grandezza è tutto in un dato semplicissimo; il quale consiste nell’aver essi fatta vibrare una nota nuova nell’ime corde del nostro essere e con quella generato in noi una nuova sensazione della vita. Nel linguaggio dell’arte potrà poi chiamarsi la “sensazione omerica„ la “sensazione raffaellesca„ la “sensazione belliniana„. E questa piccola frase sarà alle loro glorie monumento assai più durevole di quello in marmo e in bronzo eretti loro dai mecenati e dai popoli.
Fuori di questo circolo misterioso, abbiamo la mediocrità, fin che volete aurea e festeggiata: dei quadri che durano a piacere dieci anni, delle _arie_ che per dieci mesi fanno la delizia di tutte le platee, e dei poeti che sono alla moda per una stagione di bagni. Fortunato l’usignuolo!...
Che è?... Io e l’amico dobbiamo a un tratto mutare l’ascoltazione piacevole in un vero rapimento. Non ci eravamo ancora accorti del primo sorgere dell’alba; ma egli l’usignuolo dalla sua frasca aveva certo veduto comparire all’orizzonte le prime tinte rosate e crocee, sfumanti nell’azzurro perlato del cielo.... E salutava il giorno nascente. Non eran più le note sospirose e i tenui trilli soavemente modulati, ma un impeto di canto meraviglioso, ora disteso, ora fiorito, con gorgheggi a salti, a scale, a note picchettate, con passaggi nuovi, strani, inattesi, con volate di un ardimento e d’un lirismo ineffabile.... Si sarebbe detto che l’usignuolo voleva epilogare il suo lungo canto notturno, gittando incontro a la bella aurora uno sprazzo di rugiada melodiosa. Difatti dopo breve tempo l’uccellino cessò a un punto il canto e volò via.
O nobili amanti di Verona, voi eravate molto inesperti del linguaggio degli uccelli! La povera allodola deve a voi gratitudine eterna, perchè prendeste argomento a un dolce indugio d’amore dal confondere il suo canto con quello dell’usignuolo....
Ma forse i due innamorati giovinetti non erano pienamente in buona fede; e s’attaccarono a quel dubbio per delle ragioni scusabili ed invidiabili.
IN REPUBBLICA.
È il primo d’aprile. Noi diamo le spalle a Rimini e all’Adriatico; la vettura corre rapidissima traverso i campi, verso la montagna, per una larga strada fiancheggiata da alte siepi che verdeggiano e fioriscono allegramente, luccicando di rugiada.
Il sole è già sorto da mezz’ora sui monti d’Albania e si specchia nelle acque del mare. Pare esultante dei propri splendori e della vita primaverile che sveglia e sollecita per tutto sulla terra. Io, senza volgermi e fissarlo, ma guardando innanzi a me la campagna bellissima, lo apostrofo con molta confidenza: chi sa quanti _pesci d’aprile_ illuminerai tu oggi, o vecchio sole!
Questa idea mi mette addosso una specie d’allegria infantile. — A buon conto, io metto quattro lunghe ore di via montuosa fra me e il mio caro mondo civilizzato. Addio dunque, _salons polis, hommes polis, dames polies!_... Adesso io m’incammino verso le alte cime dei monti e m’arride l’idea di visitare un ultimo rifugio della semplicità antica....
Intanto levo gli occhi alla meta del mio viaggio, al monte Titano, sede della città di San Marino, capitale della serenissima repubblica dello stesso nome.
_Conveniunt rebus nomina._ Chi, viaggiando in ferrovia tra Cesena e Rimini, guarda verso mezzodì la catena dell’Appennino, ferma naturalmente l’occhio sovra questo enorme sasso bruno, diroccato, torreggiante per un gran tratto colle sue tre creste superbe sulle cime minori. Ed esso richiama davvero alla mente l’idea d’un gigante favoloso, che un tempo si levò in lotta coll’Onnipotente e ora, tutto solcato dalle folgori, vinto più che domo, sta adagiato lassù da secoli a guardare, a sfidare sempre il cielo col piglio di un Capaneo.
La strada, dopo alcune miglia, comincia a salire; poi l’erta a breve andare diventa così ripida, che i cavalli non bastano più. S’aggiunge alla vettura la forza dei bovi; e malgrado il poderoso aiuto si va su lenti lenti, guadagnando la montagna a oncia a oncia. Intanto che si sale, il monte Titano vi pare vicinissimo. È lì, proprio a pochi passi da voi; lanciando un sasso vi pare che arriverebbe alla cima. Come va dunque che per due lunghe ore non par quasi di procedere innanzi, come se vi moveste a passi di tartaruga? Questa lunga e tediosa illusione è prodotta dall’immenso _zig-zag_ ad angoli vicinissimi, che la strada è costretta a disegnare sul dorso del monte, per aver l’onore d’essere carrozzabile. Io inganno il tempo guardando la collina intorno assai bene coltivata; coi peschi e i mandorli tutti in fiore, i grossi quercioni coi rami ancora ignudi, gli ulivi e i lecci spiccanti, in contrasto, per il verde pallido e per il verde cupo delle foglie perenni.
Guardo e chiacchiero con due miei compagni di viaggio.
Il primo è un forlivese; amico intimo del celebre baritono Cotogni, un tempo baritono anche esso. Ora è uomo d’affari noto a Bologna e per tutta Romagna. È il più dilettevole compagno di viaggio che si possa desiderare da un musicomane. Perchè, quando ogni argomento di chiacchiere è esaurito, e le ore della ferrovia si succedono lente e uggiose, e il sonno promette sempre di venire e non viene, allora l’amico ex cantante trae fuori dal ricco repertorio de’ suoi ricordi teatrali una parte di basso o baritono a vostra scelta, dal vecchio _Faliero_ di Donizetti al _Mefistofele_ di Boito. E con una mezza voce intonata e gradevole, comincia a cantarvela tutta da cima a fondo, senza saltare una battuta, senza sbagliare una nota, accennando per giunta il canto delle altre parti e gli intermezzi orchestrali.
L’altro mio compagno di salita, che è anche nostro ospite, è il conte Bartolomeo Manzoni-Borghesi, figlio al celebre bibliografo di Lugo, erede del nome e delle sostanze del sommo archeologo di Savignano. È un giovane molto simpatico, e ricco di quella cultura soda, a fondo schiettamente classico, che fu un tempo così frequente nelle buone famiglie di Romagna ed oggi, s’intende, quasi del tutto perduta. Egli ama con passione due cose: la caccia e le medaglie antiche. L’acquisto fatto il giorno innanzi d’una moneta rara dell’imperatore Pertinace accresceva il suon buon umore ed era tutto lieto d’andare ad aggiungerla al famoso medagliere che ereditò dal Borghesi....
Siamo oramai alla meta. Ecco il Borgo, un allegro e grazioso paese, che si adagia molto pittorescamente sovra un ultimo ripiano, il quale gira d’una zona aspra e brulla l’ultima e ripidissima cima del Titano.
Si staccano i bovi; ed i cavalli, da soli e da bravi, fanno l’ultima salita in una stupenda strada a rampe, costeggiante l’abisso. Il cocchiere li incalza colla frusta e colle grida. Subitamente le quattro ruote della vettura rumoreggiano sul duro ciottolato; ed eccoci trasportati in mezzo alla capitale della Serenissima. Evviva!
Oggi è un giorno di festa magna per tutti i Sammarinesi. I due Capitani Reggenti a nome del Consiglio Principe, dopo i sei mesi d’uso, depongono il supremo comando esecutivo nelle mani, o, a parlar più testuale, “sul collo„ dei loro due successori.
Noi arriviamo appunto quando la solenne cerimonia sta per cominciare. Sul _Pianello_ (che è la maggior piazza della capitale) è adunata molta gente in abiti festivi, che attende davanti al palazzo d’udienza i vecchi ed i nuovi magistrati. Io osservo intanto in mezzo alla piccola piazza un alto piedestallo di marmo, abbastanza bello nella sua forma semplice; e imparo che sovr’esso verrà fra breve inaugurata una statua alla _Libertà_. Donde verrà la statua, e chi n’è l’autore? I Sammarinesi non sanno più che tanto. Una signora russa, letificata dalla repubblica col titolo di duchessa di Mongiardino (una città di provincia), ha ricambiato il magnifico dono con una bella somma di denaro e la promessa di quella statua per giunta. A quest’ora, probabilmente, la figliuola d’un mercante d’olio di balena in Finlandia, scorre per le capitali d’Europa facendosi salutare e inchinare duchessa in nome d’una repubblica.... E i liberi cittadini del Titano aspettano la statua della Libertà.
Attenti!... Dalla parte del Palazzo d’Udienza esce a far mostra de’ suoi brillanti uniformi il drappello delle guardie del Consiglio Principe; e si schiera ad attendere i Consoli. I quali poco appresso escono anch’essi attorniati dai maggiori ufficiali dello Stato, e s’incamminano verso la chiesa in processione lenta, sotto un cielo azzurro e splendido, accompagnati dal popolo che si profonde in atto di rispetto, con dietro la banda che suona una allegra marcia, mentre tutte le campane suonano a festa, e più d’alto, dalla somma Rocca del Titano, s’odono, a giusti intervalli, gli scoppi de’ mortari ripetuti intorno lungamente dagli echi solenni del monte e della vallata.
In chiesa la cerimonia è breve e semplicissima, perchè si limita a una messa _bassa_, detta con edificante rapidità da un prete dabbene; più qualche _oremus_ di circostanza. L’altare è parato a festa, e intorno al ciborio brilla in grandi lettere il motto di San Paolo: _Voi siete nati per vivere liberi_.
Durante la cerimonia, io osservo i quattro magistrati che vi assistono gravi, silenziosi, ora in piedi, ora in ginocchio, davanti a uno sgabello parato in rosso per la circostanza. I due nuovi, malgrado che vestano uno stesso costume, che ha dello spagnuolo e del fiammingo, mostrano visibilmente al tipo che uno è tratto dal patriziato, uno di famiglia popolare. Non dirò quale dei due tipi sia meglio rappresentato; ma so che, guardando a quelle due teste nè altere nè umili, senza piglio dittatorio nè lampi di genio, io, a tutto loro elogio, volgevo in mente un epigramma di Platen composto dal poeta tedesco mentre assisteva, non ricordo in che anno, a questa istessa solennità.
“Quando entrai nella chiesa vi si eleggevano i Consoli dell’anno, come impone l’usanza. Veramente essi erano una copia paesana, e non Cato e non Cesare. Ma promettevano al popolo ancora un anno di pace.„
Il più importante della cerimonia, cioè la consegna del potere, si compie poi nella grande sala del Consiglio Principe.
Un professore delle scuole pubbliche legge un discorso, il quale disserta, al solito, su qualche argomento di buon governo, e che i buoni magistrati ascoltano senza pensare (almeno sembra) alla risposta che diede Annibale a quel retore che l’intrattenne per due ore sul modo di vincere le battaglie....
Giunge infine il momento solenne. I due vecchi Consoli si levano dal collo il gran collare di San Marino e lo appendono a quello dei nuovi. Il segretario _prende atto_ d’ogni cosa, e il trapasso dei poteri è un fatto compiuto; il governo della repubblica per altri sei mesi è affidato a mani sicure.
Bande, campane e mortai ripetono i saluti festivi, il popolo inchina al passaggio i nuovi suoi reggitori; e ognuno va a pranzo, che già il tocco è sonato.
Anche noi c’incamminiamo verso il pranzo, e andando si dà un’occhiata intorno alla fisonomia del paese. Le vie strette e bistorte corrono su e giù per il dosso del monte così erte, a pendii così bizzarri e disuguali, che qua e là paiono scoscendimenti repentini avvenuti per terremoto. Le case, d’esteriore spesso modestissimo, piantate alla meglio su quei greppi di pietra arenaria, pare che s’addossino penosamente l’una all’altra per paura di cadere. Diresti che la città di San Marino siasi venuta formando via via per modo d’agglomerazione fortuita, come il sasso enorme da cui è sorretta, il quale, nel tempo dei tempi, si formò, dicono i geologi, per una formazione venti volte millenaria di elementi corallini e calcari, lentissimamente emergendo dai glauchi flutti del Mediterraneo.
La casa ove il nostro ospite ci accoglie, posta in uno dei luoghi più eminenti della città, non ha nulla da invidiare ad un palazzo. Visitiamo anzitutto il celebre medagliere di Borghesi: quarantamila circa tra monete e medaglie consolari, imperiali, mediovali e del Rinascimento, di cui moltissime in oro e argento. Che ricchezza metallica, e soprattutto quale inestimabile tesoro archeologico! La collezione completa delle monete consolari fu messa in ordine e tutta illustrata dallo stesso Borghesi. Qual’è oggi sovrano o museo di Europa per cui il fortunato possessore non debba essere oggetto d’invidia?
A pranzo (un pranzo ove specialmente si fanno onore i pesci dell’Adriatico e i vini del Titano) il discorso s’aggira naturalmente intorno a Bartolomeo Borghesi, il vero _genius loci_.
Quest’uomo portentoso, che tutta la dotta Europa salutò principe nella epigrafia e nella numismatica, che Mommsen chiama maestro suo, che Napoleone III volle onorare ordinando a proprie spese la stampa delle sue opere, visse quassù gli ultimi trent’anni della vita, solitario co’ suoi libri, semplice, alla mano, ospitale.
Gli studi austerissimi non gli turbarono mai l’indole piacevole e l’elegante urbanità della vita. Convitava assai volentieri alla sua mensa, e là, al tramonto del sole, dopo essersi tutto il giorno stillato il cervello sopra una lapide osca o sannita, lasciava volentieri il freno all’umor gaio. A guisa di tanti altri uomini illustri, da Catone a Beethoven, egli, a lungo e volentieri, _sedebat et bibebat_; più contento d’un re, autorevole e modesto come un patriarca.
L’amico ci ricordava più d’un aneddoto caratteristico della vita di Borghesi. — Un giorno gli venne notizia che in una montagna presso Ancona s’era scoperto un numero grandissimo di monete consolari. L’archeologo andò sollecito sul luogo e comperò in blocco tutto il tesoro ritrovato; poi scelse delle monete quelle che servivano ad empire i vuoti della sua collezione.
— O che fece delle altre?
— Le mise in un crogiuolo e coll’argento fuso diede a fabbricare le posate di cui ora ci serviamo mangiando....
Non si può negare che eravamo in pieno ambiente archeologico!
Dopo pranzato ci rechiamo a prendere il caffè sul vasto spianato dinanzi alla casa, che il vecchio Borghesi volle ridotto ad orto e giardino con terra portata sin lassù per coprire il nudo sasso, a schiena di quadrupedi. Immaginate che difficoltà e che spesa! Ma non per nulla la sua fantasia si aggirava di continuo in mezzo agli ardimenti del mondo romano. Il parapetto del giardino gira proprio sull’orlo dell’altissimo ciglione. Mi affacciai e rimasi incantato.
Non è il panorama di Napoli, nè quello di Genova e del Bosforo. Non è “l’interminabile sorriso„ dei piani lombardi che da una balza dell’Alpi si versava per gli occhi nell’anima all’esule di Berchet. È uno spettacolo, un quadro di natura che ha un tipo tutto suo originale. In faccia Rimini e l’Adriatico, vasta distesa d’acque biancheggianti, rotte qua e là da lunghe strisce di puro smeraldo. Lontano, in fondo all’orizzonte, forse nubi trasparenti nella nebbia lievissima, forse i contorni indecisi delle montagne di Dalmazia. Alla nostra destra la punta d’Ancona col suo monte solitario; e girando più su l’occhio, si scoprono di mano in mano le giogaie di San Vicino, la catena di Carpegna, e più lontano, confuse nei vapori azzurrognoli, le cime altissime di Cagli. A sinistra, la pineta di Ravenna nereggia laggiù, verso il mare; e più presso è il superbo colle di Bertinoro, tutto ridente di case e di vigneti.
Fra questi due confini si stende l’ampia vallata, che la Marrecchia attraversa, camminando al mare col suo meandro serpeggiante e luminoso sotto i raggi del sole.
Questa vallata veduta così dall’altezza del Titano, ha un aspetto d’austera grandiosità, che in quell’ora, in quel silenzio, metteva nell’anima una tristezza sublime. Le colline, che digradando la fiancheggiano, di colore ferrigno e in apparenza incolte, paiono di lassù colossali rigonfiamenti di terreno, i cui vertici, da un momento all’altro, debbano aprirsi, tonando e fumando, in crateri di vulcani.
Dall’aspetto di questi luoghi la mente corre alla loro storia, e coglie una somiglianza, forse fantastica, ma viva e potente. Sì, questi sono davvero i campi, questo il teatro, ove doveva addensarsi e agitarsi una gente fiera, indomita e generosa, così ben ritratta negli storici latini e nelle cronache del medio evo: una gente in cui la natura adunò molti dei più nobili istinti della stirpe italica, ma che ereditò, forse più che ogni altra della famiglia, anche il difetto d’un ideale storico mal definito, e consumò sovente sè stessa in feroci inquietudini, in lotte accanite e infeconde....
Gli amici mi tolgono alle mie divagazioni, chè la giornata è ormai al suo termine. Saliamo in fretta a visitare la vecchia Rocca della Repubblica, messa ad uso di prigione. Una fortezza senza cannoni, e delle carceri senza un solo prigioniero!... Una visita facciamo anche alla biblioteca, che è a un tempo pinacoteca, museo, armeria e raccolta d’ogni oggetto notevole ora posseduto dalla Repubblica. Tra le cose d’arte ammiriamo un bassorilievo in bronzo di fare michelangiolesco, una tavola di Giulio Romano e un San Sebastiano, bellissimo nudo fieramente spiccato in contrasto di luce e d’ombra. Lo dicono di Ribera e non sarebbe opera indegna del Velasquez.
Il sole si cela dietro la bruna rocca di San Leo, ove Cagliostro finì, espiando e sempre tramando di fuggire, la sua vita piena di avventure più e meno pulite. Noi discendiamo rapidamente verso Rimini. I lumi del tramonto colorano ritirandosi or questa or quella cima di colle; e le ombre gigantesche si estendono per la vallata innanzi a noi, mutando con vicenda rapida e fantastica....
PRIMO PASSO.
Il mio primo passo verso la sacra montagna abitata dalle nove Sorelle, fu un passo falso. Voglio ricordarlo in pubblico senza troppa compunzione e umiltà, ma anche senza vanteria.