Part 13
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo _Milano_. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma, in casi simili, io ho sempre la risposta pronta. Salgo in una _botte_ e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza elittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla. Il getto superbo di quelle due fontane illuminate dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi faccia ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sopra l’attico e in atto di osservarmi severe, par che mi avvisino che io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per l’insieme della basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e la sento dentro aumentare e ingigantire di mano in mano che mi si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo; ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero?... Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali. Delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma dell’ombra vespertina; ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa e cangiante, diffusa all’intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano tutti contenti d’essere inaffiati da quella rugiada.
Credevo, come al solito, di trovare la grande chiesa, a quell’ora, deserta; ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani _de_ Roma, _inglesi_, suore, trasteverini, _minenti_, frati, preti, pifferari; la turba mista e bizzarra che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che inutilmente cerchereste altrove. Le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi.
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro e d’acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che pareva tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un versetto biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonda insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana; una voce che salga, salga leggera e spontanea come vola per l’aria un’allodola, quando s’inebria del sole; e allor che vi pare che questa voce siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli, e sale e sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artificio, di ricerca, di stento; una voce infine che vi dà l’idea immediata “del sentimento fatto suono„ e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento.
Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini e la Barbi in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva di togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali.... Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto. Non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di estensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota: ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo con la potenza di una gratissima sensazione, non provata innanzi mai!
Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati, verso quella voce e quel canto.... Nel giorno dell’Ascensione i _cantori_ della Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo, in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come al tempo di Ettore Berlioz, è mosso sovra delle rotelle per il pavimento.
La folla si faceva di mano in mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo una diecina di minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo in faccia il _solista_.
Eseguivano un _mottetto_ dell’Allegri quasi tutto affidato a lui. Il coro entrava di tanto in tanto con brevi _risposte_; e l’organo, con pochi accordi tenuti aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.
Finalmente ho inteso la voce vera del _soprano_. Vadano a riporsi le signore cantatrici che usurpano questo nome! Le chiameremo, se vogliono, _soprane_; ma è da augurare per il bene dell’arte del canto, declinante a grandi passi, ch’esse smettano una buona volta la sciagurata ambizione d’assorgere cogli sforzi della loro laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani veri, ai soprani sacri, ai soprani per diritto divino.
Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti da Gioacchino Rossini! Una sciagurata ambizione, accesa dalla cupidità del guadagno, sciupa le nostre più belle voci femminili, mutando la nota vellutata e intonata in uno strillo squilibrato e sgradevole....
Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro:
Abborro sulla scena Un canoro elefante....
Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della vita, è fatta per esprimere slanci di preghiera e puri rapimenti di estasi religiosa. Non è fatta per disposarsi alle torbide passioni del dramma umano nè per concorrere, profanandosi, al divertimento scenico. Nella scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza acquistare il vigore, la pieghevolezza e la verità dolorosa del dramma; e questo forse spiega perchè il vero dramma musicale moderno comincia e coincide col bando dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche. Però, se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo. Meglio comprendo gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa costrutta da Caffariello....
Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua cotta bianchissima davanti al leggìo. Mentre la sua voce si elevava come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi in magnifiche declamazioni, raccogliendosi in cadenze elegantissime, io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto, allorchè una frase musicale toccava il suo momento d’espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si contraevano un poco assecondando le movenze del ritmo.
Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo probabilmente gustata mai.... Egli era felice; ma più che di tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorio di ammirazione contenuta che le sue mirabili note suscitavano sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza del suo canto, che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada celeste.
Io l’ho compreso e l’ho invidiato. Nel calore del mio entusiasmo ho pronunciato dentro di me il pazzo augurio, che ho avuto la franchezza di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro orrore.
Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo, — bizzarra visione, — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di gente estatica, una danza vertiginosa; e in mezzo a quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che, tendendo una mano e gli occhi verso le stelle, esclamava: _beati!_... Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò la bontà divina quando si accorse d’esser giunto al termine della sua carriera d’uomo; non quella diplomatica, nè militare, s’intende.
E pensavo: — quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio a cui ora la consacra, con che parole ringrazierà egli Dio della sua carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tintinnavano negli orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere, accordi e dissonanze piene di voluttà ignota.... Alzavo gli occhi e mi pareva che anche gli Evangelisti, dai giganteschi pennacchi della vôlta, mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.
Potete condannarmi; ma, sinceramente, a compiangermi avreste torto.
EVOCAZIONE.
Non c’era dubbio; era proprio lui!... Questa certezza, acquistata al suo primo entrare nello scompartimento, mise nell’animo della giovane donna un turbamento profondo. Ebbe subito un istinto di fuga; e mise la testa spaurita fuori del vagone e stette un pezzo a quel modo, mentre il convoglio andava sempre più guadagnando di celerità.
Non osava voltarsi, non osava sedersi nel suo angolo.... In quale compagnia era costretta a viaggiare! E dovendo fermarsi a Imola, essa ne avrebbe avuto probabilmente per un’ora abbondante!...
Alla stazione di Forlì, quando mancavano pochi minuti secondi alla partenza e il treno fischiava e la campanella suonava e gli impiegati gridavano sollecitando i viaggiatori in ritardo, essa aveva appena avuto il tempo d’informarsi che non c’era scompartimento riservato per le signore sole; e s’era gettata dentro lo sportello di una carrozza di prima classe, che un impiegato le aveva aperto.
E adesso che cosa fare?... Non poteva mica starsene così in piedi e alla finestra per tutto il tempo del viaggio!... Prese dunque il suo partito; e girando un poco a sinistra la elegante figura, si lasciò andare quietamente a sedere nell’angolo, incantucciandosi, impicciolendosi più che poteva, badando per fino di smorzare, sedendosi, il fruscìo della sua veste di seta. Intanto colla mano destra teneva spiegato un grande ventaglio nero in modo che le nascondeva quasi tutta la persona seduta; e con l’altra si avvicinava al volto un mazzetto di rosine bianche....
Era proprio lui, Alberto, che era lì a due passi, solo con lei, in quel carrozzone chiuso, viaggiando in aperta campagna.... C’era da impazzire!... Essa non l’aveva mai più visto da quella giornata fatale; e alla possibilità di un incontro con lui aveva pensato tante volte! Erano passati dei mesi, erano passati oltre a quattro anni e la fortuna la aveva sempre assistita. Eppure un suo incontro con quell’uomo, un qualche giorno, avrebbe dovuto accadere. Lo sapeva, c’era preparata; ma non allora, Vergine santa, ma non a quel modo!...
A ogni minuto secondo si aspettava di sentirlo muovere e avvicinarsi a lei.... s’aspettava di sentire la sua voce a chiamarla per nome.... Che momento sarebbe stato quello!... Gli battevano i polsi e teneva gli occhi chiusi. Il grande ventaglio nero le tremava nella mano inguantata e seguitava sempre a odorare le rosine bianche, che facevano quasi una tinta sola col pallore della faccia atterrita.
Passarono così circa quindici minuti. L’aria, fuori, sempre più si oscurava e il vento fresco di una sera di maggio entrava per la finestra. Nell’interno del vagone, si spandeva già dal soffitto il chiarore blando e giallognolo della lampada fissa.
Al primo momento s’era raccomandata a Dio; non chiedendo nulla di preciso, ma sentendo d’avere bisogno di un grande aiuto.... L’avrebbe egli esaudita? I suoi orecchi s’erano venuti abituando al rumore del convoglio corrente, per modo che ella potè cogliere un altro suono lieve, che le veniva dall’angolo opposto.... Un respiro.... sì, un respiro umano, regolare, lento e un tantino affannoso.... Indizio dunque che l’uomo dormiva!
Questa scoperta fu un sollievo per lei. Non si mosse; non mutò in nulla il suo atteggiamento guardingo; ma il senso del pericolo diventò in lei meno acuto, anzi quella insperata circostanza pareva che glie lo allontanasse in modo di darle tempo a prepararsi, e a difendersi. Potè ordinare le sue idee e mettersi a pensare....
Ma che pensieri sorgevano dietro quella piccola fronte, e che evocazione di immagini e di ricordi!... Quell’uomo essa lo aveva amato e quell’amore era stato il grande avvenimento della sua vita di fanciulla e di donna; l’aveva tutta riempita, agitata, tramutata. — Poteva essa dire di avere amato veramente un altro uomo dopo di lui? — No, mai! — Poteva dire d’averlo dimenticato? — No, mai! — Alla tenerezza infinita e alla stima e alla fede senza limiti, erano poi succeduti il disprezzo, l’orrore e un risentimento profondo per l’indegna offesa. A tutto questo ella aveva dato il nome di odio.... Ma che odio, gran Dio!... Bastava che udisse pronunziare il suo nome perchè il cuore le battesse più frequente; e si sentiva correre il sangue alla testa; e diventava rossa, poi smorta; talchè la famiglia e gli amici avevano dovuto imporsi il riguardo di non nominarlo mai in sua presenza.... Ma bastava per lei che ricorressero certe date, che passasse da certe strade, che udisse nominare certi luoghi....
Al teatro specialmente, nelle più brillanti serate della stagione d’autunno, l’anima sua si sentiva come tutta innondata da quella evocazione triste, cara, inestinguibile.... Le pareva sempre di vedere aprire il palchetto, entrare suo zio e presentare alla madre il conte Alberto D*** laureatosi l’anno innanzi e tornato allora di Romagna per darsi alla pratica d’avvocato. Perchè essa, guardandolo, aveva subito trasalito?... Quando, al momento della partenza, il giovine s’inchinò fissandola negli occhi e le strinse forte la mano, a lei parve di sentirsi presa e posseduta per sempre da quell’uomo fatale!...
Il respiro del suo compagno di viaggio continuava regolare come prima. La donna, maggiormente assicurata, rimosse un poco il ventaglio e guardò....
Come era andato a male!... Poteva avere tutt’al più trent’anni; e lì, sotto la luce giallognola della lampada, in quella posa stanca e disagiata, con quei capelli cadenti sulla faccia, con quella bocca aperta e quel respirare faticoso, faceva l’effetto d’un omaccione attempato.
A lei più volte erano giunte notizie della vita d’Alberto. Dopo il suo tradimento, dopo la sua fuga improvvisa con la attrice B*** — che colpo di fulmine per lei il giorno che glie lo annunziarono; e quante lagrime appresso! — egli era andato sempre di male in peggio. Dissipatore, giocatore, vizioso in tutti i sensi. Oramai la sua non grande fortuna era consumata; e s’era anche parlato della sua fuga per debiti. Essa ascoltava quelle brutte voci e non rispondeva. Avrebbe voluto compiacersene. Però dentro le nasceva il dubbio che tali notizie fossero per lo meno esagerate dalla malevolenza e dal pietoso proposito di renderglielo sempre più spregevole e levarglielo una buona volta dal cuore. Quel dubbio essa, senza volerlo, lo coltivava e lo accarezzava molto più del bisogno.... Ma adesso, guardandolo così deteriorato e invecchiato innanzi tempo, trovava come una conferma alle male voci dette sul conto suo.... Che differenza! Che trasformazione!... E in quel grosso uomo che dormiva vicino a lei, essa correva con la mente a cercare il giovinetto fresco, gentile, ornato di bella coltura, squisito nelle maniere e pieno, a sentirlo, di nobili idee, che essa un tempo aveva tanto ammirato.... Gli risuonavano nella memoria alcuni versi appassionati d’Alfredo del Musset che una sera d’estate, nel giardino della villa, mentre scintillavano le stelle, Alberto le aveva mormorato con la sua bella voce. E lo vedeva ancora in un costume elegantissimo, sopra un bel cavallo baio, come era arrivato improvvisamente una mattina a colazione, invitato in villa dal padre, a insaputa di lei.... Essa non aveva potuto trattenersi dall’andargli incontro fino al cancello;... e vedeva ancora il largo gesto con cui egli si levò il cappello a salutarla e il vivo sorriso delle labbra e degli occhi con cui la ringraziò d’essere venuta ad incontrarlo....
Nasceva in lei un curioso fenomeno. Dei momenti le pareva che si trattasse di due individui fra loro opposti e impossibili a essere confusi. Ma poi un guizzo di tutti i suoi nervi, un tuffo di tutto il suo sangue, le smorzavano quella illusione e la avvertivano che era ben questione di uno solo e identico uomo.... Allora anche si ricordava che, da un istante all’altro, quell’uomo poteva destarsi e riconoscerla e chiamarla per nome!...
Durante tutti questi pensieri, il treno s’era fermato a Faenza ed aveva proceduto oltre, senza ch’ella vi badasse. Ma adesso il treno rallentava e fischiava di nuovo. Capì che s’avvicinava alla stazione di Castel Bolognese; e la tema di prima la riassalì e la turbò più fortemente.... Come era possibile che in quella lunga fermata, mentre tutti gli impiegati gridano a squarciagola il cambio del treno per Ravenna e spalancano tutti gli sportelli, Alberto non si svegliasse?... E se entrava qualche viaggiatore nello scompartimento?
Non ci fu nemmeno bisogno di tutto questo. Mentre il treno entrava nella stazione, il dormiente cominciò a nicchiare, a muoversi, a stirare le membra. Poi con un movimento risoluto si mise a sedere strofinandosi gli occhi colle mani; poi lasciò cadere le braccia e stette un poco immobile; poi si levò e andò allo sportello, dal quale subito si ritrasse come uomo assicurato che quella non era la stazione d’arrivo per lui.... E senza guardare altro, si buttò di nuovo sopra i suoi cuscini, vi si riadagiò con la faccia voltata verso l’assito divisorio dello scompartimento; e di lì a poco si mise a respirare grosso e misurato come prima.
Nei due minuti che durò questa faccenda, la giovane signora, invece di restringersi nel suo angolo e cuoprirsi col ventaglio, seguitò a guardarlo con gli occhi spalancati e immobili.... Era dominata da un fascino più forte della sua volontà....
Che singolare cosa era mai succeduta!... Tolta da quello sdraiamento volgare e sciolta per un momento quella espressione di torpore bruto che suol dare il dormire faticoso in ferrovia, la figura e la faccia d’Alberto si erano, come per incanto, rinobilitate e ringiovanite. Ella, in sostanza, rivide il giovane gentiluomo che aveva tanto amato.... Un’onda di tenerezza la invase; la vinse quasi un bisogno prepotente di volgersi essa a lui, di svegliarlo chiamandolo, di sentire anche una volta il suono della sua voce.... Le fu d’uopo di uno sforzo immenso e di correre con la mente a suo marito buono e al suo bambino che l’attendevano a casa e che erano forse inquieti di non vederla tornata a così tarda ora!
Volle e potè contenersi. Quella non era che una visione effimera della sua giovinezza, che splendeva un momento dinanzi a lei. Bisognava lasciarla passare; la ragione e il dovere lo comandavano.... Ma ciò che nè il dovere nè la ragione poterono impedire, fu una effusione di immensa bontà che sgorgò dal suo cuore giovanile e femmineo e andò a posarsi su quell’addormentato.... Sì, essa gli perdonava tutto il male che le aveva fatto, gli augurava con tutta l’anima ogni bene; e sopratutto gli augurava di ritornare buono, come essa lo aveva giudicato un tempo, buono come egli, certo, doveva essere stato in quei lontani giorni quando l’amore li aveva uniti nei teneri entusiasmi, nei sogni, nelle speranze.... Essa formava questi pensieri con la faccia soave rivolta verso Alberto; e due lagrime le rigavano dolcemente la faccia....
Intanto il treno entrava nella stazione d’Imola. Era già di notte ed essa vide una lista di luce posare improvvisamente sulla testa immobile, sull’orecchio e sul collo di Alberto.... Ebbe ancora un brivido per tutta la persona, rizzandosi in piedi....
Al momento di scendere, vide che sarebbe stata costretta a passargli vicina; ma non ebbe nè incertezza nè paura. Il cuore però batteva fortissimo; le mani tremavano in modo che, nel mentre che passava quasi strisciando presso quel corpo lungo disteso, due delle rosine bianche si staccarono dal mazzo tormentato e caddero, sfogliandosi, sulle gambe e sugli stivali d’Alberto.... Ella non se ne avvide e discese in un lampo, lasciando lo sportello aperto. Alberto, ferito alla nuca da una corrente di aria fredda, s’alzò di soprassalto, abbrancò lo sportello e lo tirò a sè, sbattendolo con violenza e borbottando con voce rauca e stizzita: — Contadini!...
FILOMELA.
— Die Nachtigall.... _il gallo della notte_! È egli possibile immaginare un nome più disadatto e prosaico di questo dato dalla lingua tedesca all’usignuolo? Rozza, brutta, ridicola parola....
E forse Ottone avrebbe durato un pezzo ad inveire, non so se a torto o a ragione; ma intanto c’eravamo già messi per il viale tortuoso e angusto del boschetto. Io gli feci cenno di star zitto e ci fermammo ad ascoltare.
L’usignuolo era a poca distanza da noi. Non so se posato sopra la frasca d’un giovine tiglio o se, più probabilmente, nascosto nel folto di una vecchia acacia capitozza, che ergeva la testa raccolta e densa, a cui i raggi della luna davano una tinta fra il lattiginoso e l’argenteo. L’usignuolo cantava nel gran silenzio.
Poco prima avevamo udito alla chiesa di San Martino suonare le due dopo mezzanotte; nella Piazza d’armi non s’era incontrata anima viva; nessuno girando il gran viale rotondo della Montagnola; e ora lì, circondati ogni intorno dagli alti cespugli del boschetto, nè vedendo altro che il cielo stellato sopra di noi, provavamo tutti e due un senso di isolamento e di calma perfetta, come se ci fossimo trovati a quell’ora nella solitudine di un bosco sull’Appennino a cinquanta miglia da Bologna.
L’usignuolo cantava; e ci era, ripeto, tanto vicino che, senza vederlo, udivamo a quando a quando il leggero fruscìo delle foglie mosse da lui. L’aria immobile era tutta piena del suo canto, e il silenzio profondo pareva un silenzio d’ascoltazione, secondo l’idea degli antichi poeti che immaginavano i venti sospesi e gli alberi e le rupi intente ad ascoltare qualche suono grato e sacro.
Io pensavo a questo proposito: — Perchè i poeti antichi, da Esiodo a Virgilio, descrivono sempre il canto dell’usignuolo flebile e quasi piagnucoloso?... A noi invece, avvezzi alle querimonie della poesia moderna, a noi coll’orecchie piene de’ piagnistei della nuova musica melodrammatica, e anche, ohimè! delle _romanze_ da camera, il canto dell’usignuolo, con la mobilità e prestezza cromatica che lo distingue, fa provare un senso di dolcezza calma, temperata, quasi allegra.