I ladri della pace

Chapter 2

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Violetta, dunque, esimia suonatrice d'arpa, e rara volta cantatrice, secondo l'umore, era una giovane gentile, tanto da renderla simpaticissima. Di molto sentimento, ma non fantastica. Talvolta parea che avesse gli istinti delle ardenti andaluse, e talora la calma inglese. Non appena fuori del Collegio monastico, aveva avuti i suoi ideali, che col tempo si dileguarono in lei, non avendo forse, colpito nel segno, o non essendo stati al livello del di lei nobile pensare. La scuola del sopradetto Collegio, l'aveva, insieme alle altre alunne, abituata alla perfetta calma, alla sommessione ai Superiori, alla dissimulazione di ogni forte aspirazione, mentre ella, per natura, sentiva molta vivacità, bisogno di espansione e di libertà, che là entro, per sistema, venivano limitate. E da quella prima educazione, che può mettere radici sull'avvenire della gioventù, dal passaggio brusco della quiete, dell'apatia del chiostro al turbinio sociale, sorse un carattere nervoso, dubitoso, impressionabile per qualsiasi anche semplice contrarietà. Per quanto sopra, Violetta, figura sceltissima morale e fisica, vedea i suoi tardi ideali meno coloriti dei primi, e scemata la sua nativa giocondità e l'indole affabile.

CAPITOLO IV.

Una conversazione alla moda.

Nel paese di X... passava la primavera del 18..... la signora Tullia Albicocchi, vedova di un agiato diplomatico, donna sui 40, sebbene ne confessasse soli 35. Anche troppo discreta, sapendo di dimostrarne appena 30.--Si vedeva chiaro che dessa era stata una bella creatura, un pezzo da sessanta, ed in giornata era ancora elegante ed abbastanza conservata. Ed in caso che qualcuno le facesse anche un po' di corte, non ne era permalosa; debolezze comuni tollerate. La Domenica sera teneva circolo, ed era piuttosto larga di rinfreschi cogli habitué. Nessuno si era dato lo spasso di frugare nella di lei vita intima passata. Perciò, siccome _quisque tenetur bonus donec probetur malus_ (ciascuno ha diritto di essere considerato buono, fino a tanto che non si provi il contrario) così quella signora godeva tutta la stima del paese di X.....

Gli abitanti dei piccoli centri sono di pasta frolla, vanno alla buona. Si accontentano di passare la sera, più o meno allegramente in case agiate, ospitali, giocando a briscola, calabrache, tombola e simili, e tagliando, senza prava intenzione, confortevolmente i panni al loro prossimo assente. In tale palestra, la bandiera toccava quasi sempre al caro Telesforo Balena, degno agricoltore del contado, uomo di media età, di scarsa coltura letteraria, ma in compenso, di molto buon senso. Talvolta aveva dei motti spiritosi. Un celibatario impenitente, onestissimo del resto, ma sventurato nei rapporti del fisico, avendo un ventre pronunciatissimo che lo rendeva troppo lento nel moto.

La padrona di casa dilettavasi tanto del sale arcadico di Balena, ma quale un maestro di Cappella, sapeva a tempo moderare i crescendo e spingere gli adagio, mostrandosi poi avversa alle stonature, che inesorabilmente riprendeva. Tutto quanto sopra veniva inaffiato da legittimo Polesella, accompagnato a castagne al forno, a pasticcini, a biscotti. Di fumare non se ne parlava, essendo uggioso alla padrona il fumo del tabacco di seconda. Tra gli habituè si contava il giovanotto ben inquartato Sig. Brichetti Galeno istitore, e vice farmacista di quel paese, in sussidio del Titolare sempre infermo. Il vice speziale, come sopra, mostravasi entusiasta della signora Tullia (non parente della Tullia Romana) e lo si poteva comprendere subito per talune occhiate languide che egli tratto tratto mandava all'indirizzo della padrona di casa.

Forse un esperto cacciatore di doti? A completare in fine il circolo, trovavansi in casa Albicocchi, tre signorine di primo, di secondo e di terzo pelo, vogliamo dire di diverse età, cioè una di 18, una di 23 e la terza di 29 anni. Cortesi, belline, e tutte ammodo. Vi aggiungi, (pei paesi), l'indispensabile abatino, che discorreva colla signorina di terzo pelo, Merope Linosi, essendo essa una donna piuttosto di chiesa. Mancava in detta sera, per caso, il Coadjutore Don Barnaba Pancetti, surnomato palla di gomma: ed infine quale guarnizione, sebbene molto stantìa, tre parrucconi che tossivano qualche volta assai forte, ma non parlavano mai. Le loro più calde aspirazioni riguardavano la scattola del rapè ed i biscotti. Poniamo che quei tre sommassero in gruppo a due secoli e mezzo. Tutta brava gente però, che ancora volentieri restava a questo mondo, essendovi il posto. In complesso, una conversazione abbastanza assortita e numerosa; dalle dieci alle dodici persone. In tredici, mai. Se, per caso, fosse ciò accaduto anche una sola volta, sarebbe toccato subito ad altro dei tre vecchioni il partirsene siccome sta scritto nel barbaro destino.

Le signorine, parea non avessero molte simpatie verso il Sig. Balena, perchè pochissimo di loro si occupava; e poi per la sua lingua incorreggibile. Balena in quella sera aveva perduto qualche soldo al calabrache, perciò annoiato, chiese alla padrona di casa, il motivo del non vedersi alla sua conversazione da qualche tempo, tanto il Commendatore Aringa, come il pittore Alfredo. Ma la signora Tullia non rispose, essendo occupatissima a sciogliere un rebus col giovane Bricchetti; rebus, che, un istante dopo, fu sciolto felicemente dalla signora Tullia: _Tutti-due-beati in-gondola_. Brava, brava, gridò Brichetti, e senza voglia anche Balena.

La padrona di casa furba, (una donna che non sia furba è precisamente quale una gatta che non pigli sorci), aveva bensì udita la suesposta interrogazione di Balena, ma voleva pigliar tempo a rispondere. Balena, piccato dal silenzio della signora Tullia, inghiotte in fretta due pasticcini e ritorna all'assalto. Pare, disse, ridendo di gusto, che il signor Aringa ed Alfredo sieno stati entrambi avariati, qua e colà, talora dal gran caldo e talora dal gran freddo, e che perciò entrambi abbiano bisogno di svago e raccoglimento rispettivo. Tanto è vero che il primo viaggerà probabilmente al Bengala ad uccidere una mezza dozzina di Tigri per le pelliccie, ed il secondo già lavora intorno ad un paesaggio, con effetto di _Fine del Mondo_. Que' due miei buoni amici, continuò Balena, non sapeano di avere a che fare con una puledra bizzarra di difficile insellatura. A questo punto il Maestro di Cappella, grida, _Basta_; mentre, la signorina Merope, amica della famiglia Blandis, pensa di spifferare a suo tempo, con interpretazione sui generis, i motti frizzanti di Balena. Si crede che la signorina in parola, non conoscesse il proverbio: _Non ti pentirai di non aver parlato_.

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Le undici di notte sono imminenti, ed a quell'ora tutti sapevano di doversene andare. Se vi fosse stato un pianoforte, poteasi oltrepassare l'orario, ma alla signora piaceva poco queli'istromento, perchè, invita, dicea, alla danza, e dove son sempre od uno o due preti, non conviene. Balena fece fare una smorfia di dolore alla Signora Tullia, per averle stretta la mano un po' troppo forte, diede un colpetto sulla spalla al signor Brichetti, strizzando l'occhio e dicendogli: _questo è un giovanotto di belle speranze_; poi chiese conto in fretta in fretta alla Signora padrona del fiendo di Lei ritratto ad opera di Alfredo, ma gli fu risposto che mancava ancora il busto, cosa non indifferente, ed infine si congedò cogli altri tutti. Quando furono sulla via, Balena che era rimasto un po' indietro, fu udito dire; _come i pasticcini fossero fatti col grasso di maiale e non col burro, cosa nocevole alla sua gola delicata_! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

CAPITOLO V.

Un disguido costato meno caro di quanto poteva.

La famosa lettera di Alfredo, sempre vittima della iettatura, dopo un giro vizioso, cadde nelle mani di un tabaccaio, piuttosto manesco, dimorante nel medesimo paese sì, ma in contrada diversa, e che era Violetti di prenome. Il nostro poeta, quale discepolo del classicismo non volea saperne di prenomi, Egli, per giunta sempre distratto, aveva scritto sulla busta semplicemente = _A Violetta, S.P.M. - Via tale - Porticato a destra e giardino in fondo etc_. Un indirizzo metà per il latore del dispaccio e metà pel destinatario, dimenticando il Giacinto (un'altra eccentricità), ed affidando l'incarico del ricapito ad un buon diavolo, ma senza sapere che quell'improvvisato Mercurio, avesse nessuna malizia, e per sovrammercato fosse analfabeta. Insomma un Mercurio degenere, in modo che da quel giorno in poi Alfredo si convinse, essere una follia in massima il costume dei Mercuri o Figari. É bensì vero che all'incaricato della consegna, Alfredo non aveva spiegata la qualità della lettera, ma le indicazioni orali erano state precise ed esso doveva consegnar a niun'altro all'infuori della Signorina Violetta, il dispaccio. La ricompensa anticipata (male) era stata larga. Quel poltrone invece consegnò, lungo la via discretamente lunga fra un paese e l'altro, la lettera ad un suo conoscente colà diretto per altre facende, e così dall'una in altra mano, avendola anche il conoscente consegnata ad un terzo, finì quella disgraziata missiva per cadere in possesso del S. Violetti, marito recente e manesco di una fresca sposina. Questi, non maestro di lingue, l'avrà letta male per conto suo, e non si sa che ne abbia fatto.

E vedi altra maledizione! la Signora Sposina N. aveva due sorelle in tenera età! precisamente siccome la Signorina Giacinto.

La risposta del Zigaraio naturalmente venne mai, ed in luogo della risposta, tanto ansiosamente attesa dall'innamorato, arrivò quanto ora mi accingo a narrarvi in breve.

Pochi giorni dopo il 19 Marzo 18.. menzionato nel precedente Capitolo III, Alfredo avvilito per quel nuovo disinganno, nè più avendo il coraggio di presentarsi in Casa Giacinto, pel dubbio di esservi freddamente accolto fece un giro di pseudo Caccia nelle circostanze del paese di Violetta, spintovi dalla attrazione magnetica. Ad un tratto, mentre egli si trovava in località appartata, e precisamente lungo un filare di alti pioppi, sentì un urto nella schiena immediatamente seguito da una forte detonazione. Il Carniere di grosso corame lo salvò da lesioni di mitraglia. Alfredo sorpreso assai, guardossi intorno e nulla vide al momento. Lord aveva, fra gli altri, il difetto di correre là ove da chiunque si esplodesse un colpo di fucile. Tosto dopo si ode una fiera lotta fra due cani; Alfredo corre in quella direzione, e riconosce il cane del manesco sposo recente, tabaccaio. Questi quasi a carponi se ne sgattaiolava, nè il colpo sparatogli da Alfredo a minuto piombo, diretto al capo, lo potè raggiungere, perchè colui era già troppo lontano. Se fosse stato soltanto un caso fortuito, pensò Alfredo, quel cacciatore, non sarebbe vilmente fuggito? Dunque la schioppettata mi venne esplosa con intenzione! Che sarà mai? Fra noi due non esistono precedenti che giustifichino il fatto?... e dopo un lungo lambiccar del cervello, Alfredo comprese trattarsi di un disguido della propria lettera, disguido constatato in seguito colla privata Istruttoria in confronto dell'asino e negligente mercurio. Allora Alfredo esclamò: zitto, silenzio, nessuna denuncia (nè mai in sua vita aveva fatte denuncie) perchè l'affare è di quelli che scottano! Egli visitando poi il suo carniere che pareva un crivello, non si rallegrò perchè il carniere gli avesse schivati dei molesti fori nelle carni, ma fu dolentissimo di avere invece scoperto, essere caduta la sua lettera in mano di estranei, in offesa forse della Signorina Violetta. Se non che una luminosa idea venne tosto a tranquillarlo, conchiudendo così. Se il marito manesco, ma per fortuna poco letterato e non perspicace, mi ha esplosa una fucilata nella schiena, è evidente che non si è accorto dell'equivoco di ricapito della mia lettera. Ciò conchiuso, sebbene ipoteticamente, Alfredo ritornò al suo focolare, meditando sul proverbio: «_Sourtout cherché la femme_» (In ogni cosa cercate la donna.)

CAPITOLO VI.

La parola è d'argento il silenzio è d'oro (_antico proverbio arabo_).

«Non ti pentirai di non aver parlato» altro proverbio, rispettabile e relativo al nostro argomento.

La signorina Linosi, surnomata la gallinella, perchè vicina ai 30, altra della conversazione nota, non seppe esonerarsi dal disturbo di riferire in Casa Blandis, le frasi a doppio taglio, udite in casa della signora Tullia. La Gallinella era forse invidiosa di Violetta, ed un pochino gelosa di Alfredo. La cronaca non lo ha scritto e noi non ne sappiamo niente. Ciò pel quieto vivere. Del resto osservando bene il volto sempre smorto, le sottili labbra della bocca ed i denti un po' scuri, oltre agli occhiettini di lince, sarebbesi detto, forse a torto, che la signorina Merope, dovea essere distinta fra le invidiose.

Ed eccovi, per semplice passatempo, la descrizione classica dell'Invidia, fatta da Ovidio nel Libro II delle sue Metamorfosi. Prima quella in latino dello stesso Ovidio: poi daremo la egregia versione in italiano, di Gio. Ant. Anguillara (Dal Libro _Medicina delle passioni_ di G. B. F. Descuret):

«Pallor in ore sedet, macies in corpore toto: «Nusquam recta acies; livent rubigine dentes; «Pectore felle virent; lingua est suffusa veneno; «Risus abest, misi quem visei movere dolores «Nec fruitur sommo, vigilantibus, exita, curis; «Sed ridet ingratos, intabescitque ridendo «Successus hominum, carpitque et carpitur una; »Suppliciumque suum est.

»Pallido il volto, il corpo ha macilente, «E mal disposto e rugginoso il dente, «É tutto fiele amaro il cuore èl petto; «La lingua è infusa d'un venen che uccide; «Ciò che l'esce di bocca è tutto infetto; «Avvelena col fiato e mai non ride, «Se non talor che prende un gran diletto «S'un per troppo dolor, languisce e stride;

«L'occhio non dorme mai, ma sempre geme «Tanto il gioire altrui l'affligge e preme¹ «Allor si strugge si consuma e pena «Che felice qualcun viver comprende «E questo è il suo supplicio e la sua pena, «Che se non nuoce a Lui sè stesso offende»; «Sempre cerca por mal, sempre avvelena «Qualch'emul suo, finchè infelice il rende.

¹ Cioè--opprime.

Conviene però ritenere (tanto è terribile il suesposto quadro dell'Invidia) che al tempo di Ovidio (ieri l'altro) vi fossero degli invidiosi colossali, e noi non dovremmo esagerare in confronto della signorina Linosi, che avrà avuta, come tante altre, la sua invidietta e nulla più.

Prese in blocco, pertanto, le frasi riferite in casa Blandis dalla signorina Merope, erano una assoluta inezia, ma per San Antonio (quello che presiede agli incendi, siccome i pompieri) bisogna conoscere a fondo le persone prima di parlare, ecco tutto. Anche la scintilla è talora una inezia in confronto del _Rogo_, ma provatevi a lasciar cadere una scintilla di fuoco sovra una polveriera, e vedrete!

Così accadde subito dopo la visita alle amiche Blandis, della predetta signorina. Questa avrà forse ampliato nel discorrere, a guisa delle galline che raspando allargano, ma Alfredo, saputolo tosto, ne ebbe tanto a male, che infuriò contro il Commendatore Aringa e contro Balena, quantunque in massima fossero suoi buoni amici. Egli, in quel momento prometteva di volerli uccidere entrambi colla sua doppietta, ma poi, sia per l'intervento delle calmanti sorelle, sia per la circostanza dell'alibi, in quei giorni, dei due designati alla morte, l'uragano si sciolse senza malefici, e ne godiamo di cuore.

Il Commendatore, dicevasi, fosse andato a Montecarlo da dove sarebbe tornato o presto o tardi secondo l'esito del giuoco al trenta-quaranta; e Balena, trovavasi dal dì innanzi al vicino stabilimento Salso-Jodico, per una breve cura, intesa alla demolizione, se possibile del suo esagerato ventre. Credeasi però che per ottenere un risultato pronto e felice, era preferibile al joduro una buona cannonata.

Noi dobbiamo inoltre aggiungere, quale mitigante dell'ira del pittore, un'altra cosuccia poco lieta, la quale turbava, se ne avesse avuto d'uopo, i sonni suoi. Una letterina in termini metaforici ma abbastanza intelligibili, giuntagli dalla vicina città, per amica mano femminile, faceva intendere, come egli dovesse stare pronto per mutar aria, non appena un secondo simile avviso fossegli arrivato, anche per espresso. Per quanto sopra, si verificava il detto che «un diavolo scaccia l'altro» e così, ogni sua idea reazionaria verso li suoi due amici assenti, dovette sfumare. Della letterina suaccennata Alfredo nulla disse alle sue sorelle dilette, non volendo recare ad esse doglia di sorta.

Per quanto riflette poi la signorina Linosi, essa mogia e pentita, se ne tornò a casa sua, convinta della verità del proverbio arabo: = _La parola è d'argento il silenzio è d'oro._ =

CAPITOLO VII.

Nulla die sine linea. _(Nessun giorno senza un disgusto)_

Tale un proverbio ripetea spesso il saggio padre di Alfredo, e questi, suo figlio legittimo, poteva non solamente ripeterlo, ma anche cantarlo in musica.

Nella nostra esistenza vi sono giornate che ponno denominarsi fatidiche, memorabili!...

Vi nasce una contrarietà appena alzati dal letto, e prima di sera siate sicuri di un'altra mezza dozzina di svariate altre contrarietà. E' questione talvolta soltanto di nervi, locchè accade invece quasi mai agli individui linfatici. Talvolta le contrarietà, sarebbero, secondo i più superstiziosi (non accettati dalle scienze positive) effetto di predestinazione fino dalla nascita.

Ma noi chiameremmo più volentieri, e più verosimilmente, quelle contrarietà, fenomeni meteorologici, che indubbiamente hanno influenza sul sistema nervoso.--Questo sistema agisce a seconda sugli individui più o meno affetti dalla squisitezza dei nervi, e li rende con maggiore o minore intensità, ora disattenti, or precipitosi, ora irriflessivi, ora impazienti, e perfino violenti. Non si è mai saggi e calmi abbastanza. Di molte contrarietà, di molti effetti, pertanto, siamo cagione noi medesimi. Taluni mortali, sembrano creati appunto per fare le cose a rovescio.

E per stare in argomento, diremo che Alfredo potea dirsi l'uomo delle _Mille ed una notte_¹ cioè l'uomo delle avventure fantastiche od inverosimili, prodotte talora dal caso, e talora dall'indole sua. Di alcuna, in breve, io vo' narrarvi, scegliendo le meno impressionabili, e forse le meno uggiose . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

¹ Novelle arabe.--Storie del Sultano delle Indie.

..... Pochi anni dopo le famose cinque giornate di Milano, Alfredo aveva 16 anni all'incirca. Egli, collo scopo innocente di fare una visita autunnale a' suoi cari parenti d'ambo i sessi, villeggianti nei dintorni dell'Adda, imprende un viaggio pedestre, in forma sportiva, con sacco a spalle alla militare. Si dovevano percorrere dal domicilio di Alfredo 43 chilometri, ed alle ore 16, di quel Venerdì, 13, etc. egli ne aveva percorsi soltanto 34. É raggiunto da una carretta a quattro ruote, lunga lunga, somigliante più ad una capponaia che ad un veicolo comune.

La carretta era ingombra nella parte posteriore, di generi diversi; cioè risme di carta greggia per involti, zuccaro, caffè, formaggi e stracchini di tutti i prezzi, burro, paste assortite, tonno, arringhe, fichi secchi, due fiaschi di olio d'ulivo, petrolio, qualche pacco di bambagia ed altro, a cui aggiungansi due botticelle, una di catrame, l'altra di aceto. Un pizzicagnolo senza dubbio dei paesi vicini. Il peso sarà stato di circa tre quintali, il valore di circa 300 lire. Aggiungetevi i viventi come appresso ed avrete un carico sensibile.

Tre fanciulli dai quattro agli otto anni, stavano in piedi frammezzo a tutta quella mistura mercantile; essi cantavano, stuonando abbastanza, le patriottiche canzoni del quarantotto. «_Addio mia bella addio, l'armata se ne va_», dell'illustre Mameli, senza paura di inciampare nei ritornati gendarmi austriaci. Il loro presunto papà, faccia da cuor contento, cioè l'auriga ed il proprietario probabile di tutta quella merce e del traino, offre con espansione ad Alfredo un posto a cassetta vicino a lui, e quegli accetta senz'altro, onde stare seduto, dice, almeno gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio, che, ormai lo aveva fiaccato.

Dopo circa un miglio di strada fatta a lentissimo trotto dal quasi esausto bucefalo, Alfredo ed il bottegaio sono già in perfetta confidenza l'un l'altro, talmente da lagnarsi senza riserbo, del restaurato paterno regime (che dovea continuare però fino al 1859). Il canto inesauribile di quei tre fanciulli di buona memoria, e dei due adulti il riscaldato colloquio, il volgersi frequente dell'auriga o per sorridere alle sue dilette creature virtuose della musica, o per sorvegliare forse, affinchè non mangiassero troppi fichi secchi tra una strofa e l'altra, furono causa che un carrettone di laterizi (il cui conduttore magnanimo filò poi diritto) violentemente urtasse, colla testa della sua ruota, contro l'asse delle due ruote anteriori della nostra caponaia ad uso carrozza, in modo da fare di quell'unico ente due parti.