I ladri della pace

Chapter 1

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AVV. BIANCHI ARTURO

I ladri della pace.

ROMANZO

CREMONA

Tip.-Lit. Interessi Cremonesi--G. Frisi

1897

RISERVATI I DIRITTI DI AUTORE

Proemio

Questa è la quinta volta che il sottoscritto, fa stampare a breve distanza l'uno dall'altro, libricciuoli, per dimensione e valore, modesti. Un principio di monomania qualunque da potersi tollerare.

Oggi abbiamo fatto un piccolo Romanzo: ma ahimè! già comprendo che..... «_Andrem raminghi e poveri, ove il destin ci porta_» (Duetto _Luisa Miller_).

Pur troppo, anche il sottoscritto, spintovi da istintiva prepotenza del pensiero, o per dire più giusto da riscaldata fantasia, la quale, a guisa dei vulcani, esige spazio all'intorno, onde eruttarvi la incandescente lava, non ha potuto resistere alla rude tentazione, col rischio di perire asfissiato dalla inesorabile critica.

Parecchi in questa epoca non per anco tramontata, hanno scritto Romanzi a profusione. Perciò confidando pure lo scrivente di poter camminare per la stessa via sebbene con forza e lena minori, e quando fantasia lo soccorra, si accinse all'opra.

Sappiamo, che dei Romanzi di sommi autori antichi d'ogni nazione, con Manzoni alla testa, si è smarrita la traccia, ma lo scrivente vi giura, e tutti lo credono, che non sogna trovarla. Quegli Egregi Romanzieri erano intesi certamente, coi loro Libri, al migliore andamento sociale, sotto la forma di immaginosi avvenimenti, ma si teme abbiano al pari di tanti altri, toccata la delusione.

Causa della incompleta riescita, potrebbe essere la legge di natura, perocchè se è positivo, come il progresso scientifico non abbia confine, è pur vero che il progresso sociale, giunto al suo apogèo deve o rovesciarsi o quanto meno retrocedere. Su ciò dica la storia.

E per quanto sopra, o lettori gentili, vogliate armarvi di indulgenza, mentre il sottoscritto di speranza si corazzerà, affinchè il suo libro non venga bruciato in piazza, siccome ai tempi della _Santa Inquisizione_.

A. BIANCHI ARTURO

PARTE 1.ª

CAPITOLO I

I Ladri della Pace.

Trentacinque anni or sono, vale a dire al tempo della Epopea Garibaldina, memorabile nella storia di questo secolo per le patriottiche audaci imprese, e per le vittoriose battaglie, la gioventù che vi aveva preso parte valida, restituitasi al domestico focolare, si abbandonava con diritto, a qualcun ozio di Capua, e naturalmente, onde non degenerare dai comuni progenitori, Adamo ed Eva, faceva, come suol dirsi, all'amore, anche senza paradiso terrestre.

Ciò premesso, noi faremo la presentazione, come è d'uso nella buona Società, dei signori Ladri della Pace, secondo il titolo del libro odierno.

I principali, i più pericolosi, sono l'Amore e la Gelosia di lui sorella germana.

Per quanto riflette poi ai due Protagonisti del nostro Romanzo (più di uno stavolta, per il _melius est abundare quam deficere_) si trova inutile di osservare troppi dettagli. Questi seguiranno il corso degli avvenimenti che noi svolgeremo, basterà quindi avvertire intanto, che uno dei protagonisti era Blandis pittore nullatenente; celibe, l'altra la signorina Giacinto benestante; giovane il primo, più giovane la seconda, capo esenziale secondo la legge universale--Simpatici assai, buoni educati, intelligenti, e della poesia e della musica, entrambi amanti--Alfredo e Violetta, bei nomi accolti anche dal sommo Verdi nella sua _Traviata_ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alfredo, dopo parecchi mesi di semplice candida amistà verso Violetta, amistà nudrita soltanto da Apollo, il Dio della Musica, della Poesia e delle Arti, il Principe delle Muse, venne ferito in cavità, da Cupido, il Dio dell'amore, e Violetta, parea volesse seguirne le traccie, ricordando la Psiche voluttuosa, rivale, per bellezza, di Venere.

Ma Alfredo, ingenuo e timido quanto una gazzella,¹ era stato un immenso illusionista. Non potea trattarsi semplicemente degli effetti della buona musica, eseguita con impegno a mezzo dei due scelti istrumenti, che sono il Violoncello e l'Arpa? Oh! le Romanze!....... le sirene di terra ferma!

¹ Gazzella = Leggiadra Capretta Selvatica.

Violetta invece, meno aerea di Alfredo, un giorno gli era gentile, espansiva, affettuosa, e l'altro indifferente forse per pura questione meteorologica, e di tale indifferenza, da ammazzare non solo un Cristiano, ma anche un Toro.

Però la maschile fierezza, aveva tentato di venire in soccorso del ferito Pittore, ma egli che poco prima, si era confortato di Apollo, di Minerva e di Marte, abbandonò quei suoi primi auspici, per seguire a capofitto Venere, non conoscendo bene ancora il proprio labirinto amoroso, dal quale, ad onta de' suoi sforzi, non sarebbe escito, se non colle ossa sconquassate.

Oh! la indimenticabile Francesca da Rimini, esclamava tante volte, fra le sue veglie, Alfredo, oh! il verso splendido «_Amor_ che al cor gentil ratto s'apprende» (DANTE--_Inf_. Canto V) trascurando poi il successivo = «Amor che a nullo amato amar perdona» molto docente¹.

¹ _Amore che non consente che chi è amato, non riami_ = (Dalle note esplicative).

Noi presumiamo di avere, sebbene forse precocemente, compreso, siccome l'amore di Alfredo per Violetta, dovesse essere fra i soprannaturali, e fra gli incurabili, quanto le malattie croniche............. Se non che appena il misero Alfredo s'ebbe in petto la freccia amorosa, sviluppossi in lui una complicazione da impensierire qualunque medico curante, vogliam dire, _la gelosia_, raramente dal vero amore scompagnata, quel mostro che fece diventare l'innamorato Otello, strangolatore. La gelosia di Alfredo, non era tale da farlo assassino, perchè di carattere mite, che, in ogni caso, in luogo di strangolare, si sarebbe strangolato. Ma appunto perchè di mite indole, egli soffriva dippiù. E di chi e di quali cose geloso? Di tutto e di tutti, senza un punto sicuro, quindi geloso dell'ignoto, e sprovvisto di qualsiasi diritto. In conclusione quel povero Alfredo, per colpa della sua testa vulcanica, o della sua tenerezza di cuore, o perchè infine, fosse troppo artista; provava già da tempo le pene dell'inferno, nella bolgia riservata, prima ancora, di scendervi. La sua consueta giocondità, la quiete, il sonno, la pace, perduti!

E chi oserà dunque negare, che l'amore e la gelosia, non sieno i principali ladri della pace?

Suicidarsi? No, perchè sebbene infelici, bisogna avere il coraggio di vivere per gli altri che di noi vivono.

Alfredo trascinava pertanto, da lunga stagione, una misera vita, piena di tristi presentimenti. Egli, ne' suoi frequenti soliloqui, si chiedeva cos'è la vita? E tosto risovvenivasi di avere letto questi bei versi:

« Il passato non è, ma ce lo pinge La dolce rimembranza, « Il futuro non è, ma ce lo finge La credula speranza « Il presente solo è, ma in un baleno Passa del nulla in seno; « Dunque la vita è appunto _Una memoria, una speranza, un punto_.....»

Sì, ma, del resto, abbiamo un bel dire noi filosofi. Quell'innamorato Pittore, ad onta dei mille proverbi, dei quali aveva dovizia, non sapeva cessare un solo istante, del dì e della notte, dal pensare a Violetta, dal vedersela dinnanzi agli occhi, siccome un raggio di luce ardente, vivificatore.

Oh! almeno sorgesse in favore del nostro tribolato artista, qualche straordinario avvenimento, tale da compensarlo del suo dolore, o da guidarlo in più fortunato calle! Noi, del resto, che conoscemmo la peregrina di lui costanza, negli affetti più caldi, avremmo dei dubbi, su qualsiasi cambiamento.

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Ma ahimè, il nostro esaltato, a quanto pare, pretendeva talora l'istesso amore di Beatrice, per Dante, il quale, si narra, sia stato più puro di quello degli Angioli,¹ talora l'amore furente della desolata Didone, vittima del tradimento di Enea, e talora finalmente sarebbesi accontentato della via di mezzo, dell'amore della Francesca da Rimini pel suo Paolo, quando s'ebbe il bacio tremante.......»

«Questi che mai da me non fia diviso La bocca mi baciò tutto tremante» (DANTE--_Inf_. Canto V).

¹ « Io son Beatrice che ti faccio andare Vegno di loco, ove tornar disio, Amor mi mosse che mi fa parlare»

(DANTE--_Inf_. Canto II).

Nè mai il caro artista, voleva piegarsi, per Iddio, all'amore dei tempi moderni, così ragionevole, e dagli altari, e dal Sindaco benedetto. E per quel suo malaugurato istinto delle mele proibite, caddero sul di lui capo malanni pubblici e privati, oltre alla censura della odierna imperante, concreta società . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

--Lugete Veneres, Cupidinesque-- (piangete o Veneri, piangete o amori)

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«_Il matrimonio è la tomba dell'amore_» scrisse un romanziere illustre = «_Il matrimonio lega i nomi e le sostanze, non il cuore_» e quegli per prudenza, soggiungeva, che, _il matrimonio «poteva essere la culla dell'amicizia_» Sarà bene, del resto, che noi non ne facciamo il nome, onde non esporre lo scrittore di buona fede, alla spietata vendetta delle nubende e consorteria. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Era il mattino del 19 Marzo 18.., giorno di S. Giuseppe, nome del defunto padre di Alfredo, ma questi, contro il suo costume, non si era per anco svegliato, nè pel vicino cinguettio dei passeri, nè per quello di due rondini, allor allora giunte sul suo verone.

Egli era assopito, siccome accade a persona stanca sì, ma afflitta da recente cordoglio. Egli aveva vegliato tutta la notte a scrivere, a gesticolare, a parlare fra se. Le di lui buone sorelle, ritratti parlanti della loro madre esemplare, poco tempo addietro defunta, erano già entrate due volte in punta di piedi, nella cameretta del fratello, onde porgergli l'usato Caffè, ma due volte se ne erano subito ritirate, per non turbare il riposo al loro diletto, accorte dalla quasi esaurita candela, come egli si fosse coricato da pochi istanti. Se non che Lord, il bracco bianco, affezionato al suo padrone, non volendo saperne di quella novità, che ritardava la sua passeggiata alla caccia, a forza di guaire e di saltargli sul letto, finì, il bestione, col destare Alfredo. Questi siccome uomo che abbia smarrita la tramontana, fissò intorno lo sguardo attonito, nascose sospettoso sotto le coltri, un oggetto che teneva fra le mani sudate, e si riassopì.

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CAPITOLO II

Le solite monomanie di persecuzione e di grandezza.

Sogna tesori l'infelice ormai sospetto di monomania di grandezza, tanto per consolarsi, non avendo avuto mai a propria disposizione intera, una moneta da cinque lire. Il positivismo è la comune teoria sociale, quindi avverso, per sua legge al sentimentalismo, da cui la falsa interpretazione di quel naturalissimo desiderio. Non è strano, non è contro natura, che un disgraziato, sospetto di monomania di persecuzione, si lagni della nequizia altrui, quando quella è realmente sussistita, e dopochè ne ha sopportati i danni. Egli per giusta reazione diffida di tutto e di tutti e spera poi liberarsi del suo cattivo prossimo coi milioni che ritiene di incassare quanto prima. Anche i deboli di mente, o come tali giudicati, sanno che il denaro fa tutto--_argent fai tout_! Ma che direste voi se quel misero sospettato delle due monomanie in parola, fosse, _pro bono pacis_, consegnato, senza preavviso, al manicomio, da' suoi affezionatissimi, tranquilli finalmente del grazioso alloggio, conferito tanto filantropicamente al loro raccomandato? Gli affezionatissimi in buona fede avranno pensato, alla spaventevole impressione che il loro caro avrà subita, in modo da farlo peggiorare, anzichè guarire, massime perchè ammalato non lo fu mai quanto si credeva? Noi sappiamo già cosa rispondereste..... Fatalità, caso innocente..... Ah! miei Signori di buona fede..... tali fatti non sono mai abbastanza stigmatizzabili perchè ricolmi di lagrimevoli conseguenze.... Lo dica la storia.....

Tal fiata l'accusa di simili monomanie, è comoda a talun interessato, che speriamo sia raro, onde non inciampare forse in processi indigesti. Ne conseguono pertanto or qua, ora colà fallaci giudizi, per parte di individui poco psicologici, o trascuranti le rispettive qualità dei molteplici ventricoli del cervello umano, i quali dai popolani si denominano abusivamente ruotelle, probabilmente perchè dai medesimi si crede, abbiano un lento moto ondulatorio o ruotatorio, o perchè alcune forti impressioni avute in tempo lontano, si riproducono perfettamente ed alternativamente, ad epoche quasi fisse d'ogni anno. I profani della scienza speciale, credono perciò, che il rinnovarsi costante di quelle antiche impressioni dipenda dal passaggio o _movimento_ dell'una o dell'altra ruotella, o dell'uno o dell'altro ventricolo come sopra. Un'altra delle cause delle sunnominate incerte diagnosi o tecniche o profane sullo stato del cervello umano, sospetto di infermità, è la sciocchezza, o la malignità degli informatori attinenti al malato. Ignoranza o scelleretezza, stoicismo od avarizia, possono essere intervenuti, e non è cosa nuova. Non si gridi dunque al pessimismo, se Tizio, che l'ha realmente toccato, sospetta ancora sempre il male.... Quando un fatto è, non si dee strozzarlo in fasce, o capovolgerlo, o contorcerlo, o quanto meno larvarlo per mal inteso ottimismo, interesse, o farisaica brama di quiete..... Ohimè quanti Caifa e quanti Pilati dopo quelli del nuovo Testamento!....

Le nostre Nonne dicevano spesso, che il Diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi..... Oh! ma vi sono dei furbi che sanno fare anche i coperchi, infischiandosi del diavolo che hanno veduto soltanto dipinto su dei brutti quadri. Guai se tutto, tutto si potesse scoprire guaggiù, laddove la nostra perspicacia non è arrivata. Noi intanto, onde confortarci, dovere la verità se non contemporanea al fatto, almeno postuma, sorgere a galla, siccome hanno sempre creduto i nostri buoni vecchi, reciteremo, per chi forse non la conosce, quella famosa ottava dell'Ariosto, la quale, ci sembra, al caso nostro sia adatta.

«Miser chi mal oprando si confida Ch'ognor star debbia il malefizio occulto, Chè, quando ogn'altro taccia, intorno grida L'aria e la terra istessa, in che è sepulto; E Dio fa spesso che il peccato guida Il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto; Chè, se medesmo senza altrui richiesta, Inavvedutamente manifesta.»

Ed ora ritornando al nostro capitale argomento e ad onta dei bellissimi versi dell'Ariosto nel suo _Orlando Furioso_, Canto VI, noi dobbiamo ripetere anche senza volerlo, che qualche mistero serpeggiasse intorno alla mente di Alfredo onde renderlo infelice. Potea realmente dubitarsi, secondo la sua squisita perspicacia, che qualche tristo, sciocco od invidioso, avesse sparlato di Lui a Violetta, o che la di Lei famiglia avesse antipatia contro il Pittore, pel di lui modo di pensare. Certamente qualcuno ripeteva in suo cuore Alfredo avrà introdotto fra le ruote del Carro-Amore, un'asta maligna. Così egli tanto sincero, ne riportava cordoglio profondo, logorando lentamente anzi tempo, la sua costituzione una volta fortissima. Egli bruciava senza tregua, di gelosia, egli era desolato trovando l'adorata fanciulla un giorno buona, un giorno cattiva, verso di lui, ma ad onta di quella incostanza, Violetta era sempre un idolo per Alfredo. Cose solite dei grandi innamorati.

«L'amore fu dato all'uomo affinchè egli abbia la misura di quanto possa soffrire». E non perdeva mai la speranza di conquistare quel tesoro nascosto. Nè osava punto lagnarsi della sua Diva, e se un istante solo l'avesse fatto in cuor suo, tosto sentiva rimorso profondo. Per l'artista leale, Violetta era giovane piena di sentimento, bella, buona, gentile, educata, innocente. E non sarebbe stata fors'anco saggia?... Alfredo in una parola era uomo infelice, perchè d'aureo cuore, ma di cervello d'un metallo inferiore, e tale da pigliar granchi sulla qualità degli altri metalli in genere. Quel caro poeta non si era mai accorto che a trovare un essere simile a lui, era cosa impossibile o quasi.

CAPITOLO III

La Lettera di Alfredo

_«Il pensiero è la prima facoltà dell'uomo (1) «L'esprimerlo, uno de' suoi primi bisogni; «Divulgarlo, la sua libertà più cara!...»_

N. B. Trascritto dal G. _il_ S., nel titolo _Bricciole d'esperienza._

Quale oggetto avrà mai nascosto Alfredo sotto le coltri, nel mattino del 19 Marzo 18.. dopo una notte per lui tanto burrascosa?.... Era una lettera lunga a Violetta. Un dolce-brusco a quanto pare, un tragico-sentimentale, un _quid_ da impressionare sfavorevolmente, piuttostochè innamorare Violetta, siccome sarebbe stata lodevole intenzione dell'estensore.

Eccola:

_Lago Sebino--il 18.. Marzo 18.. Venerdì Santo._

MADONNA MIA!....

Stanotte non ebbi un momento di quiete..... Mi ritrassi a casa esaltato, per la serata musicale, che passai insieme a Voi, mia Regina! Mi fu siccome cosa di cielo!.. _La Capinera_, romanza che io vi feci, e che il noto amico mio egregiamente musicò, ebbe da Voi interpretazione sì meravigliosa sull'arpa, da lasciarmi estatico!.... L'arco del mio violoncello rimase paralizzato, quando il vostro delizioso arpeggio accompagnava:

Declina il Sol morente Cade dal Ciel la sera, Canta soavemente Allor la Capinera: Nel cor, beato ascolto Di quella mesta il canto, Tutto é in quel suon raccolto Di voluttà l'incanto: Limpida, peregrina Nota vibrar io sento, É l'onda mia Sebina Un sol Divo concento: Il flebil canto in core Scende e le fibre scuote, Sull'onde il Pescatore S'arresta a quelle note!...

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I vostri begl'occhi cilestri scintillanti, dimentichi ad un punto della musica, due volte fissarono i miei, ed un lieve rossore colorì le candide vostre gote. Ed il vostro sorriso incantatore vi fece adorabile! Mi parve allora di essere trasportato lentamente in Cielo dagli Angioli, fra vaporose nubi! Quanto felice mi sentii in quell'istante! Sperai che voi mi amaste, siccome già da tempo io vi amava in segreto! Ah se mai fosse stata illusione la mia! Se la vostra fosse stata sensazione magnetica che talvolta produce la musica sentimentale! Allora il vostro sorriso sarebbe stato colpevole, perchè mi avrebbe ingannato! E null'altro in quell'istante ha germogliato nel vostro cuore? Deh! siatemi pietosa, non mi illudete, non mi abbandonate, io ne sarei troppo desolato, mi uccidereste e Dio vi punirebbe!.... E non riederà più un giorno simile a quello in cui vi traghettai colla mia barca dall'una all'altra sponda del Lago natio, insieme alle vostre due sorelline tanto graziose? Voi allora, lo so, foste aspramente ripresa in famiglia, e quando sentii, da quel bigliettino, che avete pianto, provai un'angoscia orribile.... E non ricordate più di quei due mazzolini di violette datemi con bel garbo dalle vispe sorelline, fiori che mi obbligaste di accettare coll'accento--_Supponete che ve li abbia dati io_.--E per quale mistero, sembrami essere io poco simpatico ai vostri. Talvolta essi mi dileggiano. So di essere povero, e di essere inoltre inferiore ai vostri meriti. Ma non si può permettere che un cuore sincero si illuda lungamente. Ditelo. Non mi rubate la pace del cuore. Un altro sguardo domani come quello di ieri e mi avrete reso felice. Ah non mutate, vi scongiuro, il vostro antico contegno verso di me! Ma io non voglio credere che Dio ci voglia scontenti, non voglio credere che quella luce brillante che ieri ha fatto battere con tanta violenza il mio cuore, voglia oscurarsi in avvenire, causa la vostra indifferenza perchè vedete, io già sperimentai, che un giorno voi mi siete espansiva e l'altro ritrosa. Che fosse ambizione, capriccio? non lo crederò mai! Che fosse d'altri occupato il vostro cuore, ma allora toglietemi da questo mio celeste sogno. Consolatemi alfine Violetta con una vostra affettuosa parola. Essa sarà per me rugiada vivificatrice «L'amore è sì dolce in un cuore ben nato e gentile, che fa d'ogni cosa, d'ogni luogo un paradiso, purchè possa dividerlo coll'oggetto che adora» Queste soavi frasi, io lessi fin da fanciullo, quando sviluppavansi in me gli arcani desii. Non si avveri per me il verso di Dante «Amor che a nulla amato amar perdona.» Guardatevi, o mia adorabile creatura, dall'ambizione o dall'egoismo, e pensate che il cuore, siccome il Sole, nè si compra nè si vende. L'amore non va imposto nè da superbia nè da avarizia, egli dev'essere semplice, indipendente, spontaneo, franco; desso può nascere e crescere anche in un solo istante.

Ma ormai, un nero presentimento mi ripete che io mi sono illuso, e perciò la mia pace sará irreparabilmente perduta! E se mai qualche estraneo, per suo mal'animo avversasse l'armonia Celeste del mio cuore innocente, ditegli Voi, che «Chi ferisce di spada perisce di spada.»

Sempre V.^o ALFREDO.

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Ecco, per verità, noi che non abbiamo i calori di Alfredo, nè gli stessi suoi interessi, dobbiamo per la quiete della coscienza, osservare in primo luogo, essere stata la sua lettera troppo, troppo lunga, tanto da sembrare un Panegirico di Santi, e le cose lunghe diventan serpi; in secondo luogo colle sue apostrofi enfatiche, e coi suoi dubbi, avrà forse fatto paura a Violetta anzichè intenerirla; in terzo luogo da ultimo, lo avremmo consigliato, se fossimo allora stati in tempo, a preferire quattro forti accenti a voce ed in fretta, a dei monumenti di sentimentalità? Perciò noi lo raccomanderemo alla vostra pietà o signorine dell'epoca nostra, e voi dal canto vostro lo raccomanderete alla Provvidenza, onde il misero, possa districarsi dal crudele suo Labirinto.

Ai dì nostri gli amanti da Medio Evo sono una rarità, ed anzi crediamo che non ne esistano assolutamente più. Non sarebbe, del resto, inopportuna la loro ricomparsa, «_in questa inferma e mercantile età_,» onde riaccendere in alcune anime troppo tiepide, la semispenta lampada dell'amor vero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E dopo tutto quanto si è detto in argomento, come si potrebbe non accordare indulgenza al povero Alfredo, se egli in una notte di grave eccitamento nervoso, ha scritto una lettera meridionale?

Pensiamo intanto che egli era in perfetta buona fede, e nel concetto della sua Epistola amorosa, stante il suo carattere fu anche troppo discreto, perchè non fece le frasi a sensation per esempio. _Io ti amo, ti amo, ti amo, e vado superbo che nessuno potrà mai amarti, quanto io ti amai_.

Se non che noi crediamo sia ormai tempo, di dire una parola, anche sull'Essere morale ed intellettuale della nostra seconda Protagonista, di cui al Capitolo I.º di questo Libro.