Chapter 11
Le onde altissime tempestano i fianchi delle due navi. La triste campana d'allarme suona sempre. L'_Jank Syn_ ha sospeso il vapore. Le lancie sono calate a mare in fretta e furia. La scena è imponente. Gli uomini sono convulsi, le donne strillano. I capitani danno ordini, raccomandano sangue freddo, ma inutilmente. E un'arrabattarsi per essere i primi a scendere, e poi un titubare in presenza delle agitate piccole imbarcazioni. I più arditi e pratici sono già sul ponte della corazzata, ma le donne, ed i loro compagni devono andare con imbarazzo. Maddalena, Elisa, Cirillo, Zaira, Alfredo e Jon, scendono finalmente anch'essi dalla scala di bordo, tenendosi l'un l'altro per mano. Lord non si vede più, sarà probabilmente saltato in acqua sua favorita abitudine. Una lancia, sebbene sbattuta dai marosi, è tenuta ferma presso la scala dal mozzo che vi ha gettato il gancio. Maddalena, Elisa e Cirillo vi sono già entrati, ma Zaira accecata nel fare il salto, dallo spruzzo di un onda, scivola e cade in mare, trascinando Alfredo e Jon sotto la chilia del _Jank Syn_. Un grido straziante si manda da tutti i passeggieri. Cirillo colle mani nei capegli dice enfatico: Un milione a chi li salva! Due marinaj si sono già slanciati in mare ed una imbarcazione li segue. Ohimè ritornano pochi momenti dopo a mani vuote. Le sorelle di Alfredo sono svenute! Cirillo allora salta in mare in cerca dell'amico Alfredo. La notte ha cresciuta la confusione.
Il fatto su narrato avveniva a circa un miglio dalla spiaggia di S. M. L. E come poteasi in quelle terribili circostanze provvedere con più validi e pronti mezzi, alla salvezza dei naufraghi se anche la barca spedita al salvataggio, erasi capovolta? La corazzata allora volse la prua verso il Golfo di S. onde deporvi i passeggieri salvati, rimorchiando il Polifemo. Ed il mare?... ironia del destino! dopo alcuni minuti è tranquillo... E i nostri quattro amici? e Lord, saranno probabilmente rimasti preda dei mostri marini, quando il mare talora pietoso, non li rigetti sulla spiaggia? Sarà più facile che il cane di palude, Lord, si salvi, attesa la poca distanza dal Lido, e la di lui istintiva capacità al nuoto. E noi domani soltanto potremo conoscere la sorte riservata a' que' generosi, tanto sventurati.
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E' sorta l'alba del primo Novembre colla sua nebbia e pioviggina. L'aria frizzante, rende molesto il cammino sulla spiaggia del mare, ed in complesso, avremo una giornata oscura, tetra e fredda. Spunta lontano una triste comitiva, constante di tre suore, di un medico, di due guardacoste, e quattro infermieri dello Spedale, i quali precedono Maddalena ed Elisa scarmigliate e quasi inebetite, con neri veli sul capo. Esse non piangono più, sono impietrite, siccome dice Dante:«_I' non piangeva, sì dentro impietrai_» parole del misero Ugolino al 33. Canto dell'Inferno. Giunta la funerea comitiva presso la spiaggia del mare, già scorge una massa inerte... E' riconosciuto subito. Era Jon il vecchio meticcio... Più avanti, un altro cadavere, era Cirillo, sfigurato dalla lotta colla morte. Più avanti ancora, un gruppo di tre corpi immobili. Un uomo ed una donna, avviticchiati come l'edera alla quercia, ed un grosso cane che sembra sia addormito. Sono Alfredo, Zaira, Lord. Quest'ultimo si ridesta, corre incontro alle sue padroncine, e ritorna tosto ad Alfredo, cui lambe il volto. Zaira è irrigidita dalla morte, e si vuole fatica a staccarle il braccio destro dal collo di Alfredo. L'altro braccio copre una lettera ravvolta in un nastro rosa lacerato. Silenziosa e mesta la comitiva si avvicina al gruppo suddescritto, il medico grida.... questa donna è morta, questo uomo respira ancora, è appena svenuto, e si faccia presto a trasportarlo in luogo adatto e caldo, perchè rinvenga, v'ha speranza di salvarlo. Le sorelle di Alfredo, cadono in ginocchio, colle mani rivolte al Cielo ringraziandolo, senza profferir motto. La lettera inzuppata d'acqua salsa ed il nastro, vengono consegnati alle sorelle d'Alfredo. La lettera era appunto ad Alfredo diretta... Infelice Zaira, quel piego, l'aveva essa appeso al collo e nascosto in seno, la mattina stessa della sua imbarcazione. Era il di Lei testamento, in cui nominava Alfredo suo erede universale!... E' voce si trattasse di circa un milione!
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Le sorelle di Alfredo, istruite dal fratello, a non crescere mai di superbia, quando dal basso si va in alto diedero bensì 10m. lire al Sindaco del luogo del disastro da distribuirsi ai poveri, pregando del resto di non fare cenno sui giornali... Ma, naturalmente, quel giornaletto locale, narrò il fatto pietoso e la elargizione aggiungendo che un cane di Terranuova di _pelo nero_, aveva salvato uno dei naufraghi, cioè, un certo Alfredo Blandis Pittore _Tirolese_, arricchito coi suoi quadri....
Erano le informazioni alquanto imbrogliate dei quattro infermieri, che causarono alcuna variante, ma il più importante, era, del resto, esattissimo.
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PARTE TERZA
CAPITOLO V.
Non impedir lo suo fatale andare
(_Dante_ INFERNO _Canto V_.).
Per nessuna forza il Mondo si arresta, ma procede invece, senza tregua, turbinoso, imperterrito. Il Mondo cammina, cammina.... Si rinnova, si riproduce, si trasforma ad ogni ora del dì e della notte.... Procede col sereno e colla pioggia, col caldo e col gelo, collo scirocco, col vento, col turbine, durante la calma e durante la tempesta, e sfida perfino la potenza del mare. Il mondo cammina dunque sempre tanto nella prospera, che nell'avversa fortuna. Egli oblia il passato, guarda con indifferenza il presente, e cerca ansioso l'avvenire. E guai se così non fosse! Guai se dopo un disastro, una strage, una ingiustizia, una battaglia perduta, una pena morale un disinganno, un'epidemia struggitrice delle vite umane, un incendio, una innondazione, una carestia, tutto il mondo si abbandonasse all'abbattimento, all'inazione, all'inedia.... Il mondo invece passa indifferente, con coraggiosa calma, dinnanzi al piacere ed all'angoscia, dinnanzi alla vita ed alla morte. La Scienza, le Arti, i mestieri, gli Uffici, le Feste, i Teatri, i balli, il travaglio dei campi, i riti, la salute e l'infermità, il bene ed il male, la pace e la guerra, la ricchezza e la miseria, la gioventù e la vecchiaia, la bellezza e la mostruosità, il riso ed il pianto, il lavoro e l'ozio, la virtù ed il vizio, passano vertiginosi, si scontrano, si urtano, si risvegliano, si confondono fra il sonno e la veglia de' mortali. _Qua si ride là si muor_, dicea un poeta, ed un filosofo scrivea: _Chi muore giace e chi vive sì da pace_. Questo è il mondo, questa è la vita... La lealtà è vinta dalla ipocrisia. L'ateo ed il religioso credono entrambi di aver ragione. Chi si è arricchito, gode, chi andò in malora, maledice al destino!
La tirannide odia la libertà, e questa, sebben tardi, l'abbatte. Il sanfedista, finge di abborrire il libero pensatore, ma poi in segreto lo apprezza. La lussuria deride il buon costume, ma poi lo invidia.... E' una lotta accanita che dura da secoli, ma il mondo cammina sempre. E' un continuo, febbrile, fare e disfare. La quaresima succede al carnevale, la quiete all'orgia. La musica, il canto, la danza, succedono ai funebri, e talora ne sono contemporanei.
Lo spettacolo babilonico, allieta, stordisce, spaventa, e soltanto lo stoico, che l'ha compreso, nè è tranquillo.
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Qual meraviglia pertanto, se otto giorni dopo la infausta nuova, del naufragio toccato ai miseri Cirillo, Jon, Zaira, Alfredo, nessuno più discorreva del fatto? Perfino gli amici ed i conoscenti ne erano già filosoficamente persuasi, per l'egoismo innato della propria pace e conservazione! Ma Alfredo che aveva perduti tre cari amici, ne era inconsolabile, e decise perciò di fuggire dal tumulto delle grandi città, per ritornare alla quiete villereccia, ed all'antica sua modesta dimora. Violetta pure conobbe dai giornali la catastrofe, e sentì in petto una dolcezza arcana quando lesse le parole: _Il solo Pittore Blandis è salvo. E' abbattuto, ma si spera ristabilirlo in breve nelle sue primiere forze_.
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La sventurata Zaira, nella mattina stessa della imbarcazione, era triste triste, senza conoscerne la vera cagione; era forse presaga della sua prossima fine? Credette perciò d'essere antiveggiante e provvida, nascondendo in seno il suo brevissimo testamento olografo, che diceva: _Lascio ogni mio bene mortale al mio caro Alfredo Blandis_. Un milioncino all'incirca, senza passività. Il vagheggiato di lei progetto, da qualche tempo, era di sposare Alfredo, ma fino a che, non seppe maritata Violetta, lo serbò in cuore.
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Ma di che farne, diceva sospirando Alfredo, io nacqui e vissi molti anni povero, lavorava per vivere ed era più contento. Il cuore non ha d'uopo di tesori. Il mio buon Cugino, morendo, mi lasciò altri quattro milioni, così io, sarei padrone in complesso di venti milioni. Quando siete ubbriachi, tutti vogliono darvi da bere gratis. Io non so spendere, io non ho le esigenze, le ambizioni di molti, e la ricchezza anzichè rallegrarmi, mi ha mortalmente annoiato.... Darei ogni mia dovizia per la vita dei miei preziosi amici, rapiti da morte precoce e crudele. Darei la mia vita, per essere riamato un'ora sola da Violetta.....
Noi diffatti, abbiamo letto una volta, che «_l'oro è un vano tesoro, qual viene se'n va_». Non possiamo dirvi l'autore del proverbio, perchè non lo ricordiamo più. Possiamo garantirvi, del resto, che quel proverbio non l'ha fatto un banchiere.....
Ad uno, ad uno, siccome i rami di una vecchia quercia, sparivano i più cari amici di Alfredo. Presto anche le sue sorelle, andranno a Catania, spose a due ricchi industriali, gente onesta e di felicità promettente, per cui fra poco, Alfredo sarà solo al mondo col suo fido Lord appena, che sendo anch'esso già vecchio, potrebbe andarsene all'asilo dei suoi colleghi trapassati..... dove non si mangiano più salami. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
PARTE TERZA
CAPITOLO VI.
«I sogni della notte sono imagini del dí guaste e corrotte»¹
¹ Cioè false e confuse.
Per sette anni non interrotti (un quid delle piaghe d'Egitto) Alfredo ha sognato, ogni notte, di Violetta. Un fatto nuovo e tanto strano, da potersi chiamare memorabile nella storia d'amore. Ed un'altra stranezza avveniva perocchè quando Alfredo era povero davvero, sognava spesso di essere ricco, mentre ora che, da qualche tempo, era divenuto realmente ricco, sognava intorno a fatti che accadevano soltanto e precisamente in circostanze della assoluta antica sua povertà, siccome dimostreremo qui appresso. Sciogliete voi lettori questo quesito, chè io non lo posso. Alfredo inoltre ci narrava un giorno, che dopo molti anni dal suo volontariato del 1859, balzava ancora di frequente dal letto udendo spaventato la precisa sveglia, onde non incorrere in pene disciplinari.
Era quello tra i fatti che gli avevano prodotta molta impressione. E di diversi altri fatti spiacevoli ha continuato per anni a sognare Alfredo, rivedendo cose, luoghi, persone identiche, e sentendone ancora in sogno, doglianza, pel motivo che quei fatti, contro sua riluttanza, li vedea riprodotti perfettamente. Terribili impressioni conficcatesi una volta profondamente nei ventricoli, od in alcun ventricolo del suo cervello delicato, e rinnovantesi, a norma della loro mobilità od elasticità¹.
¹ Avere il cervello fatto a orioli.
Tecnicamente, potrebbe essere un granchio, ma discorrendo secondo la effettiva sensazione provata e spiegata da Alfredo, non si potrebbe in altra maniera risolvere il problema. Perciò non crediamo sufficente la denominazione semplice di _fenomeni nervosi_. Più giusta forse, ma meno chiara ai profani. Per quanto riflette poi il sognare sempre di Violetta, lo si potrebbe spiegare nel senso, che se Alfredo pensava a lei tutto il giorno, era più facile che ne sognasse la notte. Ed ecco la ragione dell'abitudine di Alfredo di coricarsi presto la sera, volendo egli affrettare quel piacere, non calcolando bene poi, che il sollecitato piacere, potea mutarsi, come spesso, in dolore, o per disinganni fantastici, o per la fantastica indifferenza della sognata amante.
E se il nostro buon amico, mezzo poeta e mezzo pittore, colle frangie del violoncello, dovesse vivere a lungo, cosa problematica, noi potremmo giurare che egli farebbe i medesimi sogni, _usque ad secula seculorum_, amen. Era notorio, in quell'epoca, siccome il cappellano Don Barnaba Pancetti, saputo alcunchè intorno ai sogni di Alfredo, facesse delle brutte smorfie, nel sospetto che si trattasse di gravissime colpe sulla di lui coscienza. Si aggiungeva poi dalla cronaca, come lo stesso Don Barnaba, mentre Alfredo era diventato molto ricco, tentasse di intervenire per la pace dell'anima sua. Ma sentendosi dire da Alfredo, che la propria coscienza la sentiva perfettamente libera da ogni peso, il Reverendo, sebbene di poca voglia, rinunciava al progetto e conchiudeva sentenziando: Sarà una semplice emicrania dunque!(Bravo).
Si potrebbe inoltre pronosticare, che Alfredo, in onta ai suoi quindici milioni e forse più, beccati al cugino in secondo grado, (buona pasta), potrebbe morire anche di fame, con meraviglia di tutti, ed alla guisa del povero Conte Ugolino, ma colla variante, che Ugolino morì di fame per forza, ed Alfredo morrebbe di fame per amore. Digiuno forzato e digiuno spontaneo.
«Poscia più che il dolor potè il digiuno»
(DANTE, _Infer. Canto 33.º_).
E giacchè siamo sul discorso della morte, noi crediamo che la peggiore sia quella che si vede venire lentamente, lentamente, presso il capezzale, durante gli ultimi mesi dei nostri fisici e morali patimenti!..... Non sarebbe migliore la morte più veloce ancora del treno lampo? In tal modo si annoierebbe nessuno, compreso il malato. Maddalena però, la sorella maggiore di Elisa, nostre conoscenti, non la pensava come noi. Essa avrebbe desiderato un preavviso, poniamo di un anno, onde potere in termine utile, prepararsi alla buona morte..... Ogni testa ha il proprio modo di pensare. Tot capita tot sententia.....
Se non che accortici, di esserci allontanati troppo dall'argomento dei sogni, per l'incorreggibile vizio del correre troppo innanzi a similitudine di Lord, ritorniamo al posto.
I sogni pertanto alcune volte sono belli, ma più di frequente brutti. I pochi belli, per la loro semplicità e naturalezza, per l'assenza di tutti i riguardi o convenzionalità sociali, o di tutti i pregiudizi, sono affini ai costumi dell'età dell'oro, età che pare, non voglia più ritornare. I molti brutti sono l'effetto di moleste cause o fisiche o morali, o delle une e delle altre insieme, sendo una medesima cosa, a quanto sentenziano i materialisti. L'inquietudine, per esempio, ed altre nevralgie, prodotte generalmente dai visceri più nobili, cervello e cuore, (indivisibili siccome Oreste e Pilade) sono la cagione di brutti sogni. E sebbene rarissime volte, pure alcuni bei sogni possono realizzarsi, siccome già avvenne ed abbiamo constatato nel nostro romanzo. La famiglia Blandis divenne ricca, molto ricca, ma Alfredo non seppe profittarne come molti altri avrebbero certamente fatto. Figuratevi che egli non aveva voluto procurarsi, nè una livrea, nè una carrozza, nè un palazzo, perchè sosteneva che colle prime si umilierebbe il nostro simile, colla seconda si potrebbe ribaltare, e nel terzo si potrebbe smarrire la tramontana. Faceva delle carità tratto tratto, ma alla sordina, cioè senza articoli sui giornali, dava delle grosse mancie ai camerieri avventizi, che poi ne ridevano, e quanto al suo pranzo, era meschinello come una volta, trovando inutile ogni sontuosità, a chi mangiava quasi niente. Egli si nutriva a preferenza de' suoi soliti sospiri. Il suo intimo Cirillo, anche poco prima di restar vittima delle traditrici onde marittime, ripeteva ad Alfredo di stare allegro, di mangiare e bere, siccome costuma la maggioranza dei mortali; ma quegli tosto sentenziava; «_Si mangia per vivere, e non si vive per mangiare_». E perchè poi, osserviamo noi, conservava Lord? Allora Cirillo, quasi indispettito esclamava:«_Tu sei un monumento di ingenuità_!.....
Ora mi piglia vaghezza di comunicarvi uno stranissimo sogno di Alfredo, fatto mentre non era che un semplice disperato pittore, ed intendiamoci bene, quel sogno riguardava sempre la ritrosa Dea Violetta dal sorriso incantevole.....
Trattavasi, in detto sogno, di una soirée in casa Giacinto. Dal domicilio di Alfredo alla borgata di Violetta, eravi la distanza di circa sei chilometri. Perciò essendo d'inverno, colle strade orrende e di sera, oltre al tempo piovigginoso, si dovea per la decenza dell'abito, andarvi in carrozza. Egli naturalmente deve procurarsi una vettura da nolo. Fatica inutile. Vetture da nolo nel suo paese, in detta sera, nessuna.
Sempre la jettatura, anche nei sogni. Intanto il tempo camminava lesto. L'ora è ormai trascorsa. Alfredo è costretto di andarvi a piedi e forse senza ombrello, perchè lo aveva smarrito in altra occasione. Egli corre quanto un levriere, egli vorrebbe arrivare in tempo, (non dopo, come sappiamo, avea fatto una volta Cirillo) là dove, il suo cuore lo trascina. A mezza via trova e sale su di un biroccio tirato da un perfido mulo, che tosto sferra calci tremendi, e poi rinculando, lo ribalta nel fossato non una ma tre volte, da cui Alfredo sorte bensì illeso, rispetto al corpo, ma tutto molle e lacero negli abiti, in modo da farlo somigliare ad un accattone cronico, piuttostochè ad un virtuoso di violoncello. Non si dà vinto però il disgraziato pittore, egli pensa sempre a Violetta, ed arde di potere in breve, colla espressione del suo elevato spirito, suonare la prediletta romanza _Declina il sol morente_, accompagnata da Violetta egregiamente colla sua arpa. Ahimè! egli giunge in ritardo assai. Vede la Dea de' suoi pensieri, colà fra cento invitati, distratta, muta e sì indifferente verso di lui, da annichilirlo. Sembrava che fossersi allora veduti per la prima volta, anzi peggio, nemmeno il saluto, nemmeno un'occhiata.
L'arpa non si vede, il violoncello, che stava da tempo colà deposto, è a terra fatto in pezzi. Chi l'avrà conciato così? Alfredo, interpretando quella freddezza, siccome effetto del suo compassionevole abbigliamento, si ritira in un angolo oscuro della vicina anticamera, per farvi un po' di toilette; un botolo ringhioso gliela vuole impedire, nè egli arriva mai a mettersi le scarpe. Per soprappiù in quella cameretta, oh! meraviglia, gli nevica sul capo scoperto e in un attimo divenuto calvo. Una impazienza, una inquietudine, un'ira che a parole non si ponno descrivere. La folla degli invitati esce coll'ombrello aperto (nevicasse forse anche nella sala?) passa dinnanzi a lui in atto di scherno. Viene ultimo lo smilzo e lungo Commendatore, il quale si pianta dinnanzi ad Alfredo con mefistofelico ghigno, gli invola una scarpa, fugge, e mentre Alfredo fa per rincorrerlo, scompare a guisa di un fuoco fatuo. Ma Alfredo lo vuol trovare ancora, vola alla porta d'uscita, munito di un martello che toglie dal buco della stufa e.... vedi maledizione! nel posto preciso della porta di strada, si erge una muraglia fabbricatavi pochi istanti prima. Col martello abbatte il muro, e si trova all'aperto, giacchè se quel muro indugiava un istante a cadere, egli soffocava. Alfredo è già in piazza, ha però vergogna di quel suo stato pezzente, ripara all'osteria, coll'insegna di S. Giuseppe (che è sopra la buona morte). Ivi lo stalliere, col volto di scimmia, gli rattoppa con dello spago sgarbatamente i pantaloni a brandelli, cui prima voleva in dono, e gli lava colla sua scopa le sanguinanti graffiature delle mani. Intanto si presenta una brutta vecchia, colla lanterna puzzolente per cattivo olio.
Invita Alfredo all'alloggio, che ahimè, era un pozzo, ove egli, quasi fosse una pagliuzza, è gettato a capo in giù da quella megera. Per buona sorte, il contatto dell'acqua gelata sul fondo del pozzo, fece svegliare il misero innamorato, chè probabilmente, se l'affare continuava di quel passo, avrebbe finito alla guisa dell'infelice, fu Ministro Prina.
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E quando l'amico Cirillo, sul principio del funesto viaggio di mare, che vi ho già descritto, sentì narrarsi da Alfredo, l'incredibile sogno, non potè ristarsi dall'esclamare: Siamo in tre, mio dolcissimo amico, tu cerchi lei e lei cerca un altro, cosa certa e facile a comprendersi. Perfino i sogni, o mio eccellente illuso, te lo cantano in _fa minore_. Piuttosto che essere, come sei, meglio era, fossi tu morto prima di nascere. Ma il povero Cirillo, prezioso consigliere di Alfredo, andò poco dopo per jattura d'entrambi, ad affogare nell'acqua salsa, avendo tentato di salvare Alfredo e Zaira.
Qualunque contraria esperienza, qualsiasi potenza sovrumana, non avrebbe cambiato mai l'ideale di Alfredo, siccome già in principio di questo libro, noi dubitammo. Egli, all'incontro sperava sempre; oggi o domani, od alla fine del mondo, Alfredo volea provare un istante di felicità coll'adorata Violetta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il nostro cocciuto idealista, oltre alla pittura, aveva qualche nozione di classicismo, nello studio del quale, si trovano qua e colà dei saggi insegnamenti sul modo di vivere. Probabilmente dunque avrà trovato anche il proverbio:
«Bacco, tabacco e Venere Riducon l'uomo in cenere.»
Bacco ubbriaca, tabacco avvelena, Venere riduce in cenere, noi lo interpretiamo così, perciò v'ha un raggio di speranza ancora, in prò del nostro pericolante Alfredo, perocchè se egli beveva e fumava poco, avrà anche economizzato di Venere, per la forza del destino. Concludiamo, che Alfredo potrà vivere lungamente, anche senza felicità.
Lui aveva scartabellato anche alcuni libri di poesia, ed era rimasto impressionato assai alla nota ottava dell'Ariosto, canto II.º dell'_Orlando_, da noi trascritta nel Capitolo XI.º della Parte Prima. Quei versi inoltre, dovea rammentarsi, come avessero impressionato pure la bella Zaira, ma ad onta di tutto quanto sopra, Alfredo non sapeva persuadersene e così non poteva aver pace nemmeno dormendo. Onde aver pace, converrà pertanto, in primo luogo, credere pochissimo o niente a qualsiasi specie di sogni, in secondo luogo liberarsi energicamente (potendolo) dalle passioni dell'amore e della gelosia, che sono, come già dichiarammo, i principali ladri della umana tranquillità. Peggio ancora, se quei due ladri fossero perseguiti dagli altri due ladri, ambizione ed avarizia. E se mai a tutti loro si accompagnasse anche l'invidia «_vita mortal tutta d'invidia piena_»¹ allora avremmo una tremenda associazione di malfattori. Ebbene, il credereste? dopo cento prediche già fatte in proposito, al nostro Alfredo onde guarirlo, egli ci rispondeva: _che l'uomo senza passioni è paragonabile ad un bue grasso_.
¹ Ariosto.
La donna non è il sesso debole, almeno in linea morale, la donna è dovunque: «_Surtout cherchè la femme_.» La donna, siccome il tempo, fa a modo suo, e l'uomo o presto o tardi piega il capo.
Bada, caro scrittore, di non fare la fine di S. Stefano!
PARTE TERZA
CAPITOLO VII.
Come tutto va a finire in questa valle del pianto . . . . .