I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E

Chapter 6

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--Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.

--È vero.

E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare, usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del sequestro Salemi.

--Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza d'uomo, eh!

--Per Gesù Cristo!

--E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a tutti gli sbirri della Sicilia!... Ah, la vita del brigante ha de' pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà, senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e figliuoli!...

E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di labbra: poi disse strizzando un occhio:

--Si lascia bere questo vinetto!

E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare, ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!

--È di Malfarina?

--Già.

--Famosa contrada.

Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.

--Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo? perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione....

--Una citazione!

--Sicuro.

--E cos'è questa citazione?

--Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo, il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a buscarci il pane, che andiamo per le _serre_ di notte e di giorno, e non si sa mai quel che può capitarci.

--Avete ragione.

E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore, il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la cavalla morella che ora cavalca don Peppino.

--Ora a proposito, ditemi una cosa.... riprese dopo un po' di silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?

Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.

--Calabresissimo, disse poi.

--O perchè allora lo chiamano il Lombardo?

--È lui che dice che è lombardo.

--E con quale scopo?

--Eh... ce l'avrà certo il suo scopo.... chi sa che corbellerie grosse avrà fatto in Calabria.... e com'è naturale lei mi capisce....

--E... ditemi un'altra cosa.... perchè lo chiamano il Marchese?

--Glielo dirò in due parole.

Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.

--Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi di dietro a un pietrone. Mi fermai.

--Chi siete?

--Il campiere di Pietracaduta.

--Come vi chiamate?

--Giorgi Ciulla.

--Di dove venite?

--Dalla masseria.

--Dove andate.

--Al picco dell'Avvoltoio,

--Avete permesso d'armi?

--Sissignore.

--Mostratemelo.

--E perchè no.

--Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e me lo restituì.

--Avete visto briganti?

--E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo passare tanti e tanti.... ma la _trazzera_ è del re e non si può impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?

--Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.

--Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha paura di tuoni.

--Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge.... (non so più che cosa avesse bestemmiato) per questi birboni!

--Bacio la mano.

E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì, dissi, mi pare Nino D'Amico.... Se è lui, ha da esser devoto a qualche santo. Mi avanzo: era lui.

--Salutiamo.

--Oh, co....co....compa....pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al galantuomo sorridendo).

--Dove si va, compare Nino?

--Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.

--Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.

--Perchè?

--Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.

Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare Ciccio Raja, Mamola.... tutti i picciotti insomma; e alcune donne, Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.

Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli della vita del brigante, quale fine l'aspetta.... qua, là, egli non aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da mantenere, pensasse alla povera vecchierella.... Insomma un certo discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta, andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come un lupo.

--Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:--Compare, è un segreto del nostro capo.... però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e non posso negarvi nulla: ma!...

--Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:--È un marchese incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un brigantaggio come quello del Napoletano.

--Davvero! esclamò don Castrenze.

--Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.

--Stento a crederci.... perchè.... Ragionate con me: se le cose andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, _non s'eran fatti ancora conoscere_: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta, non si guarda tanto pel sottile.

--Sì, ma....

--Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti, averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar tanto. Che ve ne pare?

Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro lungo bacio al fiasco.

--Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso, dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.

E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.

Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.

--E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca, cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse farlo abboccare con lui... Si trattava d'un affare delicato.... rischioso.... ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco, sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli aveva proposto l'affare.... e finalmente gli domandò se voleva essere della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini, ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.

Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio che vuol vendere la cavalla.»

Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto, don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa pazienza, poichè.... insomma.... l'affare era avviato benino. Annunziò con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.

IX.

«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo, togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.

--Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale.... aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva risposto:--Si parla una volta.

L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.

Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le viste d'andarsene a caccia.

--È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero allontanato un poco dalla masseria.

--Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.

--Dov'è?

--Sulla montagna.

--Gli avete parlato.

--Gli ho parlato.

--Accetta?

--.... Ci son guai.

--Guai!

--Guai.

--Ma perchè?

--Perchè.... perchè.... Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva essere un suo amico.

--Pietro Serafini.

--Già.

--E?...

--Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.

--Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.

--Gli dissi che non lo conoscevo.

--Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.

--Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma...

--Spiegatevi.

--Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo Serafini..... e ciò sarebbe niente.... ma il peggio è che compare Nino D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua? Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non si scherza.... se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta, saremmo in un precipizio.

--Carta scritta.... carta scritta.... disse il galantuomo un po' inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte queste storie?

--Non ha capito?

--Io no.

--Oh!... ma la cosa è chiara.... il capitano teme.... che lei....

Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno d'aggiunger altro.

--Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!

Questi scrollò il capo.

Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua piccola persona.

--Io! io! E si batteva il petto. Io!... Ma io sono un galantuomo, compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la provincia e tutta la Sicilia....

--St.... piano; si calmi.

--E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche voi, dubitate di me!

--Io! che dice mai!

--Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh, quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,... un traditore.

--Ma chi le ha detto....

--Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per un braccio. Andiamo dal capitano!... spiegherò ogni cosa, e vedremo! Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì, del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!

Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici, aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra, quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più mafiosesca che mai, aspettava.

Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra, col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide, quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo, calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati: aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore, generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i compagni obbedirono subito allontanandosi.

--Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di S. Giovanni?

Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.

--A servirla.

--Assicuraste che l'affare è buono.

--A servirla.

--Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso.

--A servirla.

Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.

--Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè Serafini.....

E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce, aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come stesse quella faccenda.

Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un po' più adagino.... Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la provincia, la Sicilia tutta.... e piuttosto che macchiarsi d'un infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.

Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi. Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico, che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione, del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti.... Serafini era padre don Giuseppe Rizzotto.

E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano, al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse: che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico, travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento. C'era che dire?

Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse travestito da campiere.

--Padronissimo, rispose il galantuomo.

E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:

--Domenica sera dunque.

--Dove?

--Nel bosco di Melia.... tra due ore e due ore e mezzo.... e precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?

--Sissignore.

--Chi arriva il primo aspetta.

--Bene. E il segno per riconoscerci?

--....Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino, domandate loro:--Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?

Gli dette commiato con queste parole:

--Badate!... prenderò delle informazioni.

--Oh, ci ho tanto piacere!

Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa, smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il cappotto, e via a trovare il reverendo.

Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse all'amico, poi gli domandò:

--Che cosa hai fatto?

--Tutto.

--Parlasti con don Peppino?

--Ci parlai.

--Accetta?

--Sì: ma vuole abboccarsi con te.

--E.... ti sei ricordato di non compromettere la mia veste sacerdotale?

--Oh!

--Bene.

--Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle Tre Croci.

Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.

Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.

Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.

Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati, entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove l'aspettava don Peppino.

La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso, mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi. Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto l'abbaiare sinistro d'una volpe.

Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra, nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.

--Castrenze.... mormorò il prete.

--Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.

--L'hai sentito?

--Sì.

--Che diamine vuol essere.

--Umh.... Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni attorno il luogo dell'appuntamento.... sarà un di essi che l'avverte del nostro arrivo.

--O se invece fossero i soldati?

--Eh, per Gesù Cristo!... i soldati non fischiano.

Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete gli andò dietro borbottando.

Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.