I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E
Chapter 5
--Bello!... dico bello così.... per dire.... bello insomma perchè ci sono i numeri con certezza.
--Volevo ben dire!... Dunque.... per me prenderei prima d'ogni altra cosa morti.
--Sessantasette, approvò gravemente il prete che sapeva il libro dei sogni sulla punta delle dita.
--Poi messa cantata, è chiaro.
--Messa cantata ottantanove.
--Ma un momento.... i morti si movevano.
--Morto che si muove trentuno.
--In ultimo, spavento.
--Novanta.
Don Alessio camminava avanti con la figliuola da un lato, e il nipote dall'altro. Raccontava loro quante gherminelle aveva teso a Filippo Mesi per indurlo a vendergli un fondo limitrofo alle terre di Badalà, che poteva valere un par di centinaia d'onze tutt'al più: come, finalmente, non potendo venirne a capo per nessun verso, gli s'era presentato un giorno nel fondo stesso con cinquecent'onze d'argento nella bissacca sulla baia, una famosa cavalla che aveva in quel tempo. E lasciato un discorso e presone un altro, cominciò ad enumerare i pregi della cavalla.
Una gioia schietta agitava dolcemente l'anima della fanciulla, le trapelava dal bel viso. Interrompeva con un'esclamazione di piacere il racconto caloroso del padre a ogni cespo di fiori che vedeva lungo il ciglio dei fossi, correva a saccheggiarlo, se n'adornava con grazia infantile il petto, e' capelli. Brividi voluttuosi scorrevano pel corpo di Giovanni, che, felice di vivere, aspirava gli acri profumi dei nocciuoli, le cui chiome d'un verde cupo sopravanzavano i muri dall'un lato e dall'altro della strada, taceva, ascoltava, dava spesso alla cugina de' lunghi sguardi appassionati.
Quando tornarono alla villa, alla parrocchia sonava l'avemaria.
Don Alessio fece accendere i lumi, fece preparare il tavolino, e la partita cominciò.
--Danaro.
--Prendo con una donna.
--Bastoni.
--Spade....
Ma il reverendo giocava molto distratto. Egli non solo perdette quella partita ma cinque o sei altre in fila: sicchè don Alessio non ci capiva proprio nella pelle a cagione di quel fortunato accidente non mai successo dacchè giocavano; e si rifaceva motteggiandolo.
Giovanni in piedi, guardava rodendosi dal dispetto: doveva sorridere allo zio, il quale, a ogni facezia che diceva gli rivolgeva uno sguardo, e Dio sa come sorrideva.
Perchè Lola aveva salito in fretta, ed era andato diviato nella sua camera «che vi faceva per tardar tanto?... Che vi faceva? lo sapeva lui che vi faceva! Non lo amava, insospettita dalla scena della mattina ch'egli volesse dichiararle il suo amore, voleva fargli comprendere con bel garbo che ne abbandonasse il pensiero. Ebbene.... la contenterebbe. L'indomani, partiva, in quella casa non ci avrebbe messo più piedi....
Tuttavia pensava con amarezza che la sua posizione era orribile.... Che figura umiliante! Dio, che figura umiliante! Ma chinava le spalle, poichè non c'era rimedio: bisognava pensarci prima piuttosto; non esser tanto animale da spingersi sino a quel punto, in cucina; considerare come un salutare avvertimento la forte ripugnanza ch'aveva sempre sentita tutte le volte che il suo cattivo genio gli suggeriva di spiegarsi.... Ma d'altra parte chi poteva supporre.... chi poteva pensare.... Essa lo guardava con tanta tenerezza, usava con lui que' modi atti a incoraggiarlo piuttosto.... Che sciocco! O che importava ciò? Era civetta: tutte a un modo le donne.
Andò a sedersi nel terrazzino, e abbandonò il capo sulla palma della mano, abbattuto per quel leggiero e dubbio incidente, proprio come se si fosse trattato d'un affar grave e certo.
Ma un odore di fiori campestri lo fece trasalire: alzò la faccia. La fanciulla che s'era avvicinata bel bello, stava davanti a lui, e lo guardava inquieta.
--Che hai?
--Nulla.... mi duole il capo.
--E stai al fresco?
--Mi son seduto qui apposta.... un poco d'aria mi farà bene.
Lei stette ancora a guardarlo come per accertarsi che non si trattava di cosa grave, poi, certo rassicurata, andò a prendere una sedia e sedè al solito accanto a lui.
No, una fata col suo tocco magico non avrebbe potuto operare nel giovine un cambiamento così completo e istantaneo. Egli sentì allargarsi il cuore, sentì svanire i dubbi, sentì che l'anima sua era ripresa dal fascino dell'amore.
Lei taceva; e un respiro concitato le sollevava il petto. La manina bruciata, cinta d'una fascia bianca, era lì nel grembo, tentatrice più del solito....
Giovanni la prese dolcemente tra le sue, e l'accarrezzò. Lola non la ritirò: abbassò gli occhi e arrossì.
--Ti fa male ancora? domandò il giovine con un fil di voce.
--No, mormorò lei.
E stettero così, palpitanti, in un rimescolio pieno d'incanto.
Ma egli si fece più ardito; le cinse la vita con un braccio; senti ch'essa s'abbandonava e la strinse appassionatamente.
--T'amo.... mormorò con voce tremante. T'amo....
La fanciulla trasalì. Alzò lentamente gli occhi umidi di tenerezza sul viso di lui, poi li abbassò con un sospiro.
I fiori ch'essa aveva sul petto e tra' capelli, esalavano un soavissimo odore, mentre i grilli col loro canto monotono, li addormentavano in quell'estasi che provavano completa per la prima volta.
VII.
Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto, aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da tanto tempo.... Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un punto interrogativo: «E come?»
Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La cosa non sarebbe stata tanto difficile.... Ma poi?.... Doveva tenerlo certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto.... Come penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio, senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta.... e fare il tiro mentre i padroni fossero fuori di casa?... Umh.... Lisabetta stava coi Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile.... Oh, se avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra.... ma quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo.... Con donna Costanza.... Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli fosse venuta in mente prima.... una donna brutta e vecchia, quando si sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava, ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E come?... E come?... ed era la sua tortura.
A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento: vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole all'orecchio.
E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del bastone d'un amico, la sua tabacchiera.... i candelieri dorati dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi.... Sin nell'ostia che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce, ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!
E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel tesoro, sì, lo voleva!... anche se per impadronirsene fosse stato necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.
E come.... e come... Ed era la sua tortura.
Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la schiena, quand'era in casa....
Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!
--Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.
--Ma!
--Che ha padre don Giuseppe?
--Ma!
E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa. Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata davvero una grave sventura per il paese.
Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto. Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio? non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano riandato sempre il tempo passato.... Anche lui aveva seguitato a cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero; parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni: l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino, il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze! Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro.... no, non c'era altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno.... quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah.... comprava delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non di più certo.... Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto, avrebbero diviso, s'intendeva.
Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo, grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel suo muso di faina!
L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era, no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo! quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà.... e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a parlarne con lui.
E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi lustri.
Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il gallo senza che stridesse.... e non contava le galline.... epperò un chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di tutto era necessario allontanar quel pericolo.
Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora com'allora molto dubbia.... Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di Castrenze.... gli raccomandava però.... di non compromettere la sua veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso: all'occasione si sarebbe travestito da campiere.
Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere: far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare; tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice. Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si sarebbero procurato un alibi.... Se riuscivano a metter le mani su' danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli a salma.... Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non c'era mica male!
Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani, chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.
E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia dove questi era solito dir messa.
Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di pensieracci; e correva al ritrovo.
--Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio presto.... può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un palmo di naso.
Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano, quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale....
Serafini.... campiere a spasso.... restavano intesi....
--Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.
VIII.
Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola, sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po' di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca dietro partì per Pietracaduta.
Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che abbaiava.
Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.
--Ehi!
--Ehi!
--Che volete?
--C'è compare Giorgi?
--C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:--Su Giorgi!... su Giorgi!...
--Oh.
--C'è uno che cerca di voi.
Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto, facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo: era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga nappa di seta.
--Ehi!
--Salutiamo, compare Giorgi.
--Oooh, don Castrenze!
Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.
--Quant'è che non lo vedo!.... Presto, Masi, conduci il cavallo nella stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con l'amico)--Come va tanto bene?
--Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro chiacchiere....
--Grazie.
--Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.
--Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa.... Basta, con tutto ciò non resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo....
Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate con midollo di pane, un fascio di _taglie_ di ferula. Da tutta quella roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.
Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.
S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta: vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è. Se avessi saputo....
Entrava Masi con le bisacce.
--Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere, posava le altre cose sul deschetto.
--Oh, non c'era proprio bisogno.... basta, sempre compito don Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano, e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una satolla.
Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia, davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia, aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.
--E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.
--E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci angustiano.
--Al solito, eh?
--Già.--E tra un boccone e l'altro prese l'aire.--Vengono quegli sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no, niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i briganti? nella masseria non ci vengono.... A chi lo dite? è come parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di sputarci in faccia, mi spiego?...
Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.
--Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò Ciulla, o che loro ce la leverebbero?
Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e abbassando la voce riprese:
--Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia, parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la.... (e disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo a rubar cavalle, mule, caci, _scappolari_, o barde o bisacce, assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche _sequestro_.... ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e senz'accordo....
--Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.
--Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri sequestri.... Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò d'ubbriacarsi....
--Che bestia!