I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E

Chapter 21

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A Nicola piacque l'idea, incaricò Sciaverio di trattare con mastro Vanni.

VI.

S'avvicinava la sera: nello stradale deserto, in una a un rumor di ruote, s'udiva un tintinnio di sonagliere cadenzato col trotto lento di due cavalli.... Una carrozza di viaggio sboccò dal gomito che fa la via in quel punto, e s'avanzò tra un filare d'ulivo attraverso i quali di tratto in tratto s'intravvedeva il mare liscio e turchino, e una folta siepe di spina santa, che chiudeva campi a sommacco.

--Frusta i cavalli, Masi, si fa tardi, disse al cocchiere, mettendo la testa fuori dello sportello, don Bastiano, un giovine bruno, abbronzato dal sole come tutti coloro che passan la vita più in campagna che in città.

--Juh, fece il cocchiere, applicando ai cavalli due sonore frustate, e il veicolo si mosse con più celerità.

Don Bastiano quella sera sembrava assai inquieto: ficcava gli occhi sospettosi tra 'l folto degli ulivi, spingevali al di là della siepe, li fermava con una certa insistenza in una macchia di ginestre e ogliastri, cui la carrozza si veniva avvicinando. Nella campagna regnava la tranquillità, la pace, un silenzio solenne, punto adatti a rassicurare un'anima paurosa. Una sottile striscia di nebbia s'avvanzava ad avvolgere la strana punta di S. Caloggero, all'estremità della cui larga falda, Termini biancicava nell'ombra crescente.

--A terra! sangue.... a terra! s'udì a urlare, e cinque malandrini in sull'arma si sbucarono dalla macchia come cinque insatanassati. Il cocchiere, cambiato nel volto, fermò i cavalli bruscamente. Due degli assalitori balzarono al timone, due altri alle tirelle e le tagliarono in un baleno, il quinto mise la testa dentro allo sportello, e disse al giovine pallido e spaurito:

--Non abbia paura, eccellenza, non vogliamo farle alcun male.

--Ecco il mio portafogli.... balbettava l'infelice frugandosi nelle tasche con le mani tremanti; il mio orologio..... vi darò tutto.... volentieri.... amici....

--Che dice mai! interruppe Nicola con un sorriso beffardo. Noi non siamo ladri volgari. Piuttosto abbia la bontà di scendere e di venire con noi.

Egli era molto mutato, aveva la barba rasa, vestiva panni di bandito elegante che affoghi nell'abbondanza. --Volete dell'altro danaro.... dove ve lo posso fare arrivare?... non dubitate ve lo manderò.... puntualmente.

Ma Nicola scosse la testa.

--Manderò il cocchiere a prenderne.... Vi prego.... non vogliate dar questo terribile colpo alla mia famiglia.... mia madre è vecchia ed inferma, ne morrebbe certo.

Era un furbo matricolato Nicola; a lasciar correre, si sarebbe fatto un buon capo, di sangue freddo, d'una certa gentilezza, un po' canzonatore. Atteggiò il volto alla più viva pietà. Lo sapeva egli solo se il cuore glie ne dolesse.... conveniva che sua eccellenza aveva ragione.... avrebbe voluto poterla contentare.... ma i suoi compagni erano inesorabili; e pur troppo egli, il capo, doveva render conto del suo operato a quelle tigri.

Intanto costoro avevano fatto smontare il cocchiere, e l'avevano legato, uno l'aveva condotto nella macchia, e con una spinta l'aveva fatto cader bocconi.

I cavalli, dati pochi passi fiutando il suolo, s'erano fermati a pascolare tranquillamente sul ciglio della via.

--Pregateli a nome mio, signore, forse non si negheranno.

--Mi proverò, rispose il bandito stringendosi nelle spalle.

Andò ai compagni, fece le viste di chieder grazia per il ricattato, poi ritornò allo sportello, e allo sguardo pieno d'ansia del povero giovine tentennò il capo.

--L'ho pregati, l'ho scongiurati, eccellenza, ma non c'è stato verso di persuaderli. Bisogna venir con noi. Piuttosto faccia presto: se avesse a sopraggiungere la forza, non risponderei più della sua vita.

E aprì lo sportello.

--Ha armi?

--La rivoltella, rispose don Bastiano che al tono deciso del masnadiere comprese che l'insister oltre sarebbe stato inutile, e senza meno pericoloso.

--Abbia la bontà di favorirmela.

Il ricattato si levò l'arme dalla cintura, gliela diede, e smontò.

In un baleno lo bendarono, lo circondarono e s'internarono nella macchia, curando di passar vicino al povero cocchiere che non s'arrischiava di muoversi, tant'era atterrito. Ma fu una finta, per far credere a questi che s'avviavano verso Cerda; poichè, fatti un trecento passi o poco più, ritornarono; e deviando a sinistra, si cacciarono per una viottola ripida che serpeggiava tra gli ulivi. Presto vennero in cima a un colle, vicino a un casolare diroccato tra un gruppo di querci, mastro Pasquale e il cugino Santo tenevano a mano sette cavalcature: cioè, tre cavalle con sella, e quattro mule con barde. Gli occhi di costoro s'accesero d'una viva gioia; guardavano il ricattato come se volessero divorarlo.

Nicola mise un fischio, e poco dopo apparve il su Francesco tirandosi dietro la cavalla, e sbuffando: se n'era stato alle vedette. Il bandito ammiccò come per domandare se si vedesse gente: il campiere alzò la mano e gli occhi.

--Monti, eccellenza, disse il bandito al povero Savarella che aveva guidato vicino una delle cavalle, e lo aiutò a salirvi su, e gli buttò sulle spalle un cappotto di cui gli mise il cappuccio sulla testa.

Intanto anche gli altri erano montati a cavallo e si erano chiusi ne' cappotti, Nicola fece l'istesso, e messosi in mezzo il ricattato, un dietro l'altro s'avviarono per il pendio opposto. Calava una notte dolce e serena, nel cui chiarore incerto que' ribaldi parevano tant'ombre nere in processione.

VII.

Il cocchiere arrivò davanti il portone di casa Savarella un'ora prima di far giorno. Picchiò un bel pezzo. Fu il canonico che si risentì per il primo. Saltò fuori dal letto, cercò nel buio i calzoni, se l'infilò e fattosi alla finestra, ne aprì l'impannata, mise la testa fuori, e domandò:

--Chi è?

--Io.

--Masi!

--Eccellenza, sì.

--A st'ora.... e con i cavalli.... e mio fratello!...

--Mi faccia aprire.

--Cosa è successo, bontà divina!

--Mi faccia aprire.

Nel tono della voce del servo c'era qualcosa che fece raccapricciare il canonico. Chiuse tutto tremante, cercò gli zolfanelli, accese il lume, e presolo con una mano, e messa l'altra davanti la fiamma, andò in punta di piedi verso la camera delle persone di servizio.

--Gnora Santa, chiamò picchiando all'uscio, gnora Santa.

--Chi è, rispose una voce chioccia e squarrata.

--Io, il canonico: vestitevi presto.

--Che cosa è stato?

--Vestitevi.

S'intese un tramestìo, poi uno strascicar di ciabatte, s'aprì l'uscio e comparve una vecchia mezzo vestita, e con gli occhi ancora tra' peli.

--Che cosa è stato?

Il prete le diede il lume e una chiave.

--Non so.... per amor di Dio andate ad aprire.

--A chi?

--A Masi.

--A Masi?

--Sì.... presto....

--Santa madre della Gibilmanna! esclamò picchiandosi il petto, che sia successa qualche disgrazia a don Bastiano?

--Non lo so... Masi torna coi cavalli.

--Santa madre!... E seguitando a picchiarsi il petto, scese le scale.

Il canonico s'era fermato sul pianerottolo, ma non potendosi resistere alla viva inquietudine che lo tormentava, si risolvè, e scese anche lui.

La gnora Santa aprì, levò il chiavistello, tirò a sè un imposta del portone, e il cocchiere entrò, tirandosi dietro i cavalli che impuntavano a causa della luce improvvisa.

--Masi.... disse la serva.

--Che cosa è stato? domandò il prete ansiosamente.

--Niente.... non abbia paura.... han sequestrato don Bastiano.

--Santa madre della Gibilmanna!

Il canonico, sbarrando tanto d'occhi in viso al cocchiere, era restato immobile, pallido come un morto, senza aver l'animo di dire una parola: poi piegò le ginocchia, e si lasciò cadere sur uno scalino....

--E dove l'han sequestrato? domandò la serva.

--Alla Ginestra.... Cinque malandrini sbucarono a un tratto dalla macchia come cinque diavoli.... A terra!... a terra!... oh, S. Paolo benedetto!... due saltarono al timone, due alle tirelle che tagliarono.... il quinto disarmò il padrone.... Mi fecero scendere, mi legarono, e mi buttarono bocconi nella macchia....

--Fratello mio, esclamò il povero canonico coprendosi la faccia con le mani.

Uno de' cavalli si scosse facendo tintinnare la sonagliera così forte, che Masi e la gnora Santa fecero un gran balzo, e si guardarono sbigottiti.

--Io restai più di un'ora senza potermi muovere, riprese il cocchiere rimettendosi, tutto vergognoso della paura avuta. Sarei ancora là se non fosse passato un carrettiere. Accorse a' miei lamenti, mi slegò, mi domandò del fatto.... M'aiutò a prendere i cavalli; io montai, e me ne venni al trotto.

--Povero don Bastiano.... povero don Bastiano.... ripeteva la gnora Santa.

Poco dopo per la casa era un bisbigliare sommesso, con esclamazioni di spavento e di pietà: l'altre serve si erano alzate anch'esse, e circondavano Masi che ricominciava il suo racconto.

--È stato alla Ginestra.... cinque malandrini sbucarono dalla macchia come cinque diavoli.... A terra!... a terra!...

E a quel grido anche alle serve le si accaponava la pelle.

Il canonico era entrato nella camera degli altri due fratelli, e l'aveva svegliati.

--Cosa è stato? domandarono: e si rizzarono a sedere sul letto, e si soffregavano gli occhi ancora gravi per sonno.

--Niente.... vestitevi, e venite nella mia camera.

Si vestirono in fretta, sbattendo i denti, presi da un freddo improvviso, e andarono nella camera del fratello maggiore.

E il pover'uomo dava loro la triste notizia, quando entrò la sorella tutta discinta, e inquieta.

--Cosa è successo.... cosa è stato....

--Niente, Annuccia.... non spaventarti, rispose il povero canonico.

--Voi piangete e non è successo niente!

In quella intese uno scalpiccìo, si voltò, e vide Masi e le serve che la guardavano con un certo viso che parlava chiaro. Li fissò portando le mani alle tempie bruscamente.

--Bastiano.... disse, e cacciò uno strido.

Il canonico corse verso di lei.

--Zitta, te ne prego.... sveglierai la mamma.... l'han sequestrato, povero fratello....

Una vecchierella corta, magra, curva per gli anni e per le pene, con quel colore pallidiccio di donna inferma nel volto scarno ed aggrinzato, comparve sulla soglia dell'uscio, e sentì quelle parole:

--Figlio mio!... esclamò con quel grido dell'anima proprio delle sole madri, s'abbandonò sull'imposta, e cadde.

Tutti balzarono, verso di lei, la sollevarono, l'adagiarono sulla poltrona. Le serve corsero per acqua, Masi andò per il medico.

Essa guardava or l'uno or l'altro de' suoi figli con gli occhi sbarrati, stupidi, non rispondendo punto alle loro premure.

Verso le nove fu un andirivieni di gente: parenti, amici, persone di casa, conoscenti, andavano a far un atto del loro dovere, con visi d'occasione. E lì cento domande, e cento racconti del fatto, ed esclamazioni di dolore, di stupore, e parole di conforto, e supposizioni, e commenti d'ogni genere. Quelli che rappresentavano il partito contrario negli affari comunali avevano il miele in bocca, e il rasoio a cintola. L'avevano preveduto, bisbigliavano tra di loro con un vivo compiacimento interno, un giorno o l'altro doveva finire così. Buona gente que' Savarella, tranne il canonico.... Non aveva avuto mai naso quel benedetto cristiano.... con la sua tirchieria, con la sua ambizione smodata, qualche nemico se l'era fatto.... Il suo sogno favorito era di spadroneggiare in consiglio, farsi nominar sindaco, dominare il paese, e asciugare la cassa.... Si credeva più potente di Domeneddio! e affè che l'aveva avuta una tremenda botta finalmente, una di quelle botte tra capo e collo che vi fanno sputar l'anima! Bene gli stava. Accade sempre così quando invece di badare a' fatti propri, si vuol rompere le tasche ai cittadini. Dispiaceva loro piuttosto per il povero don Bastiano, una pasta d'angelo davvero, che proprio non gli pareva fratello a quell'altro.... Ve' che strilli il sordido! i briganti non gli estorcerebbero meno di centomila lire: dove prenderli? dovrebbe imprestarsene una buona parte.... Si comincia così, e poi.... e poi non si sa dove si va a parare. Umh, quella era una casa rovinata per certo. Gli onesti, e son sempre i meno, erano atterriti e addolorati a un tempo: essi non si tenevano: parlavano a voce alta, accesi in volto, gesticolando. Sì, il governo era debole, i capi delle provincie e dei circondari tante schiappe; pareva che i ministri li cercassero apposta col lanternino per farne un regalo alla Sicilia. Avevano distrutta la banda di Rinaldi, che batteva la campagna da sei anni; bravi davvero! tanto il topo s'aggira attorno alla trappola sinchè ci resta: ma non avevano distrutto il malandrinaggio. E poi, i Leone, i Capraro, i Saieva, gli Alfano, non comandavano ancora orde di scellerati che seguitavano a farne d'ogni colore in barba alla giustizia? Come s'erano formate quelle bande? Ecco il dito sulla piaga! Via, pertutto dove c'eran uomini c'eran delitti, pertutto i rei cercavano di prendere il volo; meglio uccel di bosco che uccel di gabbia, dice il proverbio.

L'inettitudine della polizia che non sapeva tender bene le sue reti, la lentezza con cui s'istruivano i processi.... e un pochino anche un certo odor di nerbate, allargavano la piaga. I latitanti erano il semenzaio delle bande, una minaccia continua, un pericolo continuo; dunque era da supporre che si facesse di tutto per cercar d'arrestarli, commessa la sciocchezza d'esserseli lasciati scappare: invece non se ne faceva nulla! Erano _scassa pagliai_ da quattro alla crazia, e non metteva conto d'occuparsene seriamente; anzi si cercavano con svogliatezza, come i cacciatori di grossa selvaggina cercano le allodole....

Piaceva la cuccagna del soprassoldo, ecco! E veniva pur troppo il tempo che gli _scassa pagliai_ fatto l'abito a una vita travagliosa e piena di pericoli, il callo ai delitti, minacciavano la società seriamente! Allora cominciava un'altra farsa. Si mandavano, soldati, carabinieri, militi, a rinforzare i distaccamenti: e sin qui _transeat_, meglio tardi che mai. Ma eccoti che la cosa degenerava in vera torre di Babele: ordini, contrordini, dispacci, controdispacci, il comandante il corpo de' carabinieri a' carabinieri, il comandante dei militi a' militi; il generale ai maggiori e questi agli ufficiali; il prefetto ai sottoprefetti e questi ai delegati, ciascuno per conto proprio, volendo per i suoi solamente l'onore della cattura della banda, e perciò avversandosi a vicenda, tenendosi celata a vicenda una buona notizia, sfuggendosi a vicenda quando si trattava dell'arresto d'un brigante, che poi novantanove volte su cento si lasciavano scappare.... Nè questo era tutto: dal comando dei carabinieri si sguinzagliavano di soppiatto carabinieri travestiti; dal comando dei militi, militi travestiti; dalla prefettura delegati straordinari, con pieni poteri, e squadriglie d'occasione: il che, essendo causa d'equivoci strani, non solo accresceva la confusione, ma generava un servizio zoppicante, che faceva maggiore l'ardire e la iattanza dei malfattori, soffocava il coraggio dei cittadini. I quali poi, per assicurare vita e proprietà, loro malgrado dovevano far buon viso a quella canaglia. E si osava bandir la croce addosso alla Sicilia!! Questo diceva la gente onesta, e non aveva torto.

Intanto, segretamente, s'era mandato qualcuno ad aggirarsi nelle vicinanze del passo della Ginestra, ad aspettare notizie del ricattato: i banditi certo dal canto loro dovevano cercare di far arrivare la solita lettera alla famiglia. Ma in tutto quel giorno non si vide anima nata. La costernazione era orribile. Solo la povera vecchierella non sentiva, nè doveva sentire più nulla: in letto, sollevata fra un monte di cuscini, guardava tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.

VIII.

Malupirtusu è un'aspra gola che sbocca nel littorale nord della Sicilia, a un piccolissimo tratto del quale dà il nome, e divide una linea di montagna che corre lungh'esso, da un lato sino a Cefalù, dall'altro sino a S. Stefano. La via regia che ne taglia l'estremità delle falde, esce da Cefalù, rientra in un largo seno, si mostra in una sporgenza, passa tra due alte pareti di sasso tagliate a picco, costeggia la gola di cui accavalcia il torrente con un ponte, poi corre diritta salendo leggermente, sinchè si perde tra le schegge e i macigni rossastri d'un promontorio.

Il luogo, dovunque si volga lo sguardo, è d'una bellezza selvaggia: è un arruffio di borri ispidi di triboli e di spine; di coste a ginestre e a fichidindia; di vallate tutto un fitto di roselle con delle querci gigantesche, solitarie, che si rizzano a grandi distanze; di colli con un po' di falda a macchia, il resto nudo e sassoso, se togli qualche oleastro dal tronco contorto, qualche cespuglio abbarbicato nelle fessure dei precipizi; d'erte a bosco, a uliveto, dove s'inerpicano cerri secolari, o ulivi saracineschi dai tronchi neri e bitozzoluti. E qua ti dà nell'occhio un dirupo con qualche albero scortecciato dalle radici scoperte simili a giganteschi tentacoli di polipo, il quale par che pencoli, alzando al cielo i rami secchi quasi scarne braccia che chiedano aiuto; là una rupe giallognola solcata di larghe venature rossastre; o un cumulo di macigni coperti di borraccina, che ti fan pensare a mostruosi giganti che ce li avessero trasportato per l'innalzamento d'un edifizio titanico, del quale poi, Dio sa per quali circostanze, fu di mestiere abbandonare il disegno. Per tutto si svolgono allo sguardo picchi rotondi, o stranamente acuminati, tagliati in isbieco, o a pan di zucchero, gli uni boschivi, gli altri brulli e sassosi. Sotto la via si stende la spiaggia arida, sabbiosa, sparsa qua e là di scogli neri, or solitari or a gruppi, e l'immensità del mare che si confonde con l'orizzonte, in fondo al quale, fra una nebbia azzurrognola, s'intravveggono i monti dell'isole di Lipari.

La torre del Chiarchiaro (ora distrutta) sorgeva sull'estrema punta d'un piccolo promontorio, dalla parte di terra nascosta alla vista d'alti macigni e cespi di fichidindia.

--È tardi, disse mastro Vanni: dovrebbero esser già qui.

--Aspetteranno che annotti, nascosti nella macchia. Nicola è prudente, rispose Sciaverio.

Se ne stavano appoggiati agli stipiti dell'uscio, chiusi nei loro cappotti, con gli occhi fissi nella via che serpeggiando fra' macigni, sboccava nella spianata una trentina di passi distante dalla torre.

Il sole declinava dietro una massa di nuvoloni torreggianti, che si venivano facendo d'un colore di fiamma; il mare, agitato leggermente, correva alla spiaggia livido, sfumante, e con un fruscìo crescente sempre più, vi si slanciava, sollevandosi qua e là in mille sprazzi. Qualche gabbiano con l'ali tese tracciava cerchi a fior d'acqua, si posava, si lasciava cullare dalle onde, poi s'alzava a volo da capo: giù in fondo due vele fuggivano verso il Finale.

--Che fosse successo qualche diavoleria? riprese il vecchio dopo un po' di silenzio.

--Umh.... non lo credo.

Mastro Vanni borbottò qualche cosa che l'altro non intese.

Il sole declinava, declinava; il rosso delle nuvole a grado a grado cambiavasi in cenericcio, le onde quasi d'inchiostro luccicavano cupe alla morente luce del giorno.

Sta picciuttazza ch'è nfanfara, Ch'è nfanfara, ch'è nfanfara....

si mise a canticchiar fra' denti Sciaverio, di sicuro per nascondere al compagno una certa inquietudine che cominciava a impadronirsi anche di lui. Ma s'interruppe a un tratto....

--Sst, fece, posando una mano sul braccio del vecchio gufo, e restò ad origliare.

--Che c'è? domandò questi.

--M'è parso d'aver sentito un fischio.

--Che fischio e fischio! chi sa a che ora verranno stasera.... se.... basta, Dio ce la manda buona.

Vaia ti dicu finiscila, Finiscila, finiscila....

ripigliò Sciaverio fra' denti, sbirciandolo di traverso.

Mastro Vanni si stringe nelle spalle, aperse il suo cappottaccio, vi s'avvolse meglio dentro, e riappoggiatosi allo stipite della porta, si rimesse a borbottare.

Trascorse un quarto d'ora, durante il quale s'era fatto notte. Si sentiva sempre il fruscio monotono del mare, i tonfi cupi dell'ondate che si rompevano sugli scogli. Un baleno senza tuoni accendeva le nuvole di una luce scialba, con guizzi e serpeggiamente rapidissimi.

--Lampeggia, ricominciò il vecchio: non ci mancherebbe altro ora, la tempesta!

Sciaverio non rispose.

Ma pochi minuti dopo i due birboni trasalirono: un vero fischio questa volta echeggiava lungo e modulato.

--Sono qua.... disse mastro Vanni gongolante.

--Dubiterete ancora, uccellaccio del malaugurio! E Sciaverio messi i due indici nella bocca rispose con l'istesso fischio lungo e modulato.

Allora alla luce rapida del balenio, si vide nella spianata una fila d'ombre nere a cavallo.... Poi un gruppo confuso: uomini smontati, bestie, un uomo solo a cavallo. Ma anche questo dovette smontare, poichè poco dopo, a un altro baleno, si videro alcuni ricacciarsi fra' macigni tirandosi dietro le cavalcature, cinque venire verso la torre.

--Ehi....

--Ehi, rispose il capofila, il quale tenendo il ricattato per una mano se lo tirava dietro.

--A st'ora?

--A st'ora.

Entrarono nella torre.

Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola, un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro. Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un antro da tregenda.

Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una lanterna.

--Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro Pasquale.

--Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che non c'incontrassimo con la forza!

--Per la madonna!

--Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i bersaglieri.... noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta, grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.

--Porca cagna.... cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a interromperlo.

--Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.

Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.

--Ehi, disse, che creanza è questa! baciate la mano a sua eccellenza prima d'andarvene.

--E mentre i due giovani prendevano un dopo l'altro la mano del povero Savarella che lasciava fare, e la baciavano, il bandito cacciò fuori tanto di lingua.

Dietro l'uscio Santo e Pasquale si consultarono. Li avevano fatto uscire, avevano fatto restare il palermitano.... non c'era altra via che menasse alla torre che la viottola fra' macigni, e questa era ben custodita: perchè dunque l'avevano mandati a far la guardia? Certo perchè non vedessero dove nascondevano il sequestrato.... Diffidavano di loro. Ma loro non eran uomini da lasciarsi gabbare tanto facilmente: uno farebbe la guardia, l'altro guarderebbe per il buco della chiave. E senza metter tempo in mezzo, mastro Pasquale v'applicò l'occhio.

Avevano spostato il letto. Il ricattato era sempre immobile nel mezzo della stanza; gli stavano vicino Sciaverio e Maraviglia: Nicola con la lanterna in mano faceva lume al vecchio gufo, che, inginocchioni nel posto ove prima era il capo del letto, con un pezzo di ferro aguzzo aveva sollevato i quattro mattoni dell'angolo incastrati nella ribalta. Posò il ferro, si rivolse, prese la lanterna che gli dava Nicola, appoggiò la mano libera sull'impiantito, introdusse nell'apertura prima una gamba e poi l'altra, e cominciò a scendere sotterra, a poco a poco come uno spettro.

Allora il bandito s'avvicinò al Savarella.