I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E
Chapter 10
--Lo vede?... lo vede? ripetevano tra' singhiozzi, oh, chi l'avrebbe detto, non più tardi di ier l'altro venimmo a vederla, ed era piena di vita e di salute! Oh, povera padroncina.... tanto giovane... tanto buona...
--Oh Dio!... oh Dio!...
Poi fattosi grave la benedisse.... osò anche inginocchiarsi, appoggiare le sue manacce intrecciate sulla sponda del letto, e su di esse la fronte.... pregar per la vittima!
--E don Alessio? e donna Costanza?... domandò alzandosi.
--Sono nella camera del padrone.... c'è il giudice.... c'è il delegato.... Oh Dio!... oh Dio!...
In quella s'udirono per le scale passi affrettati, e una voce piangente di vitello:--Fratello!... fratello mio!...
Era il povero don Bastiano che arrivava.
XIV.
È passato un anno. In S. Giovanni non si parla più dell'accaduto che a punti di luna, quando per caso cada il discorso o su' i Berlingheri, o sul podere di Badalà, la cui villetta, chiusa giorno e notte che pare una tomba, mette ora una nota triste nel paesaggio.
--Che cosa terribile, eh! si suole esclamare in tale occasione. E, non par vero, ancora misteriosa!
--E la povera donna Costanza?
--Sempre a un modo. È pazza e non è pazza: non parla mai, guarda tutti in faccia atterrita... del resto è tranquillissima.
--O che l'avete vista?
Qualcuno rispondeva di sì. Qualche altro di no: gliel'aveva detto tizio ch'era andato a Cammarata in casa di don Bastiano per questo e quest'altro.
--Poveretta!
--Ha i capelli tutti bianchi.
--Eh, non si scherza! quella razza di quarti d'ora lì... E poi, il fratello morto, la nipote morta.... E don Giovannino, a proposito?
--Viaggia.... Dicono che sia a Parigi di Francia.
--Come ha fatto presto quello lì a dimenticare! chi l'avrebbe detto, a vederlo tanto disperato, e così ridotto che pareva una mostra d'uomo!
--Che volete, è andato sempre così il mondo.... E poi o che non ce li contate i vent'anni?
--Capisco.... Basta, la peggio l'han sempre i morti.
Quello che seguitava a ingrassare era il reverendo, benchè non gli fossero toccate che sole ventisett'onze per il bell'affare che aveva fatto: ma questa puntura era venuta scemando col crescere della sicurezza: solo di quando in quando si bisticciava col galantuomo il quale, invece dimagrava a occhiate, tanto era inconsolabile di non aver potuto metter su quel suo famoso negozio di frumento, per via del quale sarebbe arrichito certo, e in poco tempo.
In quei momenti di recrudescenza i due degni amici dialogavano a voce bassa, e facendo sforzi inauditi per contenersi, a causa di quelle benedette mura che non hanno orecchie, e certe volte sentono.
--Ci hai colpa tu! tu ci hai colpa!... esclamava il prete, rosso come un gallinaccio, e col ditone steso verso il galantuomo.
--Io!! rispondeva questi verde invece come l'aglio.
--Tu!! non bisognava ricorrere a quella gente, io non volevo.
--Smetti via, non hai senso comune. A chi volevi ricorrere, di'?
--Anche al diavolo, ma a quella gente no.
--Per Gesù Cristo, non dire sciocchezze, chè si trattava d'assaltare un paese!... Poi a un tratto scappandogli la pazienza:--Piuttosto dove l'avevi la testa mentre svaligiavano la casa? non avevamo stabilito che bisognava tener gli occhi alle mani di quei ladroni?
--State a sentirlo un po'!
--Ma tu pensasti di far tutt'altro.... bene ti stia! Perchè ti lamenti ora?
--Bestia! io non li lasciai un momento quei pezzi di ladri. L'imbroglio fu a Useria.... perchè non ci andaste quando fecero la divisione?
--E tu perchè non ci andasti?
--Io.... io.... la mia veste sacerdotale..,.
--Eh, non mi rompere i corbelli con la tua veste sacerdotale!
--Dovevo guardarmi le spalle....
--E credi che le mie l'abbia di legno? Che belle storie! E poi, caro mio, sappi una volta che nella divisione d'Useria non ci furono imbrogli: Ciulla, che vide tutto co' propri occhi, me l'assicurò: e quanto a onore, Ciulla ne ha da vendere, non mi seccare.
--Ciulla.... Ciulla.... ripetè il reverendo ingrossando la voce tutto stizzito.
--St.... parla piano.
E quegli riabbassando la voce:--Ciulla è più ladro di santo Dima, capisci!
--Che rispondere a un pazzo simile, per Gesù Cristo!
--Ci sei tu pazzo, e babbaleo per giunta!
--Oh.... sai che ti dico?...
E lo mandava a quel paese.
Così finiva sempre l'edificante conversazione, e il sacerdote s'alzava in furia, prendeva in furia il cappello, e se n'andava tempestando, e giurando in cor suo di non cacciarsi più in simili impicci, neanche se gli tagliassero la testa; specialmente poi quando il diavolo si compiaceva di metterlo nella dura condizione d'aver da fare con certa gente.
Intanto godeva più che mai la stima dei suoi compaesani: per loro era l'istesso santo, l'istesso scienziato che citava passi latini da far accapponar la pelle addirittura, l'istesso rifugio e il salvatore di tutti. E sinceramente, di questa sua fortuna un pochino meravigliato n'era anche lui. O che Dio e i santi dormivano?
Ma un bel giorno tutto il paese fu in subbuglio.--È vero quel che si dice?--Verissimo!--Ooooh!--A un uomo di quella fatta!--Al fior fiore vero dell'onestà!--A un santo!--Si può arrivare fin lì!--Che governo di birbanti!--Già, è la setta....
Sissignore, a un uomo di quella fatta, al fior fiore vero dell'onestà, a un santo, il sor delegato, con seguito di sbirri, aveva fatto una perquisizione per la casa. Perchè? Non se ne sapeva niente. Figurarsi l'indignazione quando corse di bocca in bocca che non gli avevano trovato nulla! i carabinieri dovettero uscire perchè non succedesse qualche diavoleria. Lui che aveva avuto una gran tremerella addosso, oramai rassicurato, s'atteggiò a vittima. Non potè uscire per due giorni, tante furono le visite che ricevette! In abito corto abbottonato trascuratamente, seduto sulla sua sedia a braccioli nella positura di chi abbia ricevuto una fitta di nerbate, s'alzava, con una smorfietta di dolore strana in quel suo faccione rubicondo, e ogni nuovo visitatore che arrivava: questo, chiunque fosse, muto, con uno sguardo espressivo, andava a stringere calorosamente tra le sue la mano che anche lui gli abbandonava, muto, e con uno sguardo espressivo.
--Sia fatta la volontà di Dio! esclamava il prete alzando gli occhi al cielo: e sospirando, ritornava al seggiolone e vi s'abbandonava.
Allora cominciavano le domande, alle quali rispondeva con voce rotta: e gli amici a metter fuori tutte le esclamazioni d'indignazione che ci siano nel dialetto siciliano.
--Sia fatta la volontà di Dio! badava a ripeter lui senza stancarsi. Devo essere un gran peccatore s'Egli si degna di colpirmi.
--Peccatore! ma che peccatore! protestavano tutti; e sin quella faina di Castrenze, cogli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni che non pareva mai dove guardassero, protestava, e corbezzoli, con che calore!
Poi per una quindicina di giorni andò per il paese, serio, grave, rigido nella zimarra nuova, affettando con dignità di non guardare gli sbirri quando gl'incontrava. E per tutto, al suo passaggio, erano scappellate a destra, scappellate a sinistra, e bisbigli di rispetto e di commiserazione, e mute strette di mano, e allusioni contro quel governo di birbanti, e la setta idrofoba, e contro certe persone del paese, che, di sicuro, ci mettevano lo zampino. Fin le comari correvano all'uscio quando passava, e prendendo i figlioletti per un braccio, gliel'additavano affibbiandoglielo per martire.
Era una cosa proprio commovente! come anch'egli soleva dir sul serio certe volte, per una strana allucinazione delle nature veramente malvage.
Ma un bel giorno il bandito Mistretta detto il Salemitano cadde nella rete: e tra l'altre cose, confessò che all'assalto di S. Giovanni di Cammarata c'era stato il famoso don Peppino con la sua banda, e gli affiliati, gente in libertà, che lavoravano per essa, e che si solevan chiamare per dar man forte negli affari arrischiati: malfattori di Lercara, di Prizzi, di Burgio, di Montemaggiore, di Mezzoiuso, circa trentadue. Tutte queste cose gliele aveva confidate Ciccio Raja.
La giustizia si mise sulle peste di compare Ciccio, e compare Ciccio fu preso. Anche lui confessò: nominò alcuni dei malfattori ch'ebbero parte nell'assalto di S. Giovanni: Raimondi, D'Aquila, Mamola, Riggio, don Peppino, Di Marco, ed altri: aggiunse che la cosa l'avevano proposta due sangiovannesi, un galantomicchio e un prete di cui ignorava i nomi; ciò l'aveva risaputo da Di Marco che l'ignorava anche lui. Gli si domandò di don Peppino. Rispose che non era più in Sicilia; viste le cose assai imbrogliate, aveva creduto regolare di lasciar zitto zitto i compagni con un palmo di naso, a cavarsela come potrebbero. Certo s'era imbarcato.
Come si vede non spirava più buon vento per il reverendo; pare che Dio e i santi si fossero svegliati; tanto più che la polizia, messasi, benchè troppo tardi, nella buona strada, riusciva ad appurare che il bandito calabrese era a Susa d'Affrica, e a farlo arrestare.
Consegnato al Console italiano a Tunisi, fu imbarcato in una nave che partiva per la Sicilia. Durante il viaggio, carico di ferri, buttato come un cane in fondo alla stiva tra un buio pesto e 'l rombo dell'acque che suscitavano nella sua mente idee d'inferno e di dannati, nelle prigioni poi dello stato, arso dalla febbre, in una specie di buco umido, ebbe più orribile la visione della morte, col terrore dell'ignoto. Lo spavaldo, che, in quella bell'alba di marzo, aveva avuto rabbia e vergogna de' suoi rimorsi, cadde più che mai in potere di queste vipere dell'anima.
Era nelle mani della giustizia umana, e non voleva comparire davanti a quella assai più terribile, la Divina, aveva commesso tanti delitti, che non s'illudeva, i giurati lo condannerebbero a morte.... Che fare in tal frangente? Come sfuggire il pericolo?
Confessare. E s'attaccò a quest'ancora di salvezza.
Allora con la speranza gli entrò nell'anima il sollievo: e la sua natura d'istrione prendendo a poco a poco il sopravvento, in quel modo di condursi intravvide una bella parte, quella di masnadiere pentito, mutato in benefattore della società, coll'additarle que' nemici che, senza di lui, sarebbero rimasti per essa una continua minaccia. Il male che aveva fatto lo riparava con il bene che intendeva di fare. Egli osò evocare la nobile figura del maestro di S. Stefano, quasi a riceverne lode e conforto!
Il dieci d'aprile, nella sala degli esami del carcere giudiziario di Palermo, fece la sua propalazione davanti al presidente Carlo Morena, assistito da un vice cancelliere. Disse che si chiamava Angelo Pugliesi, raccontò la sua vita per disteso, diede i più minuti particolari dei suoi delitti, e di quelli de' compagni (37 nientemeno, e nella sola Sicilia!) nominando tanto i banditi, quanto gli ausiliàri, e i manutengoli, infarcendo il tutto di considerazioni filosofiche, di massime morali, di leggiadre descrizioni di luoghi, di citazioni di passi di scrittori, e della Bibbia. In ultimo toccò dell'imbarco.
«Una sera, verso gli ultimi di giugno, una di quelle navi che fanno il piccolo cabotaggio s'accostò a un punto designato lungo la spiaggia siciliana, e m'imbarcai. In meno di tre giorni approdavamo a Susa d'Affrica.
«Questa è la sola pagina della mia sciagurata storia che lascio in bianco, spero che la giustizia non me ne vorrà male. È un debito che pago alla riconoscenza. Eppure non lo farei, se sapessi che chi mi accordò la sua protezione fosse un malvagio, un cospiratore contro la sicurezza dello Stato; ma non è tale, posso dire anzi ch'è ben altro. Memore forse, che quando ero il temuto _Lombardo_, il _Capitano delle Montagne_ lo salvai da pericoli assai gravi, commosso dalle preghiere che gli feci inginocchiato ai suoi piedi, non potè tenersi dal beneficarmi. D'altronde più che vi penso, meno comprendo qual male egli abbia potuto fare allo Stato. E se male ci fosse, perchè si dovrebbe perseguitare lui solo? Il signor Francesco Cerra, il colonello Torselli, e un altro signorino, nell'anno scorso non fecero l'istessa cosa per Valvo, Lo Cicero, e Mesi, famigerati banditi di Montemaggiore? Non è giusto aver due pesi e due misure.
«A ogni modo mi si strapperà il cuore, ma non questo segreto, ma non il nome del mio benefattore.
«Arrivato a Susa, me ne andai in locanda, dove m'ammalai: come guarii, presi a pigione una camera nella via Fondacoh, e messi su un piccolo negozio di grano e di vino.
«A Susa conobbi un certo signor Pistoletti, negoziante veneto, residente là da venticinque anni, e garibaldino fanatico, tuttochè vice-console austriaco. Scrissi a Bonifacio in Cattolica, pregandolo di farmi arrivare una lettera di raccomandazione per il suddetto signore, la quale avrebbe dovuto firmare con la sua qualità d'aiutante maggiore della Guardia Nazionale. Per via di quella raccomandazione speravo di poter avere un posto in commercio. A Bonifacio scrissi altre tre lettere, in due delle quali lo pregavo di farmi esigere, per mezzo d'un certo Marretta, campiere del barone Paceco, alcuni miei crediti, cioè: sei onze da Umberto Riggio, e quattordici onze da Salvatore Raimondi: nella terza lo pregavo di cercar d'indurre lo stesso barone Paceco a darmi a mutuo cinquant'onze che gli avrei restituite entro un anno. Da Bonifacio ricevei.... non ricordo se due o tre lettere di risposta. Mi scriveva che il barone non voleva darmi a mutuo il danaro chiestogli, che era impossibile poter riscuotere i miei crediti. Mi accludeva la commendatizia per Pistoletti, mi dava notizie di lui, della sua famiglia, degli amici comuni. M'avvertiva infine che il generale Medici aveva fatto il possibile per sapere dal barone Paceco dove fossi, che questi aveva risposto di non volere denunziare un miserabile che volontariamente se n'era andato tra' beduini.... Forse non tutti la pensarono così!
«Ma io non ho rancore con questi signori, anzi li ringrazio d'aver offerto al governo i mezzi di rintracciarmi e arrestarmi.
«Dall'Affrica non ebbi carteggio nè col barone, nè con suo figlio Gasparino amico mio strettissimo. Da questo ebbi bensì una lettera, scritta, salvo errore, con inchiostro turchino sbiadito; poco prima che partissi dalla Sicilia, e quand'egli supponeva che sarei andato a Malta. Difatti in quella lettera me ne accludeva una di raccomandazione per un certo signor Mendolia negoziante in quella città. Mi pregava di scrivergli sotto l'indirizzo d'Agostino Paruta. Non conosco questo Paruta, non so se esista, non scrissi lettera all'indirizzo di lui.
«Ad avere altre commendatizie per Pistoletti, non che per il signor Gaetano Vittoriano, ricco negoziante a Tunisi e rappresentante la società Florio, scrissi due lettere al signor Francesco Cerra di Callavuturo. Egli rispondeva alla mia prima solamente con lettera firmata F. G. Mi diceva che avrebbe cercato di sapere se il Pistoletti facesse parte della sua Loggia Massonica, nel qual caso mi ci raccomanderebbe: mi parlava del felice arrivo in America di Valvo, Mesi, e Lo Cicero. Dirò due parole intorno all'origine ed entità dei miei rapporti col signor Cerra. L'incontrai per la prima volta, nell'inverno 1864-1865, nel bosco di Ganci da dove passavo con alcuni della mia banda, cioè: con Di Marco, D'Amico, Mamola, Riggio e Raja. Egli era con il suo campiere per nome Ciccio o Cicchitello. Ci avvicinammo, ci parlammo: mi disse che tutte le volte che mi trovassi nei dintorni delle sue masserie potrei andarci, o mandare per orzo, cibarie, e quanto m'occorresse. Accettai l'offerta, e me ne prevalsi più volte. L'incontrai una seconda ed ultima volta nell'aprile del 1865, sopra le case di S. Maria, mentre andavo a Garbonogara. Egli era accompagnato dall'istesso campiere. Mi parlò del furto di sei o sette cavalle, che poco prima era stato commesso nel feudo Ferricino appartenente all'amministrazione di Ferrandina di cui egli era a capo, e mi pregò a trovare il modo di fargliele riavere.
«Nel maggio e giugno dell'istesso anno, mentre ero nelle case della Lucania ricevei una lettera del Cerra, nella quale mi ripeteva la preghiera: risposi che avrei fatto il possibile per servirlo. Difatti avendo risaputo alcuni giorni dopo, che il furto delle cavalle era stato commesso da taluni della mia banda, li costrinsi a restituirle immediatamente.
«Il 25 novembre, mentre passavo davanti all'ufficio del Vice consolato Italiano in Susa, mi sentii chiamare dal cancelliere: salii: e stavo per domandargli in che potevo servirlo, quando quel Dragomanno che era un turco, con quattro sbirri ch'erano pure _turchi_, mi saltarono addosso, e con modi non umani ma _turchi_, cercavano di legarmi. Nego d'aver tentato di respingere quel puzzolente sudiciume; gridai però ch'ero italiano; che non ero in flagranza di reato, che anzi mi trovavo in territorio straniero, e in mancanza di trattati d'estradizione, non poteva mettermi le mani addosso nessuno, meno d'ogni altro poi i _turchi_. Ma quando venne il Vice console, e con parole e modi umani mi dichiarò che il mio arresto era stato ordinato con dispaccio del Console generale in Tunisi, davanti al quale avrei potuto far valere le mie ragioni, m'arresi, e c'intendemmo. Egli proibì a que' manigoldi di legarmi, e permise che libero, ma con coloro dietro, andassi a casa per dare assetto alla mia roba. Alla presenza di quei signori misi ogni cosa in una cassa, lacerai alcune carte di nessuna importanza, cioè canzoni e sonetti che solevo scarabocchiare nelle mie ore d'ozio, alcune bozze di lettere che avevo scritto per conto di qualche italiano mio vicino, e specialmente del muratore Pietro Lombardo, consegnai al Dragomanno un portafogli, dal quale non levai altro che sette napoleoni, e ciò col suo permesso. Sarebbe per lo meno errore il dire che in quella lacerazione ci sia stata sorpresa, proibizione; ci siano stati dissidi o che altro.
«Nel carcere di Susa ci stetti un giorno soltanto. Domandai l'occorrente per scrivere, e mi venne accordato. Stavo scrivendo una lettera a Bonifacio, nella quale l'avvertivo del mio arresto, e del sequestro delle sue lettere, quando mi piombarono un'altra volta addosso i prelodati Dragomanni e manigoldi, i quali, con modi pure prelodati me la strapparono di mano. Volevo avvertir Bonifacio, non perchè m'avesse assistito, dato mano, e consigliato nei miei misfatti, ma perchè non avesse a soffrire onta o danno per la mia amicizia.
«A Tunisi, dove stetti quattro o cinque giorni, scrissi una lettera al Console francese, vidi il Console generale italiano, che, con tratto gentile, mi notificò che il mio arresto era stato ordinato dal prefetto di Palermo, e che in questa città avrei potuto mettere in campo le ragioni intorno all'illegalità della mia cattura, o altro. Dal carcere di Tunisi vennero a levarmi un maresciallo e non so quanti carabinieri di qui. Nel viaggio da Tunisi a Palermo, i passeggieri al veder me gracile, smilzo, un vero fuscello di paglia, ma pure attorniato da molti armati, e carico di ferri, facevano le maraviglie, e qualcuno di essi sorrideva. Avrei sorriso anch'io se l'animo mio non si fosse trovato allora travagliato da tanti tristi pensieri! Dall'isola a cui m'avvicinava, ero partito pochi mesi prima, dopo d'avervi commessi tanti delitti, specialmente una grassazione e un sequestro che mi avevano fruttato assai bene: eppure ne partivo povero, miserabile! tutto il mio tesoro consisteva in trent'onze che avevo avuta poco prima da una mano caritatevole, per non dir paurosa e tremante.... Quanta morale in questo fatto! Tranne una briciola d'ingegno, che mi diede la madre natura, e un poco d'istruzione di cui sono obbligato ai prigionieri di S. Stefano, io sono un volgarissimo malfattore: eppure, con l'aver magnificato le mie azioni perverse, con l'avermi accollati dei pensamenti, e dei colori politici, che disgraziatamente non ebbi mai, con l'aver dato al mio arresto un'apparenza bellicosa, si riuscì a trarre la mia persona dal volgare, e a sublimare la mia tristizia.... Anche al malvagio qualche volta sorride la fortuna! Sì, da quest'isola a cui m'avvicinava, io era partito pochi mesi prima col rimorso, e colla speranza; e ora vi ritornavo con la rassegnazione, e con la confidenza nei miei giudici, e nel governo del re.
In questa sua propalazione particolarizzata minutamente, disse, che l'affare di S. Giovanni l'avevano proposto un prete e un _galantomicchio_; che il prete si chiamava don Giuseppe Rizzotto, che del galantomicchio aveva dimenticato il nome.
Il fulmine scoppiò in S. Giovanni con l'arresto del reverendo, il quale, vestito com'era in abito lungo, fu fatto passare per la piazza. Il degno sacerdote non aveva più l'aria dignitosa, e l'atteggiamento di martire che avevano imposto a' gonzi: andava livido, disfatto, a occhi bassi, tra uno stuolo di militi e carabinieri, proprio nell'attitudine d'un vero malfattore.
Lo condussero a Termini, e di là a Palermo, dove fu interrogato da un giudice istruttore, e gli fu notificato che sarebbe stato messo a confronto con don Peppino, il quale doveva farne la ricognizione.
Quel giorno domandò di travestirsi. Gli erano cresciuti i capelli, e un po' anche la barba; in abito civile, senza cappello, si sforzava a far l'indiano, Dio sa come, dentro in mezzo a tre o quattro altre persone pescate per figurare da comparse.
Restò di stucco quando il capo bandito, lento e grave, dopo aver squadrato ben bene que' signori, si avvicinò a lui, e disse:
--Se non erro, il prete di S. Giovanni di cui parlai nella mia propalazione, è quello che tocco con la mia mano destra.
E lui, a un tratto, sentì salirsi un'ondata di sangue al viso, e perduta la bussola, gridò con voce strozzata, e scotendo le mani in aria:
--Messere e scellerato!... anima del diavolo!... dove m'avete conosciuto!... dove m'avete visto!... E accortosi della bestialità che aveva fatta, calmandosi subito: Quest'uomo è pazzo.
--Oh, non son pazzo, reverendo, insistè l'altro scrollando il capo mestamente. Non è forse vero che alcuni giorni prima della grassazione m'abboccai alle Tre Croci con voi e con un vostro amico? Non è forse vero che la sera del 29 marzo voi ci veniste all'incontro, ci accompagnaste in paese, e conduceste i depredatori a Badalà? Non è forse vero che ne' giorni seguenti aveste la vostra parte di bottino da un campiere che cavalcava una cavalla storna?
--Quello che dice quest'uomo è falso: io è la prima volta che lo vedo.
--Ripeto che, se il mio non è errore, voi siete il prete grassatore di S. Giovanni, e che le cose tra me e voi andarono come ho detto.
Così, venuta l'ora del dibattimento, fu accomunato nella gabbia con gli altri malfattori.
Oh, faceva una ben strana figura quel coso enorme, tutto nero tranne il colletto della camicia, il faccione di luna piena, e le mani, in mezzo a brutti ceffi, e grinte d'assassini, vestiti anche loro a festa, con abiti nuovi che nell'occasione soglion provvedere gli amici, per decoro di corporazione. E benchè avesse ripreso un po' d'animo, a forza di persuadersi che po' poi prove veramente chiare della sua colpabilità non ce n'erano, pur non aveva potuto riuscire a vincersi a tal punto, che dal suo atteggiamento grave e tranquillo, e più che altro da' suoi sguardi, non trasparisse una cert'aria di bestia grossa presa alla tagliola. E la folla che ogni giorno s'accalcava sempre più nell'aula, guardava gli altri, ma finiva poi con fissar gli sguardi pieni a un tempo di curiosità e di disprezzo, sul suo faccione in cui mostravan solo la sofferenza interna due cerchi neri attorno agli occhi.
Egli in principio soffrì una gran molestia di quegli sguardi, per sfuggirvi non c'è sacrifizio che non avrebbe fatto: ma vi si abituò presto; tanto più che lo distrasse lo svolgersi della causa per lui, d'interesse tanto vitale.