Part 8
Al momento di salire in un omnibus d'hôtel gli dissero che un treno di piacere partiva immediatamente per Napoli. Si poteva dunque arrivare quattro ore prima. Tornò precipitosamente nella stazione, saltò nel treno che era pieno di preti e di escursionisti, e quando la Villari riceveva il suo telegramma, egli già s'avvicinava a Caserta.
La Villari stava facendo colazione tardi, come di consueto, e ammonticchiati in vaghe circonvoluzioni d'oro pallido sul suo piatto stavano i maccheroni al burro e formaggio. Ella vi aveva per l'appunto piantato la forchetta e la stava girando e rigirando, ravvolgendoveli con pacata cura, quando Teresa, la serva, entrò concitata.
--Un telegramma, illustrissima.
La Villari l'aprì.
--Misericordia!--esclamò.--È lui che torna!
Teresa si pulì le mani sul grembiale.
--Ah! Il signorino torna? Ma davvero? Ma possibile?
--Sì. Arriva stasera. Alle nove,--sospirò la Villari.
--Bene, bene. Ma la signora non lasci freddare i maccheroni.
E anche Teresa, andandosene, sospirò, e mandò via il fattorino del telegrafo senza dargli mancia.
Erano stati bei giorni questi senza il signorino. Si era sempre mangiato in pace. Ed è già una cosa poter mangiare in pace. La signora non aveva mai avuto i nervi. Ed è già una cosa non avere i nervi. E adesso si sarebbe tornati alle solite. Le scene della signora e le sfuriate del signorino; il pranzo che diventa freddo mentre loro ragionano; le uscite del signorino colle porte che sbattono; i pianti e le convulsioni della signora; i telefonamenti, i parenti e gli amici che vengono a consolare e persuadere la signora; i ritorni del signorino; e poi da mangiare per tutti, magari alla una o le due di notte!... No, non era una vita.
Teresa portò in tavola la flava costoletta alla milanese.
--Ecco! ci siamo già! L'illustrissima non ha mangiato i maccheroni.
--Oh! Non seccarmi coi maccheroni,--esclamò l'illustrissima che aveva già i nervi.--Pensiamo piuttosto a questa sera... cosa si fa?
--Eh! facciamo un bell'osso buco che piace a Sua Eccellenza il signorino. Allora diciamo: l'osso buco--
--Oh non seccarmi coll'osso buco,--gridò l'illustrissima.--Non capisci che non deve trovarci a questo modo?
--Vossignoria metterà l'abito di crespo rosa, e faremo venire il parrucchiere alle sei. Le pare?
--Sì, sì. Ma non basta.
Nino non doveva trovarla seduta lì ad aspettarlo, come se non ci fosse al mondo che lui.
--Va via, Teresa, va via. Devo pensare.
Teresa se ne andò brontolando.
Nunziata Villari per lo più vedeva la vita e trattava le situazioni secondo i metodi di Sardou, Dumas o D'Annunzio. Nino, tornando, doveva trovarla supina in una stanza oscura, colle guancie pallide e con grandi ombre azzurre sotto gli occhi. Oppure, ancora meglio, ella all'arrivo di lui--non c'è! E mentre egli si dispera, ecco, ella entra, tornando da qualche folle banchetto, ingemmata e ridente! Ah! essa lo vede, vacilla! Si passa la mano ingemmata sugli occhi, un singulto la scuote. «~Nino!~»... ed egli le cade ai piedi... Poi subito egli le fa una scena di gelosia. Dov'è stata? Con chi? Dov'era quando arrivò il telegramma? Perchè non era in casa a riceverlo? Chi le manda tutti questi fiori?... Bah! E con un gesto d'infinito sdegno Nino li afferra a fasci e li getta dalla finestra...
A dir vero dei fiori in casa non ve n'erano. La Villari richiamò dunque Teresa e le disse di andare dal fioraio e di ordinare per cento lire di gardenie e di rose bianche, tutte bianche, e che le portassero il più presto possibile.
--Sì, signora,--disse Teresa andandosene.
--E non scordare il parrucchiere per le sei.
--Sì, signora.
--E una carrozza per le sette.
--Sì, signora.
--E, Teresa!...
Teresa si fermò con la faccia vacua e rassegnata.
--Ricordati, Teresa, che sei stata tu ad aprire il telegramma. Io non c'ero. Ero fuori. Sono sempre fuori. Con tanta gente... capisci?
--Sì, signora.
E con schiena negligente e strascinando i piedi Teresa se ne andò a ordinare i fiori e la carrozza e la pettinatrice.
Nunziata, rimasta sola, si sciolse i capelli, ne mise la maggior parte sulla tavola di toeletta pronta per il parrucchiere, si stropicciò un po' di lanolina intorno agli occhi e si sdraiò in poltrona con un romanzo della Serao ad assaporare un'ultima mezza giornata di calma.
L'amore non era calmo; l'amore era incomodo ed agitante. E il dover mantenere la finzione di avere ventotto anni quando se ne hanno quarantacinque è una fatica e una pena. Certo, ella adorava Nino; al solo pensiero che egli potesse stancarsi di lei o abbandonarla definitivamente le balenavano truci visioni di vendetta e di vetriolo, di disperazione e di morte. Ma ahimè! quanto ella invidiava quelle placide donne felici, che arrendono senza lotta la loro gioventù, che mansuete s'abbandonano al soave declinare della loro vita, come una nave entra in acque calme. Ma essa, perchè il suo amante era giovane, doveva battagliare convulsa e tenace con gli anni ingolfatori e inesorabili. Ed ella si aggrappava, disperata, alla giovinezza; la teneva stretta come un bimbo afferra e stringe nelle mani un uccelletto selvatico che palpita per sfuggirgli. Ahi, quando il bimbo apre la mano il prigioniero è morto. Meglio lasciarlo volar via quando era l'ora.
Così pensava Nunziata Villari. Le vane penne ella le stringeva ancora. Ma già l'alata giovinezza era morta.
Sospirò e aprì il libro; poi soffocò i pensieri sotto la calda potente prosa di Matilde Serao.
Il treno di piacere arrivò a Napoli alle cinque, all'ora appunto in cui il fiorista della strada Caracciolo inseriva un fil di ferro nella gola verde dell'ultima delle candide rose per l'illustrissima. Cento lire di rose a Napoli nel mese di giugno sarebbero bastate a consumare la morte profumata della verginetta del Freiligrath, nella «Vendetta dei fiori»; bastate poi anche a coprirne la bara dall'estremità più larga alla più angusta. Ci vollero due uomini per portarle tutte, legate in grandi fasci di bianchezza olezzante, per la strada Caracciolo fino al palazzo Imparato.
Nino, in vettura, venendo dalla stazione, vide già in distanza due uomini carichi di candidi fiori, e si domandò vagamente per chi potessero essere.
Poi ripensò il viso di Nunziata, pallido e torturato, come per ultimo l'aveva veduto nel dirle addio. Ora la rivedrebbe sorridere di quel grazioso sorriso, titubante e un po' birichino, che era rimasto un sorrise giovane... (Gli uomini coi fiori avevano voltato l'angolo della strada... Ora anche la vettura di Nino svoltò, ed ecco gli uomini che a passo cadenzato ancora lo precedevano).
Egli era stato un egoista, un vile. Ma espierebbe, farebbe quello che era onesto. Nunziata non rimarrebbe più sola a piangere, non sarebbe più spinta al braciere di carbone come una sartina innamorata...
(Gli uomini coi fasci di fiori erano raggiunti, e camminavano a fianco della vettura. Un momento ancora e questa li lasciava indietro). Ed ora la carrozza si fermò alla porta del palazzo Imparato. Il vetturino scese a tirar giù il bagaglio e un lazzarone in attesa si precipitò e se lo caricò sulla spalla. Mentre Nino pagava il cocchiere, gli uomini coi fiori lo raggiunsero ed egli si volse per vederli passare...
Ma ~non passarono~. Entrarono nel portone del palazzo Imparato e sparirono nell'ombra della scalinata... Il cuore di Nino sobbalzò. Il lazzarone, osservandolo, lesse una tragedia nel suo volto, ed ebbe la soddisfacente persuasione che la mancia sarebbe stata cospicua; il lazzarone sapeva che l'angoscia è generosa quanto la felicità.
Nino, acciecato dallo spavento, si precipitò su per la larga scalinata. Già fermi sul pianerottolo dell'appartamento di Nunziata, gli uomini coi fiori aspettavano.
Teresa aveva aperto la porta e subito scorse dietro le rose, il viso bianco, folle di terrore, di Nino.
--Santa Vergine! Il signorino!
In una istantanea visione le balenò il pensiero dell'illustrissima che discinta, non incipriata, non pettinata, leggeva Matilde Serao con le treccie giacenti sulla tavola di toeletta. La faccia atterrita della serva confermò i terrori di Nino. Livido e barcollante entrò, e abbandonandosi su una seggiola nell'anticamera si coprì il viso colle mani. L'illustrissima, che aveva udito lo strepito, s'affacciò alla porta del salotto: vide, comprese, e richiuse pianamente l'uscio.
Quando, pochi istanti dopo, Nino, precipitoso e convulso, entrò--la stanza era oscura, le imposte chiuse. Nunziata giaceva supina colle guancie pallide, un morbido velo cerulo le cingeva in vaghi drappeggiamenti il capo; ma sotto ai suoi occhi non v'erano grandi ombre azzurre, perchè non c'era stato il tempo di farle...
E tutto ricominciò da capo. Perchè se Nunziata era placida e calma quando Nino era lontano, appena egli era presente essa sentiva che la sua vita tutta dipendeva da quell'amore, e che l'abbandono sarebbe stato per lei la morte.
Stretto e sempre più stretto nelle bianche dita ingemmate, serrava l'uccelletto morto, narrando piano al suo stanco cuore che l'alata giovinezza era viva ancora...
Nino fu delicato per lei e pieno di riguardi. Scrisse anche varie lettere ai consolati italiani di Rio e di Buenos Aires pregandoli di accertarsi della verità riguardo al presunto decesso di Edoardo Villari, il quale, secondo la sua cuoca (che era ritornata con dei denari e aveva sposato un barone), era mancato serenamente ai vivi qualche anno prima.
Se talvolta il ricordo di Nancy batteva con mano lieve alla porta del suo cuore, Nino non mai gli aprì.
XV.
Nella sua villa sul Lago Maggiore Clarissa si annoiava; e scrisse per invitare Nancy:
«_Ma charmante_,
«Se vuoi scrivere il tuo capolavoro tra le bellezze e la pace della natura, vieni qui. L'esecrabile calma che spira dal lago e da mio marito ti gioveranno. Vieni, vieni, e sta almeno un mese. Ti darò una grande stanza chiara in cima alla casa, con un grande tavolo e un gigantesco calamaio; e davanti a te sarà la vista che ispirò Manzoni... o forse era un altro lago, quello? Non importa. Vieni a creare qui il tuo ~chef-d'oeuvre~».
Con la stessa posta mandò un biglietto a suo cognato:
«_Aldo, mon joli_,
«Sei pregato di venire a trovarmi. Carlo è insopportabile. Brontola tutto il giorno e russa tutta la notte. Perchè mai l'ho sposato?
«Questa è la quarta volta che t'invito quest'anno, e non sei mai venuto. L'anno scorso non era così.
«CLARISSA.»
«P.S. La piccola poetessa verrà a star quì un mese.»
Aldo arrivò l'indomani. Dopo aver salutato il fratello e la cognata domandò:
--Dov'è Saffo dai capelli di viola?
Clarissa gli spiegò che non era ancora arrivata. Allora egli fece il broncio e suonò il pianoforte tutta sera, mentre Carlo russava sul canapè.
Clarissa, volgendo gli occhi dall'uno all'altro, si domandava quale dei due la insultasse di più.
Nancy arrivò il giorno dopo. Aveva portato con sè tutte le sue carte, i suoi quaderni di appunti e anche un porta-penna d'avorio rotto, con cui scriveva sempre. Era già tutta presa dal capolavoro. Si sarebbe messa all'opera immediatamente. Durante il percorso, nella carrozzetta che Clarissa guidava, dallo sbarco alla villa Solitudine, Nancy raccontò i suoi progetti a Clarissa, che sorrideva e approvava, frustando la grassa e pigra cavallina.
Avrebbe scritto un libro. Il Libro! Una grande opera seria, con alti intenti; non un volumetto di brevi poesie scapigliate, effimere, che si leggono oggi e si dimenticano domani. E si era prefissa di non pensare ad altro che al Libro; di non vivere che per il Libro. Avrebbe sognato il Libro; passeggiato per il Libro; respirato, mangiato, dormito per il Libro. A Milano, con tanta gente intorno, gente che parlava e la distraeva, era impossibile lavorare; ma qui, nella grande camera tranquilla in cima alla casa... Com'era buona Clarissa, com'era cara di averci pensato! Nancy sentiva di non poterla mai abbastanza ringraziare...
Clarissa approvava col capo e sorrideva; e la carrozza svoltò nel viale di castagni della villa Solitudine. E Nancy, alzando gli occhi, vide, con suo stupore, Aldo scendere i gradini venendo ad incontrarle. Aldo, vestito di flanella bianca con una fascia rossa intorno alla cintura e la lucida testa nera scoperta al sole! Tre o quattro grandi cani gli balzavano intorno latrando.
--Guarda,--disse Clarissa, additandolo a Nancy.--Non ti rammenta Endimione desto al bacio di Diana? Narciso!... Adonais!... Gli Dei hanno riversato su di lui tutta la bellezza del mondo!
Siccome Nancy non rispondeva, Clarissa si volse a guardarla.
--Uh! che faccia scura, ~ma chérie~! E sei tutta impallidita! Perchè? A che cosa pensi?
--Al Libro,--disse Nancy.
E le parve che il Libro fosse una sua creatura, condannata a morire prima di nascere.
--Lo scriverai, ~mon ange~! Aldo non ti disturberà.
E gettate le redini a un piccolo groom rigido, Clarissa raccolse con mossa aggraziata le gonne e scese tra le braccia di Aldo.
Nancy aveva già posto il piede sul predellino, ma Aldo la prese per la vita, e lesto e leggiero la sollevò e la mise in terra. La bocca rossa e ridente del giovane era così vicino alla faccia di Nancy, che essa impallidì un poco.
Col suo cerimonioso saluto meridionale Aldo le baciò la mano.
--Schiavo suo, signora.
... Nancy andò nella sua camera--la grande camera vuota con la vista celeste del lago--e vi rimase tutto il pomeriggio. Riordinò i suoi appunti, spiegò davanti a sè i larghi fogli di carta bianca, e intinse nel grande calamaio la penna d'avorio.
Poi guardò dalla finestra. Udiva in giardino i festosi latrati dei cani e le risate trillanti di Clarissa. Sul dolce lago azzurro una vela piccola, che pareva un fazzoletto, s'alzava e s'abbassava, nicchiando, e allontanandosi con mille piccole riverenze sulle minuscole onde.
E dalle aperte finestre della sala si udiva Aldo che suonava una «Valse triste».
Nancy intinse di nuovo la penna nel calamaio, e guardò la vista.
Ora udiva la musica vagare e smarrirsi in soavi modulazioni semitonali che si risolvettero nel carezzevole accompagnamento del «Musikant» di Hugo Wolff.
_Wenn wir zwei zusammen wären Möcht' das Singen mir vergeh'n..._
Essa udiva la dolce voce tenorile e le pareva che le note, unite l'una all'altra, le si legassero intorno al cuore attirandola a lui.
Si alzò a chiudere la finestra, poi tornò a sedere davanti al tavolo.
Intinse la penna e scrisse in cima al primo foglio: «Villa Solitudine», e la data; sotto--non avendo ancora pensato al titolo--tracciò in grandi lettere:
«IL LIBRO»
Poi balzò in piedi e corse giù.
Nell'ora del tramonto uscirono in barca. Clarissa sedeva al timone e Aldo in atteggiamento di grazia indolente, governava la vela. Il fiammeggiante occaso gli irradiava il puro viso giovine, e il vento di tramontana sollevava lene i neri capelli che gli ondeggiavano sulla fronte. Egli taceva, soddisfatto di sapere che le due donne lo vedevano, e che il cielo sfolgorante serviva di sfondo al suo profilo.
Clarissa chiacchierava, rideva, cinguettava; ma Aldo taceva; ed era il suo silenzio che rapiva Nancy.
_Ed io che intesi ciò che non dicevi M'innamorai di te perchè tacevi._
La semplice dolcezza di quei due versi dello Stecchetti le cantavano con senso nuovo nella mente, e in tutti quei giorni le tornarono sempre al pensiero.
Aldo sapeva poche cose, ma sapeva il valore del silenzio. Conosceva l'attiranza, la malìa dell'«hortus conclusus», del Giardino Chiuso in cui non si è penetrati ancora. Nancy, trepida innanzi al cancello, ne sognava le non vedute rose, le fontane di luce, e i viali d'ombra e i laghi di mistero. L'anima di Aldo era per lei un giardino chiuso.
Aldo conosceva anche il valore dei suoi occhi, grandi occhi tenebrosi le cui palpebre, diceva Clarissa, parevano annerite col turacciolo bruciato. Quando egli li alzava all'improvviso e guardava fisso Nancy, essa sentiva un tuffo nel sangue che le toglieva il respiro. A poco a poco, giorno per giorno, quegli occhi attirarono verso le loro profondità lo spirito di Nancy; la sua anima interrogante, china sovr'essi come sopra un abisso, si perse, si sommerse...
E così, guardando negli occhi di lui, Nancy credeva di leggervi la bontà, l'ingegno, la purezza; e non sapeva che era la sua anima stessa che ella vedeva riflessa in quelle splendide pupille.
Il Libro ogni tanto clamava in lei; ma essa ne soffocava la voce sussurrando: «Aspetta!»
E il Libro aspettava.
Un giorno, in giardino, Clarissa si dondolava nell'amaca fingendo di leggere, quando Aldo si avvicinò e le sedette accanto.
--Clarissa, ho venticinque anni.
--~Vlan! ça y est~.--disse lei; e il libro le cadde dalle mani. Sentì un dolore sordo nel cuore; le sue narici impallidirono mentre solo le sovrapposte rose delle guancie continuavano a fiorire inconscie d'ogni emozione.
--Sono senza un soldo,--proseguì Aldo, cogliendo un filo d'erba e masticandolo,--e Carlo m'ha fatto capire che, se ci si provasse bene, potrebbe anche vivere senza di me.
--Ah!--scattò Clarissa,--quando l'ha detto? Come lo ha detto? Credi che abbia... credi... che pensi qualche cosa?
Aldo scosse la bella testa.
--Carlo non pensa mai niente. Ma il fatto sta che, o devo tornare al rancio del Texas, o devo prender moglie.
Il rancio del Texas era una invenzione romantica di Clarissa, fondata semplicemente su una gita di un mese fatta da Aldo a New York.
Clarissa si morse le sottili labbra scarlatte.
--Già,--disse, e tacque.
Durante la lunga pausa che seguì, Aldo colse un altro filo d'erba e lo masticò.
--M'immagino,--disse infine Clarissa, sogguardandolo traverso le lunghe palpebre semichiuse,--m'immagino che sposerai qualche vecchiaccia affettuosa con molti quattrini.
--No, no,--disse Aldo.--Le conosco, quelle lì. Quelle esigono l'affetto, e i quattrini se li tengono.
E dopo una breve pausa in cui sentiva gli occhi caldi e irosi di Clarissa pesare su di lui, soggiunse:
--Sposerò la piccola Saffo.
Clarissa diede in una forte e aspra risata.
--Già. Questo lo farai semplicemente per tuo piacere. ~Farceur~, va!
Aldo inarcò con noncuranza le perfette sopracciglia e non rispose.
--Lo sai pure che non ha un soldo, non il becco d'un quattrino.
--Oh, avrà pure qualche cosa,--disse Aldo affettando di sbadigliare.--E poi è un genio, e guadagnerà quello che vuole.
--Tu sei un perfetto porco,--disse Clarissa, risdraiandosi nell'amaca e chiudendo gli occhi.
Il perfetto porco si alzò con aria sdegnosa e la lasciò.
Entrò in casa, prese il cappello e il bastone, e uscì, passando dal giardino all'arsa strada maestra. Andò all'imbarcadero, dove trovò un battello che partiva per Laveno. Egli vi salì, e a Laveno prese il treno per Milano.
Pranzò al Savini, con eccellente appetito.
--Intanto quelle lì si roderanno,--pensò.--Meglio. ... Così impareranno!
Passeggiò un'ora in Galleria, poi andò a casa e dormì bene.
Intanto, nella villa Solitudine, «quelle lì» si rodevano. ... E imparavano.
Nancy imparò che il giardino chiuso in cui aveva appena gettato uno sguardo era l'unico giardino nel mondo in cui ella desiderasse di entrare. Imparò che le parole che Aldo non aveva dette erano le uniche parole che ella desiderasse di udire. Imparò a credere che certo, dietro la portentosa bellezza di lui, stavano, mute, forti, inamovibili, anche la perfetta bontà e l'austera rettitudine, come leoni di marmo al cancello di un palazzo.
E Clarissa imparò che bisogna adattarsi al destino e accettare l'inevitabile; che è meglio aver mezza michetta che restar senza pane; e che infine un Aldo ammogliato era sempre meglio che nessun Aldo. Allora si diede a guardare più attentamente Nancy dicendosi che, dopo tutto, Nancy era una creaturina di cui un uomo si stancherebbe presto, nonostante--o appunto per--la sua intellettualità. Aldo, per Clarissa, non era un giardino chiuso. Ella ben conosceva i magri fiori delle sue aiuole.
Una settimana monotona e afosa si trascinò sui loro cuori senza notizie di Aldo. Infine Clarissa gli telegrafò a Milano. Disse di aver parlato a Carlo del suo desiderio di sposar Nancy; Carlo approvava. Che Aldo dunque tornasse. Tornasse presto. Tornasse subito.
Va bene. Aldo era disposto a tornare. Aspettò ancora un giorno o due e poi, verso la chiusa di un caldo pomeriggio, entrò nel giardino della villa come ne era uscito; traversò placido e disinvolto il sonnacchioso prato vibrante del ronzìo delle api, e si fermò sulla soglia del piccolo padiglione dove Nancy era seduta a leggere una lettera. Aldo vide che era una lettera lunga. Due dei foglietti azzurri, già letti, erano caduti in terra.
Sul tavolo di sasso davanti a lei era il calamaio, e la penna d'avorio, e il Libro. Quando l'ombra di Aldo oscurò il limitare, Nancy alzò gli occhi.
Vedendolo, ella trasalì e il suo viso si fece di un pallore latteo; quella subitanea opaca chiarità, quasi di svenimento, scosse i nervi di Aldo.
Egli si chinò sulla piccola mano ch'ella gli stendeva, e disse ancora una volta:
--Sono lo schiavo suo, signora.
Ma allorchè egli alzò gli occhi, essa comprese di aver udito male. Certo egli le aveva detto:
«Sono il tuo padrone, Nancy!»
--Chi le scrive?--domandò il giovane, accennando alla lettera.
Nancy chinò docili ciglia e il colore le corse nelle guancie.
--E' Mr Kingsley,--disse.--Ricorda? Quel buon inglese, tanto caro.
--Perchè le scrive? Cosa vuole?--disse Aldo; e con aria di padronanza afferrò la mano che teneva la lettera, e la strinse nella sua destra.
Nancy sorrise e la fossetta apparve, concava e rosata come l'interno d'un petalo di rosaspina.
--Vuole ch'io sia buona,--disse,--e ch'io scriva...
Aldo portò alle labbra il piccolo pugno che ancora serrava la lettera azzurra sgualcita.
--Ebbene, eccolo servito,--disse,--scriva, scriva subito.
E prese la penna d'avorio, l'intinse nell'inchiostro, e gliela diede in mano. Poi prendendo il foglio di carta bianca che doveva essere la prima pagina del Libro, dettò:
--«Caro Inglese. Sposo Aldo Della Rocca, che mi adora».
Nancy, tanto china sul foglio che i morbidi capelli sfioravano la carta, scrisse:
«Caro Inglese. Sposo Aldo Della Rocca, ch'io adoro».
Così fu compiuta la missione di Mr Kingsley, al quale quella lettera non fu mai mandata. Tanto, non era scritta per lui.
XVI.
_Vieni, amor mio, vieni: è levato il sole, E la fiorita via ride e ci attende. Quanta luce nel cielo! e quanto azzurro Negli occhi nostri fluttua e risplende. Oh vieni, andrem di nuova sorte in traccia. Tu del tuo genio, ed io di te sarò. Tu mi sorreggerai fra le tue braccia, Io col sorriso ti conforterò!_
_Se avremo fame, correremo in cerca Di selvatici frutti per la via. Si dormirà sotto alle stelle blande Colla tua bocca sulla bocca mia. Ed al meriggio farem sosta all'ombra Di misteriosi giganteschi fior; Tu colla testa sulle mie ginocchia Sognerai l'avvenire, ed io l'amor._
_Colla mia man sfiorandoti i capelli D'antichi eroi ti ridirò la storia Vedrò destarsi nella tua pupilla L'ardor della battaglia e della gloria. La tua pupilla bruna ed indolente Vedrò di negre fiamme sfolgorar. E forte e battagliero e prepotente Lo spirto sorgerà, pronto a pugnar!_
_Vieni, amor mio! Vieni, è levato il sole, E' di zaffiri e d'oro il ciel cosperso, Andiam col nostro giubilo d'amore A mettere a soqquadro l'universo! Andiam col gaudio nostro, andiam col riso Audace della nostra gioventù A sfondare le porte al paradiso E riportarne l'estasi quaggiù!_
Così Nancy sognava l'avvenire e la vita. La sua fronte era cinta d'asfodeli, la sua anima era sommersa nella felicità.
Il Libro aspettava.
All'ora del tramonto andavano in barca sul lago. Aldo, ritto presso alla vela, le sorrideva; e il cielo dorato serviva di sfondo al suo profilo.
--Oh!--sospirava Nancy, guardandolo e congiungendo puerilmente le mani.--Potrò dunque guardarti finchè i miei occhi saranno sazii di te! Finchè la tua bellezza mi sarà entrata nell'anima! La tua bellezza, Aldo, ~mi duole~! qui,--e appoggiava la mano sul petto,--mi duole, mi esalta, mi strugge.