Part 6
--Addio! addio!--Faceva il giro della terrazza nell'ora del riposo, stringendo la mano a tutti, e dicendo: «Gute Besserung» e «Auf wiedersehen in Deutschland!» a due o tre amici tedeschi.
Quando giunse presso la ragazza russa, questa dormiva. Edith lo salutò con un sorriso radioso:
--Addio! sono tanto contenta per lei, che parta. Sono proprio tanto contenta!
Quando egli fu partito, Edith si avvide che la russa aveva aperto gli occhi e la guardava fissamente.
--Mi avete parlato?--domandò Edith.
--No,--disse la russa, nella sua strana voce vuota--Ho pensato.
Edith sorrise.
--Che cosa?
--Ho pensato: perchè mentite, voi?
Edith si rizzò a sedere facendosi rossa in viso.
--Come?--esclamò.
Rosalia Antonowa tenne i suoi occhi profondi inchiodati sul viso di Edith.
--Avete detto che siete contenta di vederlo partire. Forse era vero,--soggiunse.--Voi non siete qui che da poco!... Ma tra un anno, tra due anni, tra quattro anni, le vostre labbra non potranno più pronunciare tali parole, e il vostro cuore si stringerà per l'amarezza quando un altro partirà, mentre voi sapete che non partirete mai. Mai!
Le fosche palpebre si richiusero.
Edith cercò qualche cosa di consolante da dire.
--Non bisognerebbe affliggersi di star qui. Davos è così divinamente bella! Non si può non amare questo splendore azzurro, queste montagne, folgoranti di neve e di sole.
--Oh! le montagne!--mormorò Rosalia, con le mani contratte.--Le montagne che mi pesano sul petto! E la neve che mi agghiaccia e mi soffoca, e il sole che mi brucia e mi accieca! Oh!--e alzò il pugno sottile verso l'immensità che torreggiava intorno a lei.--Oh! questa indescrivibile, questa mostruosa prigione della Morte!
In quel momento passò una giovinetta belga, con le labbra pallide e il vitino stretto, e si fermò per domandare a Rosalia come stava.
--Male,--rispose la russa, brevemente.
Quando la ragazza fu passata, si rivolse ancora a Edith.
--E saprete allora cosa vogliono dire quando vi domandano: «come state». Non è il solito «come va?» che si dice, passando, quasi senza pensarci. No; qui ~vogliono sapere~. Lo domandano sul serio. «Come state? state meglio di me? E' possibile che possiate guarire più presto di me? No, no; mi pare che stiate un po' peggio di me... Come? da un mese non avete emorragie? E nessuna febbre? Ma brava!! così va bene!...» E poi vedete nei loro occhi l'odio che vi vorrebbe morta.
--Oh!--esclamò Edith,--non mi pare possibile!
La russa tacque per un po', poi disse.
--Klasen tornerà qui. Non è guarito. Il dottore gli aveva detto di non partire. Vedrete che fra poco tornerà.
Tornò, diffatti, quattro mesi dopo. Edith fu desolata di vederlo così pallido, quasi grigiastro, in faccia. Ora doveva fermarsi a Davos ancora due o tre anni. Ma Klasen diceva che non gliene importava! Era felice. Era sposato da un mese!
Difatti sua moglie era con lui; ed egli la presentò a Edith e alla signora Avory il giorno dopo l'arrivo. Era una biondina di diciannove anni--un fiore di sangue azzurro dell'aristocrazia tedesca--e aveva voluto sposare Klasen malgrado le preghiere e i divieti dei genitori.
--Lo farò guarire io,--diss'ella ridendo alla signora Avory e a Edith.
L'estate era splendida; e la sposina usciva molto a far lunghe passeggiate e gite in montagna; e la sera cantava in tutte le feste e i concerti, perchè aveva una voce limpida e chiara, tutta trilli e gorgheggi come quella di un'allodola. Nelle ore del riposo stava sulla terrazza accanto a suo marito e vicino a Edith (poichè egli aveva ripreso il suo antico posto); ma dopo un po', la bella biondina si stancava di star lì; baciava in fronte suo marito e scappava a far delle visite, o andava in carrozza a Klosters; o studiava qualche romanza nuova.
I lucenti occhi azzurri di Klasen la seguivano; e la russa, dal suo giaciglio, lo guardava, leggendogli in volto i pensieri. Essa leggeva: «Ho preso moglie per non essere più solo--solo col mio male e il mio terrore, nel giorno e nella notte. Ma sono ancora solo. Quando mia moglie è con me, se io tosso, ella dice: «Povero tesoro!» E quando di notte soffoco e sudo, essa, nel sonno, sospira: «Povero tesoro!». Poi si volta dall'altra parte e dorme. E io sono solo, col mio male e il mio terrore». E alla russa pareva di vedere che gli occhi di Klasen ardessero di una luce che non era tutta amore.
Dopo qualche tempo la sposina cantò meno e fece meno visite.
Disse che era calata di peso; e un giorno andò con suo marito dal dottore. Sì... infatti... qualche cosa c'era--oh, una cosa da niente!--all'apice del polmone sinistro.
Così venne posta anche per lei una seggiola a sdraio sulla terrazza, accanto a quella di suo marito; e anche lei nel pomeriggio riposava con una coltre intorno, e un parasole sul capo.
Fritz teneva stretta la manina su cui brillava ancora nuovo l'anello nuziale; e quando lei tossiva, era lui che diceva: «Povero tesoro»! E non era più solo. Durante il giorno i due ridevano ed erano allegri; e di notte Fritz dormiva meglio. Ma sua moglie restava sveglia, e pensava alla sorellina e ai suoi due fratelli che erano a casa, sani e salvi, col papà e la mamma.
Talvolta, e specialmente d'inverno, arrivavano a Davos dei turisti e degli amanti di sport per restarvi una quindicina o un mese. La signora Avory notava che questi ridevano molto meno degli ammalati.
E Fritz Klasen diceva:
--Guardate un po' come esagerano lo sport, pattinaggio, ski, «bobsleigh», «curling»! Si logorano, si affaticano! Sì, sì,--aggiungeva piano a sua moglie e a Edith,--quasi tutti quelli che vengono qui come «sportsmen» ci tornano poi come ammalati.--E il suo risolino faceva rabbrividire Edith.
La sposina talvolta sussurrava al marito:
--Guarda, guarda, Fritz! altri due, arrivati oggi!
--Ma forse sono turisti?
--No, no! sono ammalati...--E negli occhi giovanili che si volgevano ai nuovi venuti, non v'era dolore.
Caddero, uno dietro l'altro, i giorni, come goccie stillanti, lente, limpide, uguali. Fluirono i mesi. Svanirono gli anni. Ed Edith li varcò con passo leggiero e sempre più leggiero. Ma ancora e sempre il desiderio di rivedere Nancy le mordeva, con dente avvelenato, il cuore. Ogni ora della sua giornata era amareggiata dallo struggimento di udire quella voce trillante e puerile, di sentire nella sua il tocco di quella tiepida manina. Pensava: «Se io morissi, Valeria permetterebbe a Nancy di dirmi addio!». Poi pensava: «Ma se Nancy venisse, io guarirei. Adesso non posso mangiare, perchè ho sempre voglia di piangere... ma se Nancy fosse qui, non piangerei. Andrei a passeggio con lei, e mi verrebbe fame. E se potessi mangiare, lo so che guarirei. Nancy! Nancy! Nancy!...»
Ma Nancy era in Italia in casa della zia Carlotta e della cugina Adele; e nemmeno le lettere di Edith le venivano date, perchè su quei poveri fogli si era chinata Edith--Edith, di cui l'affetto, di cui il tocco, di cui l'alito, era veleno.
Nancy parlava italiano e scriveva versi italiani. Usciva a passeggio con Adele; ed era Adele che teneva la morbida manina, che udiva il trillo della voce puerile. Era Adele che imponeva il silenzio in casa, e faceva aspettare i pasti quando Nancy componeva. E quando Nancy aggrottava le sopracciglia, passandosi una mano sulla fronte con quel rapido gesto che le era famigliare, Adele rideva; e la sua squillante risata milanese faceva prendere il volo a tutte le farfalle della fantasia! Adele metteva ordine nelle cose di Nancy, e aveva buttato via le primole disseccate che Nancy aveva colte con Edith nei boschi dell'Hertfordshire. E la fila di perline azzurre che Edith le aveva messo al collo il giorno che era partita per Davos, Adele l'aveva regalata alla figlia del portinaio. Aveva anche stracciato le poesie scritte dalla piccola Nancy in Inghilterra, perchè, tanto, erano vecchie cose che nessuno capiva!
E così fluirono i mesi, svanirono gli anni: ed Edith passò fuori dalla memoria di Nancy. Pianamente, mitemente, con passo leggiero, la dolce virginea figura uscì dal suo ricordo, e si dileguò. Poichè fanciulli e poeti sono immemori ed egoisti. E un fanciullo che è poeta, è doppiamente egoista e doppiamente immemore.
Quando Nancy ebbe quindici anni, una casa editrice milanese accettò il suo primo libro: un ciclo di liriche. La posta che portò le prime bozze di stampa alla giovanissima poetessa, portò anche una lettera, listata di nero, dalla Svizzera per sua madre.
--Mamma,--gridò Nancy togliendo dalla larga busta i fogli stampati e facendoli trionfalmente sventolare;--guarda! Ma guarda, mamma, le bozze! Questo è il ~mio libro~! pensa che è il mio libro!--E la fanciulla, chinando il viso sui sciolti fogli li baciò.
Valeria aveva aperta la lettera listata di nero, ed ora la contemplava pallida, con gli occhi inondati di pianto.
--E' morta Edith,--disse con voce tremante.
--Oh, poveretta!--esclamò Nancy.--Che dispiacere! Non piangere, non piangere, mamma adorata!--E baciò leggermente i capelli di sua madre. Poi si rivolse alle bozze, e trepida e solenne ne voltò la prima pagina.
--E' morta giovedì mattina,--singhiozzò Valeria.--Oh, Nancy, Nancy! E tu non sai come ti amava.
No, Nancy non sapeva.
Nè udiva più sua madre. Davanti a lei stava la sua prima poesia stampata. La striscia dei brevi versi in mezzo al largo foglio bianco, le pareva un sentiero...
E via per questo fantastico sentiero Nancy s'avviò, con occhi stellanti e mattutini, là dove il richiamo dell'amore o della morte non le giungeva più--guidando l'allucinante turba dei suoi sogni verso le lande favolose dell'immortalità.
XII.
Così Valeria vide esaudito il suo voto. Sua figlia era un genio. E un genio riconosciuto e glorificato come solo i paesi latini glorificano e riconoscono i proprii grandi. Nancy passò dal soave crepuscolo della puerizia all'abbagliante clamore della celebrità. Gli inesperti suoi passi tremarono sulle vette. E il giovane capo le fu cinto di splendori. Fu intervistata e citata, imitata e tradotta, invidiata e adorata. Aveva più innamorati che una prima ballerina, e più nemici che un primo ministro.
Al ben ordinato appartamento in via Durini, non veniva più la gente mitemente frivola che alla zia Carlotta piaceva. No. La casa era sempre piena di poeti. Poeti che restavano a pranzo, che suonavano il pianoforte, che parlavano sempre di sè stessi ad altissima voce e che trattavano lo zio Giacomo come se fosse il portinaio.
Sedevano intorno a Nancy e le leggevano i loro versi. E le critiche dei loro versi. E le loro risposte alle critiche dei loro versi. V'erano dei tempestosi poeti con barbe in punta; dei fortunati poeti coi baffi all'insù; dei cupi poeti non stampati; e dei poeti negligenti che si lavavano poco.
Vi fu anche un poeta che portò via un soprabito dall'anticamera. La zia Carlotta disse che era il Probabilista, quello dai capelli lunghi, autore della «Melica Cantata Essenziale».
Ma Adele sosteneva che era il Futurista, cantore del «Verbo della Magnifica Sterilità».
In breve giunse una lettera da Roma, collo stemma della Real Casa.
La dama d'onore di Sua Maestà la Regina era incaricata di invitare Giovanna Desiderata a leggere i suoi poemi al Quirinale, alle quattro e mezzo del venerdì seguente.
Subito la casa fu sossopra; dapertutto e ad ogni istante, mentre si facevano i bauli e perfino durante i pasti, la zia Carlotta, Adele, Valeria e Nancy si esercitavano a far delle profonde riverenze e dei baciamani--chiedendosi esterrefatte se si doveva dire «Vostra Maestà» ogni volta che si parlava, o solo casualmente, di quando in quando.
Partirono subito per Roma. Ordinarono per Nancy una veste sontuosa e un grande cappello piumato. E, giunto il fausto giorno, Nancy, con una veletta bianca calata per la prima volta sul viso infantile, in guanti troppo stretti, e tenendo il volumetto de' suoi versi serrato al cuore trepidante, si recò al Quirinale, accompagnata da Carlotta, Adele e Valeria, tutte in grandi boa di piume bianche.
Una dama d'onore, dalla veste semplice e dalla voce dolce, le ricevette; e, sorridendo un poco, spiegò che soltanto Nancy era attesa e poteva essere ricevuta. Disse poi a Nancy di alzare il velo e di togliersi il guanto della mano destra. Carlotta, Adele e Valeria abbracciarono Nancy come se partisse per un lungo viaggio, e le fecero il segno della croce sulla fronte, e molte raccomandazioni. Quindi la dama di Corte la condusse per una fila di sale gialle, di sale azzurre, di sale rosse--fino alla sala bianca ed oro dove la Regina l'avrebbe ricevuta.
Quasi subito la porta si aprì e la Sovrana entrò. Aveva la veste ancora più semplice e la voce ancora più dolce della sua dama d'onore, e mosse sorridendo incontro alla figurina, timida, sotto l'immenso cappello piumato. Allora Nancy dimenticò la riverenza imparata e il saluto tante volte ripetuto. Fissando gli occhi timorosi e infantili sulla bionda e clemente visione, con un piccolo singhiozzo, afferrò e strinse al cuore la mano bianca che si porgeva a lei.
La Regina d'un tratto si chinò verso di lei e la baciò.
... Era tardi, quasi buio, quando Nancy, pallidetta e trasognata, tornò dove l'aspettavano sua madre, sua zia e sua cugina. Queste terminavano appunto un nervoso rinfresco di dolci e vini, con un gentiluomo in divisa in piedi presso a loro, e due lacchè incipriati che le servivano. Tutte e tre si alzarono quando Nancy apparve, mettendosi affrettatamente i boa; e se ne andarono, scortate e riverite dal gentiluomo in uniforme, che--disse la zia Carlotta--«era probabilmente il Duca d'Aosta». Un altro lacchè incipriato le condusse sino alla carrozza reale, che aspettava per ricondurle all'albergo.
Durante il tragitto Nancy parlò poco, e la zia Carlotta e Adele la interrogarono invano. Seduta nell'ombra della carrozza, con gli occhi chiusi, teneva stretta la mano di sua madre e non sapeva dire alla zia Carlotta neppure che cosa le avessero offerto da mangiare! «Del thè?» Sì, del thè. «E delle paste?» Sì, delle paste. «Ma che genere di paste? e che cosa d'altro?».
Nancy non si ricordava.
«E come era vestita la Regina? Di bianco?» No, non di bianco. «Era vestita di seta? O di pizzo nero?» Nancy non lo sapeva. Non aveva visto.
«E che gioielli aveva?» Nancy non se ne poteva ricordare. «E l'aveva poi chiamata «Maestà» o «Signora»?» Nancy non sapeva. Le pareva di non aver detto nè l'uno nè l'altro.
Allora sua madre le chiese timidamente:
--E le tue poesie, le sono piaciute?
E Nancy strinse forte la mano di sua madre e disse:
--Sì.
Carlotta e Adele rimasero convinte che la visita di Nancy era stata un fiasco. Certo aveva fatto delle _gaffes_!... Si era dimenticata di fare riverenze e non aveva mai detto «Maestà». Tuttavia all'albergo parlarono molto e con tutti del pomeriggio passato al Quirinale; e finsero di non essere sorprese quando all'indomani il portiere portò a ciascuna di loro una busta, con dentro il ritratto firmato della Regina, e per Nancy uno scrigno con monogramma e corona contenente una spilla di smalto azzurro con le iniziali reali in brillanti.
Nancy comperò un diario--un piccolo libro celeste e oro--e scrisse sulla prima pagina la data e un nome. Il nome di un fiore--il nome della Regina.
Tornarono a Milano come in un sogno. Una folla di amici le aspettava alla stazione, e, primo fra loro, lo zio Giacomo, raggiante, con al fianco il Figliol prodigo, Nino, che da otto anni non si era fatto vivo a Milano. Alla sua vista Adele si fece rossa come una brage e Valeria bianca come un lino. E Nino ben se n'accorse; e sorrise, e si arricciò i baffi; e nell'aiutarle a scendere dal vagone, le baciò tutte e due, forte su ambo le guancie. Nancy non si ricordava affatto di lui. Lo guardò con occhi gravi mentre egli le descriveva un certo grembiulino rosa che ella portava da piccina in Inghilterra, e cercava di farle ricordare un teatrino di marionette, di cui a quell'epoca una Fräulein Meyer o Müller era direttrice di scena. Le chiese anche conto di una fossetta, come quella di sua mamma, che da bambina possedeva nella guancia sinistra--e Nancy rise, e subito la fossetta riapparve, incavandosi come una piccola coppa rosea nella tonda guancia giovanile. Valeria sorrideva colle lacrime agli occhi, e Nino, ciò vedendo, la baciò. Poi si permise di baciare anche Nancy. E infine baciò anche Adele che pareva aspettarselo. Allora lo zio Giacomo, molto impazientito, li fece correre fuori dall'affollata stazione, e li spinse nelle due vetture che aspettavano. Nino, all'ultimo momento, salì nella carrozza con Valeria, Nancy e la zia Carlotta, dove si stava pigiati e stretti.
Durante il tragitto egli non s'informò nè di Roma nè del Quirinale, e neppure parlò della propria lunga e misteriosa assenza. Citò dei versi di Baudelaire e di Mallarmé, senza nesso nè coerenza, ma con voce commossa e vibrante che faceva senso.
--I tuoi versi, cuginetta,--disse a Nancy,--non li cito. Sono sacrosanti.--E aggiunse piano:--Le mie labbra sono indegne.
Poi, distrattamente, prese a recitare Richepin:
_Voici mon sang et ma chair, Bois et mange!_
E lo disse, guardando fisso Valeria che gli sedeva rimpetto. Ella si fece di nuovo pallidissima; ma gli occhi che la fissavano non vedevano lei.
Nino e lo zio Giacomo restarono a pranzo dalla zia Carlotta, e alla sera, due dei soliti poeti--un probabilista, ed uno di quelli poco lavati--vennero a ossequiare la poetessa.
Nancy sedeva ritta e sottile, in poltrona, e i poeti le urlavano d'intorno.
--Che cosa pensi di D'Annunzio?--le chiese Nino, profittando, per farsi udire, di un istante in cui i due poeti prendevano fiato.
--Non l'ho letto,--disse Nancy.--Non ho letto nulla, nè nessuno.
--Brava! così si fa,--gridò Muggi, l'illavato, annuendo colla testa scarmigliata. Non legga nulla e conservi la propria individualità!
--Legga tutto, legga tutto, e coltivi la forma,--gridò il probabilista Raffaelli.
Durante la discussione che seguì, le voci dei due poeti formarono un muro di strepito intorno a Nino e a Nancy, che li isolava permettendo loro di discorrere insieme.
--Quanti anni hai?--chiese Nino, guardandole la fronte blanda su cui le sopracciglia si stendevano come ali tranquille sopra gli occhi ridenti.
--Ho sedici anni,--disse Nancy, e la fossetta s'incavò.
Ma Nino non sorrise.
--Sedici anni!--mormorò.
E perchè i suoi occhi erano avvezzi alle tristi linee di un volto appassito, alla tragica amarezza di una bocca stanca, il suo cuore cadde vinto e conquiso ai piedi della dolce e calma giovinezza di Nancy. Era inevitabile.
--Sedici anni!--ripetè, guardandola con grande meraviglia.--Ma chi più al mondo ha sedici anni?--E la sua anima si prosternò, non davanti all'ispirata autrice dei poemi che tutt'Italia adorava, ma davanti alla bambina di cui gli occhi erano così limpidi sotto al volo tranquillo delle sopracciglia.
E fu la fredda manina della vergine, non il polso del poeta, che liberò il suo cuore dalla stretta di quelle altre mani di donna--oh, le bianche e ben ricordate mani!--dove le vene azzurre e un po' turgide segnavano il corso più lento del sangue: quelle tristi vene azzurre che suscitavano la sua pietà, e strangolavano il suo desiderio.
--Posso chiamarti col tuo vero nome?--domandò.
Nancy rise.
--Chiamami come vuoi.
--«Desiderata!»,--diss'egli lentamente, e il colore abbandonò il suo viso mentre profferiva quel nome.
Quella sera Nancy scrisse sulla seconda pagina del suo diario una data e un nome. Poi li cancellò. E la Regina rimase sola nel librino celeste e oro.
Dalla visita al Quirinale in poi, ogni mattina alle otto, il cioccolatte e le lettere di Nancy le venivano portate da Adele stessa, che considerava un ufficio d'onore il poter servire la piccola Saffo d'Italia.
Entrava piano, in pantofole e vestaglia, colla lunga treccia nera pendente, e poneva il vassoio accanto al letto di Nancy; poi apriva le imposte e veniva a sedere presso la cuginetta. Mentre Nancy, come una principessina indolente, sorbiva col dito mignolo in aria, il suo cioccolatte, Adele apriva la corrispondenza. Leggeva ad alta voce anzitutto i ritagli di giornale che parlavano di Nancy; poi le domande di autografi, che venivano accuratamente messe da parte. Di queste s'incaricava Adele, che, secondo lei, scriveva l'autografo di Nancy meglio di Nancy stessa.
--Trovo che assomiglia di più alla tua firma quando la scrivo io, che quando la scrivi tu,--diceva Adele.
Indi le poesie e le lettere d'amore venivano lette e commentate con squillanti risa; e infine le lettere di affari si mettevano via e nessuno le leggeva.
Era tanta la gente che veniva a parlare a Nancy di ciò che essa aveva scritto, che non le restava più il tempo di scrivere cose nuove.
Ma la sua alacre fantasia era stimolata da tutti i modernisti e simbolisti, i futuristi ed ultraisti che le recitavano le loro opere. E nelle lunghe sere sotto il chiarore della lampada famigliare, mentre la zia Carlotta e lo zio Giacomo giocavano a briscola, Nino, appoggiati i gomiti alla tavola, leggeva le «Rime Nuove» di Carducci alle tre donne ascoltanti--Valeria, Adele e Nancy--che sedute nelle grandi poltrone, con le palpebre abbassate e le mani in grembo, parevano un trittico delle Stagioni d'Amore.
Valeria sedeva sempre un po' in disparte, nell'ombra; e se qualcuno le parlava, essa rispondeva piano, con breve dolcezza, e col sorriso spento. Le sue fossette si erano nascoste in due piccole linee che le solcavano le guancie. Valeria non era più Valeria. Era la madre di Nancy. Essa si era ritratta nell'ombra dove seggono le madri, dagli occhi miti che nessuno guarda, dalle bocche dolci che nessuno bacia, dalle mani bianche che benedicono e rinunziano.
Era la sua creaturina, era il «béby» che l'aveva spinta colà. Inesorabilmente, col primo gesto delle minuscole mani, col primo tocco delle fragili dita premute sul seno materno, la bambina aveva discacciato la madre dal suo posto al sole: l'aveva dolcemente, inesorabilmente, sospinta fuori dalla gioia, fuori dall'amore, fuori dalla vita--verso l'ombra dove seggono le madri con miti occhi di cui nessuno conta le lagrime, con dolci bocche di cui nessuno chiede i baci. Nancy prima d'altri aveva preso il suo posto al sole; che, se quasi sempre i figli, simili ai pettirossi, sono gli inconsci e istintivi carnefici dei loro vecchi, il giovane Genio è un'aquila, che balza inatteso dal nido d'una colomba; e, sbattendo le ali noncuranti e devastatrici, per vivere distrugge, per nutrirsi divora, per creare annienta.
--Nancy!--esclamò Adele, irrompendo un giorno nella camera della cugina,--c'è qui un inglese che vuol vederti. Vieni presto. Io non capisco una parola di quello che dice.
--Oh! mandagli la mamma,--rispose Nancy.--Io ho dimenticato tutto il mio inglese. E poi voglio leggere fino in fondo questo pernicioso Gabriele.
--Tua madre è uscita. Vieni, suvvia!
E Adele le accomodò con un colpetto e una tiratina i capelli, e poi la spinse nel salotto, dove l'inglese aspettava.
Questi si alzò--era un uomo alto, tutto sbarbato; e gli occhi erano buoni e ingenui nella sua faccia dura.
Nancy stese la mano dicendogli in italiano:
--Buon giorno.
Egli rispose in inglese:
--~How do you do?~--E continuò:--Il mio italiano è molto deficiente. Posso parlare inglese?
Nancy sorrise.
--Lei può parlarlo, ma io posso non comprenderlo.
Però lo comprese assai bene.
Egli le disse che slava scrivendo per la «Fortnightly Review» un saggio critico sulle poesie di Nancy, con una traduzione in prosa di alcune delle liriche; e desiderava di chiudere l'articolo con un «aperçu» delle sue mire e dei suoi intenti... Che cosa scriveva adesso?
--Nulla,--fece Nancy con un lieve gesto delle mani, un gesto di inerzia latina che egli trovò grazioso.--Non faccio nulla.
--Peccato!--disse l'inglese.--Intendo questa vostra dolce parola italiana in ambo i suoi significati, di rammarico e di colpa.
Nancy abbassò il capo con aria triste.
--Perchè non lavorate?--domandò severamente lo straniero.
Nancy ripetè il suo piccolo gesto sconfortato.