I divoratori: romanzo

Part 18

Chapter 183,847 wordsPublic domain

Quando si alzò, chiuse il baule, e vi chiuse dentro anche il ricordo di Aldo, che non doveva più essere vivo in lei.

Anne-Marie parve quasi non accorgersi dell'assenza di suo padre. Ne parlò talvolta, nel modo indifferente e gaio che hanno i bambini. Poi non ne parlò più affatto.

Minna girò per la casa con gli occhi rossi e il naso gonfio, e dopo qualche giorno i conti della spesa giornaliera segnarono un inverosimile rialzo.

Nancy pagò tutti i suoi debiti; comprò delle vesti per sè e per Anne-Marie, e diede congedo a Mrs Johnson.

Visitò delle pensioni nei quartieri distinti di New York, e fissò due stanze eleganti in un «boarding-house» di Lexington Avenue.

Nella sera che precedette la sua partenza dall'appartamento della 82.ma Strada, vennero Peg e George ad aiutarla a riporre le sue cose e a chiudere i bauli; ma presto furono richiamati a tornare nel loro alloggio, dalla venuta di un amico. Peg spiegò a Nancy, abbracciandola, che era un musicante polacco, certo Markowsky, che veniva qualche volta a far musica con George.

Anne-Marie dormiva. Nancy restò sola nel salotto spoglio, da cui era già stato tolto e messo via tutto ciò che le apparteneva. Il defunto signor Johnson la guardava mestamente, e anche l'aborrita lampada a piedestallo--accesa finalmente col consenso della commossa Mrs Johnson--versava una luce blanda sul fascio di rose, portato quella sera dal cupo e innamorato George.

Due rudi colpi battuti alla porta la fecero sobbalzare. Era il postino con una lettera per lei. Da Aldo? No. Veniva dall'Inghilterra, ed era per «Miss Brown». Nancy richiamò il solenne postino e gli diede mezzo dollaro.

--Grazie. Sissignora. Va bene. Tutte le lettere, anche per Miss Brown, a Lexington Avenue? Sissignora. Sarà servita. Buona sera.

Nancy aprì la lettera. I suoi occhi posarono con piacere sulla grande e caratteristica calligrafia. Anche lo stemma del Grand Hôtel in cima al foglio pareva narrarle delle cose note e aggradevoli. In quel piccolo cerchio dorato ella vedeva, come traverso un magico cannocchiale, le cose lontane che essa ricordava e amava. «Hôtel Metropole»! Le pareva di vedere la rotonda dell'«Hall», brillantemente illuminata, e le eleganti signore dalle lucide chiome infiorate, passare con fruscìo lento a fianco degli uomini cortesi e corretti.... E la premura degli zelanti camerieri; e gli inchini del portiere ossequioso; e il pronto accorrere dei paggetti in livrea scarlatta.... E fuori--al di là delle giranti porte di cristallo--Londra, gaia, folle, illuminata, riversandosi in fiumana di carrozze ai suoi divertimenti....

Nancy sedette e rispose alla lettera dell'Ignoto:

«Il grande salone dorato è chiuso, e tiepido, e fragrante. Le lampade e il fuoco versano un lume pacato sulle pesanti tende di broccato, e sui floridi arabeschi del tappeto.

«Delle grandi rose pallide ergono la corolla dai loro vasi di Copenhagen, e la loro tinta è così fine, ch'esse sembrano essere la continuazione dei fiori di morbida luce pinti sulla porcellana.

«Sento le loro anime profumate che respirano vicino a me.

«Io sto fumando una sigaretta russa, odorante d'eliotropio bianco--e vi scrivo!

«O sconosciuto amico! come bene si accompagna alla fragranza delle rose, al lieve fumo della sigaretta, il pensiero di voi, anch'esso così vago, così dolce, così incerto....»

Uno strillo acuto nella stanza vicina fece balzare in piedi Nancy; e colla penna ancora in mano corse nella camera di Anne-Marie. La piccina--un virgulto bianco--era in piedi sul letto, pallida, cogli occhi spiritati e una mano tesa in gesto drammatico verso il muro. I capelli scompigliati le circondavano di fiamme bionde il viso.

--Ascolta!--disse.--Sta ferma! e ascolta!

Nancy stette ferma e ascoltò.

Chiara e limpida traverso il muro veniva la voce di un violino.

Sommesso e dolce lo accompagnava il pianoforte. Nancy riconobbe la musica. Era la «Romance» di Svendsen.

Anne-Marie, sempre ritta e immobile col braccio teso, come una piccola profetessa allucinata, sussurrò:

--Senti? E' questo il pezzo che era bello, e che lui non ricordava!

--E' un violino, cara,--disse Nancy.

E sedette sul lettino della bimba.

Ma Anne-Marie ascoltava, immobile. Nancy trasse a sè la coperta del letto e ne avviluppò i piedini nudi della sua bambina. Poi mise un braccio intorno alla smilza figuretta bianca.

L'ultima nota, lunga, acuta, dolorosa, vibrò e si spense. Soltanto allora Anne-Marie si mosse. Coprì il viso colle mani e scoppiò in pianto.

--Ma cos'hai, ma cos'hai, angelo mio?--chiese Nancy, angosciata, stringendosela al cuore.--Perchè piangi? dimmi perchè piangi?

I grandi occhi di Anne-Marie si fissarono su lei.

--Per tante cose,--disse lei.

E a Nancy la sua voce parve strana e lontana.

Per la prima volta Nancy sentì che l'anima della sua bambina era una cosa separata da lei, all'infuori di lei: un'anima ignorata e solitaria, volata fuori dall'essenza materna, inaccessibile alla materna ansia. Una piccola anima solitaria!

--Anne-Marie! è la musica che ti fa piangere?--chiese.

La piccina la tenne stretta, e non rispose. Nancy la indusse con mille carezze a tornare nel letto; e la ricoprì e la baciò e la lasciò nel buio.

La porta tra di loro rimase aperta. Nancy al suo tavolino udiva la melodia tenera della «Berceuse» di Grieg e il gaio staccato del «Minuetto» di Händel. E quella dolce musica la aiutò ad aggiungere dei fantastici dettagli nella sua lettera allo Sconosciuto.

La mattina seguente dovevano traslocare all'alloggio signorile di Lexington Avenue. Non poterono salutare George che era andato di buon'ora al suo ufficio. Ma Peg aiutò a chiudere le valigie, e a portarle giù nella carrozza, e corse con Minna su e giù per le scale in cerca dei pacchi smarriti e degli oggetti dimenticati.

Anne-Marie, già in carrozza, prese gravemente dalle mani di Peg il cerchio e il policeman con una gamba sola, unico superstite di un teatro di marionette di Frau Schmidl; e Minna, che le accompagnava per installarle nel nuovo alloggio, salì in carrozza colla gabbia di sorci giapponesi appartenenti ad Anne-Marie.

--Cos'ha oggi la piccolina?--chiese Peg, guardando Anne-Marie.--E' allegra come un funerale di quarta classe.

--La vostra musica iersera l'ha molto turbata,--disse Nancy salendo anche lei in carrozza, e sedendo accanto alla piccola, colle ginocchia ingombre di cappelliere e di pacchi.--Il violino le è piaciuto tanto!

--Ah sì?--disse Peg.--Era quel rospo di Markowsky che suonava.

Così dicendo si sporse per baciare Anne-Marie.

Ma Anne-Marie voltò via la faccia e non volle essere baciata.

--Bel tipo!--disse Peg, un poco offesa, dopo un altro vano tentativo di baciare Anne-Marie, che teneva nascosto il viso nelle mani.

--Non le piacciono gli addii,--spiegò Nancy.

E, per consolare Peg, l'abbracciò affettuosamente, rammentandole la sua promessa di venire a trovarle.

--Arrivederci presto a Lexington Avenue!

La carrozza partì. Minna aveva già contato e ricontato sulle dita i bagagli che avevano, quelli che avrebbero dovuto avere, e quelli che ricordava di aver dimenticato--quando Anne-Marie tolse le mani dal visetto acceso.

--Mi piacciono, sì, gli addii,--disse in tono indignato.--Ma perchè quella brutta Peg ti ha detto che era un rospo che suonava la musica iersera?

Nancy la confortò, dicendo che non importava.

--Ma sì, importa,--disse Anne-Marie.--Non voglio che lo abbia detto.

--Non lo dirà più,--disse Nancy.

--Ma adesso l'ha detto,--disse Anne-Marie,--e non voglio che lo abbia detto!

E la sua disperazione era grande.

Nancy cercò di distrarla, parlando della bella casa nuova in cui si andava, e dove nella loro stanza c'era un tappeto rosso e un balcone.... Ed eccole arrivate! Sulla gradinata davanti alla casa le aspettava già un ricciuto e impertinente «chasseur» in berretto gallonato, che le aiutò a scendere dalla carrozza e fu rude e ruvido col policeman, afferrandolo per l'unica gamba; e nel portar su la gabbia dei sorci giapponesi, si tenne ostentatamente turato il naso. Ciò divertì assai Anne-Marie. Quando poi ella vide la stanza piena di sole, e il tappeto rosso, dimenticò la storia del rospo e fu felice.

All'ora del lunch scesero nella sala da pranzo e sedettero a un lungo tavolo con molte altre persone.

Anne-Marie, che credeva di essere invitata, fu molto timida da principio e molto rumorosa alla fine del pasto. I pensionanti erano della specie di tutti i pensionanti in tutte le pensioni del mondo. C'era il vecchio signore taciturno, e il giovinotto che fa dello spirito. C'era la signorina che studia il canto. C'era la famiglia distinta che si tiene molto a sè; e la signora coi capelli color zolfo, che si tiene poco a sè. C'erano i ragazzi americani male educati che litigano tutto il giorno e ballano il «cake-walk» tutta sera; e con essi era la loro madre inefficace, e il loro padre depresso, e la loro governante intontita. C'erano gli studenti russi. C'erano le signorine svedesi. C'era la signora tedesca d'una certa età.

Questa sedeva dirimpetto a Nancy; e dopo il primo sguardo quasi casuale ch'essa aveva rivolto a Nancy e ad Anne-Marie, la signora continuò a guardarle fisso tutto il tempo del pasto.

Ogni volta che Nancy alzava gli occhi incontrava quello sguardo attento e benigno dietro gli occhiali.

Nessuno parlò con Nancy durante la colazione; la conversazione essendo per lo più monopolizzata dal giovane di spirito e dalla signora coi capelli color zolfo, che scambiavano lungamente le loro opinioni riguardo all'età di Sarah Bernhardt. Nancy aveva un gran da fare a dire piano e in italiano ad Anne-Marie che non si occupasse delle due ragazzette americane, di cui gli esecrabili modi parevano affascinarla e ipnotizzarla.

Quella sera Nancy scese sola a pranzo.

Dopo la minestra, la signora tedesca parlò.

--Spero--disse, indicando il posto vuoto accanto a Nancy--che la bambina non sia ammalata.

--Oh, no, grazie,--disse Nancy.--Prende sempre del latte e un uovo alle sei, e poi va a letto.

--Secondo l'uso inglese,--disse la signora tedesca. E soggiunse:--E' stata, lei, in Inghilterra?

--Sì, da bambina,--disse Nancy.

Poi venne il pesce. E mentre Nancy lo mangiava, sentiva sempre quello sguardo intento e benigno fisso su di lei.

Passato il montone, la signora tedesca parlò ancora.

--Mi pare di averla udita oggi parlare italiano colla bambina. E' lei forse del bel paese dove il sì suona?

Nancy sorrise.

--Mia madre era italiana,--disse.--Mio padre inglese. Io sono nata a Davos, in Isvizzera.

Senza nessuna ragione apparente le guancie della signora tedesca si tinsero di un vivido rossore. Non parlò più. Ma dopo che il «pudding» di semolina aveva fatto due volte con lenta insistenza il giro della tavola, e che la frutta--passata rapidamente una sola volta--era sparita, la signora con voce un po' tremula chiese a Nancy:

--Parla il tedesco?

--Sì,--disse Nancy.--Ho avuto una governante tedesca.

Ancora una volta le guancie della signora si soffusero di rossore. Il pranzo era terminato e tutti si alzarono e passarono nella sala di lettura. Ma Nancy andò nella sua camera per scrivere allo Sconosciuto.

«Voi mi chiedete di parlarvi di me: questo mi piace, perchè sono egoista e soggettiva.

«Io sono una giocatrice. A Montecarlo la Roulette--la folle Lorelei del Mezzogiorno, dagli occhi verdi, dalla voce d'oro--mi attira e mi incanta! Le ho gettato, or non è molto, nella avida gola insaziata tutti i denari su cui potevo mettere le mie piccole mani bianche. (Ora sapete che ho delle piccole mani bianche).

«E sono una sognatrice. Sono uscita per solitarie vie, sognando voi, mio sconosciuto eroe, e le misteriose foreste dell'Uhland, e le perdute principesse del Maeterlinck, finchè ho sentito delle vive lagrime--rare visitatrici!--tremare nei miei sereni occhi glauchi. (Ora sapete che ho dei sereni occhi glauchi).

«E sono una selvaggia, una selvaggia ultracivilizzata, col candido petto, pieno di ruggiti e di smanie primitive, ricoperto di gioielli.

«Adoro i gioielli. Ho dei brillanti insolenti, quasi azzurri, grandi come il mio cuore!--che dico?--di più, di più! E li porto a tutte le ore, in tutte le stagioni--intorno al collo, alle braccia, alle caviglie--su tutta me!

«Spero che anche voi portate molti gioielli.

«Adoro gli uomini ineffabilmente anormali e ~mauvais-genre~, che portano degli anelli fino alla punta delle dita.

«E sono femminea... oh, oltre ogni dire femminea! Non porto che delle vesti ondeggianti, delle fluttuanti trine, dei larghi cappelli ricadenti ad ombreggiare le mie morbide chiome. (Sì; le mie chiome sono morbide).

«Non ho opinioni; non ho vedute. Non seguo mai il filo di un ragionamento. Sono contenta di essere una piccola creatura indifesa che tutti proteggono e compiangono e sgridano e adorano.

«Non bevo «cocktails». Fumo (ve l'ho detto?) delle sigarette russe profumate all'eliotropio bianco--e certo nessun uomo farebbe una cosa così nauseante.

«Sono distratta. Sono negligente. Sono prodiga. Sono pigra. Oh, assai pigra! Invidio tanto la «Belle au Bois dormant» che ebbe cento anni di sonno, e dormirebbe ancora adesso, se il ~Prince Charmant~ non l'avesse baciata....

«Addio, Prince Charmant!

«Ecco: ho parlato di me.

«EVA.»

XI.

Il giorno seguente, a colazione, la signora tedesca fissò ancora in viso Nancy, e poi distolse gli occhi. Si mangiava in silenzio quando Anne-Marie chiese a sua madre:

--Che cos'è questa cosa marcia che mangiamo?

--Zitta, cara,--disse Nancy.--E' buonissimo. E' stufatino.

--Cos'è il stufatino quando è vivo?--chiese Anne-Marie.

Nancy sorrise, e la fossetta le si incavò rosea nella guancia.

Allora la signora tedesca, che aveva visto il sorriso e la fossetta, disse all'improvviso con voce tremula e agitata:

--Lei si chiama Nancy?

Nancy la guardò stupita. Poi rispose:

--Sì.

E tutti tacquero, guardandole.

--Io sono Fräulein Müller,--disse la signora tedesca, togliendosi dalla tasca un fazzoletto a orli rosa, e preparandosi alle lagrime.

--Fräulein Müller! Fräulein Müller!--pronunciò Nancy, quasi in sogno.--Ma allora è lei che mi leggeva Uhland e Lenau, quando ero piccola....

Allora Fräulein Müller pianse nel suo fazzoletto, e Nancy si alzò e fece il giro della tavola per andarla ad abbracciare. Poi toccò a Fräulein Müller di alzarsi e fare il giro della tavola per andare a baciare Anne-Marie.

Dopo di che la signora dai capelli color zolfo osservò quanto è piccolo il mondo. E il giovinotto di spirito disse che finirebbero collo scoprire che lui e lei erano fratello e sorella. Non aveva lei una voglia di fragola sulla spalla sinistra? No? Ecco! Che strana coincidenza! Neanche lui. Dunque erano forse gemelli.

Questa fine facezia ebbe un immenso successo, e tutti risero, eccetto la famiglia distinta che non rideva mai.

Dopo colazione Fräulein Müller invitò Nancy a venire nella sua camera; e volle tenersi in grembo Anne-Marie.

--Ma se piangi,--disse Anne-Marie,--ho schifo.

Allora Fräulein promise di non piangere più; e anzi le insegnò il giuoco «Da hast du'nen Thaler, geh' auf den Markt» (Eccoti un tallero, va al mercato....), che Anne-Marie trovò assai divertente.

Quando potè discorrere un poco in pace con Nancy, Fräulein le narrò le sue peripezie colla famiglia americana, dove era rimasta tanti anni dopo aver lasciato la Casa Grigia. E le raccontò che adesso coi suoi risparmi poteva riposare, e aveva appunto preso in affitto una piccola casa a Staten Island--una casetta tutta bianca in mezzo a un minuscolo giardino--dove passerebbe tranquilla il resto dei suoi giorni. La settimana prossima la casetta sarebbe già pronta a riceverla.

--E a ricevere anche te, mia Nancy, e la tua bambina,--disse Fräulein, cercando un posto asciutto nel fazzoletto dagli orli rosa.--Verrete a stare con me. Oh, ~meine kleine~ Nancy! Il nostro piccolo Genio! E cosa ne è della Poesia?...

La settimana seguente Fräulein Müller lasciò Lexington Avenue per prendere possesso del suo «Gartenhaus», come chiamava la casetta a Staten Island. E tre giorni dopo, Nancy e Anne-Marie si recarono a stare con lei per una quindicina di giorni.

--Che genere di educazione hai dato alla tua bambina?--chiese la vecchia governante, alla chiusa della prima giornata tutta di miracolose scoperte per Anne-Marie. (Come? le fragole crescevano sulle piante? Anne-Marie aveva sempre creduto che non ci fossero che in canestri!)

Ora Anne-Marie era a letto, e Fräulein era sola con Nancy, da basso nel salottino illuminato.

--Mi pare che sappia ben poche cose,--continuò Fräulein Müller.--L'ho interrogata un po' sull'aritmetica.... sul sistema metrico decimale. M'ha detto, sì, sì! che sapeva tutto ciò; e voleva parlar d'altro. Ma io--disse Fräulein con severo cipiglio--sono stata molto ferma. Le ho chiesto: Vediamo, per esempio: dove metti i millimetri? Lei non sapeva. Vanno a destra o a sinistra? Ha fatto una faccia e ha detto: «Ho schifo dei millimetri.» Ma perchè schifo? Le ho detto: Ricordati che i millimetri vanno sempre a destra. E lei mi ha risposto: «Allora io andrò sempre a sinistra.».... Vedi, io ho trovato che quella era una risposta di una incredibile stupidaggine.

Nancy rise.

--Ma questo è ancora nulla,--continuò Fräulein Müller.--Siccome io insistevo, lei m'ha detto: «Tu mi farai sognare tutta notte di quelle bestie.» Ma che bestie? dico io. Cosa credi che siano i millimetri? E lei m'ha risposto: «Oh Dio, saranno i bambini o i parenti dei centopiedi».

Nancy scusò la sua piccina descrivendo a Fräulein la scuola che aveva frequentato nella Settima Avenue. La governante ne fu addolorata.

--Ma la educherò io,--disse.--Certo sarà un genio anche lei.

--Ho paura di no,--sospirò Nancy.--Ma quanto l'avrei desiderato!

Le due donne tacquero. E allora per l'aperta finestra s'udì una voce limpida e chiara come una cascatella d'acqua montanina. Era la voce di Anne-Marie nella cameretta di sopra.

--Senti che canta,--disse Fräulein Müller.

--Oh, sì. Canta sempre così, per addormentarsi--disse Nancy--da che ha sentito una volta un violino. La musica le piace.

E Nancy raccontò della Romance di Svendsen, e del pianto di Anne-Marie.

--Se è così,--disse Fräulein molto risoluta,--le comprerò un violino domani.

E così fece infatti. Il violino era nuovo e giallo e lucido, e dentro aveva un'etichetta col nome di «Guarnerius». Costava tre dollari.

Anne-Marie lo accolse con soddisfazione. Spinse l'arco su e giù sulle corde con molta gioia, ma per poco tempo. Poi divenne impaziente e uscì in giardino a cercare un grosso sasso....

--.... Mi faceva delle brutte vociacce,--disse Anne-Marie, ritta e impenitente accanto ai frantumi di legno giallo, mentre Fräulein Müller e Nancy crollavano le teste, con dolore e rimprovero.--Volevo vedere cosa c'era dentro che gnaulava così.

Fräulein disse quella sera a Nancy:

--Non credo che la musica sia la sua vocazione. Ma staremo a vedere.

XII.

«_Giugno. Staten Island._

«Buon giorno, mio tenebroso Sconosciuto.

«Sono in campagna, seduta su un muricciuolo di sassi, e non vedo che lontane colline e sonnecchianti campi. Nel sole v'è un ronzìo di insetti che mi fa impallidire e rabbrividire. Odio con grande odio pauroso gli insetti che ronzano.

«Perchè non siete qui? Ho in testa un grande cappello bianco con nastri ceruli, e una sciarpa cerula mi cinge la tenue vita. Sembro l'eroina di una novelletta vecchio stile. E nessuno mi vede. E i prati sono pieni di fiori; ed io li colgo e non so a chi darli. In tutte le soavi e semplici leggende, quando l'eroina è seduta su un muricciuolo, con un cappello bianco e una sciarpa cerula, ecco--inaspettatamente--il Prince Charmant passa, la vede, s'arresta....

«Ahimè! nella vita non è così. La vita è un pesante romanzo moderno in cui appare e scompare tanta gente superflua e soporifica; e in cui l'eroina ha degli amanti noiosi, che si assomigliano tutti come una fila d'ometti tagliati nella carta. E invano vi si aspetta l'inaspettato.

«Io sono qui sul muricciuolo con la mia sciarpa cerula, mentre voi siete a tremila miglia lontano da me....

* * * * *

«Buon giorno, ancora. Sono sempre qui su quest'isola, a vivere di cose ingenue: d'erbaggi, e di tramonti, e di ricordi di cose che non furono. Voi siete una cosa che non fu. Forse per ciò vi ho sempre nella mente.

«Alla gente che vedo sempre, non penso mai. A voi che non vedo mai, penso sempre.

«Mi chiedete conto dei miei amanti. Mi domandate perchè ne ho. Semplicemente perchè trovo che mi abbelliscono! Un amante è una specie di cosmetico: la bellezza di una donna dipende interamente da quanto essa è amata.

«I miei amanti hanno dunque la loro utilità; ma non posso dire che siano divertenti. Vestono una grigia uniforme di mestizia; e s'intragraffiano e s'intramangiano, come animali tristi. E i loro discorsi sono lunghi e lugubri intorno a cose lugubri e lunghe--come sarebbe la morte e la durata eterna dell'amore.

«Io sogno un amore vivido e trionfale e risplendente; un amore fatto di sangue e di sole e di rose--di tutte le cose calde e scarlatte che sono nel mondo!... Un portentoso e magnifico amore che non duri, che sfolgori e abbruci.

«~Che non duri!~ E che perciò? E' forse meno amore per il fatto che deve morire? Sarebbe come dire che le vere rose sono quelle di carta, perchè non appassiscono.

«Ecco, io colgo una rosa viva, fragile, moritura, e ve la getto traverso l'Oceano.... traverso le tremila miglia d'acqua che ci separano--

«Se vi cade sul cuore, m'amerete.

«EVA.»

Egli le rispose: «Vi amo».

Nancy era felice. Viveva d'una vita irreale; d'una vita febbrile. Non era più Nancy. Era «Quella delle lettere»! E Quella delle Lettere era una creatura selvatica, libera, ardente e lieta.

E nulla era più dolce al suo cuore che questo sottile e delicato «amor di lontano», questa passione traverso la distanza per un non veduto, non conosciuto amante.

Ah, come era moderno e piccante tutto ciò! Eppoi anche così tredicesimo-secolo! Non c'era stato Jaufré Rudel, il principe poeta, che amò per tanti anni la non veduta contessa Melisenda?... E finalmente venne a morirle ai piedi?

_Amore di terra lontana Per voi tutto il core mi duol._

Anche loro s'amerebbero così, d'un amore assurdo e meraviglioso. Amarsi così, senza l'intervento di alcuno dei loro sensi, doveva pur essere il più alto, il perfetto, il divino modo d'amare.

Così Nancy visse nel suo sogno e lanciò da un emisfero all'altro le leggiere lettere d'amore.

«_Cher Inconnu_,

«Vi scrivo perchè piove, e il cielo è di flanella grigia. Direte che ieri vi ho scritto perchè faceva bel tempo e il cielo era di raso celeste.

«E' vero. Ma sono buone ragioni entrambe per me, che sono quasi innamorata di voi--quasi follemente, quasi disperatamente, quasi divinamente innamorata!

«Io ho paura d'amarvi. Ho paura dell'amore come un bimbo ha paura d'una stanza buia nella quale non è entrato mai. Che cosa si nasconde in quegli angoli neri? Degli spettri, degli orchi, delle belve?... Certo, il Dolore, appena entro, mi si avventerà al collo (al piccolo collo che non conosce che la stretta d'una collana di perle), e mi strozzerà. Certo la Passione, come una pantera dagli occhi di fuoco, mi salterà al petto e mi mangierà il cuore. Certo la Gelosia come un gatto arrabbiato mi graffierà, mi morderà, mi dilanierà....

«Oh caro Ignoto, non mi fate entrare in quella stanza buia! Già mi pare di averne socchiusa la porta, e di sentire tutti quegli esseri spaventosi rugghiare e ululare contro di me....

«Addio! addio!

«Mi chiamo Nancy».

A questa lettera egli rispose con un telegramma:

«Nancy! Vieni qui».

Ella riscrisse:

«--~Vieni qui.~--Le arroganti parole mi danno un tuffo di piacere nel sangue.

«Mi piace che mi diate del tu. E poi sono inavvezza all'imperativo. Nessuno mai mi dice: Fa così. Va via. Vieni qui. Va lì. E mi piace sentirmi mite e spaventata e forzata a obbedire.