I coniugi Varedo

Chapter 6

Chapter 63,656 wordsPublic domain

Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un grande sforzo intellettuale.

Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa.--Bebè, chi è quella? Dì _mamma_, _mamma_...

--_Umm_, _umm_.

Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa.

--_Umm_, _umm_.

--Ecco, non le riesce--piagnucolò la madre.--Nessuno mi leva dalla mente che ha un vizio organico.

--Nemmeno per sogno... Vedrà... Dì mamma, Bebè.

Questa volta il miracolo accadde.--_Umm_, _umm_... _amm_... _mamm_... _mamma_.

Diana balzò dalla seggiola.--L'ha detto?... Ha detto mamma?

--Già, l'ha detto e lo tornerà a dire... Aspetti, non la confonda... Bebè, chi è quella?

--Mam... mamma--ripetè la piccina.

Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio.

--Cara, cara, tesoro mio, viscere mie... lo dici ancora... mamma, mamma.

Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette all'intimazione e tornò al suo solito _umm_, _umm_, a cui però ella dava un accento di protesta.

--Cattiva! Con me gioca a dispetti!--esclamò la Varedo guardando Bardelli con aria mortificata.--Gliela restituisco.

--Brava!... E intanto scriva il suo dispaccio.

--Ha ragione... Il dispaccio... Così annunzio ad Alberto che Bebè comincia a parlare.

--E--soggiunse Bardelli--se non le dispiace, insieme alle sue congratulazioni pel discorso mandi anche le mie.

Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro avvenimento che la empiva di giubilo.

Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva:--«Deputato Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma.--Mille felicitazioni pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente stasera Bebè ha detto mamma--Diana».

--Va bene?

--Benissimo.

Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo ripose in tasca.

--Badi--disse Diana,--Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.

--Oh, Bebè è un pessimo soggetto--rispose l'assistente celiando.--Ora gliela riconsegno.... Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.

E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla Varedo.--Corro subito al telegrafo.

--Grazie Bardelli, grazie.... E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà contento della notizia che gli dò... E chi sa che quando riceve il mio dispaccio non me ne mandi uno anche lui.

Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il dì appresso una lettera lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore.--«Leggi specialmente la _Tribuna_--egli le scriveva--ove c'è il miglior sunto del mio discorso.» Varedo finiva coll'annunziare a sua moglie che di lì a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era appena consacrata una riga a piedi del foglio: _Un bacio a Bebè_.

--Non aveva ancora ricevuto il telegramma--disse Diana per scusar suo marito.--La lettera di domani sarà ben differente.

E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla _Tribuna_ la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad appassionare, ad interessare Diana Varedo.--Sarà l'argomento--ella pensava.--Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai _mamma_ a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di nuove parole il proprio vocabolario.

Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto, Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito. Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima, del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi, dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino, ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che, tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che poche parole.

Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso; ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti nella _Tribuna_. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza; era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè; tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo zelo.... Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.

In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il cuore del babbo.... E allora quanti malintesi sarebbero tolti di mezzo!

VIII.

Fiasco.

Con queste dolci speranze, con questi forti propositi, in una bella mattina di maggio, Diana Varedo, insieme alla bambinaia e a Bebè, s'avviava alla stazione centrale incontro al marito. _Incipit vita nova_--le dicevano il cielo azzurro, l'aria tepida, il sole limpidissimo, l'animazione insolita della gente che pareva bevere a larghi sorsi la primavera. _Incipit vita nova_--le ripeteva il suo cuore.

Bebè, pavoneggiandosi in un vestito bianco con due fiocchi color di rosa sulle spalle, dava segni manifesti di voler scendere in terra, di voler provare i suoi piccoli passi nelle viottole del giardino di Piazza Carlo Felice ove altri bimbi correvano e saltellavano; ma la madre l'ammoniva a esser buona, e riserbar tutte le sue prodezze a quando avrebbe visto il suo papà.

--Come dirai?

--Pa... pà... Papà.

--Ah che amor di bimba!--esclamò Diana, non potendo trattenersi dal darle un bacio.--E come sarà contento il babbo!

Ma sotto la tettoia della stazione accadde cosa che scemò alquanto la soddisfazione della signora Varedo. Poichè Bebè, riconoscendo Bardelli in un gruppo di signori che chiaccheravano presso alla porta d'ingresso, si commosse tutta, agitò le braccia, emise alcuni suoni inarticolati che volevano esser espressione di giubilo e finì col pronunziar schietto e tondo:--Papà, papà.

Diana e l'Irene le diedero sulla voce.--Ma no che non è quello il papà... Deve venire il papà.

E Diana rivolgendosi un po' seccata a Bardelli che si avanzava officioso e sorridente e accennava a prender lui in collo la bimba,--no--disse--la lasci stare... Vede, le dà troppa confidenza.

Ordinò all'Irene di metterla giù, di farla camminare sul marciapiede.

Ma Bebè, con l'ostinazione della sua età, seguitava a voler Bardelli e a ripetere il motto incriminato:--Papà, papà.

Oh insomma--disse Diana strappando alla bambinaia la piccola riottosa e redarguendola severamente--insomma, Bebè, se sei cattiva ti mando a casa. Hai capito? E soggiunse:--Mi faccia il piacere, Bardelli, vada da un'altra parte... Finch'è qui lei, Bebè non si cheta... È venuto anche lei per aspettar Alberto naturalmente?

--Già--rispose il giovine senz'avvertire il fondo d'ironia che c'era in quel _naturalmente_.

--Ebbene, ci ritroveremo più tardi... Vada, adesso vada...

--Vado, vado--disse il docile Bardelli. E si allontanò pensando forse che le donne hanno l'umore molto variabile.

Intanto, toccandosi rispettosamente il berretto, si presentò il cavaliere Luini, capo-stazione, che, come Diana aveva notato, la salutava con tanta maggior deferenza quanto più in credito saliva Varedo alla Camera.

--L'onorevole arriva col direttissimo delle 10.13?--egli disse, guardando l'orologio.

--Appunto. C'è ritardo?

--Nossignora--rispose il cavaliere.--Ma non sono che le 10... Desidera accomodarsi?

E additò lì presso una panca ove ci sarebbe stato posto per lei e per la bambinaia.

--Grazie--replicò Diana.--Sto ritta volentieri.

Il capo stazione indirizzò un complimento a Bebè che s'era pacificata e coi suoi ditini pizzicava le guancie all'Irene.

--Come s'è fatta grande!

--Avrà presto quattordici mesi.

--Credevo molto di più.

La bimba per mostrarsi grata del giudizio favorevole manifestato sul suo conto dall'egregio funzionario, pronunziò la parola ormai imparata anche troppo:--Papà, papà.

--Aspetta il suo papà--spiegò Diana commentando l'uscita improvvisa della figliuola, non senza però trovar strana in cuor suo l'estrema facilità di Bebè a veder padri da per tutto.

Chiamato dai doveri del suo ufficio, il cavalier Luini sorrise e si accomiatò... Alcuni treni arrivavano, altri partivano: ci fu un momento di confusione tra il correre affrettato dei passeggeri che scendevano e salivano sulle vetture, il vocìo dei conduttori e dei facchini, i fischi delle locomotive e gli squilli delle cornette. Poi tornò una quiete relativa. In attesa del direttissimo venivano silenziosamente a schierarsi sul marciapiede le carriuole pel trasporto dei bagagli. Due signore che avevano l'argento vivo addosso scendevano ogni tanto sul binario per guardare dalla parte da cui doveva giungere il treno, un servitore in livrea stava immobile, contegnoso come se fosse nell'anticamera del suo palazzo patrizio; nel crocchio ov'era Bardelli si seguitava a discorrere animatamente.

Reputando ormai finita la sua quarantena, il professorino lasciò gli amici per riaccostarsi a Diana.--È buona adesso?--egli domandò accennando a Bebè.

--Sì, è buona... ma per carità, non la tocchi, non la guardi....

Per fortuna Bebè era assorta nella contemplazione d'un cagnetto _pinch_ che una forastiera teneva sotto il braccio.

--E lei con chi era?--chiese la Varedo a Bardelli.

--Credevo li conoscesse... Quando il professore è a Torino vengon tutti a cercarlo a casa... qual più qual meno...

Diana guardò con l'occhialino.--Aspetti, quello alto di statura mi pare...

--Frascati, il cronista della _Piemontese_... quello col cappello a cencio è il corrispondente della _Tribuna_; l'altro che ha gettato via il sigaro...

Incapace di trattenere un moto d'impazienza, Diana interruppe:--Dica la verità, e sono alla stazione per mio marito?

--Eh--notò scherzosamente Bardelli--gli uomini illustri...

Ma Diana scattò.--sa ch'è una bella sconvenienza?... Tanto farebbe vivere in piazza... Mai un momento di pace, d'intimità... Sempre i terzi incomodi...

Ella vide che Bardelli si turbava, arrossiva, e s'affrettò a soggiungere:--Non dico per lei Bardelli; lei è come di famiglia...

Aveva capito ch'era una solenne ingiustizia il metterlo in mazzo con gli altri, e si pentiva di essersi lasciata sfuggire qualche parola che potesse offenderlo; si pentiva anche di quello che non aveva detto, ma che aveva pensato sul conto di lui... No, anzi Bardelli bisognava tenerselo caro e farsene un alleato contro quella massa d'indiscreti, d'importuni...

La campana annunziante l'arrivo del treno tolse la possibilità d'ulteriori spiegazioni.

--Ferma, Irene, ferma!--gridò Diana, richiamando vivamente la bambinaia che s'era mossa come per andare incontro alla locomotiva.--E tirati indietro.

Indi catechizzò un'ultima volta Bebè.--Adesso è qui il papà. A lui devi dire: papà, papà.

Le idee di Bebè non erano chiare e sembrava che ella avesse di nuovo tutta la propensione a dare il sacro nome di padre a Bardelli che le stava vicino.

Sbuffando e romoreggiando, il convoglio, con una celerità appena rallentata, imboccò la tettoia per poi arrestarsi con prestezza mirabile sotto l'azione dei freni automatici. Un lungo gemito roco usciva dalle ruote striscianti sul binario.

--Ecco il professore!--gridò Bardelli correndo ad aprir lo sportello d'una vettura di prima classe. E chiamava:--Signora Diana, signora Diana!

--Addio, Bardelli--disse Varedo consegnandogli una valigia.--Chiami un facchino.

--Se non ha altro bagaglio non val la pena... C'è la signora con la bimba.

--Le ho viste--rispose il deputato mentre accennava con la mano che non si affrettassero.

Disceso che fu, abbracciò la moglie, baciò la figliuola, e--State bene?--chiese a Diana.--Bebè sta bene?

--Non ti par florida?--domandò Diana. E soggiunse:--Che progressi ha fatto!

--Lo so--rispose Varedo sorridendo.--Dice _mamma_, me lo hai telegrafato.

--Oh dice anche di più--replicò Diana con aria di trionfo. Si rivolse alla bimba con lo sguardo appassionato e supplichevole delle madri che tremano di vedersi smentite dai loro piccoli tiranni.--Chi è questo?... Chi è venuto adesso?

Pareva lo facesse apposta Bebè a far sfigurare la mamma. Aveva rivisto il canino _pinch_, non aveva occhi che per lui.

--Lasciala in pace--ammonì Varedo.--Ha tempo di dir papà.

In quella egli s'accorse di Frascati e degli altri che gli facevano la ruota attorno, e con un cenno li invitò ad avvicinarsi.

Diana fremeva.--Che seccatori!... Non me li presentare.

--Andate avanti con Bardelli--disse Varedo--e fermate un brougham a quattro posti... Io mi sbrigo subito.

Ma Diana, l'Irene e Bebè erano in carrozza già da un paio di minuti prima che l'onorevole si fosse levato di dosso quelle sanguisughe. Bardelli con un piede sul predellino, ripeteva a Diana per quetarne la crescente impazienza:--Or ora viene.

E venne in fatti, scusandosi.--Cara mia, i giornalisti bisogna tenerseli amici... Salga anche lei, Bardelli, farà colazione con noi.

L'assistente, che aveva tuttora nelle orecchie le sfuriate di Diana contro gl'indiscreti che turbavano l'intimità domestica, accattava pretesti per schermirsi. E che aveva un impegno e che la colazione l'aveva già fatta.

--Non ci son scuse--ribattè Varedo.--Se non ha fame, non mangerà, ma in quanto agli impegni, abbia pazienza, non doveva prenderne. Doveva immaginarsi che avrei avuto cento commissioni da darle.

--Salga, via--soggiunse Diana.--Se no, restiamo qui fino alla consumazione dei secoli.

Bardelli ubbidì. Durante il tragitto, Bebè, seccata forse da tanti ritardi, fu d'una perversità eccezionale. Non solo si rifiutò di dir _mamma_ e _papà_, ma pianse e strillò disperatamente senza lasciarsi nè intimorire nè commuovere dalle esortazioni materne.--La bell'accoglienza che fai al tuo babbo!... Cattiva!... Non ti vergogni?... Non hai un bricciolo di amor proprio?

Alberto si burlava di sua moglie.--Oh l'amor proprio a quell'età!... Basterebbe che non rompesse i timpani.

--È sempre un angelo--diceva Diana mortificatissima.--Ha il giudizio d'una bambina grande... E oggi dev'esser così... Ho proprio paura che non stia bene.

Varedo si stringeva nelle spalle, e sforzando la voce per soverchiar gli urli della figliuola chiedeva conto d'un'infinità di cose a Bardelli. Quante lezioni aveva fatte per lui all'Università? A che punto del corso era arrivato? Era stato in tipografia a sollecitar quelle bozze? Aveva letto il suo ultimo articolo comparso nella _Rivista giuridica_? E quella memoria inserita nell'_Archivio storico_?...

Ah, non poteva rimproverarsi d'esser stato in ozio a Roma, nonostante la politica... Intanto il primo volume dell'opera sul _Dovere_ l'aveva finito lì, tra una seduta della Camera e l'altra, e adesso sperava di dar mano al secondo...

Diana divorava le lacrime. Si sentiva messa in disparte, lei e la bimba; l'impresa di riconquistar suo marito, di ricuperare il posto ch'ell'aveva una volta presso di lui, quell'impresa che pur dianzi l'era parsa di così agevol riuscita la sgomentava ad un tratto come cosa irta di difficoltà insuperabili. Sempre più, sempre più le loro vie divergevano e ogni tentativo di ravvicinarle era vano. Ecco, egli nemmeno s'occupava di Bebè; un bacio, una carezza tanto per iscarico di coscienza, e poi tutto era finito. È vero che oggi Bebè era pestifera, ma egli doveva occuparsene per sgridarla, non far finta ch'ella non ci fosse e parlar con Bardelli della sua Università e delle sue Riviste. Ebbene; s'egli non si curava di Bebè, se non domandava a lei, alla madre, i particolari delle sue prodezze, o perchè doveva ella sdilinquirsi pel discorso ch'egli aveva tenuto alla Camera? Glielo nominò, glielo lodò il suo discorso, gli fece le sue congratulazioni (come avrebbe potuto esimersene?) ma quand'egli, preso l'abbrivo, si diffuse con singolar compiacenza a descrivere il proprio trionfo ella s'avvide che quel trionfo non destava che un'eco debolissima nel suo cuore. E quanto più egli s'accalorava tanto più ella si restringeva in sè stessa e diventava, suo malgrado, fredda, pessimista ne' suoi giudizi. Certo egli era un uomo d'ingegno, ma era anche un uomo di cuore? E quel dovere che gli tornava spesso sulle labbra non era forse una lustra per mascherare le sue ambizioni?

Così Diana rientrò sconfidata nella casa che aveva lasciata un pajo d'ore addietro piena di liete speranze, sedette senz'appetito alla tavola che aveva voluto apparecchiar con le sue mani prima d'uscire e ove aveva preparato un posticino per Bebè fra lei ed Alberto. Ma il posticino rimase vuoto, perchè Bebè, lungi dal mostrarsi degna dell'altissimo onore, seguitò a far capricci, e fu forza consegnarla all'Irene che se la portasse via.

In luogo di Bebè c'era Bardelli a cui Alberto tra un boccone e l'altro e sfogliando lettere e giornali seguitava a chieder notizie e a dar commissioni.

L'assistente prendeva ogni tanto una nota sul taccuino.

--Povero Bardelli!--pensava Diana.--È una vittima.

E le venne un'idea, l'idea più luminosa che le fosse venuta in quella giornata in cui tutto le andava a rovescio.

--Bardelli, che s'è sognato di dire che ha fatto colazione?... Non può esser vero. Lei non fa mai colazione così presto.

E ordinò che aggiungessero una posata.

--Diamine!--esclamò il professore.--O chi poteva immaginarsi che Bardelli fosse diventato un uomo così cerimonioso?... Mangi, mangi.

Allora Varedo si accorse che sua moglie toccava appena le vivande, e le chiese:--Tu cos'hai?

--Niente, non ho fame.

IX.

Eugenio Bardelli si sente una pulce nell'orecchio.

Nelle brevi gite ch'egli faceva a Torino quando il Parlamento era aperto, Varedo era sempre occupatissimo. Moltiplicava le sue lezioni all'Università per riguadagnar l'ore perdute, spingeva innanzi con alacrità i suoi lavori scientifici, dava una capatina nel suo collegio, riceveva gli elettori che venivano in deputazione a parlargli delle loro questioni locali, aveva continui abboccamenti col Prefetto, col Sindaco e con altri pezzi grossi della politica e dell'amministrazione. Per la famiglia non gli restavano che pochi ritagli di tempo. Questa volta fu peggio del solito, e la vivacità di Bebè contribuiva a far sì che l'onorevole, quando pur era in casa, si chiudesse ermeticamente nel suo studio. Egli se ne scusava con Diana--Cara mia, tu lo sai, senza la mia quiete io non posso nè scrivere, nè leggere, nè pensare. Se vieni tu a tenermi compagnia mi fai un piacere come me lo facevi in passato; ma lascia Bebè all'Irene o mettila a dormire.

Per tentar di rivivere nel passato Diana si provava talora a venir sola nello studio di suo marito. Sedeva in silenzio in un angolo lavorando, o, a richiesta di lui, correggeva delle stampe, traduceva qualche passo di libri inglesi e tedeschi. Ma era distratta. La sua mente era altrove; ella trasaliva a ogni rumore del di fuori; e di quando in quando si alzava e andava a dar un'occhiata a Bebè.

--Che cosa vuoi?--ella diceva ad Alberto.--Non mi fido dell'Irene.

--E se non te ne fidi, cambia bambinaia.

--Gli è che non mi fiderei di nessuna.

--Allora poi...

C'erano momenti in cui la bimba strillava per voler la sua mamma.

--Dio, come urla!--esclamava Varedo.

--Se vado io, tace subito.

--Va, va... già sei sulle spine.

No, non era assolutamente possibile di far rivivere il passato. Adesso, nell'uscir dallo studio di Alberto per correre dalla sua figliuola, Diana aveva l'ali ai piedi.

A Bebè il babbo dava una gran soggezione. Troppo spesso le dicevano:--Zitto, il papà sta scrivendo--zitto, il papà ha gente,--perchè, al cospetto di lui, ella non si ammutolisse. In vero, nei pochi momenti ch'egli poteva dedicarle, ell'accettava rassegnata le sue carezze, si lasciava portar sulle spalle e cullare sulle ginocchia; ma di che gioia i suoi occhietti s'illuminavano quando egli la deponeva per terra o la riconsegnava alla madre o alla bambinaia!

Varedo s'era proposto di rimanere a Torino tre settimane. Senonchè, alla fine della seconda, gli capitarono da Roma delle lettere che lo sollecitavano ad affrettare il suo ritorno. Il ministero era vacillante, l'opposizione a cui Alberto apparteneva non disperava di assestargli un colpo mortale anche prima delle vacanze, o almeno d'indebolirlo in modo da rendergli difficile la vita a novembre. E, nell'ipotesi d'una crisi, si faceva balenare agli occhi di Varedo, ch'era tra i giovani più promettenti del Parlamento, la prospettiva d'un posto di sotto-segretario di Stato. Ma, appunto per ciò, conveniva ch'egli fosse sulla breccia.

Di questa possibilità d'un ufficio politico che l'obbligasse a una dimora permanente alla capitale, il professore parlò a sua moglie, come di cosa vaga e remota, soltanto il giorno prima di ripartire per Roma, a tavola, in presenza di Bardelli, ch'era stato invitato a desinare.