I coniugi Varedo

Chapter 16

Chapter 163,598 wordsPublic domain

Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli stenografi, sarebbe volata lontano... E ora, alla vigilia del suo trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo spirito di stenterello?... Varedo si rifiutava a fregiar del nome di emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per _snobismo_ il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i _cafés chantants_ e correva dietro a tutte le _cocottes_ di Roma... In verità, se non sorgevano rivali più formidabili!... Però qualche volta anche i mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere, in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto Varedo...

Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e deserta.

E pensava: Veglieranno essi pure laggiù.... Veglieranno accanto a una culla.... Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito, ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare in mezzo alle malinconie della mia casa... Veglieranno tutti... chi sa che non ci sia Giraldi con loro... mandato a chiamare in fretta...

L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti... Se adesso, appunto adesso, la sua Bebè?... Ma no, ma no, perchè accoglier queste lugubri idee, perchè disperare?... Ecco il sole rischiarava già i comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore di sventura a lui solo?

Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue gli dava un tuffo.--Sarà il fattorino del telegrafo.

Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo... Nessuno.... Ormai la città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita.

L'onorevole finì di vestirsi.--Che faccio?--egli chiedeva a sè stesso.--Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto o rimango?...

E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti!

Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio, s'arresta all'uscio, picchia.

--Avanti!

Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando.

--Ah,--disse il deputato.--Scusate.

Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia, e rilesse:

_Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi._

VALERIA.

Ahimè, il dispaccio non recava nessuna parola confortatrice. E tuttavia in quella frase _appena puoi_, Varedo credette scorgere un tacito assenso alla sua dichiarazione che sarebbe partito la sera, perchè prima non poteva. Se una vera urgenza ci fosse stata, sua suocera (perch'era lei e non Diana che gli telegrafava) avrebbe usato un diverso linguaggio. Inoltre la condizione, benchè _sempre grave_, si dipingeva come _stazionaria_; dunque ci era una tregua, un respiro; c'era ancora tempo da lottare, da resistere...

Dopo qualche altra piccola esitazione, il nostro onorevole decise di rimaner tutta la giornata a Roma e di fare il suo discorso alla Camera; poi senza indugi ulteriori, e quand'anche avesse avuto migliori notizie, si sarebbe messo in viaggio per Torino col direttissimo delle 20,50.

Formati ch'ebbe questi propositi nella mente, egli corse all'ufficio centrale, telegrafò a San Giustino per dirgli che restava, telegrafò a casa sua annunziando il suo arrivo per le 10,25 dell'indomani, e pregando di fargli avere ancora un dispaccio a Roma prima di sera.

Così gli parve d'esser in pace con la sua coscienza, gli parve d'aver acquistato il diritto d'astrarre per poche ore dalle sue angustie domestiche e di consacrar tutte le forze dell'ingegno e dell'animo a ciò che in quel dì memorabile si attendeva da lui.

Strada facendo, egli comperò i giornali del mattino. Tutti quanti, favorevoli e avversi, accennavano all'aspettazione vivissima che c'era nei circoli parlamentari pel suo discorso; solo la _Rupe Tarpea_ conteneva questa noticina:

«Abbiamo visto iersera il nostro amico, onorevole Varedo, molto inquieto circa alla salute di una sua bimba, ammalata a Torino. Egli ci diceva che, ove non avesse avuto nella notte notizie migliori, sarebbe partito questa mattina rinunziando a parlare oggi alla Camera. In questo caso, che vivissimamente auguriamo non abbia ad avverarsi, il noto ordine del giorno sarà svolto dall'altro egregio amico nostro, onorevole Zonnini».

--Ah--esclamò Alberto Varedo--è lui, non c'è dubbio, è Zonnini che ha inspirato questo _entrefilet_. È lui che si prepara garbatamente il terreno... Ma l'uva non è matura, carino.

I conoscenti che lo incontravano per via lo fermavano.

--Dunque non parti? Dunque hai ricevuto migliori notizie?

Ed egli era costretto a rispondere:--Pur troppo la condizione è sempre gravissima... C'è una sosta, ecco... Partirò stasera a ogni modo...

--Ma lo fai il discorso?

--Sicuro; rimango appunto per questo... Mi pareva d'aver assunto un impegno morale... Ah, beati quelli che stanno fuori della vita pubblica!

Altri insistevano per aver biglietti.

--Onorevole, onorevole, se potesse favorirmi due bigliettini, uno per me e uno per mia moglie?... La mia signora non va mai alla Camera, ma quando ha saputo che deve parlare l'onorevole Varedo ha dichiarato subito che non voleva perder l'occasione di sentir uno dei nostri primi oratori.

--Sarà una grande delusione--notava, modestamente, Varedo.--Io sono sempre un oratore di seconda o di terza categoria. Si figurino oggi! Con questo tarlo che mi rode.

Quanto più presto potè, e dopo aver dato l'ordine che gli portassero a Montecitorio i dispacci che arrivassero per lui, Alberto Varedo si rifugiò nella biblioteca della Camera ad attendervi l'ora della seduta.

XXI.

Un intermezzo glorioso.

Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i giornalisti dicono _un aspetto imponente_. C'erano bensì, durante la lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti _toilettes_ estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama _la caduta di un Ministero_.

Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva puramente per l'onor delle armi.

Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a regger un dicastero che s'intitola di _grazia_ e giustizia; solo i titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria _comme il faut_, e avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.

Ma quando il Presidente disse: l'_onorevole Varedo ha la parola_, il cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini all'oratore.

Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.

Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini, in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè stesso.

Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva ben altro che la critica degli errori passati.

Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici, sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.

Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.

Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che nessun Governo può operare, ma che _un buon_ Governo può agevolare se comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.

Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto, quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.

Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo sguardo, disse a bassa voce:

--C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.

--Or ora--rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.

Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la brevità non toglieva efficacia.

--Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (_bravo, benissimo_). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina (_ilarità fragorosa_), voi che per prolungare una tisica esistenza avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai occupato.

Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si levarono ad acclamar l'oratore.

--La seduta è sospesa per dieci minuti--disse il Presidente. E soggiunse per ossequio al regolamento:--Prego le tribune di far silenzio.

Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.

--Splendido!

--Superbo!

--Stupendo!

--Tanto più terribile quanto più misurato.

--Come li hai bollati!

--Che chiusa!

--Tutto, tutto era bello.

Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?

Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar trasparire i loro intimi sentimenti.

--Bravo!--disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.--Avete avuto una delle vostre migliori giornate.

--Quando si parla così--seguitò Zonnini--non è permesso di cercar sostituti... Sarai contento del tuo trionfo.

--Eh, miei cari--replicò Varedo--io vi ringrazio dal fondo dell'anima, ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di casa mia...

Di San Giustino principiò:--Nessuna nuova...

Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:--Con permesso, con permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo.

--Ah--disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il telegramma.

Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima. Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona, guardava curiosamente in giù.

Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.

--Morta?--si arrischiò a chiedere San Giustino.

--No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi avete lasciato partire?

Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.

Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere che quella delle 20.50.

I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio chiamando a raccolta i deputati.

--Andate, andate--insisteva lo stesso Varedo.--La seduta ricomincia. La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.

--Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?

--No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di sè una maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono?

--Quasi le cinque.

--È già tardi... Non ho tempo da perdere.

--Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un assalto ai treni.

--Mi raccomando--ripigliò Varedo.--che la stampa non dia notizie inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora successa.

In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:

_Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non tardare di più._

VALERIA.

Continuava il disperato appello dei campanelli elettrici.

--Andate, andate.

Nell'uscir da Montecitorio dopo aver, dall'ufficio stesso del Parlamento, spedito alcuni dispacci, Alberto Varedo non potè evitare lo sciame infesto dei _reporters_, petulantemente ossequiosi e curiosi.

--Onorevole, che successo!

--Onorevole, ci permetta di stringerle la mano.

--Onorevole, che fortuna sarebbe se alla Camera parlassero solo quelli che parlano come lei!

--Onorevole, ed è vero ch'ella parte subito?

--Per la ragione già accennata dalla _Rupe Tarpea_?

--Dev'essere molto piccola la sua bimba.

--Ed è un pezzo ch'è ammalata?

--E che male ha?

Ah, dover rispondere a tutti questi indiscreti, dover almeno trovar per tutti una parola garbata, non poter chiuder loro la bocca quand'essi vogliono penetrare nel vostra santuario domestico, scrutare i moti del vostro cuore, che supplizio, che umiliazione! E come sbarazzarsene, Dio buono, se appartengono anch'essi alla razza

_degl'imi che comandano ai potenti,_

e l'averli ostili significa spesso inimicarsi i giornali ch'essi infiorano della loro prosa di studenti bocciati?

XXII.

Da Roma a Torino.

--La _Tribuna_ con la caduta del Ministero.

Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo nell'atto di montare in _fiacre_ per recarsi alla stazione, e lungo tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli aveva sentito ripetere:

--La _Tribuna_ con la caduta del Ministero.

Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi: l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di _basta, basta, ai voti_; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi, raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la crisi con le frasi di prammatica:--Il Ministero si riserva di prender gli ordini di Sua Maestà.

Sotto la rubrica _Ultime notizie_, il giornale si scusava di non poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.--Le sorti del Gabinetto erano già decise--soggiungeva la _Tribuna_,--ma è certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di... vinse molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.

Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si leggeva in caratteri cubitali:

«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo voluto dalle circostanze».

In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata, spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi; qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i rivenditori seguitavano a urlare:--La _Tribuna_ con la caduta del Ministero.

Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò. Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.

Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni, condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.

Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte. Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.

--La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista. Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio sottosegretario di Stato.... Meritereste di più, meritereste un portafoglio...

Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una parola che tradisse il suo intimo pensiero.

--Grazie--egli disse, interrompendo San Giustino;--ma in Italia si diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel Gabinetto.

San Giustino fece una spallucciata.

--Ciò importerebbe poco... Vi vedrebbero alla prova... Gli è piuttosto che si son presi tanti impegni....

--Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è già un bellissimo posto.

--E contate d'esser presto di ritorno?--chiese San Giustino.

--Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende sul capo? Vi telegraferò.

--Signori, in vettura.

Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi.

Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico.

--Meno male che arrivo in tempo... Con quei benedetti tram non c'è regola... E hai avuto altre notizie?

--Nessuna... Ne troverò a Pisa o alla Spezia...

--Speriamo bene.

Varedo tentennò la testa sfiduciato.

Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti!

Il treno si mosse.

--Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso--gridò Varedo a Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e a sinistra.

Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e sulla sua probabile soluzione.

--Ecco chi la sa lunga--disse uno di loro accennando a Varedo.--Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col _divo_.

--Io ne so quanto voi--rispose Alberto.

--Già, già, non vogliamo essere indiscreti.