I coniugi Varedo

Chapter 15

Chapter 153,777 wordsPublic domain

Nella dirittura della sua mente, Diana prese il partito migliore, e nel pomeriggio, coricata Bebè che ogni giorno era messa a dormire un paio di orette, si recò in persona dai Bardelli.

Una vicina che la riconobbe in portineria la precedette per le scale, annunziò il suo arrivo, gettò lo scompiglio nelle donnicciuole che attorniavano la signora Marianna, pose in fuga Eugenio ch'era anch'egli presso la madre.

Questa volle alzarsi in piedi a ogni costo, raggiustò con un movimento istintivo la cuffia che ricadeva per indietro lasciando a nudo il suo cranio pelato, e sorretta da un'amica fece due passi verso la visitatrice e le si abbandonò fra le braccia singhiozzando.

Era un'ombra, una larva; così bianca come se le sue vene avessero dato tutto il loro sangue.

--Oh signora Varedo--ella gemeva,--che disgrazia, che disgrazia!... Ma dov'è Eugenio?... Era qui or ora. Credevo che le fosse venuto incontro...

E interrogava con gli occhi le femminette che s'eran tirate in disparte.

Una di esse mostrò l'uscio a sinistra.--È andato di là.

--Ma che venga dunque--ripigliò la Bardelli con la sua voce fioca.--Deve aver capito male... Quando saprà chi è... Chiamatelo, chiamatelo.

--Forse avrà da fare--disse Diana Varedo.--Non lo disturbino.

La signora Marianna s'ostinava.--No, no, lui stesso non mi perdonerebbe se non lo chiamassi... E poi è lui che ha la lettera... la lettera terribile... Vedrà, signora Diana, vedrà...

S'era rimessa a sedere, teneva, parlando, nelle sue mani la mano della Varedo, di tratto in tratto un tic nervoso le scomponeva la faccia...

--È stato per quel calice... Oh, se il mio povero marito avesse potuto immaginare?... Ma Eugenio le dirà meglio... Ah, eccolo che viene...

Eugenio Bardelli apparve sulla soglia. C'era tanto dolore nel suo volto, c'era tanta trepidazione e tanto sgomento che Diana cedette senz'altro all'impulso del suo animo buono, e svincolatasi con dolcezza dalla madre si avvicinò con la destra tesa al figliuolo.

--Coraggio, Bardelli!

Egli quasi non credeva a se stesso. Gli perdonava ella dunque? Era disposta a dimenticare?

Egli rimase perplesso un istante; quindi prese la mano pietosa che gli si offriva e la portò alle labbra. La mano baciata era quella di ieri; era quella di ieri la bocca baciante; ma come diverso era il bacio! Non più caldo e fremente di passione repressa, ma discreto, ma rispettoso, ma timido... Diana sentì che tutto era finito.

--Coraggio!--ella ripetè.--Pensi alla sua mamma.

La vecchia Bardelli si voltò verso il figlio.--Dalle la lettera.

Eugenio esitava.--Perchè funestarla?

Ma l'altra insistette.--Oh la signora Diana è come una di famiglia... La signora Diana ci perdona... Lo sa che veniva in mezzo alle tristezze... Voglio che la veda quella lettera... lei che conosceva il mio Girolamo, che lo apprezzava... non è vero?

--Molto, molto--assentì Diana.

--Era più giusta di noi con quella santa creatura... che non ha fatto che del bene nella sua vita... e che anche morendo non ha una parola d'astio per nessuno--seguitava la signora Marianna logorata dall'ahi tardo rimorso di aver disconosciuto quel modello di figlio, di fratello, di artista.

Appoggiata ai bracciuoli della sedia, ella si chinava verso Diana che stava scorrendo la lettera consegnatale da Eugenio.

--Legga ad alta voce, signora Diana... se non le dispiace--supplicò la Bardelli.--Io non posso... non posso vederci...

Bella invero e toccante, nella sua semplicità, era la lettera di Girolamo.--«Fin che ho creduto d'esser utile--egli scriveva--ho lavorato serenamente, ho serenamente vissuto con voi e per voi. Ora la mia testa è confusa, ora dubito, vivendo, di far più male che bene. Forse Paolo ha ragione, forse io ho usurpato diritti che non avevo, e sarebbe stato meglio per tutti di far delle divisioni nette sin dal principio. A ogni modo vi giuro, e tu, Eugenio, puoi assicurarne la mamma e il fratello, che alla resa dei conti e alle divisioni mi sarei prestato anche adesso se non ci fosse stato di mezzo quel calice che per sè solo rappresenta due terzi del nostro piccolo patrimonio e di cui per conseguenza bisognava privarsi. Non sapevo adattarmi all'idea che quel prezioso oggetto d'arte, quel gioiello del nostro Rinascimento, andasse in mano d'estranei, fuori d'Italia ove vanno tante cose nostre... Regalarlo al Museo era una pazzia, lo capisco... oltre che io non potevo regalare ciò che non apparteneva a me solo... e non dò colpa a Paolo s'è ricorso alle vie legali per impedirmelo... Ma a Paolo e a te, Eugenio mio, raccomando di tentare almeno che il compratore, se pur non vuol essere il Governo o uno dei nostri Musei, sia un Italiano. Ce ne sono ancora dei ricchi in Italia, i quali non dovrebbero permettere questa continua spogliazione del loro paese.

«Non lascio un centesimo di debiti. Nella cassaforte troverete 450 lire in biglietti di banca, un libretto della Cassa di risparmio con 1148 lire, e una cartella di duecento lire di Rendita. I pochi crediti sono registrati in un quaderno che c'è nella scrivania. Un altro libro, chiuso nella scrivania anch'esso, contiene l'inventario fatto in Gennaio. Le variazioni avvenute poi le desumerete dallo sfogliazzo che vi mostrerà Giovanni, il mio lavorante anziano.

«Di lui potete fidarvi come di me stesso. E con lui non vi sarà difficile intendervi per l'andamento della bottega. È buono, bravo, onesto allo scrupolo, vi farà patti convenienti.

«E ora un abbraccio a tutti. A te cara mamma, che mi perdonerai d'abbandonarti nella tua vecchiaia, a te, Eugenio mio, che diventi il capo della casa e che spero avrai presto la cattedra di Università che ti meriti; e anche a te, Paolo, a cui non serbo rancore, a cui auguro gloria e fortuna.

«Addio, addio, e rammentate con affetto e con indulgenza,

Il vostro GIROLAMO».

Due volte Diana, profondamente commossa, aveva dovuto interrompere la lettura di questa lettera; due volte le preghiere insistenti della Bardelli l'avevano costretta a riprenderla.

Quando la sua voce malferma si fu spenta sulle ultime righe, la signora Marianna ebbe un nuovo accesso di disperazione. E fra pianti e singhiozzi incolpava sè del suicidio del figliuolo... Lei, lei era stata la vera causa, non Paolo che aveva ceduto ai cattivi consigli, ch'era esacerbato dalle ingiustizie del mondo e aveva la grande scusa del bisogno... Lei, lei che era la madre, che avrebbe avuto l'obbligo di ricordare i sacrifizi fatti da Girolamo per la famiglia, la sua bontà da bambino in su, la sua delicatezza, la sua pazienza infinita... Non una parola acerba mai, nemmeno se lo si rimproverava a torto; non un'osservazione amara, neppure durante la dolorosa questione nella quale ella gli si era messa risolutamente contro... Solo ieri, dopo una breve disputa in cui ella non aveva saputo tenere in freno quella sua maledetta lingua, egli, carezzandola, le aveva detto con dolcezza:--No, mamma, tu non dovresti parlarmi in questo modo.--Così si erano separati. Ella non lo aveva più visto... ella non lo rivedrebbe più... neanche morto... perchè lo avevano trasportato all'Ospedale e a lei non permettevano di andarci... C'era Paolo a levar la maschera... per scolpir poi il busto... Ecco quello che le sarebbe rimasto del suo Girolamo!...

Diana si strappò a fatica a quella scena straziante promettendo di tornar presto.

Timido, peritoso, Eugenio Bardelli la seguì sul pianerottolo. Non osava alzar gli occhi verso di lei, non osava formular la domanda che meglio avrebbe espresso il suo pensiero:--Mi ha perdonato?

Chiese invece, e gli parve una grande audacia:--Come sta Bebè?

--Così... Non come vorrei--sospirò Diana. E soggiunse:--Quando sarà più tranquillo, venga a vederla.

La fisonomia contraffatta del giovine professore si trasfigurò per un istante; per un istante egli scordò le sue pene, la tragedia domestica, le angustie dell'avvenire... Ella gli riapriva la sua porta, ella consentiva a gettare un velo d'oblìo sul passato...

--Grazie, grazie...

E Bardelli avrebbe voluto accompagnar Diana almeno fin giù delle scale, manifestarle la sua immensa gratitudine.

Ella lo fermò con un gesto.--No... La sua mamma l'aspetta.

Non gli lasciò tempo di replicare e si dileguò, rapidissima.

Ma, nel frastuono della strada, il vigore fittizio che l'aveva sostenuta fino allora l'abbandonò ad un tratto per dar luogo ad un senso di smarrimento e di prostrazione, ed ella si affrettò ad accettare l'offerta d'un fiaccheraio che, agitando la frusta e rallentando la corsa, le passò vicino con la sua vettura.

A casa, a casa! Già troppe ore n'era stata lontana in quel giorno, troppe ore era stata lontana dalla sua bambina... E quante emozioni da ieri in poi! E che soffio di tempesta aveva traversato la sua vita uguale, opaca, monotona!

Era la Provvidenza che aveva inspirato alla sua mamma di accorrer da lei in questo momento! Cara mamma! Care braccia amorose sempre pronte ad aprirsi! Caro porto sicuro ove le procelle si quietano!

Diana guardò l'orologio. Erano quasi le 4, e la corsa sarebbe arrivata poco dopo le 7.

XX.

Fra due doveri.

--Non è solo?--chiese Alberto Varedo al servo dell'onorevole San Giustino che lo precedeva per annunziarlo.

Il San Giustino abitava in un piccolo quartiere al secondo piano in corso Vittorio Emanuele.

--Nossignore--rispose il domestico.--C'è con lui l'onorevole Zonnini con quel giornalista... Fraschetti, credo sia il direttore della _Rupe Tarpea_.

--Ah, Fraschelli?

--Appunto.

--Che seccatura!--pensò Varedo che avrebbe preferito discorrere a tu per tu col futuro ministro. Pur dissimulò la sua noia ed entrò nel salotto ov'erano riuniti i tre amici politici. Il direttore della _Rupe Tarpea_ era sempre l'amico politico degli uomini in auge.

--Che buon vento?--disse San Giustino.

S'erano lasciati da due sole ore, dopo un lungo colloquio in una delle sale di Montecitorio.

--Non è un buon vento, pur troppo--replicò Varedo.

--Oh, oh!... Qualche cattiva notizia di casa vostra?... La bambina s'è aggravata?

I conoscenti di Alberto sapevano che la sua figliuola era inferma.

--Mi arriva questo telegramma. Leggete.

E il professore consegnò a San Giustino un dispaccio di poche parole:--_Condizioni peggiorate. Giraldi inquieto. Parti subito. Diana._

--Però la vostra signora è apprensiva?--soggiunse San Giustino, restituendo il foglio.

--In quanto a questo sì... Non per sè, ma per la bimba... Apprensiva al massimo grado.

--E allora è probabile che esageri--osservò Zonnini.

E Fraschelli, tanto per dir qualche cosa, spifferò questa sentenza peregrina:--Quando si tratta dei loro figliuoli le mamme esagerano sempre.

Alberto Varedo tentennò il capo.

--Vorrei che fosse così anche questa volta... ma perchè mia moglie mi avrebbe telegrafato proprio stasera sapendo che avrei da parlare domani alla Camera?... Perchè, se non ci fosse un'urgenza?

--Le donne, caro amico--ripigliò San Giustino,--certi riguardi non li capiscono... Io ho avuto la disgrazia di perder la mia ancora giovane e la ricordo e la rimpiango... Credo tuttavia che con lei la mia carriera politica sarebbe stata troncata a mezzo... Quello che mi ha tempestato di lettere e di dispacci una volta che la nostra primogenita ammalò di morbillo! Pareva che una catastrofe fosse imminente... Io ebbi la debolezza di darle retta; abbandonai la capitale, piantai in asso il Parlamento, gli uffici, due commissioni che dovevo presiedere, corsi in Toscana nella nostra villa e trovai la mia figliuola già in piedi... ciò che non toglie che la mia signora consorte mi strapazzasse come un cane perchè non ero arrivato prima... Ell'aveva una scusa, ell'era sola, in una campagna fuori di mano... Vostra moglie invece è in una grande città, ha compagnia...

--Ha sua madre e suo zio... Ho pregato apposta mia suocera di andar a Torino.

--Vedete bene!--soggiunse il vedovo rassegnato con un accento che suonava amaro rimprovero all'egoismo di Diana Varedo.--Vedete bene!... A ogni modo, non è possibile che partiate subito.

--Veramente quest'era la mia intenzione...

--Di partir subito? Stasera?... Se non c'è una corsa?

--Per la Maremmana è tardi, lo so... Quando è capitato il telegramma... forse, con un buon cavallo, volando, sarei potuto giungere in tempo alla stazione... Forse... non ne son neanche sicuro... E poi come partirei senza che ci fossimo scambiati due parole?... Adesso potrei prendere la via di Bologna.

--Parte alle 23,10--notò Zonnini.

--Siete matto?--esclamò San Giustino.--Una corsa eterna che sarebbe a Torino domani alle sette pomeridiane... Via, non ci pensate nemmeno... meno... Partirete domani sera... Anche se non ci sarà stato il voto... pazienza... Avrete fatto il vostro discorso, svolto il vostro ordine del giorno... Se no, chi lo svolge?... Voi, Zonnini, siete il secondo firmato... Toccherebbe a voi...

L'idea di dare il gambetto al suo carissimo amico non era lungi dal sorridere al buon Zonnini; però egli fece il modesto e il ritroso.

--Per carità, allontanate da me questo calice... Non si renderebbe un servizio al partito... Io non ho l'eloquenza di Varedo... Certo che se fosse assolutamente necessario, mi sacrificherei... Ma sarebbe una tegola che mi casca sul capo.

Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a _sacrificarsi_, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il cammino.

--Vedremo--egli sospirò.--Capisco che prima di domattina non mi converrebbe di partire... Intanto spedirò un telegramma.

--Naturale... Usciremo insieme, se non vi dispiace--propose San Giustino.

--Ma scusa--disse Zonnini a Varedo,--che tu parta stasera o domattina, se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo sappia.

--Te lo farò sapere, diamine.

--Presto.

--Prestissimo. Magari con un telegramma.

--Me ne incaricherò io--dichiarò San Giustino.--Ma non partirà, non partirà.

Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada.

--Io volterei verso Ponte Sant'Angelo--disse Varedo.--Imposterò il mio dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo.

--Vengo anch'io volentieri da quella parte--soggiunse San Giustino.--S'incontra meno gente.

Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la direzione opposta.

--C'è questo demone tentatore--spiegò Zonnini accennando al giornalista--che vuol condurmi all'Alhambra, a veder _la rivale di Venere_.

Fraschelli protestò.--Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di me... Ci va tutte le sere.

--Che esagerazioni! Ci fui due volte... Ma vi assicuro io ch'è un bocconcino...

A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla bocca e si baciò le punte delle dita.

--Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità... Se no, insisterei perchè ci faceste compagnia... È un vero godimento estetico...

--Addio, addio, capiscarichi.

--Buona sera, Varedo--gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco,--ti auguro di ricevere migliori notizie da Torino.

--Grazie, buona sera.

--Ecco il ristoratore del sentimento religioso--disse Varedo a San Giustino appena furono soli.

--Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira.

--Se partissi domattina alle 8--ripigliò Alberto--sarei a casa prima di mezzanotte.

--Ma no, ma no--insisteva San Giustino--non potete partire che domani sera.

Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo.

Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli punti luminosi.

--È pur suggestiva questa Roma--notò San Giustino.

Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.

--E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per l'aia.

--È vero--rispose San Giustino che non intendeva bene.--Ma, scusate, la colpa di che?

--La colpa del bivio terribile in cui mi trovo--ripigliò Alberto con impeto.--Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva spicciarci subito?... Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare ancora otto o dieci giorni... Con che frutto poi? che la caduta è forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo, che desidero di far trionfare.

Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?

--Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa--egli disse.--Del rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non si fossero avuti troppi oratori... Anche dalla nostra parte, Dio buono, quanta eloquenza!... Quanti aspiranti a un portafoglio o a un sottosegretariato!... Come contentarli tutti?... E gli scontenti non tarderanno a diventare avversari.

--È ignobile.

--Non lo nego... E non nego che vi saranno eccezioni... Voi, per esempio, non ne dubito... Però, siate sincero, o che non mi serbereste rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a voi?...

Varedo si voltò bruscamente.--Scusate... Questo non c'entra... Qui c'è una promessa.

--Lo so, e volevo scherzare.

San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.

All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che sperava migliori.

--Va bene così?--egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.

--Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come pare.

Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano, San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli, le sorprese, le insidie dell'ultima ora.

La vasta piazza era quasi deserta; pochi _fiacres_ immobili erano allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un pulviscolo acqueo.

--Si sta più freschi qui--disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco e una delle fontane.

Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.

--Ecco la forza.

Di San Giustino lo guardò.--Siete un convertito?

--Non mi fraintendete... La forza d'inerzia, una delle più formidabili che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle generazioni che si succedono:--Noi siamo la salute, noi siamo la luce, ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa.... Anche una menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti, una verità... Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile, sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto, disciplinato come quello che ci sta di fronte.

--Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?

--Ah no. Non vincerà nessuno... Noi non costruiremo nulla di solido, di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini. Sarà una lotta lunga quanto il mondo.

--Caro Varedo--interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,--voi parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno... in tutti e due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un Ministero conciliativo.

--La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine non piacciono neppure a me--replicò Alberto Varedo.--E poi non giova esasperare i nemici che non si possono spegnere.

Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.

--Procurate di riposar qualche ora--gli disse nel prender commiato--e ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi... No, non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir domattina... E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci siamo rivisti... Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei, alle cinque, quando vi piace... Se non vi vedo prima delle sette e mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.

Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente, e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al termine della battaglia parlamentare... Che cosa era accaduto nella giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni della bimba dovevano esser ben gravi!... E allora perchè non usare un linguaggio più esplicito? Perchè non dire:--C'è pericolo imminente. La tua presenza è indispensabile?

Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa e viltà.