Part 7
Chi sa? non veggiam noi spesso di state Cader le stelle?
MELISSO.
Egli ci ha tante stelle, Che picciol danno è cader l'una o l'altra Di loro, e mille rimaner. Ma sola Ha questa luna in ciel, che da nessuno Cader fu vista mai se non in sogno.
XXXVIII.
Io qui vagando al limitare intorno, Invan la pioggia invoco e la tempesta. Acciò che la ritenga al mio soggiorno.
Pure il vento muggìa nella foresta, E muggìa tra le nubi il tuono errante, Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.
O care nubi, o cielo, o terra, o piante. Parte la donna mia: pietà, se trova Pietà nel mondo un infelice amante.
O turbine, or ti sveglia, or fate prova Di sommergermi, o nembi, insino a tanto Che il sole ed altre terre il dì rinnova.
S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia Le luci il crudo Sol pregne di pianto.
XXXIX.
Spento il diurno raggio in occidente, E queto il fumo delle ville, e queta De' cani era la voce e della gente;
Quand'ella, vòlta all'amorosa meta, Si ritrovò nel mezzo ad una landa Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.
Spandeva il suo chiaror per ogni banda La sorella del sole, e fea d'argento Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.
I ramuscelli ivan cantando al vento, E in un con l'usignol che sempre piagne Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.
Limpido il mar da lungi, e le campagne E le foreste, e tutte ad una ad una Le cime si scoprian delle montagne.
In queta ombra giacea la valle bruna, E i collicelli intorno rivestia Del suo candor la rugiadosa luna.
Sola tenea la taciturna via La donna, e il vento che gli odori spande. Molle passar sul volto si sentia.
Se lieta fosse, è van che tu dimande: Piacer prendea di quella vista, e il bene Che il cor le prometteva era più grande.
Come fuggiste, o belle ore serene! Dilettevol quaggiù null'altro dura, Nè si ferma giammai, se non la spene.
Ecco turbar la notte, e farsi oscura La sembianza del ciel, ch'era sì bella. E il piacer in colei farsi paura.
Un nugol torbo, padre di procella, Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto. Che più non si scopria luna nè stella.
Spiegarsi ella il vedea per ogni canto, E salir su per l'aria a poco a poco. E far sovra il suo capo a quella ammanto.
Veniva il poco lume ognor più fioco; E intanto al bosco si destava il vento. Al bosco là del dilettoso loco.
E si fea più gagliardo ogni momento. Tal che a forza era desto e svolazzava Tra le frondi ogni augel per lo spavento.
E la nube, crescendo, in giù calava Vèr la marina sì, che l'un suo lembo Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.
Già tutto a cieca oscuritade in grembo, S'incominciava udir fremer la pioggia, E il suon cresceva all'appressar del nembo.
Dentro le nubi in paurosa foggia Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi; E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.
Disciòr sentia la misera i ginocchi; E già muggiva il tuon simile al metro Di torrente che d'alto in giù trabocchi.
Talvolta ella ristava, e l'aer tetro Guardava sbigottita, e poi correa, Sì che i panni e le chiome ivano addietro.
E il duro vento col petto rompea, Che gocce fredde giù per l'aria nera In sul volto soffiando lo spingea.
E il tuon venìale incontro come fera. Rugghiando orribilmente e senza posa; E cresceva la pioggia e la bufera.
E d'ogni intorno era terribil cosa Il volar polve e fiondi e rami e sassi, E il suon die immaginar l'alma non osa.
Ella dal lampo affaticati e lassi Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno Già pur tra il nembo accelerando i passi.
Ma nella vista ancor l'era il baleno Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento Fermò l'andare, e il cor le venne meno.
E si rivolse indietro. E in quel momento Si spense il lampo, e tornò buio l'etra. Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.
Taceva il tutto; ed ella era di pietra.
XL.
DAL GRECO DI SIMONIDE.
Ogni mondano evento È di Giove in poter, di Giove, o figlio. Che giusta suo talento Ogni cosa dispone. Ma di lunga stagione Nostro cieco pensier s'affanna e cura. Benché l'umana etate. Come destina il ciel nostra ventura. Di giorno in giorno dura. La bella speme tutti ci nutrica Di sembianze beate. Onde ciascuno indarno s'affatica: Altri l'aurora amica. Altri l'etade aspetta; E nullo in terra vive Cui nell'anno avvenir facili e pii Con Pluto gli altri iddii La mente non prometta. Ecco pria che la speme in porto arrive, Qual da vecchiezza è giunto E qual da morbi al bruno Lete addutto; Questo il rigido Marte, e quello il flutto Del pelago rapisce; altri consunto Da negre cure, o triste nodo al collo Circondando, sotterra si rifugge. Così di mille mali I miseri mortali Volgo fiero e diverso agita e strugge. Ma per sentenza mia, Uom saggio e sciolto dal comune errore Patir non sosterria, Nè porrebbe al dolore Ed al mal proprio suo cotanto amore.
XLI.
DELLO STESSO.
Umana cosa picciol tempo dura, E certissimo detto Disse il veglio di Chio, Conforme ebber natura Le foglie e l'uman seme. Ma questa voce in petto Raccolgon pochi. All'inquieta speme. Figlia di giovin core. Tutti prestiam ricetto. Mentre è vermiglio il fiore Di nostra etade acerba L'alma vota e superba Cento dolci pensieri educa invano, Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano. Ma stolto è chi non vede La giovanezza come ha ratte l'ale, E siccome alla culla Poco il rogo è lontano. Tu presso a porre il piede In sul varco fatale Della plutonia sede, Ai presenti diletti La breve età commetti.
NOTE
[DEL LEOPARDI MEDESIMO].
[1] Il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello che in essa canzone s'introduce a poetare, cioè da Simonide; tenuto dall'antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che più rileva, ai medesimi tempi della scesa di Serse, e greco di patria. Questo suo fatto, lasciando l'epitaffio riportato da Cicerone e da altri, si dimostra da quello che scrive Diodoro nell'undecimo libro, dove recita anche certe parole di esso poeta in questo proposito, due o tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell'ultima strofe. Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e d'altra parte riguardando alle qualità della materia per sè medesima, io non credo che mai si trovasse argomento più degno di poema lirico, nè più fortunato di questo che fu scelto, o più veramente sortito, da Simonide. Perocché se l'impresa delle Termopile fa tanta forza a noi che siamo stranieri verso quelli che l'operarono, e con tutto questo non possiamo tenere le lacrime a leggerla semplicemente come passasse, e ventitré secoli dopo ch'ella è seguita; abbiamo a far congettura di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un Greco, e poeta, e dei principali, avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi propri, andando per le stesse città vincitrici di un esercito molto maggiore di quanti altri si ricorda la storia d'Europa, venendo a parte delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta un'eccellentissima nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza della gloria acquistata, e dall'emulazione di tanta virtù dimostrata pur dianzi dai suoi. Per queste considerazioni, riputando a molta disavventura che le cose scritte da Simonide in quella occorrenza, fossero perdute, non ch'io presumessi di riparare a questo danno, ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla mente le disposizioni dell'animo del poeta in quel tempo, e con questo mezzo, salva la disuguaglianza degl'ingegni, tornare a fare il suo canto; del quale io porto questo parere, che o fosse maraviglioso, o la fama di Simonide fosse vana, e gli scritti perissero con poca ingiuria.--Lettera a Vincenzo Monti, premessa alle edizioni di Roma e di Bologna.
[2] Di questa fama divulgata anticamente, che in Ispagna e in Portogallo, quando il sole tramontava, si udisse di mezzo all'Oceano uno stridore simile a quello che fanno i carboni accesi, o un ferro rovente, quando è tuffato nell'acqua, vedi Cleomede _Circular. doctrin. de sublim._ l. 2, c. 1, ed. Bake, Lugd. Bat. 1820, p. 109 seq. Strabone l. 3, ed. Amstel. 1707. p. 202 B. Giovenale Sat. 14, v. 279. Stazio _Silv._ l. 2, _Genethl. Lucani_ v. 24 seqq., ed. Ausonio _Epist._ 18, v. 2. Floro l. 2. c. 17, parlando delle cose fatte da Decimo Bruto in Portogallo: «peragratoque victor Oceani litore, non prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit. Vedi ancora le note degli eruditi a Tacito.» _De Germ._ c. 45.
[3] Mentre la notizia della rotondità della terra, ed altre simili appartenenti alla cosmografia, furono poco volgari, gli uomini ricercando quello che si facesse il sole nel tempo della notte, o qual fosse lo stato suo, fecero intorno a questo parecchie belle immaginazioni: e se molti pensarono che la sera il sole si spegnesse, e che la mattina si riaccendesse, altri immaginarono che dal tramonto si riposasse e dormisse fino al giorno. Stesicoro _ap. Athenaeum_, l. 11, c. 38. ed. Schweigh. t. 4. p. 237. Antimaco _op. eumd._ l. c. p. 238. Eschilo c., e più distintamente Mimnerno, poeta greco antichissimo, l. c. cap. 39, p. 239, dice che il sole, dopo calato, si pone a giacere in un letto concavo, a uso di navicella, tutto d'oro, e così dormendo naviga per l'Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese, allegato da Gemino, c. 5, in _Petar. Uranol._ ed Amst. p. 13, e da Cosma egiziano, _Topogr. christian._ l. 2. ed. Montfauc. p. 149. racconta di non so quali barbari che mostrarono a esso Pitea il luogo dove il sole, secondo loro, si adagiava a dormire. E il Petrarca si accostò a queste tali opinioni volgari in quei versi. Canz. _Nella stagion_, st. 3:
Quando vede il pastor calare i raggi Del gran pianeta al nido ov'egli alberga.
Siccome in questi altri della medesima Canzone, st. 1, seguì la sentenza di quei filosofi che per virtù di raziocinio e di congettura indovinavano gli antipodi:
Nella stagion che 'l ciel rapido inchina Verso occidente, e che 'l dì nostro vola A gente che di là forse l'aspetta.
Dove quel _forse_, che oggi non si potrebbe dire, fu sommamente poetico; perchè dava facoltà al lettore di rappresentarsi quella gente sconosciuta a suo modo, o di averla in tutto per favolosa: donde si dee credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni vaghe e indeterminate, che sono effetto principalissimo ed essenziale delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo.
[4] Di qui alla fine della stanza si ha riguardo alla congiuntura della morte del Tasso, accaduta in tempo che erano per incoronarlo poeta in Campidoglio.
[5] Si usa qui la licenza, usata da diversi autori antichi, di attribuire alla Tracia la città e la battaglia di Filippi, che veramente furono nella Macedonia.--Similmente nel nono Canto si seguita la tradizione volgare intorno agli amori infelici di Saffo poetessa, benché il Visconti ed altri critici moderni distinguano due Saffo: l'una famosa per la sua lira, e l'altra per l'amore sfortunato di Faone; quella contemporanea d'Alceo, e questa più moderna.
[6] La stanchezza, il riposo e il silenzio che regnano nelle città, e più nelle campagne, sull'ora del mezzogiorno, rendettero quell'ora agli antichi misteriosa e secreta come quella della notte: onde fu creduto che sul mezzodì più specialmente si facessero vedere o sentire gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e le anime de' morti: come apparisce da Teocrito _Idyll._ 1, v. 15 seqq. Lucano l. 3, v. 422 seqq. Filostrato _Heroic._ c. 1, § 4, opp. ed. Olear. p. 671. Porfirio _De antro nymph._ c. 26 seq. Servio _ad Georg._ l. 4, v. 401, e dalla Vita di san Paolo primo eremita scritta da san Girolamo, c. 6, in _Vit. Patr._ Rosweyd. l. 1, p. 18. Vedi ancora il Meursio _Auctar. philolog._ c. 6, colle note del Lami, opp. _Meurs. Florent._ vol. 5, col. 733, il Barth _Animadv. ad Stat._ part. 2, р. 1081, e le cose disputate dai comentatori, e nominatamente dal Calmet, in proposito del demonio meridiano della Scrittura volgata, _Psal._ 90, v. 6. Circa all'opinione che le ninfe e le dee sull'ora del mezzogiorno si scendessero a lavare ne' fiumi e ne' fonti, v. Callimaco in _Lavacr. Pall._ v. 71 seqq. e quanto propriamente a Diana, Ovidio _Metam._ l. 3, v. 144 seqq.
[7] «Egressusque Cain a facie Domini, habitavit profugus in terra ad orientalem plagam Eden. Et aedificavit civitatem». _Genes._ с. 4, v. 16.
[8] È quasi superfluo ricordare che la California è posta nell'ultimo termine occidentale di terra ferma. Si tiene che i Californi sieno, tra le nazioni conosciute, la più lontana dalla civiltà, e la più indocile alla medesima.
[9] «Plusieurs d'entre eux» (parla di una delle nazioni erranti dell'Asia) «passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins». Il Barone di Meyendorff, _voyage d'Orenbourg à Boukhara, fait en 1820_, appresso il giornale _des Savans_ 1826, _septembre_, p. 518.--[Cfr. Zibaldone, VII, 337; e _Scritti vari ined._, 398].
[10] Il signor Bothe, traducendo in bei versi tedeschi questo componimento, accusa gli ultimi sette versi della presente stanza di tautologia, cioè di ripetizione delle cose dette avanti. Segue il pastore: ancor io godo pochi piaceri (godo ancor poco); nè mi lagno di questo solo, cioè che il piacere mi manchi; mi lagno dei patimenti che provo, cioè della noia. Questo non era detto avanti. Poi, conchiudendo, riduce in termini brevi la quistione trattata in tutta la stanza; perchè gli animali non s'annoino, e l'uomo sì: la quale se fosse tautologia, tutte quelle conclusioni dove per evidenza si riepiloga il discorso, sarebbero tautologie.
[11] Pelliccia in figura di serpente, detta dal tremendo rettile di questo nome, nota alle donne gentili de' tempi nostri. Ma come la cosa è uscita di moda, potrebbe anche il senso della parola andare fra poco in dimenticanza. Però non sarà superflua questa noterella.
[12] Parole di un moderno, al quale è dovuta tutta la loro eleganza.--[Il _moderno_, cui qui si accenna, è il conte Terenzio Mamiani della Rovere, cugino del Leopardi].
Source: I Canti (con la vita del poeta narrata di su l'epistolario da Michele Scherillo)--Quarta edizione, rinnovata e aumentata --Ed. Ulrico Hoepli, Milano, 1920. Cover picture: wikimedia.