Part 6
Ghiande non ciberà certo la terra Però, se fame non la sforza: il duro Ferro non deporrà. Ben molte volte Argento ed or disprezzerà, contenta A pòlizze di cambio. E già dal caro Sangue de' suoi non asterrà la mano La generosa stirpe: anzi coverte Fien di stragi l'Europa e l'altra riva Dell'atlantico mar, fresca nutrice Di pura civiltà, sempre che spinga Contrarie in campo le fraterne schiere Di pepe o di cannella o d'altro aroma Fatal cagione, o di melate canne, O cagion qual si sia ch' ad auro torni. Valor vero e virtù, modestia e fede E di giustizia amor, sempre in qualunque Pubblico stato, alieni in tutto e lungi Da' comuni negozi, ovvero in tutto Sfortunati saranno, afflitti e vinti; Perchè diè lor natura, in ogni tempo Starsene in fondo. Ardir protervo e frode, Con mediocrità, regneran sempre, A galleggiar sortiti. Imperio e forze, Quanto più vogli o cumulate o sparse. Abuserà chiunque avralle, e sotto Qualunque nome. Questa legge in pria Scrisser natura e il fato in adamante; E co' fulmini suoi Volta nè Davy Lei non cancellerà, non Anglia tutta Con le macchine sue, nè con un Gange Di politici scritti il secol novo. Sempre il buono in tristezza, il vile in festa Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse In arme tutti congiurati i mondi Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci Calunnia, odio e livor: cibo de' forti Il debole, cultor de' ricchi e servo Il digiuno mendico, in ogni forma Di comun reggimento, o presso o lungi Sien l'eclittica o i poli, eternamente Sarà, se al gener nostro il proprio albergo E la face del dì non vengon meno.
Queste lievi reliquie e questi segni Delle passate età, forza è che impressi Porti quella che sorge età dell'oro: Perchè mille discorsi e repugnanti 100 L'umana compagnia principii e parti Ha per natura: e por quegli odii in pace Non valser gl'intelletti e le possanze Degli uomini giammai, dal dì che nacque L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque Saggio sia nè possente, al secol nostro Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose Più gravi, intera, e non veduta innanzi, Fia la mortal felicità. Più molli Di giorno in giorno diverran le vesti O di lana o di seta. I rozzi panni Lasciando a prova agricoltori e fabbri, Chiuderanno in coton la scabra pelle, E di castoro copriran le schiene. Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri Certamente a veder, tappeti e coltri, Seggiole, canapè, sgabelli e mense, Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno Di lor menstrua beltà gli appartamenti; E nove forme di paiuoli, e nove Pentolo ammirerà l'arsa cucina. Da Parigi a Calais, di quivi a Londra, Da Londra a Liverpool, rapido tanto Sarà, quant'altri immaginar non osa, Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie Vie del Tamigi fia dischiuso il varco, Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso Dovea, già son molt'anni. Illuminate Meglio ch'or son, benché sicure al pari, Nottetempo saran le vie men trite Delle città sovrane, e talor forse Di suddita città le vie maggiori. Tali dolcezze e sì beata sorte Alla prole vegnente il ciel destina.
Fortunati color che mentre io scrivo Miagolanti in su le braccia accoglie La levatrice! a cui veder s'aspetta Quei sospirati dì, quando per lunghi Studi fia noto, e imprenderà col latte Dalla cara nutrice ogni fanciullo, Quanto peso di sal, quanto di carni, E quante moggia di farina inghiotta Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti In ciascun anno partoriti e morti Scriva il vecchio prior: quando, per opra Di possente vapore, a milioni Impresse in un secondo, il piano e il poggio, E credo anco del mar gl'immensi tratti, Come d'aeree gru stuol che repente Alle late campagne il giorno involi, Copriran le gazzette, anima e vita Dell'universo, e di savere a questa Ed alle età venture unica fonte!
Quale un fanciullo, con assidua cura, Di fogliolini e di fuscelli, in forma O di tempio o di torre o di palazzo, Un edifìcio innalza; e come prima Fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto, Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli Per novo lavorio son di mestieri; Così natura ogni opra sua, quantunque D'alto artificio a contemplar, non prima Vede perfetta, ch'a disfarla imprende, Le parti sciolte dispensando altrove. E indarno a preservar se stesso od altro Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa Eternamente, il mortal seme accorre Mille virtudi oprando in mille guise Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta, La natura crudel, fanciullo invitto, Il suo capriccio adempie, essenza posa Distruggendo e formando si trastulla. Indi varia, infinita una famiglia Di mali immedicabili e di pene Preme il fragil mortale, a perir fatto Irreparabilmente: indi una forza Ostil, distruggitrice, e dentro il fere E di fuor da ogni lato, assidua, intenta Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca. Essa indefatigata; insin ch'ei giace Alfin dall'empia madre oppresso e spento. Queste, o spirto gentil, miserie estreme Dello stato mortal; vecchiezza e morte, Ch'han principio d'allor che il labbro infante Preme il tenero sen che vita instilla; Emendar, mi cred'io, non può la lieta Nonadecima età più che potesse La decima o la nona, e non potranno Più di questa giammai l'età future. Però, se nominar lice talvolta Con proprio nome il ver, non altro in somma Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo, E non pur ne' civili ordini e modi, Ma della vita in tutte l'altre parti, Per essenza insanabile, e per legge Universal che terra e cielo abbraccia. Ogni nato sarà. Ma novo e quasi Divin, consiglio ritrovàr gli eccelsi Spirti del secol mio: che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, 200 L'uomo obbliando, a ricercar si diero Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice; e tal portento, ancora Da _pamphlets_, da riviste e da gazzette Non dichiarato, il civil gregge ammira.
Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume Dell'età ch'or si volge! E che sicuro Filosofar, che sapienza, o Gino. In più sublimi ancora e più riposti Subbietti insegna ai secoli futuri il mio secolo e tuo! Con che costanza Quel che ieri schernì, prosteso adora Oggi, e domani abbatterà, per girne Raccozzando i rottami, e per riporlo Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente! Quanto estimar si dee, che fede inspira Del secol che si volge, anzi dell'anno. Il concorde sentir! con quanta cura Convienci a quel dell anno, al qual difforme Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro Comparando, fuggir che mai d'un punto Non sien diversi! E di che tratto innanzi, Se al moderno si opponga il tempo antico, Filosofando il saper nostro è scorso!
Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco Di poetar maestro, anzi di tutte Scienze ed arti e facoltadi umane. E menti che fur mai, sono e saranno. Dottore, emendator, lascia, mi disse. I propri affetti tuoi. Di lor non cura Questa virile età, volta ai severi Economici studi, e intenta il ciglio Nelle pubbliche cose. Il proprio petto Esplorar che ti val? Materia al canto Non cercar dentro te. Canta i bisogni Del secol nostro, e la matura speme. Memorande sentenze! ond'io solenni Le risa alzai quando sonava il nome Della speranza al mio profano orecchio Quasi comica voce, o come un suono Di lingua che dal latte si scompagni. Or torno addietro, ed al passato un corso Contrario imprendo, per non dubbi esempi Chiaro oggimai ch'ai secol proprio vuoisi, Non contraddir, non repugnar, se lode Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente Adulando ubbidir: così per breve Ed agiato cammin vassi alle stelle. Ond'io, degli astri desioso, al canto Del secolo i bisogni omai non penso Materia far; chè a quelli, ognor crescendo. Provveggono i mercati e le officine Già largamente; ma la speme io certo Dirò, la speme, onde visibil pegno Già concedon gli Dei; già, della nova Felicità principio, ostenta il labbro De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.
O salve, o segno salutare, o prima Luce della famosa età che sorge. Mira dinanzi a te come s'allegra La terra e il ciel, come sfavilla il guardo Delle donzelle, e per conviti e feste Qual de' barbati eroi fama già vola. Cresci, cresci alla patria, o maschia certo Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli Italia crescerà, crescerà tutta Dalle foci del Tago all'Ellesponto Europa, e il mondo poserà sicuro. E tu comincia a salutar col riso Gl'ispidi genitori, o prole infante. Eletta agli aurei dì: nè ti spauri L'innocuo nereggiar de' cari aspetti. Ridi, o tenera prole: a te serbato È di cotanto favellare il frutto; Veder gioia regnar, cittadi e ville. Vecchiezza e gioventù del par contente, E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.
XXXIII.
IL TRAMONTO DELLA LUNA.
Quale in notte solinga. Sovra campagne inargentate ed acque. Là 've zefiro aleggia, E mille vaghi aspetti E ingannevoli obbietti Fingon l'ombre lontane Infra l'onde tranquille E rami e siepi e collinette e ville; Giunta al confin del cielo. Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell'infinito seno Scende la luna; e si scolora il mondo; Spariscon l'ombre, ed una Oscurità la valle e il monte imbruna; Orba la notte resta, E cantando, con mesta melodia, L'estremo albor della fuggente luce, Che dianzi gli fu duce, Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale Lascia l'età mortale La giovinezza. In fuga Van l'ombre e le sembianze Dei dilettosi inganni; e vengon meno Le lontane speranze, Ove s'appoggia la mortal natura. Abbandonata, oscura Resta la vita. In lei porgendo il guardo. Cerca il confuso viatore invano Del cammin lungo che avanzar si sente Meta o ragione; e vede Ch'a sè l'umana sede. Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta Nostra misera sorte Parve lassù, so il giovanile stato, Dove ogni ben di mille pene è frutto. Durasse tutto della vita il corso. Troppo mite decreto Quel che sentenzia ogni animale a morte, S'anco mezza la via Lor non si desse in pria Della terribil morte assai più dura. D'intelletti immortali Degno trovato, estremo Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni La vecchiezza, ove fosse Incolume il desio, la speme estinta, Secche le fonti del piacer, le pene Maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge. Caduto lo splendor che all'occidente Inargentava della notte il velo, Orfane ancor gran tempo Non resterete, che dall'altra parte Tosto vedrete il cielo Imbiancar novamente, e sorger l'alba: Alla qual poscia seguitando il sole, E folgorando intorno Con sue fiamme possenti. Di lucidi torrenti Inonderà con voi gli eterei campi. Ma la vita mortal, poi che la bella Giovinezza sparì, non si colora D'altra luce giammai, nè d'altra aurora. Vedova è insino al fine; ed alla notte Che Taltre etadi oscura, Segno poser gli Dei la sepoltura.
XXXIV.
LA GINESTRA, O IL FIORE DEL DESERTO.
Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς. E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
GIOVANNI, III,19
Qui su l'arida schiena Del formidabil monte. Sterminator Vesevo, La qual null'altro allegra arbor nè fiore. Tuoi cespi solitari intorno spargi, Odorata ginestra, Contenta dei deserti. Anco ti vidi De' tuoi steli abbellir l'erme contrade Che cingon la cittade La qual fu donna de' mortali un tempo, E del perduto impero Par che col grave e taciturno aspetto Faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi Lochi e dal mondo abbandonati amante, E d'afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi Di ceneri infeconde, e ricoperti Dell'impietrata lava, Che sotto i passi al peregrin risona; Dove s'annida e si contorce al sole La serpe, e dove al noto Cavernoso covil torna il coniglio; Fur liete ville e colti, E biondeggiàr di spiche, e risonaro Di muggito d’armenti; Fur giardini e palagi, Agli ozi de’ potenti Gradito ospizio; e fur città famose Che coi torrenti suoi l'altero monte Dall'ignea bocca fulminando oppresse Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno Una ruina involve, Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi I danni altrui commiserando, al cielo Di dolcissimo odor mandi un profumo, Che il deserto consola. A queste piagge Venga colui che d’esaltar con lode Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto È il gener nostro in cura All'amante natura. E la possanza Qui con giusta misura Anco estimar potrà dell'uman seme, Cui la dura nutrice, ov'ei men teme, Con lieve moto in un momento annulla In parte, e può con moti Poco men lievi ancor subitamente Annichilare in tutto. Dipinte in queste rive Son dell'umana gente _Le magnifiche sorti e progressive_[12].
Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco. Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e vólti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E procedere il chiami. Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti Di cui lor sorte rea padre ti fece Vanno adunaudo, ancora Ch'a ludibrio talora T'abbian fra sè. Non io Con tal vergogna scenderò sotterra; E ben facil mi fòra Imitar gli altri, e vaneggiando in prova, Farmi agli orecchi tuoi cantando accetto: Ma il disprezzo piuttosto che si serra Di te nel petto mio, Mostrato avrò quanto si possa aperto: Bench'io sappia che obblio Preme chi troppo all'età propria increbbe. Di questo mal, che teco Mi fia comune, assai finor mi rido. Libertà vai sognando, e servo a un tempo Vuoi di novo il pensiero. Sol per cui risorgemmo Dalla barbarie in parte, e per cui solo Si cresce in civiltà, che sola in meglio Guida i pubblici fati. Così ti spiacque il vero Dell'aspra sorte e del depresso loco Ohe natura ci diè. Per questo il tergo Vigliaccamente rivolgesti al lume Che il fe' palese; e, fuggitivo, appelli Vil chi lui segue, e solo Magnanimo colui Che sè schernendo o gli altri, astuto o folle, Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme Che sia dell'alma generoso ed alto, Non chiama sè nè stima Ricco d'or nè gagliardo, E di splendida vita o di valente Persona infra la gente Non fa risibil mostra; Ma sè di forza e di tesor mendico Lascia parer senza vergogna, e noma Parlando, apertamente, o di sue cose Fa stima al vero uguale. Magnanimo animale Non credo io già, ma stolto Quel che, nato a perir, nutrito in pene, Dice, a goder son fatto, E di fetido orgoglio Empie le carte, eccelsi fati e nove Felicità, quali il ciel tutto ignora, Non pur quest'orbe, promettendo in terra A popoli che un'onda Di mar commosso, un fiato D'aura maligna, un sotterraneo crollo Distrugge sì, ch'avanza A gran pena di lor la rimembranza. Nobil natura è quella Ch'a sollevar s'ardisce Gli occhi mortali incontra Al comun fato, e che con franca lingua, Nulla al ver detraendo, Confessa il mal che ci fu dato in sorte, E il basso stato e frale; Quella che grande e forte Mostra sè nel soffrir, nè gli odii e l'ire Fraterne, ancor più gravi D'ogni altro danno, accresce Alle miserie sue, l'uomo incolpando Del suo dolor, ma dà la colpa a quella Che veramente è rea, che de' mortali È madre in parto ed in voler matrigna. Costei chiama inimica; e incontro a questa Congiunta esser pensando, Siccom'è il vero, ed ordinata in pria L'umana compagnia, Tutti fra sè confederati estima Gli uomini, e tutti abbraccia Con vero amor, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigli e nelle angosce Della guerra comune. Ed alle offese Dell'uomo armar la destra, e laccio porre Al vicino ed inciampo, Stolto crede così, qual fòra in campo Cinto d'oste contraria, in sul più vivo Incalzai degli assalti, Gl'inimici obbliando, acerbo gare Imprender con gli amici. E sparger fuga e fulminar col brando Infra i proprii guerrieri. Così fatti pensieri Quando fien, come fur, palesi al volgo. E quell'orror che primo Contra l'empia natura Strinse i mortali in social catena. Fia ricondotto in parte Da verace saper, l'onesto e il retto Conversar cittadino, E giustizia e pietade altra radice Avranno allor che non superbe fole. Ove fondata probità del volgo Così star suole in piede Quale star può quel ch'ha in error la sede.
Sovente in queste rive, Che, desolate, a bruno Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, Seggo la notte; e su la mesta landa In purissimo azzurro Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle, Cui di lontan fa specchio Il mare, e tutto di scintille in giro Per lo vòto seren brillare il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto. Ch'a lor sembrano un punto, E sono immenso in guisa Che un punto a petto a lor soli terra o mare Veracemente; a cui L'uomo non pur, ma questo Globo ove l'uomo è nulla. Sconosciuto è del tutto; e quando miro Quegli ancor più senz'alcun fin remoti Nodi quasi di stelle, Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo E non la terra sol, ma tutto in uno, Del numero infinite e della mole, Con l'aureo sole insiem, le nostro stelle O sono ignote, o così paion come Essi alla terra, un punto Di luce nebulosa; al pensier mio Che sembri allora, o prole Dell'uomo? E rimembrando Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte. Che te signora e fine Credi tu data al Tutto, e quante volte Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro Granel di sabbia, il qual di terra ha nome, Per tua cagion, dell'universe cose Scender gli autori, e conversar sovente Co' tuoi piacevolmente; e che i derisi Sogni rinnovellando, ai saggi insulta Fin la presente età, che in conoscenza Ed in civil costume Sembra tutte avanzar; qual moto allora, Mortal prole infelice, o qual pensiero Verso te finalmente il cor m'assale? Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d'arbor cadendo un picciol pomo, Cui là nel tardo autunno Maturità senz'altra forza atterra, D'un popol di formiche i dolci alberghi Cavati in molle gleba Con gran lavoro, e l'opre, E le ricchezze ch'adunate a prova Con lungo affaticar l'assidua gente Avea provvidamente al tempo estivo, Schiaccia, diserta e copre In un punto; così d'alto piombando, Dall'utero tonante Scagliata al ciel profondo. Di ceneri e di pomici e di sassi Notte e ruina, infusa Di bollenti ruscelli. O pel montano fianco Furiosa tra l'erba Di liquefatti massi E di metalli e d'infocata arena Scendendo immensa piena. Le cittadi che il mar là su l'estremo Lido aspergea, confuse E infranse e ricoperse In pochi istanti: onde su quelle or pasce La capra, e città nove Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello Son le sepolte, e le prostrate mura L'arduo monte al suo piè quasi calpesta. Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Ch'alla formica: e se più rara in quello Che nell'altra è la strage, Non avvien ciò d'altronde Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento Anni varcàr poi che sparirò, oppressi Dall'ignea forza, i popolati seggi. E il villanello intento Ai vigneti che a stento in questi campi Nutre la morta zolla e incenerita, Ancor leva lo sguardo Sospettoso alla vetta Fatal, che nulla mai fatta più mite Ancor siede tremenda, ancor minaccia A lui strage ed ai figli ed agli averi Lor poverelli. E spesso Il meschino in sul tetto Dell'ostel villereccio, alla vagante Aura giacendo tutta notte insonne, E balzando più volte, esplora il corso Del temuto bollor, che si riversa Dall'inesausto grembo Su l'arenoso dorso, a cui riluce Di Capri la marina E di Napoli il porto e Mergellina. E se appressar lo vede, o se nel cupo Del domestico pozzo ode mai l'acqua Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli. Desta la moglie in fretta, e via, con quanto Di lor cose rapir posson, fuggendo, Vede lontan, l'usato Suo nido, e il picciol campo Che gli fu dalla fame unico schermo. Preda al flutto rovente, Che crepitando giunge, e inesorato Durabilmente sopra quei si spiega. Torna al celeste raggio. Dopo l'antica obblivion, l'estinta Pompei, come sepolto Scheletro, cui di terra Avarizia o pietà rende all'aperto; E dal deserto fòro Diritto infra le file De' mozzi colonnati il peregrino Lunge contempla il bipartito giogo E la cresta fumante, Ch'alla sparsa mina ancor minaccia. E nell'orror della secreta notte Per li vacui teatri, Per li templi deformi e per le rotte Case, ove i parti il pipistrello asconde. Come sinistra face Che per vòti palagi atra s'aggiri. Corre il baglior della funerea lava Che di lontan per l'ombre Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. Così, dell'uomo ignara o dell'etadi Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno Dopo gli avi i nepoti. Sta natura ognor verde, anzi procede Per sì lungo cammino, Che sembra star. Caggiono i regni intanto, Passan genti e linguaggi: ella nol vede: E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra, Che di selve odorate Queste campagne dispogliate adorni. Anche tu presto alla crudel possanza Soccomberai del sotterraneo foco, Che ritornando al loco Gia noto, stenderà l'avaro lembo Su tue molli foreste. E piegherai Sotto il fascio mortai non renitente Il tuo capo innocente: Ma non piegato insino allora indarno Codardamente supplicando innanzi Al futuro oppressor; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver le stelle, Nè sul deserto, dove E la sede e i natali Non per voler ma por fortuna avesti; Ma più saggia, ma tanto Mono inferma dell'uom, quanto le frali Tue stirpi non credesti O dal fato o da te fatte immortali.
XXXV.
IMITAZIONE.
Lungi dal proprio ramo. Povera foglia frale. Dove vai tu? Dal faggio Là dov'io nacqui, mi divise il vento. Esso, tornando, a volo Dal bosco alla campagna. Dalla valle mi porta alla montagna. Seco perpetuamente Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro. Vo dove ogni altra cosa. Dove naturalmente Va la foglia di rosa, E la foglia d'alloro.
XXXVI.
SCHERZO.
Quando fanciullo io venni A pormi con le Muse in disciplina, L'una di quelle mi pigliò per mano: E poi tutto quel giorno La mi condusse intorno A veder l'officina. Mostrommi a parte a parte Gli strumenti dell'arte, E i servigi diversi A che ciascun di loro S'adopra nel lavoro Delle prose e de' versi. Io mirava, e chiedea: Musa, la lima ov'è? Disse la Dea: La lima è consumata; or facciam senza. Ed io, ma di rifarla Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca? Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.
FRAMMENTI.
XXXVII.
ALCETA.
Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno Di questa notte, che mi torna a mente In riveder la luna, lo me ne stava Alla finestra che risponde al prato, Guardando in alto: ed ecco all'improvviso Distaccasi la luna; e mi parea Che quanto nel cader s'approssimava. Tanto crescesse al guardo; infin che venne A dar di colpo in mezzo al prato; ed era Grande quanto una secchia, e di scintille Vomitava una nebbia, che stridea Sì forte come quando un carbon vivo Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo La luna, come ho detto, in mezzo al prato Si spegneva annerando a poco a poco, E ne fumavan l'erbe intorno intorno. Allor mirando in ciel, vidi rimaso Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia. Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa, Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.
MELISSO.
E ben hai che temer, chè agevol cosa Fòra cader la luna in sul tuo campo.
ALCETA.