Part 5
_Gualfredi_ A che stai? Fratel, non osi? — temi? — In questa casa Pensa che visse il padre tuo, — fratello... _Lemmo_ Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia A non lo udire; — egli nasconde un suono Che di amoroso brivido mi scuote. — Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello. _Gualfredi_ Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi, Più che le dotte carte, a me la spada Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio Ci divise, — pur mai nemici fummo. Indurarci la mente al ciel non piacque: Ella era amica, ma taceva; — i figli Non ci videro il cor che in suo secreto Forte piangeva la perduta pace. — Ei crebbero nell'ira; — essi son rei Di nostre colpe; — seminammo l'odio, — Raccogliamo il misfatto. _Lemmo_ Il ver pur troppo Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre Della colpa, che poi rampogna al figlio, Avesse offerto, di gran pianto franca Saria la stirpe umana; ma di polve Figli, — dannati al male, — non ci è dato Schifar, ma solo riparare al fallo. _Gualfredi_ E si ripari. — Il fato che gli eventi Regge, senza cercarla, offre una via Soave, un laccio d'oro, onde torniamo Amici nell'amor dei nostri figli. _Lemmo_ Se eterno di quest'anima sospiro La pace sia, fratel comprendi. Tale Mi fai proposta, che volendo ancora Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta Magnanimo mi credo; or veggo a prova Che tu vinci d'assai. Regale stato Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca; Ma un viver mite, quale ad uom privato Conviene e a cittadino. _Gualfredi_ A me di farle Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno Adoprerò e la spada. _Lemmo_ Oh! dunque il tempo A più mite consiglio non ti volse? — Perchè di Dio la creatura intendi Contristar nel servaggio? — A che mai questa Tra le nequizie dell'uomo infinite Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? — Sale il tiranno e muore, e le insultanti Strida, e il riso feroce dell'oppresso Lo disperano al letto della morte: Suo scettro è fuoco che la man che il serra Arde, dannata per giudicio eterno Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno Temi delle vendette. Iddio soverchia Chi sta sopra la legge, e la tremenda Ira di pazienza offesa. _Gualfredi_ Onesta È tua ragione, come di uom che i casi Della vita, raccolto entro sua cella, Specola. — Ma cosa è questo vantato Viver libero che serbar non sanno Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma Per via gittata; ed io che possa assembro, E senno deggio far che in man non cada Di chi in mal la converta. Di Dio poi Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo Di surrogare un vivere civile A sanguinente libertà. — La spada. Io tel ridico, a ogni altro basta. _Lemmo_ Sali Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando La fiumana trabocca e mena in volta Dei tapini la vita, ed a frenarla Non valgo, sto sopra la riva e piango, Nè sulla libra dell'ira di Dio Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera Il nome, asconda il corpo e la memoria La terra del sepolcro, ma non viva Scritta di sangue per la storia; — il pianto Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa Lodevol via, basti alla polve umana Di uno amico la lagrima o di un figlio Al gran tragitto dal tempo all'eterno... _Gualfredi_ Credimi, Lemmo, è tal nostra natura. Che il ferro stesso che al suo mal la stringe Vuolsi a condurla al bene. _Lemmo_ Ad ogni costo Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge Senza mozzare molti capi in terra Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo Verrai, in che fie di un secol pianto un detto Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta; Erra la mente, e si trascorre al male. _Gualfredi_ Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto Ti travagli per esso? Ah! mal conosci Di queste sedi la stirpe esecrata. — Virtù maligna dalle stelle piove Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. — Anch'io nei primi giorni della vita, Quando i sogni son di Angioli, e la mano L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride Al fior della bellezza, e al fior de' morti, Alla cicuta e alla rosa, — uno amico Vagheggiava pur io sopra ogni volto. Stolto! e credei che l'anima, non altri, Informasse le voci. — Ahi! che ben presto Conobbi a dura prova unirci l'odio. — Fa al figlio il padre scontare il delitto Di averlo ingenerato; — fa l'amico Scontare amaro all'amico il delitto Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo Eterna è guerra; — in chi la scure teme, O Dio, non è di sangue, ma di frode. — Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai! Se della scure il timore: — avventarsi Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. — Ma vivi lascia la strage di tutti Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene L'anima che fuggiva, — egri, — carponi Strascinansi; — son presso, — alzan la mano Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto Tronca la morte, — spirano. La tomba Gli uomini in pace unisce sola. _Lemmo_ E verga Del Signor fatti: egli è temuto Dio, Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta È virtù; — vive questa via di stelle; Questa nei piani di Betuelle apparsa Mistica scala, che alla terra il cielo Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura Diroccate, dal suol sparso di sale Della regia Milano assorge cinto Di aureola immortal l'Italo genio: — Vedi fuggire i Federighi, e in altre Portar terre la rabbia di mal spenta Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. — Vili fummo divisi, — uniti, invitti. Natura invan co' monti e con le nevi Ci difende; non v'è figlio d'Italia Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende A suo grand'agio; — averi toglie e vite, E ci deride. — patria mia, ti strigni Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati Di poche spanne, in battagliarvi eterni Che fate voi? — un regio manto in brani Siete... V'unite, e surgeran più belle Le itale glorie che non fur mai morte; Però che il sole e la virtude spenti Fieno a un punto in Italia. _Gualfredi_ L'amistanza Che sia del forte non intendi; — meglio Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato, Con l'ala del pensier sorgi tant'alto Che al baleno dell'occhio il mondo tutto Scorga, ed i piani del passato. — Vedi, Questa è vicenda di bene e di male; Ma gemesi mille anni nel dolore Per un lampo di gioia, e per la notte Vagasi in traccia un secolo di un punto Luminoso che appresso ha falsa luce. — Son tenebre per tenebre: — che giova Travagliarci? soffrire è la condanna Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto Ho con natura; di fuggire il danno. _Lemmo_[18] Cielo d'Italia, perchè non ti anneri. Poichè la gente che il tuo azzurro allegra Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole? Qui non contempli più le ardue battaglie Che illuminavi un dì... qui non le geste. Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue. O campi, o selve d'orror sacro piene, Copritevi di lutto; — il vostro aspetto Ridente mi contrista; — echi educati Agl'inni dell'onore, or vi ammutite. Qui non suona che gemito; sia nero Il manto della bara, — oscuro: — insulto È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.
SCENA VI.
GERI, MANENTE, GUIDO, NELLO, E DETTI.
_Geri_ Pace, — una volta — pace; — è breve il varco Dall'ira all'odio, e or qui spirar dee amore. _Lemmo_ Falli, Geri; non è suon d'ira il mio, Ma di pietà... _Gualfredi_ Per altri serba, Lemmo, Codesta tua pietà; per me saria Non sopportabil peso. — Esser temuto Io voglio, — non compianto. _Lemmo_ Odi, Gualfredo, Cosa che in mente riporrai. — Son pochi In questa terra i buoni, — i tristi molti; — Agevol quindi è assuggettarla. — Capo Di parte avversa a te mi dice il grido, Ma nè anco potendo io ti sarei Nemico, chè uomo esser di sangue aborro, E tu mi se' fratello. — Uccidi e vinci. — Forse tepido il sole al fiore stretto Per gelo tornerà; — forse la scarsa Scintilla fie che un dì riviva in fiamma. — Quel che per colpa dei padri perdemmo Racquisteranno con virtude i figli; Così giova sperare. — Ai miei castelli Mi ritrarrò. _Gualfredi_ Dove il piacer ti mena Ti scorti il cielo; e quando mai consiglio Mutassi, — come il cor, teco diviso Sarà l'imperio mio. _Lemmo_ No, — abbilo tutto, E l'abbominio.... _Geri_ Ora a men triste cose S'intenda. — Volga fortuna la ruota, E il villano sua marra. — Or dite, Lemmo, Berrete voi per la salvezza nostra Una coppa? Fia dessa in che bevea Lo padre vostro. _Lemmo_ E perchè di sua casa Non berrà Lemmo alla salvezza? — Oh! viva Mille anni, — viva e gloriosa sempre... Ma e il mio figlio vi sia... _Geri_[19] Porgi la coppa. Prendi...[20] _Lemmo_ Ma... e Dore? _Geri_ Or vi sarà... _Lemmo_ Gualfredo! Sovvienti come il padre nostro — (il cielo Faccia pace a quell'anima) i bei fregi Di questa coppa scorrere godeva A parte a parte, e mostrarne il fin niello: Quindi additava l'arme: — ecco il lione, Dicea, rampante, ecco la immagin nostra, Sdegnosi e grandi. — O figli miei, lioni Siatevi sempre, — e non mai volpi. _Geri_ Bevi. _Lemmo_ Bevo. — Cortese il ciel vi sia... Ma questo È sangue! _Geri_ E t'abbi entro quel sangue il figlio... _Lemmo_ Tu... Dore hai morto?... Dio eterno! _Gualfredi_ Oh misfatto![21] _Lemmo_ Dov'è il mio figlio, scellerato? il figlio Rendimi... Ah! tu non lo uccidesti? — Cessa Dal triste giuoco; — egli feroce è troppo: — Le mie paterne viscere dirompe; — Io sopportar noi posso. — O Geri, in nome Di Dio chiamami il figlio... _Geri_ Il suono indarno Le sue orecchie percuote... ei non lo intende; — Perocchè dorme... _Lemmo_ Oh! — s'ei riposa... statti. Forte lo udii nelle trascorse notti Travagliarsi nei sonni... A lui mi guida Tacitamente; — ch'io lo vegga, lascia: — Vedere un figlio al genitor chi nega? _Geri_ Vieni, — lo vedi, — e mori. _Gualfredi_[22] Scellerato! Se il giudicio di Dio non mi tenesse... Io parricida... — A te che dir mai posso, Caro infelice?... maladetto l'uomo Che confida nell'uomo... entrambi fummo Traditi. — Oh! non confondermi nell'ira Co' rei: — deh! nel pregar da Dio vendetta, Non maledirmi; — del misfatto questa Ben è la casa, — ma innocente io sono. _Lemmo_ Sii benedetto... ma mi rendi il figlio... Le mie castella vuoi? — l'abbi. — Di patria Fuori desii che ramingando io vada? — Andrò. — Ma deh! fratel mio dolce, — Dore Rendimi, — Dore... solo... _Gualfredi_ Ah! s'io potessi Renderti il figlio, — sallo il ciel se a prezzo Del sangue mio lo ti rendessi. — O servi, Da questo infame luogo il rimovete... Infortunato! — in te l'angoscia ha spento La luce della mente... _Lemmo_ Chi mi strappa A forza? — o Dore, il padre aita. — Fuggi, O ch'ei ti ucciderà... possente ha braccio Siccome bello ha il core: — eccolo! — Vieni; Beami nel tuo amplesso. — Ahimè! disparve; Ei sotterra disparve. — Occhi miei tristi,[23] Spegnetevi, dacchè veder v'è tolto Il figliuolo nostro. _Gualfredi_ O deh! non farlo, misero![24] Solo, — come da fulmine percosso Di Dio merti le lagrime; — da questo Terreno affanno una pietà profonda Ben tosto ai gaudi dell'eterna vita Ti avvierà: — piagni, ma spera; — il cielo Me poi condanna al pianto, e alla paura. Vedi, uom di sangue, la bell'opra? —[25]Godi. _Lemmo_ Io ebbi amici, e non son più! — consorte Io m'ebbi, e non è più! — aveva un figlio, E non è più! — Ramingo... disperato Come Caino, e non ho colpa. — Dio, Perchè col peso del tuo sdegno aggravi Uno innocente?
SCENA VII.
GUALFREDI, GERI, MANENTE.
_Gualfredi_ Il giorno in che la donna Dal materno alvo accolseti, e a me volta Disse: — Gualfredo, avete un figlio, — giorno Fu di dolore a Dio, e di tremenda Gioia a Satano. _Geri_ E porpora più vaga Al mondo fu di quella tinta in sangue Di un odiato? — E quale ebbe Fiorenza Vivo colore che al paraggio valga Di quel che scorre per entro le vene Di un nemico?...
SCENA VIII.
NELLO, E DETTI.
_Nello_ Gualfredo! — a rumor mossa È la terra, — qui piegano aspramente Feriti i Bianchi: — per Dio! sorti... _Gualfredi_ Oh! tutti[26] Si trafiggano, — tutti; — e il corpo mio Faccia coperchio alla universa tomba.
SCENA IX.
GUIDO, E DETTI.
_Guido_ Damiata è cinta: — ognun di voi domanda, Messere, e traditor vi appella. _Gualfredi_ Il tristo. Buon tempo egli è che pei sembianti appresi Starsi, — non per le cose. — Il nome è nulla, — E E poichè infame io non la temo... guardo Fiso la morte, e alla morte sorrido.
SCENA X.
ALTRO SERVO, E DETTI.
_Servo_ Messer... la porta scassinata... a terra Cadde. — Lazzarri, il fier nemico vostro. Porta un capestro, e di appiccarvi grida Al balcon del castello. _Gualfredi_ Oh! nequitosa Plebe! — me appeso! — me d'infame morte Ucciso! — Ov'è una spada? — Or proverai Che sia destar lion quando si posa. — Io niuno stringo; — seguami chi vuole... Qualche bel colpo or la mia morte onori.
SCENA XI.
GERI, MANENTE.
_Geri_ Inferocisti alfine! — Or corri ratto Manente a Uberto: — per la minor porta Esca, — furtivo i Neri a tergo assalga. — Io finch'ei giunga terrò fermo: — vola, — Pensa qui andarne di morte o di vita.
ATTO QUINTO.
Innamorata se ne va piangendo Fuora di questa vita La sconsolata, che la caccia Amore. Ella si muove sì dolendo, Che anzi la sua partita L'ascolta con pietade il suo Fattore. DANTE ALIGHIERI.
SCENA I.
Facciata di una Chiesa intorno alla quale stanno le arche de' Cancellieri. È sera.
BIANCA.
Grato ufficio compiei. — Trovai l'angoscia, Ho lasciato il contento... Oh! di qual puro Gaudio brillò! dei Santi gaudio egli era. — Quanti pochi deliziarsi sanno Nel gaudio altrui! Povera zia! di gioia Ben era tempo. — Tu piangesti tanto! Altro, e più mesto ufficio avanza. — In questa Tenebra, chi mai la diletta tomba Additerammi? — Il core. — Eccola... è dessa. — Polve che dentro di quest'arca stai, Di tal che fu tua figlia odi la prece: — I baci miei del marmo che ti fascia Temprino il freddo e ti riscalda. — Sorga Qualche scintilla dell'antico amore... Non risponde che l'eco. — E qual del cielo Parte ti accoglie, o madre, che non m'odi? Forse ti specchi in Dio, e nel suo ardente Riso ti fai beata? — Oh! a questa valle Volgi il guardo, e vedrai cosa che in cielo Anco ti fie diletta. — Ah! noi raminghi Di Eden condanna allo sapere al pianto; — Forse più che non temo a me si appresta Di travaglio... — A soffrire ti apparecchia... Meditiamo la morte...[27]
SCENA II.
DUE UOMINI CHE PORTANO UNA BARA.
_1º Uomo_ A quel superbo Che per meglio punire il cielo innalza Piegan tutti, non io. — Ti aborro, o vile Idol di creta. _2º Uomo_ Alto corriam periglio... _1º Uomo_ Pari al piacer di dire allo infelice Padre: — piagnete qui; — qui dentro è il corpo Del figlio vostro. — Senza croce, — a lume Spento, volea ch'io lo gittassi a' cani. — Ma tu pria che a congiungerti alla terra Ritorni, — oscuro sì ma pur sincero Avrai, misero, il pianto. _2º Uomo_ Infortunato! Dei begli anni sul fior tolto alla vita Chi mai lo avrebbe detto? — Sì cortese. Sì costumato egli era. _1º Uomo_ Amico! il core Come per morte di un mio stesso figlio Ho sanguinente. _2º Uomo_ Sua dimora ha tolto Fra Lotteringo in questo monastero; Andianne a lui, e lo preghiam che venga Di acqua aspergerlo santa, e dei defunti Dirgli la prece pria che in tomba ei scenda. _1º Uomo_ O buon Gaudente, qual sarà il cor tuo All'atroce novella? Indarno pace Bramasti; ch'ella in questa terra frutta, Della scienza nuovo arbore, la morte. _2º Uomo_ Esaudisci, Signor, la mia preghiera; Questo spirto raccogli sotto il manto Di tua misericordia. _1º Uomo_ Così sia. Requie eterna concedi a lui, Signore.[28]
SCENA III.
BIANCA.
Esser pareami in cielo... Or dove sono? Misera me! oltre il dovere assente Stetti; — al castello di tornare è tempo. — Polve diletta, che secondo spiro Per avviarmi a lieto porto sei, Vale: — estremo a involarti nella notte, Primo a spuntare sul mattino, — dolce Pensiero e caro. O santa madre mia, Volgi talvolta un guardo di conforto Alla figlia nella ora che frappone Ai nostri amplessi desiati il tempo. Ma alcun qui mosse: — già non v'era dianzi Quella torcia! — Che fia? — Cristo! un feretro! Ahi! come tremo io forte... Il tristo trema All'aspetto dei morti, o Bianca; — tutti Saran com'esso, e tu... Or chi fie questo Che come maladetto senza prece È portato alla fossa? — Ove a te ogni altra Manchi, — infelice! — avrai la mia: — ma in volto Io vo' vederti. — Ah mi si strigne il core; Nol far... Me preme una secreta forza.[29] Dore... Gran Dio! l'anima stanca acco...gli.[30]
SCENA IV.
GUALFREDI, GERI, MANENTE, UBERTO E SUA MASNADA, ED ALTRI PARTIGIANI.
_Partigiani_ Vivano i Bianchi! _Altri_ Viva! _Al Al tempio. _Tutti_ Al tempio. _Gualfredi_[31] Da questa plebe che aborro travolto, Mi accosto al tempio tremando e sperando Che se reietti, non saranno almeno Esecrati i miei voti... Scellerato!... Come l'osate voi?... _Geri_ Ogni uom si stringe Dove gli torna la cintura. — Ogni uomo Provegga alla sua anima. — Volete Che io batta al tempio? _Gualfredi_ Scostati, demonio... Dio non s'insulta... Io batterò... _Geri_ Battete.
SCENA V.
FRA LOTTERINGO DAL TEMPIO, E DETTI.