I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2

Part 12

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Il Barbarò che già cominciava ad esser inquieto e ansioso, tornando a casa vide subito la lettera, fra le altre, sul tavolino della porteria: corse a prenderla, e la strinse con quel tremito nervoso della mano che non poteva mai vincere quando apriva o intascava i grossi pacchi di biglietti di banca. Poi montò le scale in un lampo. Voleva godersela quella lettera: voleva leggerla solo solo nel suo studio, sicuro di non essere seccato.

Era contento, allegro, trionfante.

--Ha proprio risposto!... S'è degnata di rispondere la superbaccia!--Buon segno! Buon segno! Comincia a mettere giudizio....

Chiuse l'uscio, e si buttò sghignazzando sul seggiolone. Era acceso in viso, ansimava, e guardava, spiava la lettera da tutte le parti cogli occhietti loschi, senza risolversi ad aprirla. Quel bigliettino aristocratico, quell'indirizzo violetto, scritto con un caratterino uguale e sottile, spirante la femminilità più delicata, lo rapiva, lo faceva andare in estasi. Ci vedeva, ci sentiva dentro la marchesa, tutta la marchesa col suo profumo, colla sua eleganza raffinata, col suo fascino voluttuoso.

--Scrivermi è già una gran cosa, dopo quanto è successo fra di noi! È il primo passo verso la riconciliazione. Ma... bisogna andar adagio, non bisogna spaventarla un'altra volta! E sghignazzò di nuovo.

A un tratto strappò la busta, e divorò il biglietto tutto d'un fiato. Sotto il nome c'erano soltanto poche parole.

LA MARCHESA DI COLLALTO

_Le rende noto di aver dato comunicazione al signor Giulio, e alla signorina Mary Alamanni della lettera ricevuta._

La risposta era tanto asciutta che il Barbarò, su quel subito, provò uno spiacevole disinganno. Ma si consolò presto. Essa, infine, gli aveva risposto e questo era l'essenziale. Se proprio, dopo la scena accaduta e dopo la perdita di Villagardiana, non avesse più voluto aver a che fare con lui, non gli avrebbe nemmeno risposto. Non era la quantità delle parole, nè la forma più o meno espansiva, era il fatto per sè stesso che contava. Certo che voleva mostrarsi ancora offesa, prima di perdonare. Voleva essere pregata; voleva far ancora qualche smorfia,--facesse pure; la strada ormai era trovata. Alla prima occasione egli le avrebbe scritto di nuovo; e allora la biondina certamente avrebbe risposto più a lungo.... poi, chissà, sempre con quella bella scusa dei figliuoli, avrebbe potuto chiedere un colloquio, e così tornare ad entrarle in grazia.--Ma bisognava andar cauti, per non rovinare le faccende, ed anche per non fare il minchione e rimetterci più del necessario.

Fosse proprio vero, come gli avevano riferito, che il capitano l'avesse piantata? In tal caso sarebbe stato più facile di farsi innanzi, ma invece avrebbe avuto più gusto a portargliela via, a farlo crepare di rabbia quello spiantato rubacuori!

Ed esaltandosi in questi pensieri, il Barbarò si pasceva golosamente del profumo di quel bigliettino.

Frattanto alla _Villa delle Grazie_ c'era un gran da fare per i preparativi del matrimonio: la Mary, sempre, un po' pallida, conservava per altro la sua testolina a posto, e guidata da Angelica, regolava bene ogni cosa. Invece Giulietto dimenticava tutte le commissioni, non capiva più niente: era incretinito dalla felicità, e non faceva altro che tener dietro ad ogni passo della Mary.

Alla vigilia del giorno solenne, ci fu poi un'altra sorpresa: capitò al villino un _sotto-fascia_ raccomandato, diretto "_Agli impareggiabili sposi_."

Era una romanza per tenore, che Donna Lucrezia Balladoro offriva in dono per le _auspicate nozze_, accompagnandola con un proprio scritto.

"_Carissima Nipote_,

Quantunque bandita dal vostro Eden terrestre per suggestione mefistofelica di quell'_Iscariotto_ dello Zodenigo, non posso a meno di volarti vicina in questo fausto giorno, rivolgendoti un pensiero, inviandoti un accento.

Tuo zio Francesco, inesorabile e spietato, non ha voluto porgere ascolto alle mie discolpe; ma tal sia di lui, ed io non voglio con questa mia rivolgermi altro che al tuo cuore; al tuo cuore dal quale non invoco grazia, ma giustizia. E per ora basta così. In questo giorno di supremo gaudio non voglio turbarti con lugubri fantasmi. Si accendono per te le faci dell'Imene, e tu abbagliata da tanta luce non devi più vedere altro che il caro oggetto che sta per impalmarti, dinanzi all'ara santa dei tuoi voti più ardenti.

Ora lasciami, o cara, che io ti benedica, anche come unica rappresentante della famiglia, nel nome mio e dei nostri antenati che dal cielo ti guardano, e accetta compiacente il mio umile dono.

Il celebre maestro Forapan, di Verona, persona seria e gentiluomo perfetto, che avrò l'onore di presentarti alla prima occasione, non potendo nulla rifiutare alle mie preghiere, ti offre in omaggio una vera primizia: il più bel pezzo, tutt'ora inedito, della sua opera la _Regina delle Antille_, che verrà quanto prima rappresentata in uno dei nostri principali teatri.

Addio, mia diletta; di più non ti scrivo perchè in mezzo a tanto gaudio volano i giorni, e l'ore!

La romanza, benchè in chiave di tenore, si adatta anche per soprano e contralto. A me, per esempio, va d'incanto: è nelle mie corde. Presenta i miei saluti alla carissima mia cugina Angelica, e al mio carissimo cugino Alberto. Un bacio al tuo sposo.

Ti stringe al cuore

_La tua desolata, ma in fondo alle viscere pur felicissima zia_

LUCREZIA BALLADORO."

"_P. S._ Anche la Filomena (che diventa sorda e orba come una talpa, e rompe tutta la roba che è una disperazione) vuol esserti ricordata, domandandoti scusa della confidenza.

Ancora una volta: che il Cielo ti arrida propizio ed esultante.

Ricordati i confetti e, se non ti dispiace, aggiungi un piccolo sacchettino anche per il maestro Forapan, che sarà sensibilissimo, poveretto, a tanta attenzione. Ciao, mio unico tesoro!"

III.

Pompeo Barbarò correva troppo colla fantasia. Erano trascorsi ormai vari mesi dal giorno del matrimonio, e i figli ribelli non piegavano il capo. Certo, l'onorario che riceveva Giulietto dalla ditta industriale, anche unito colla misera rendituccia della Mary, non poteva loro bastare, abituati, com'erano, con molta agiatezza. Ma il figlio del deputato Barbarò trovava danari a prestito quanti ne desiderava, e nella sua inesperienza non s'immaginava nemmeno che il credito ch'egli godeva lo dovea tutto a suo padre.

E il signor Pompeo capiva pure di essersi ingannato assai anche sul conto della marchesa di Collalto. Dopo il primo biglietto, egli le aveva scritto ancora, sempre col pretesto dei figliuoli, ma non avea più ricevuto nessuna risposta. Pieno di rabbia contro l'alterigia di quella pitocca, e contro la propria codardia, tornava allora a cercar di persuadersi che _era tanto di guadagnato_.

--Infine, gli anni passano per tutti ed anche costei non dev'esser più tanto fresca... finirei a spendere un occhio per avere il carico di una _rovina_ sulle spalle!

Desiderava, desiderava con una smania crescente e cocente che la marchesa diventasse tanto vecchia e tanto brutta, da non poter più piacere nè a lui, nè a nessuno.

--Certo, certo; e si vede che il bell'Andrea ha voluto piantarla a tempo.

E sghignazzava rodendosi i baffetti sempre più radi, che lasciavano scorgere di sotto, sulla pelle, l'unto del cerone nero. Ma erano consolazioni che non attaccavano, ed anzi ogni volta che vedeva la marchesa, sempre più bella nella sua pallidezza abbagliante, gli cresceva la febbre. Poi, come tutto ciò non bastasse, venne a sapere che Andrea Martinengo non solo non l'aveva piantata, ma che era stato visto un giorno a Gallarate, mentre a Somma c'erano gli esercizi militari.

--Canchero!... E noi ci facciamo tosare come pecore per mantenere questo bell'esercito di Florindi!

Allora, vieppiù smanioso, il signor Pompeo mutò registro, e invece di cercar conforto, pensò al modo d'imporsi subito alla marchesa, di riagguantarla, ma tanto forte che non gli sfuggisse più; e per ciò stimò opportuno di trar partito dalle cambialette che c'erano alla Banca. In fatti alla loro prima scadenza non fece concedere la rinnovazione dal _Comitato di Sconto_, in cui c'era una sua creatura; le cambiali furono protestate, e allora Pompeo Barbarò scrisse subito una lettera di gran premura alla marchesa Angelica mettendola a parte dell'accaduto, e in pari tempo assicurandola che avrebbe parlato lui stesso col direttore della Banca perchè non si procedesse oltre cogli atti.

Ma il tiro non gli riuscì. Angelica, appena ricevuta la lettera del signor Pompeo, era corsa a Milano dallo zio Diego, implorando e supplicando il suo aiuto, e siccome la somma delle cambiali, relativamente grossa per i Collalto, non era poi gran che per il marchese Diego, e siccome, per di più, non c'era da scomodarsi a tirar fuori quattrini, ma soltanto da firmare... firmò, _per avallo_, e il _Comitato di Sconto_ dovette rinnovare le cambiali facendo solo rimborsare alla Banca le spese del protesto.

Il Barbarò allora, fuor di sè dalla rabbia, vedendo di non poter far nulla contro la marchesa volle almeno sfogarsi contro qualcuno, e prese di mira il povero Giulietto.--Gli voleva resistere anche lui, quell'asinaccio?...--Ebbene, avrebbe pagato lui per tutti!...

E cominciò a mettersi in sul grande, a fabbricare, e spendere, anche in opere pubbliche. Diceva a tutti che era stufo di suo figlio, e che non potendo diseredarlo avrebbe fatto in modo che alla sua morte non gli restasse nemmeno un soldo. In breve fra i banchieri, fra i borsisti, fra tutta la gente di affari della gran piazza di Milano, non si parlò più altro che delle grandi spese del deputato Barbarò. Il suo credito, ormai, era assicurato anche moralmente; la sua potenza formidabile. Nessuno osava più di opporglisi; persino il Cammaroto avea dovuto soccombere. Il Barbarò, aiutato anche in ciò dallo Zodenigo, avea potuto comperare di sotto mano la _Colonna di fuoco_ dall'editore che, giusta il contratto, avea subito mandato a spasso l'antico direttore. Il Cammaroto strillò come un ossesso, scagliando anatemi; la signora Apollonia, un giorno che incontrò l'editore sulla porta, gli si avventò contro coprendolo di vituperi e facendo l'atto di pigliarlo per il collo; poi fondarono insieme, "_La Sferza di Gerusalemme_" colla quale volevano scacciare i trafficanti dal tempio della verità. Ma _La Sferza di Gerusalemme_ fu sequestrata quattro volte in una settimana; fu intentato un processo al direttore, al gerente del giornale, e alla signora Apollonia, come comproprietaria. La _Sferza_, in seguito a ciò, sospese le pubblicazioni, e Salvatore Cammaroto, minacciato dal fallimento, perseguitato dai carabinieri, dovette scappare in Isvizzera colla sua signora, e coi pochi quattrinelli che gli aveva potuto procurare il buon Peppino Casiraghi... il solo amico rimastogli fedele nella sventura.

Intanto, mentre il padre Salvatore passava il confine, il deputato Barbarò, a cavallo alla sua cassa forte, passava di trionfo in trionfo. "Il delatore del quarantotto" il proprietario dell'Agenzia dei prestiti sopra pegni di via del Pesce, "il mercante di Pellagra" e tutto il resto, non erano più altro oramai che frasi stantie, che non era più di _buon genere_ il ripetere. Appartenevano ad una specie di leggenda inventata sul conto del Barbarò dall'odio e dall'invidia dei falliti e degli spiantati. Ma le persone serie e _solide_, erano tutte per lui. L'antica diffidenza era scomparsa, lo cercavano, lo accarezzavano, lo stimavano... tanto lo stimavano, che nessuno credeva facesse sul serio quando andava dicendo che voleva dar fondo ai suoi milioni. Chè! Chè!... Il deputato Barbarò non era un minchione, anzi a guardarci bene si vedeva che faceva sempre un affare, anche nelle opere di beneficenza: e questo era il gran talento degli uomini moderni; degli uomini all'americana: associare il bene altrui all'utile proprio.

In fatti si era messo a restaurare Panigale, a ridurre come una reggia quella sua villa... ma per tal modo faceva lavorare la gente del collegio, e raffermava la propria autorità, assicurandosi la rielezione; e per lui, grosso banchiere, sempre in mezzo ai grandi affari, l'essere deputato, oltre all'ambizione soddisfatta, gli portava un utile assai rilevante. S'era mosso a iniziare i lavori per un canale, che prendendo l'acqua dall'Olona doveva irrigare una vastissima zona di territorio... ma egli pure, col nuovo canale, quadruplicava, sestuplicava il valore dei fondi che aveva acquistati per poco o niente, e in grazia di quest'impresa colossale "che dovea emulare" scriveva lo Zodenigo nel _Moderatore_ "le grandi opere Romane" era stato creato commendatore... e si buccinava che, presto o tardi, lo avrebbero fatto conte o marchese di Panigale.

A Villagardiana (sicuro, anche a Villagardiana, che quantunque avesse appartenuto alla marchesa, era quello dei suoi possedimenti che gli stava meno a cuore, perchè rendeva meno degli altri) il Barbarò aveva fabbricato un asilo per l'infanzia... ma col patto di vendere al Comune un fabbricato che, vista la costruzione e la vastità, era per lui inservibile, e imponendo il saggio del cinque per cento sul capitale, in un momento che il danaro era molto abbondante. Tutto faceva così, e gli riusciva bene, e con onore. Già i quattrini fanno i quattrini, e poi il resto, anche la gloria, viene da sè.

Se per altro, ad onta delle sue chiacchiere, il credito del Barbarò rimaneva solidissimo, quello del buon Giulietto, invece, ne scapitava assai. Il Barbarò facea capire che chi stava per suo figlio stava contro di lui, e la gente, adesso, ad aiutare il giovane avea paura di esporsi a qualche rappresaglia. D'altra parte il commendatore stava bene in salute, e prometteva di sotterrare anche il figliuolo, e poi... Poi si raccontava dalla gente che a Panigale spadroneggiava un certo signor Micotti (ormai nessuno più si ricordava del _Processo dei fornitori_) un certo signor Micotti che per sua grande fortuna possedeva le gambette corte, il viso olivastro, senza barba, e gli occhietti loschi, tale e quale il signor Barbarò, il quale per di più ne manteneva da anni la madre vedova, in una casa di salute, pagando una vistosa pensione.

--E continuasse pure a far l'originale, il signor Giulio, e vedrebbe questo Micotti portargli via i milioni sotto il naso.

I creditori cominciarono allora, intimoriti, a chiudere il borsellino; allora, proprio allora che la Mary gli diede un bimbo, un maschietto, al quale, d'accordo, posero nome Francesco, perchè colle tribolazioni, e colla squallida miseria che batteva alla porta, era loro ritornato in mente anche lo zio lontano.

C'era in casa un gran bisogno di tutto, e tutto cominciava a mancare. La Mary era ammalata, il bimbo gracile e macilento.--Come il suo babbo quando nacque!--diceva la Filomena che era stata ceduta, con grande spargimento di lacrime, dalla Balladoro alla nipote.

--_Ringraziame, fia mia_, perchè ti affido un tesoro di fedeltà, un mostro per far le conserve. In quanto a me, per il tuo bene mi son ridotta in mani mercenarie.... Una testarda, una _beota_, e che _magna fia mia, magna quanto magna sto_ governo _asenon_, che non incoraggia nemmeno le arti!

La buona Filomena vecchia, sorda e mezzo cieca, ormai stentava anche a reggersi in piedi e, tutt'al più, poteva aiutar la famigliuola a digiunare. Tuttavia, se non recava molto soccorso alla Mary le era pure di grande conforto. Mentre era costretta di tenersi a letto, e aveva il marito tutto il giorno lontano, all'ufficio, ella sarebbe stata quasi sempre sola se non avesse avuta la compagnia della Filomena, che le prodigava sempre la sua tenerezza bonacciona e un po' brontolona, come se la Mary fosse rimasta la bimba d'un tempo. Essa ogni poco le offriva da bere vini squisiti, o da mangiare leccornie raffinate mentre la cantina e la credenza erano vuote, e accomodandole la testina sui guanciali le ripeteva ancora che "così malata" cogli occhioni che parevano più grandi e più neri nelle guance pallide e sfinite "somigliava anche più alla sua povera mamma...." E così dicendo la vecchiarella si faceva il segno della croce, come quando nominava la Madonna.

Angelica mandava spesso alla Mary bei cesti di frutta, e burro fresco, e vino, e veniva a trovarla più che poteva; ma col marito che di giorno in giorno peggiorava, dovea diradare assai le sue gite a Milano.

Anche Donna Lucrezia le faceva visita tutti i giorni, ma per empirle la testa di consigli, di rimproveri, di offerte, di proteste e di compassionevoli rammarichi. Donna Lucrezia, a vero dire, non si presentava mai a mani vuote, ed anzi, prima di risolversi a far tutte quelle scale, riposava in anticipazione dalla portinaia per pigliar fiato, e le mostrava i regali che portava a quella sventurata, la quale in fine era del suo sangue "--un sangue, non dico per vantarmi, di prima qualità, tanto è vero, che è quello medesimo della Regina Corner, e basta così!"

La portinaia stupefatta lodava i bei regali; non così la Filomena, la quale un giorno, stizzita, vedendo che Donna Lucrezia non portava alla Mary, altro che vestiti sbrindellati e cappellini impossibili le domandò "se voleva fare della casa di sua nipote il deposito _di so' strasc_."

La Balladoro si offese, strepitò, poi non portò più niente alla Mary, ma invece le promise di regalarle un pianoforte, perchè la musica "era il sollievo dei mortali!"

Per fortuna la Mary si rimise presto in piedi e potè attendere di nuovo alla casa, e allattare e occuparsi lei del bimbo. Ma per ciò il buon Giulietto non si appassionava meno del suo stato. Tutto il suo amore, adesso, era un grande rimorso. Non sapea darsi pace; vedendo la moglie in tali strettezze si avviliva; ogni poco le domandava perdono di averla rovinata, si struggeva in lacrime, e per tal modo, e a furia di compiangerla e di dolersi per lei, rendeva alla poveretta ancora più penosa la vita.

IV.

Giulio Barbarò non era un esperto pilota nel mare torbido e scoglioso dei debiti: la sua navicella si era trovata spesso sulle secche, e faceva acqua da tutte le parti. Egli non dormiva di notte per il pensiero affannoso dei creditori, e di giorno, sempre colla testa nelle nuvole, sbagliava i conti della ditta industriale, mentre lo angosciava pure il ricordo di suo padre, il disonore del suo nome e lo agitava il dubbio (il dubbio e la speranza insieme) che la Mary e lo zio Francesco si fossero, almeno in parte, ingannati.

Qualche volta la tenerezza vigile della moglie, riusciva a confortarlo, a stordirlo, ma l'incanto non durava a lungo... i tristi pensieri tornavano a stormi... e il poveretto ripiombava nello scoramento al riaffacciarsi terribile delle scadenze.

Ne aveva due per la fine del mese. Una di tre mila lire, l'altra di due mila ottocento.

--Come farò a pagare, come farò!... E se non pago, il protesto, gli uscieri, il sequestro!... Che cosa ho fatto di male per essere tanto disgraziato?

Quel poco che avea la Mary era già stato ipotecato; non trovava più danari da nessuno, e i creditori vecchi non accordavano dilazioni....--Lo volevano morto!

--Com'è tristo il mondo e incostante!--mormorava rodendosi dentro.--Prima si mette in lega per abbattere mio padre, adesso regge il sacco a mio padre per opprimer me!

--Eh, incostante, d'accordo!--rispondeva crollando il capo Donna Lucrezia, quando assisteva a quegli sfoghi.--Ma _el vecio ga_ la forza... una forza che fa tremare!

--Io non accuso mio padre, anzi credo saranno tutte calunnie; soltanto voglio vivere. Perchè non mi lasciano vivere?

--Perchè... perchè la _ribellion_ si vede chiara e lampante!... Sapete in fine che cosa _dise_ la gente?... Dice che un figlio non ha il diritto di farsi giudice dei propri genitori, e che voi dovreste dimenticare certe storie ormai disperse in balìa dei venti, per ricordarvi solo che siete padre.... Padre, _fio_ mio, padre!...--E la vedova corrugava la fronte, e alzava tutte e due le mani, con grande solennità.

Donna Lucrezia in quel momento era più che mai infervorata per rappattumare gli sposi col genitore. I restauri e l'assetto di Panigale erano compiuti. Tutta Milano discorreva di grandi feste che vi preparava il deputato Barbarò, e la Balladoro stava sulle spine. Una volta successa la pace si riprometteva d'installarsi a Panigale presso la Mary, e potendo darsi un merito per quella riconciliazione sperava di ottenere l'aiuto del Barbarò per la _Regina_ delle Antille.

--Che splendori, fia mia!--esclamava di continuo anche colla nipote.--Quella sì, che _se pol_ proprio chiamarla la _Cà d'oro_! E dire che... con un detto solo....--Senti, Mary, parlo come _el cuor_ m'impone:--fa il primo passo... e cerca di poter essere a Panigale, per il giorno dell'_inaugurazion_. Animo, animo, _piavola_; ricordati che sei madre, e movete, se non altro per la tua creatura!

Tanto calore e tante chiacchiere, se impressionavano Giulio e sbalordivano la Mary, non riuscivano per altro a smuoverli dal loro proposito. La Mary era inflessibile; aggrottava le ciglia, si faceva pallida, non cedeva d'un punto; Giulietto era sempre dell'opinione della Mary, e anche quando l'eloquenza di Donna Lucrezia lo impacciava un poco, bastava un'occhiata della moglie per rimetterlo in carreggiata. Insomma il coraggio e la costanza non mancavano... così non fossero mancati i quattrini. Invece non venivano da nessuna parte, e si avvicinava la fine del mese.

Dopo continui rifiuti, il poveraccio avea avuta l'idea di rivolgersi alla _Ditta Industriale_ per chiedere un'anticipazione; ma in sul più bello non ebbe il coraggio di farlo. I superiori, da qualche tempo, lo trattavano con insolita durezza e si lamentavano delle sue distrazioni e della sua negligenza. Giulietto ancora non ne sapeva niente, ma la _Ditta Industriale_ voleva metterlo al punto di licenziarsi, per non dar ombra all'onorevole Barbarò.

Conoscenti ne contava parecchi, ma nessuno a cui poter ricorrere. Di amici... di amici ne aveva uno solo: Clementino Scettola, già suo compagno d'ufficio, ma poi licenziato perchè aveva il vizio di alzarsi troppo tardi la mattina. E appunto a Clementino, non avendo da scegliere, si rivolse il buon Giulietto, ridotto proprio in extremis.

Ma quando mai non ci aveva pensato anche prima a Clementino!... Quello era un amico vero, pronto a buttarsi nel fuoco "per Barbarò II, principe ereditario di tutte le Californie!..." Un giovane pieno di espedienti, un furbaccio che in un amen faceva scaturire i soldi a cappellate, uno che si vantava di essere il _Baedecker_ degli strozzini!

Appena Giulietto, arrossendo, gli ebbe confidato il suo misero stato, e il bisogno urgente di danaro in cui si trovava, l'altro gli tirò un forte pugno sopra una spalla:

--Ti chiami Barbarò, sei il principe ereditario di tutte le Califor....

--No, scusa, devi sapere...--obbiettava timidamente Giulietto,--ma l'amico non lo lasciò continuare e gridando ancora più forte: "Hai un nome che vale una Banca, e sei tanto bestia da sgomentarti per poche migliaia di lire?" e gli scaraventò un secondo pugno.

Giulietto si ritirò un poco, grattandosi la spalla.--Scusa... devi sapere....

--Quanto ti occorre?... Sei mila lire?... È poco: facciamo la somma tonda, diciamo le otto....

--Ma....

--Non temere; lasciati guidare da chi ne sa. Più è grossa la somma e più gli usurai sono pieghevoli. Mille lire occorrono soltanto a un disperato, ma otto mila lire è la domanda di un signore. Vuoi che tentiamo il colpo sulle dieci?....

--No... no... otto mi bastano!--rispose Giulietto spaventato.