I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2
Part 11
Angelica lo assicurò che la rottura esistente fra Giulio e suo padre era piena e irrevocabile, ma non ottenne nessun effetto. Allora ricorse alla Mary, sperando che la vista della fanciulla riuscisse a calmarlo, ma fu peggio che mai. In sulle prime egli accolse la nipote con forzata indifferenza, ma poi alle sue lacrime, alle sue preghiere, invece d'intenerirsi, proruppe in un impeto di collera:
--Che io non parta? Vuoi che resti con te?... Vuoi forse che anch'io sieda a tavola coi Barbarò?... Che cerchi un impiego nella banca del signor Pompeo?
--Noi faremo casa a parte, casa da noi, come ti ho sempre promesso: mio marito mi darà da vivere col suo lavoro.--E la Mary alzò il capo con fierezza, e un sorriso le balenò fra le lacrime a quelle magiche parole, _mio marito_.
--Credi... sì... forse adesso credi di poter fare quanto dici, ma poi? Il danaro, sai, è la gran piovra delle coscienze. Ti allaccierà nelle sue mille spire, ti succhierà colle sue mille bocche ogni idea di dignità e di onestà! Ricordati, non buttarti in mare se non vuoi essere presa! E ricordati che la virtù ha dei limiti, e che la colpa non ne ha!
--Oh zio, zio mio, come mi giudichi male! Come male mi conosci!--balbettò la Mary fra i singhiozzi mentre la marchesa Angelica faceva cenno all'Alamanni di calmarsi.
Ma l'altro non sentiva più freno.
--No, no, adesso ti conosco; adesso ti conosco bene! Dovevi dire invece che prima... prima non ti conoscevo affatto! Ti credevo della nostra tempra, del nostro sangue! Ti credevo capace di morire, ma non di transigere, di abbassarti, d'infangarti! Invece sei anche tu come quella matta di tua zia, senza forza, senza orgoglio, senza cuore... ossia, come tutte le donne, non hai cuore altro che per il tuo amante!
--No, zio, non sei giusto.
--Non hai memoria altro che per lui! Per lui calpesti i più sacri ricordi della tua casa, le leggi più sante del tuo dovere! Non è rimasto più nulla del tuo rispetto, della tua gratitudine, della tua tenerezza per me; non è rimasto più nulla dei diciotto anni della tua vita altro che il momento in cui ti sei imbattuta con quel maledetto che ti ha stregata! Maledetto lui! Maledetta te!
--No! No!--gridò spaventata la Mary singhiozzando fra le braccia di Angelica.
--Non si lasci trasportare così,--esclamava inquieta la marchesa,--è cosa indegna di lei!
--Lasciatemi sfogare!... Ho bisogno di sfogo! Costei, mia nipote, la figliuola di mio fratello, la figliuola di quei povero morto che è la mia religione e il mio orgoglio, costei mi ha strappato il cuore; mi ha reso insopportabile la casa, la famiglia, la patria; mi ha fatto odiare tutto ciò che prima amavo, lei compresa!
--Signor Francesco!... Signor Francesco! Non sa più come parla! Ha perduto affatto la testa!--gli continuava a dire inutilmente la marchesa.
--Che! Che! Ragiono sempre, e ragiono bene! Donna Lucrezia, in fine, non è altro che una vecchia scema; ma costei ha la testa con sè! Costei doveva capire, doveva vedere da che parte venivano i danari.
--No, non è vero. Lo giuro, non è vero, non sapevo nulla!
--Già, è naturale. Tu non avevi occhi altro che per fare all'amore col figlio del serpente; col degno erede di casa Barbetta!
--Se amo Giulio non è una bassezza, non è una viltà!--esclamò la fanciulla sciogliendosi a un tratto dalle braccia della cugina, e guardando ben fissa lo zio.--Se lo amo, se mi sento orgogliosa di amarlo, è perchè lo so degno di me, lo so degno di noi.
--Non bestemmiare! Degno di te.--Soltanto di te!
--Tu stesso, zio, mi hai fatto dire che il cuore come la coscienza ha i suoi doveri.
--Allora non sapevo che tu avessi ricevuto l'elemosina dal boia di tuo padre.
--E lo sapeva Giulio? Che colpa ne ha?--Da che siamo venuti a cognizione di questo fatto doloroso, ma al quale è possibile rimediare, egli si è forse mutato? Non è più lo stesso? E il mio cuore dovrebbe abbandonarlo perchè è uno sventurato?... E dovrei amarlo, dovrei stimarlo meno, perchè tu lo offendi?
Francesco Alamanni, a questo punto guardò alla sua volta la nipote fissamente, e sembrò scosso da quella fermezza.--Ebbene,--le disse con un altro tono di voce,--dal momento che in te c'è tanta forza... su, coraggio... per tutte le nostre memorie, per il nostro onore.... So che ti domando forse più della vita, ma non importa. Ricordati che sei figliuola di Giulio Alamanni. Tronca tutto con quell'altro e vieni via con me!
--È impossibile, zio. Il cuore, come la coscienza, ha il suo dovere.
--Ah, ah, ah! Un dovere ben facile per te!--esclamò l'Alamanni con un amaro scroscio di risa, e ritornando quel di prima.--Sta bene; così vuoi, e così sia. Noi due non ci vedremo mai più, e nemmeno io non voglio più saper nulla di te. E bada, non mi devi più nemmeno ricordare. Non voglio il tuo affetto, non voglio il tuo dolore. Sei la nuora del Barbarò: rifiuto anche le tue lacrime! Andrò lontano, a vivere di stenti, a lavorare per _pagarvi_ il mio debito fino all'ultimo soldo, poi mi ammazzerò; ma tu non devi piangere. No, no, anzi... sei la nuora del signor Pompeo... devi ridere. Voglio che tu rida!
Angelica, vedendo pur troppo che l'esaltazione del vecchio invece di calmarsi si faceva sempre maggiore, trascinò via la Mary che avea ricominciato a singhiozzare.
L'Alamanni, rimasto solo, se ne andò subito, e la mattina dopo partì da Genova per New-York.
Partì cupo e tristo, senza più un affetto nell'anima, senza più voler credere nemmeno al cuore, nemmeno al dolore. Ma il vecchio soldato s'ingannava: ben presto il cuore e il dolore ebbero ancora il sopravvento. Quando il battello salpò da Genova era l'ora del crepuscolo, e la verdeggiante letizia della riviera italica appariva benedetta dal raggio ultimo del sole, mentre le campane dell'_Ave Maria_ lontanissime e confuse ripercotevano un'eco sul mare. Francesco Alamanni, da prima accigliato, era diventato mesto e pensieroso: lo vinceva inconsapevolmente la seduzione dei ricordi. Il battello si allontanava sempre... la riviera avvolta dai vapori della nebbia scompariva quasi, assottigliandosi, fra l'ultima striscia purpurea del cielo, e la distesa plumbea del mare.... L'Alamanni alzò il capo... guardò... guardò fissamente... e ricordò che da quel golfo incantato, dove il mite ulivo si ammoglia alla fragranza degli aranci e alla calda vegetazione delle palme avea spiccato il volo, nella serena notte di Quarto, l'Aquila della libertà.... A poco a poco la solitudine del mare si era popolata di fantasmi. Le spade alte, le baionette in selva, i cavalli che s'impennavano e nitrivano fiutando l'odore della battaglia, e le barricate, fumanti di sangue, al primo sorgere della patria.... Poi, dopo le ebbrezze della vittoria le più care giocondità dei ritorni, e la Mary, la piccola Mary, che gli correva incontro esultante e gli saltava al collo coprendolo di baci. A tanti ricordi, a tante memorie il cuore gli ritornò a battere violentemente. A un tratto si appoggiò alla ringhiera della nave... protese il capo... puntò l'occhio... cercò... cercò fra le nebbie addensate all'estremo confine terrestre, ma la bella riva era scomparsa. Sulle onde larghe e rincorrentisi, calava vasta, silenziosa la notte.... La bella riva non l'avrebbe riveduta mai più! Allora fu preso da un impeto di amore, di dolore, di sgomento, e proruppe singhiozzando in un pianto dirotto.
II.
Il giorno stesso in cui era successo l'incontro coll'Alamanni, Angelica avea condotta la Mary con sè al _Villino delle Grazie_... come lo zio Diego, sempre galante, avea battezzata la sua casa di campagna presso le brughiere lombarde, tra Somma e Gallarate, dopo che era stata abitata dalla bella marchesa. E appena giunta al _Villino delle Grazie_ la Mary si trovò subito bene, e si consolò presto. Il cugino Alberto la riconobbe, l'accolse dimenandosi vivamente e gridando di gioia. Ormai il marchese non era più altro che mi ammasso informe di carne gonfia e torpida che riempiva tutta la carrozzetta, e in cui non era quasi rimasto di vivo altro che lo stomaco.
--_Tata! Tata!... Tata bellinetta!... Bellinetta Tata!_--e per un pezzo continuò a gridare e a ridere scrollando il faccione tondo, paonazzo, e salutando la Mary con tutte le smorfie dei bimbi. In fine, quando la sua gioia chiassosa si fu un po' chetata, le mostrò tutte le calzette a maglia fatte da lui medesimo, e che custodiva gelosamente in un cestino che teneva sempre sulle ginocchia.
--_Belle bellesine!... Belle bellessine!_--Poi prese una calzetta già incominciata e, stentatamente, infilati i ferri nelle dita gonfie e rattrappite, volle insegnare alla Mary come si faceva a lavorare, il che era, da parte del marchese Alberto, la maggior dimostrazione di simpatia.
Per altro non furono le liete accoglienze del cugino che consolarono così presto la buona fanciulla; fu la presenza di Giulietto Barbarò, il quale si era recato a passare la convalescenza e ad aspettare il giorno delle nozze a Nuvolenta, un paesello nelle vicinanze del _Villino delle Grazie_. E anche Giulietto, invitato dall'Angelica, era venuto subito in casa; ma con lui il marchese Alberto fu di ben altro umore.
--Appena l'ebbe veduto cominciò a strillare, imitando l'abbaiare dei cani:--Via! Via! _Bouf! Bouf!_ e gli scagliò contro furiosamente il cappellone di paglia e il _fez_ che portava sempre in capo, uno sull'altro; poi vedendo che il giovanotto restava lì confuso, senza risolversi ad andar via, si strinse al petto, pauroso che glielo rubasse, il cestino delle calze, e mettendosi a piangere disperatamente chiamò la moglie in aiuto.
Angelica accorse, e per farlo quietare lo minacciò alzando il dito scherzosamente. Ma il povero scemo, che adesso con lei era sempre docile e affettuoso anche quando faceva il diavolo a quattro con tutti gli altri della casa, questa volta non le dette retta, e seguitò a piangere e a strillare.
--Via!... via!... _bouf!... bouf!_...
Giulietto dovette scappare, e gli fu consigliato di non lasciarsi più vedere. Ma era facile lo schivare la carrozzetta del marchese continuando pure a frequentare il villino. Quando non dormiva, il marchese ciangottava ad alta voce anche da solo, e si sapeva subito dov'era. La sera era sempre a letto. A metà pranzo si addormentava, e russava già mentre lo portavano in camera. Poi... poi i due fidanzati s'incontravano spesso anche fuori del villino, nei folti viali di pini che in quel punto circondavano la brughiera.
L'amore nasce dal sorriso, ma vive di lacrime, e i due giovani, dopo tanto che avevano sofferto l'uno per l'altro, si amavano assai di più.
Giulio aspettava la Mary tutte le mattine nascosto fra i boschetti di pino, un poco al di là del piccolo _ponte del Rio_, che metteva ad un sentieruolo stretto e ombroso fiancheggiante il torrente, all'estremo confine della brughiera. Prima di pranzo egli la incontrava ancora allo stesso luogo; si vedevano di giorno e si vedevano di sera al _Villino delle Grazie_. Insomma furono quelli giorni proprio beati pei due giovani sposi. Era tutta pace, era tutto sereno la vita, e se pur qualche nuvoletta compariva ancora in mezzo all'azzurro placido del cielo, era tosto dileguata dal loro bel sole splendente nella solitudine della campagna. Tutto il mondo, per essi, rimaneva circoscritto dal _ponte del Rio_ al _Villino delle Grazie_, e chiudeva il loro orizzonte il verde scialbo e arsiccio della brughiera sterminata. Al di là c'era il nulla, il buio... non ricordavano più che cosa c'era. Giulio Barbarò aveva quasi perdonato a suo padre; lo aveva quasi dimenticato; e la Mary, alla sua volta, nell'egoismo del proprio amore, non pensava quasi più allo zio povero e lontano. D'altra parte le ore correvano tanto presto, e le giornate erano tanto brevi!... Bastavano appena appena per loro due! Che! bastavano? Non bastavano nemmeno! Non facevano mai a tempo a dirsi tutto quanto avevano in cuore.
Ogni volta guardavano l'orologio con un senso di terrore: era sempre molto più tardi di quanto credevano. Che brutta invenzione quella degli orologi! Col loro _tic tac_ non lasciavano un minuto per respirare. La Mary, per ciò, si faceva aspettare tutti i giorni a colazione e a pranzo, e arrivava in sala rossa e affannata, calmandosi appena quando vedeva il sorriso indulgente di Angelica.
E così il giorno delle nozze si avvicinava a gran passi, quantunque i fidanzati, pareva, non avessero fretta. Sentivano forse nel loro cuore, che il momento più felice è appunto l'aspettativa della felicità?... Pare giunse l'ora in cui le carte erano in regola, e tutte le altre pratiche ultimate. Da Milano erano arrivate le licenze per sottoscrivere il contratto al Municipio di Gallarate, e per celebrare le nozze nella chiesetta del Villino. Allora, mostrandosi sempre irresoluti, lasciarono alla marchesa di fissar l'ora, ed essa indicò le sette del mattino per il contratto, e le otto per la cerimonia religiosa.
In quegli ultimi giorni che precedevano il suo matrimonio anche la Mary non si mostrava più tanto disinvolta. Era diventata timida anch'essa, come il suo Giulio. Non lo guardava più negli occhi coll'usata serenità; ma arrossiva subito, lo guardava appena alla sfuggita, e nello scambiarsi il mazzolino di fiori che si preparavano a vicenda nel recarsi ai convegni, tremavan loro le mani; nel salutarsi, tremava loro la voce. La Mary invece di correre come prima ilare, saltellando, ad attaccarsi al braccio dell'amico, gli camminava dinanzi per il piccolo sentiero, silenziosa e a capo basso.
A un certo punto della passeggiata, dov'era più cupa l'ombra dei pini e dove si fermavano sempre, si fermavano anche allora, ma la fanciulla invece di buttarsi a sedere per terra si voltava sorridendo, e Giulio notava con inquietudine che in quei giorni s'era fatta più pallida e più abbattuta.
--Sei stanca?... Non ti senti bene?
--No, sto bene. Guarda che ore sono: dev'essere tardi, e non voglio farmi aspettare.
--Sono le dieci.
--Son già le dieci?... Dio, Dio, com'è tardi! Giulio, nel ritornare le offriva il braccio, e la Mary vi si appoggiava leggera leggera, diventava di nuovo silenziosa mentre il suo petto si faceva anelante, e gli accadeva spesso d'inciampare.
In quel silenzio quieto della tarda ora del mattino si sentivano i loro cuori che battevano insieme.
Erano sempre le farfallette, le belle farfallette dalle ali smaglianti che venivano in loro aiuto Quando ne vedevano due posarsi l'una dopo l'altra sullo stesso fiore, la fanciulla si fermava e fermava Giulio, perchè non voleva spaventarle; ma nel fermarsi gli si appoggiava al braccio più fortemente.
--Anche noi, Nino, sempre così?
--Sì,--rispondeva appena il giovanotto.
--Sempre?
--Sempre, sempre.
Si guardavano, tutti e due fermi, a braccetto.... poi si guardavano attorno.... La brughiera era deserta: fra i tronchi dritti e brulli dei pini non si scorgeva anima viva. Allora tornavano a guardarsi negli occhi e un bacio, un piccolo bacio, scappava dall'uno all'altra.... Scappavano insieme, impaurite anche le farfallette belle dalle ali smaglianti, ma ormai Giulio e la Mary non pensavano più a loro.
Sebbene assorto nella felicità, Giulietto Barbarò non venne meno ai propri proponimenti. I due fidanzati avevano dovuto abbandonare il primo disegno di andare a stabilirsi in paese straniero, e ciò perchè mancavano i quattrini. Alla Mary, dopo che lo zio Francesco volle disporre di tutta la sua parte per pagare il debito verso Pompeo Barbetta, non restava più se non una rendituccia di un migliaio di lire, colla quale certo non si poteva vivere.... nemmeno d'amore; e fuori d'Italia, anzi fuori di Milano soltanto, Giulio Barbarò, privo di studi e nuovo agli affari, non avrebbe potuto procurarsi un conveniente collocamento. Invece a Milano gli fu facile ottenere un posto di tre mila lire, con diritto all'aumento dopo il primo anno di prova, presso una nuova società industriale a cui dava credito l'avere il figlio del Barbarò negli uffici della propria amministrazione. E intanto con tre mila lire, si poteva campare; quando poi sarebbero stati... in tre, avrebbero avuto diritto all'aumento.--Com'era facile la vita!
Giulietto, per un sentimento di dovere filiale a cui, in nessun modo, non avrebbe mai potuto venir meno, volle dare partecipazione a suo padre di questi nuovi avvenimenti con una lettera che gli scrisse d'accordo colla Mary; una lettera piena di nobiltà e di fermezza, pur nella sua forma più ossequente e rispettosa.
Pompeo Barbarò non gli rispose, ma corse subito a consigliarsi collo Zodenigo, che ormai era il suo confidente generale, anche nei rapporti di famiglia, e persino in materia di galanteria. E il professore appunto, per mostrarsi degno di tutte le attribuzioni di cui era stato investito, gli suggerì un colpo da maestro per il quale, mentre sosteneva la propria dignità in faccia ai figliuoli, avrebbe forse ottenuto pur anche di riavvicinarsi alla marchesa di Collalto, che il Barbarò, in quegli ultimi tempi, incontrava spesso a Milano, e che più di una volta avea tentato inutilmente di salutare.
Lo Zodenigo, insomma, consigliò al suo cliente di scrivere _direttamente_ alla marchesa, di metterla intermediaria fra lui e gli sposi. Se il passo era un po' ardito, si doveva perdonar molto a un povero padre che avea perduto la testa, e poi la marchesa stessa non era stata più di una volta in casa Barbarò insieme colla Mary, mentre Giulietto era aggravato?... E Giulietto medesimo, non continuava a frequentare i Collalto? Non era tutti i giorni al _Villino delle Grazie_? A chi avrebbe potuto rivolgersi il cavalier Pompeo, per fare intendere le proprie ragioni al figliuolo, se non alla marchesa?
E dopo di avergli suggerito l'idea della lettera, lo Zodenigo gliela dettò anche in parte. In parte soltanto, perchè il deputato di Borghignano ambiva a fare un po' da sè in punto di lettere, e non voleva rinunciare all'efficacia delle proprie espressioni per andare all'accatto di riboboli.
Pensarono insieme di cominciar la lettera facendo le scuse, "per l'ardimento di quell'atto, al quale un povero padre era stato spinto dalla disperazione. Un povero padre" volle aggiungere il Barbarò "ricompensato dei molti ed onerosi suoi sacrifici, colla più ottusa testardaggine e colla più nera ingratitudine." Poi, continuando, il solito padre sentiva il bisogno di ringraziare l'illustrissima marchesa per la degnazione avuta nel prendersi tanto a cuore la sorte del suo signor figlio (più matto forse che cattivo) e per aver superato, con un nobile impulso di pietà, ricordi spiacevoli, onorando colla sua presenza la casa dell'ultimo dei suoi servitori.
"Del resto gli anni che maturavano il cuore," è inutile far notare che questo periodetto era quasi tutto dello Zodenigo, "gli anni che maturavano il cuore e calmavano le passioni, non gli avevano lasciato nell'animo altro che un sentimento di devozione profonda, e confuso di rossore invocava un perdono del quale lo rendeva degno il più sincero pentimento.
"La signora marchesa doveva essere giusta: in quel doloroso frangente a chi mai egli avrebbe potuto rivolgersi se non a lei?... A lei buona, a lei gentile, a lei ospite graziosa della signorina Alamanni?... A lei tanto addentro, per sola sua degnazione, nella confidenza di quel _caparbio ingrato_? Non era in sua casa che si dovevano celebrare le nozze? D'altra parte Giulio non frequentava altro che il _Villino delle Grazie_. Giulio non vedeva più nessuno all'infuori della Mary e della illustrissima signora marchesa."
Aggiungeva in oltre che la sua dignità paterna, non gli consentiva di rivolgersi direttamente, per difendersi, a chi, contro tutte le leggi del sangue gli si ribellava, schierandosi fra i suoi calunniatori.--"Oh lui poteva ben mostrare la propria innocenza, ma non lo voleva fare con suo figlio: lo avrebbe fatto, lo poteva fare invece colla signora marchesa... "
E a questo punto difendeva coi soliti argomenti il proprio passato, respingendo tutte le accuse, che per mene elettorali, gli eran state scagliate addosso.
Qual era, infine, il suo gran torto? Quello di non essere stato un eroe, o un matto che dir si voglia. Sì, non aveva vergogna di confessarlo: in quella notte sciagurata, quando erano venuti i croati per arrestare il signor Giulio Alamanni, trovandosi solo e inerme in mezzo a una pattuglia di ubriachi, di belve feroci che lo minacciavano, che lo punzecchiavano colle baionette, che gridavano di voler passare parte a parte la sua povera moglie e il suo figliuolo, lui aveva avuto paura, e si era lasciato strappar di mano le chiavi della casa, invece di farsi ammazzare inutilmente.--Ecco tutto il suo gran delitto; ecco in qual modo aveva fatto la spia! Poi tornava a lamentarsi dei _suoi figli_, pure terminando col dire che si sapeva troppo _dolce di pasta_, e che sempre si sarebbe sentito proclive al perdono. La porta della sua casa sarebbe stata aperta ai suoi figli in ogni tempo e ad ogni ora, ma ad una condizione...: "siccome lì sotto ci vedeva lo zampino della signorina Alamanni, che invece di compiacersi di essere il pegno soave della concordia, pareva godersi a seminare la zizzania, così la porta sarebbe stata aperta soltanto quando ci fosse venuto a battere lei stessa, la sua signora nuora. A lei avrebbe aperto; ad altri no."
E qui la lunga lettera, dopo aver rifatto le scuse, finiva coi soliti complimenti; ma nel copiarla, quando lo Zodenigo se n'era già andato, il Barbarò pensò di aggiungervi ancora un poscritto.
PS. "_Intrattanto farò il riflesso alla Signoria Vostra Illustrissima che se il mentovato mio figlio Giulio ha potuto buscarsi ancora un bel impiego lo deve, insieme a tutto il restante, per il credito del mio nome in cuanto è sempre un valore. Ma non mi dica grazie, che fa l'istesso. È sempre il mio destino di essere pagato col ingratitudine per corispettivo._"
Nel ricevere una tal lettera la marchesa Angelica ebbe un impeto di sdegno:--"Il villano osava scriverle!..." E insieme allo sdegno, paurosa e superstiziosa come tutti coloro che amano, sentì anche uno stringimento al cuore. La lettera del signor Pompeo non gli era stata portata sola, sul vassoio, dal servitore. Sotto la busta grossa e usuale ne nascondeva un'altra elegantissima e profumata collo stesso profumo che usava la marchesa; una letterina dalla forma inglese, col bollo postale di Napoli.
Ma passato lo sdegno, superato il senso di timore sinistro, a mano a mano che rifletteva su quanto le avea scritto il Barbarò, dovette pur convenire che non volendo costui rispondere a suo figlio, e nemmeno scrivere direttamente alla Mary, non gli rimaneva altro partito che rivolgersi a lei.
Tuttavia, anche dovendo giustificare quell'atto, si trovava sempre in un grande impiccio circa al modo di regolarsi. Essa, a sgravio di coscienza, aveva subito fatto leggere la lettera tanto a Giulio, quanto alla Mary, i quali erano andati d'accordo nel risponderle che la loro risoluzione era immutabile. Come doveva dunque comportarsi rispetto a quel... a... al signor Pompeo?
Bisognava fargli avere una risposta. Era il cuore di un padre, che si era rivolto a lei.
--Gli doveva scrivere?--No, no. La ripugnanza era troppa!--D'altra parte doveva pur fargli sapere qualche cosa, anche pensando all'avvenire stesso di Giulio e della Mary.
Con questa idea volle farsi animo, e dominando a mala pena un senso di ribrezzo, prese un suo biglietto di visita, e rimanendo in piedi, presso il tavolino, vi scrisse sotto, in fretta, alcune parole, lo cacciò colle dita tremanti nella busta, vi fece rapidamente l'indirizzo, poi buttò via la penna, chiamò la cameriera, e dopo averle indicato la lettera che non voleva più toccare, "alla posta subito," mormorò, e scese in giardino, ancora tutta rossa e agitata, per respirare all'aperto.
Che fatica, che tormento era stato il suo!... E non supponeva nemmeno come poi il signor Pompeo avrebbe accolto quel bigliettino. Altrimenti non lo avrebbe di certo mandato.