I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1

Part 4

Chapter 43,827 wordsPublic domain

Appena arrivata prendeva subito in collo il suo bambinello e se lo portava via e correva a sedersi sola sola con lui, dietro la casa, sul margine di un vasto campo di trifoglio, contenta, giuliva, che il piccino non si fosse messo a piangere vedendosi levare a un tratto dalle braccia della balia. Allora lo spogliava tutto e lo copriva tutto di baci, diventando rossa, cogli occhi luccicanti dal piacere. Non aveva più freno in quelle sue smanie di carezze; e baciandolo e stringendolo e ribaciandolo non gli sapeva dir altro che _mio, mio, mio_! e tutto il suo cuore traboccava in quella sola parola. Il bimbo, co' primi moti istintivi delle manine grassocce le stringeva e le graffiava le guance, il naso, le orecchie; le strappava i capelli, e lei lo lasciava fare, beata che avesse dimenticata la balia, beata che se la godesse a star solo con lei, beata di quelle piccole strida di allegrezza, colle quali il piccino, quand'ella se lo teneva in piedi sulle ginocchia, accompagnava le mosse e gli sforzi che faceva colle gambucce e coi braccini per arrivare ad afferrarle la faccia. E la Betta colle sue illusioni di mamma era convinta che il bambino la conoscesse e che le volesse già bene; le pareva che guardasse lei diversamente dalla balia, e per ciò tornava a baciarlo sulle manine e sui piedini con passione, con adorazione, con gratitudine infinita.

Erano quelle le ore che la risanavano; che davano al suo corpo debole e malato la forza di lavorare e di sfacchinare da mattina a sera; era una provvista di felicità per tutto il resto della settimana.

Pompeo non accompagnava mai la moglie in quelle gite:--aveva da badare alla bottega lui; altro che andare in campagna a divertirsi!--E difatti, se prima aveva finto colla Betta che i suoi affari gli andassero poco bene, per risparmiare i quattrini del baliatico, adesso la latteria si metteva maluccio, proprio per davvero. Egli aveva abusato un po' troppo del latte artificiale, e gli avventori, giorno per giorno, avevano finito col disgustarsi, e coll'abbandonare la botteguccia di _Santa Radegonda_. Pompeo dava colpa di quello sviamento allo Sbornia, che non aveva maniera colla gente, e che era sempre briaco fradicio. L'altro lo lasciava dire, e a volte, nei momenti di malumore, si buscava anche qualche pedata senza rispondere nè rifiatare. Sgobbava come un negro, sempre in ciabatte, col grembiule sudicio, col faccione dimesso, umile e devoto al padrone, non per tornaconto nè per altra ragione particolare, ma solo per istinto, come una bestia.

--Non c'è Cristo che tenga!... Tutto mi va alla maledetta,--brontolava Pompeo, rodendosi le unghie fino alla carne.--E ho sulle spalle anche due scimmiotti da mantenere!

Il bambino, sopraggiunto l'inverno, era stato divezzato e lo avevano ripreso in casa.

Pompeo, chiusa la bottega, tornò dunque a stare giorno e notte ozioso e col muso lungo, sempre alle costole della moglie. E quando non la poteva torturare in altro modo, la metteva in croce per il piccolo Giulio, borbottando ch'era un bimbo rachitico, che non poteva campare; ostinandosi a strapparglielo dalle braccia, per farlo camminare prima del tempo, e poi mettendosi a gridare che era uno zuccone, perchè nascondeva il visino e si stringeva colle braccine al collo della mamma, e cominciava a strillare appena lui gli s'accostava, senza aver ancora capito ch'egli era suo padre!

Ah se non avesse avuto l'impiccio della famiglia! Allora sì; o di riffe o di raffe l'avrebbe spuntata!... Sarebbe andato in Dalmazia, o in Ungheria, a coltivare il seme da bachi, oppure in Sardegna, nelle miniere; o, meglio di tutto, in America! I quattrini di certo, non eran mai piovuti in tasca alla gente; bisognava mettersi a girare il mondo: chi viveva in un guscio di noce non poteva far altro che morir d'inedia!

Ragionando in questo modo, senza ricordarsi punto che prima di sposar la Betta pativa la fame, e che da solo non era stato buono di guadagnarsi un soldo, gli pareva che la famiglia fosse d'inciampo al suo genio industriale. E nelle notti insonni (dormiva poco perchè restava ozioso, in casa, tutto il giorno) smaniava rivoltandosi nel letto, e correndo dietro col cervello a speculazioni fantastiche. E il respiro grosso della moglie e quello più lieve del bimbo lo infastidivano, e se Giulio, che dormiva in una culla vicino al letto dei genitori, si moveva appena, Pompeo cominciava subito a sbuffare, brontolando che non lo lasciavano nemmeno riposare in pace. Al rumore la Betta si destava di soprassalto; il piccino, spaventato, si metteva a strillare, e Pompeo, sempre più stizzito da quella "maledetta sinfonia," tirava calci come un mulo.

La Betta, allora, aspettava che si calmassero le furie del marito; poi scivolava giù adagio adagio dal letto, correva dal suo bimbo, gli ravviava le coperte nella culla, e lo riaddormentava premendo la faccia sul suo visino e riscaldandolo co' suoi baci e col suo fiato caldo di lacrime.

Intanto una nuova e grande sventura si preparava a questa poveretta: la padrona, la signora Lucia, così buona con lei, essa in cui aveva riposte tante speranze per l'avvenire del piccolo Giulio, le veniva a mancare improvvisamente. La giovane signora moriva presso all'apice della felicità, proprio nel punto di diventar madre.

La Alamanni, per altro, pareva avesse preveduta la sua misera fine. Era stata molto malinconica e abbattuta negli ultimi mesi, e aveva preparato una lettera al marito in cui, colle supreme tenerezze dell'amore, gli faceva palesi alcuni suoi desideri pel caso che venisse a morire. Erano ricordi alle amiche, erano soccorsi, elemosine, opere di carità; insomma era tutto il suo cuore che voleva espandersi ancora dopo la morte, come alcuni fiori delicati continuano a diffondere intorno, anche inariditi, la loro soave fragranza.

La Betta pure era stata ricordata in quella lettera, e la signora Lucia, volendo riparare in parte alle perdite sofferte dalla famigliuola colla botteguccia di _Santa Radegonda_, le aveva fatto un lascito d'un migliaio di svanziche.

Quando la portinaia venne a sapere di questa nuova munificenza che la concerneva, era ancora in lacrime per la padrona, nè quella notizia valse a consolarla, anzi l'addolorò maggiormente.

--Si è ricordata anche di me! Si è ricordata anche di me, la mia buona signora!--E la poverina proruppe in un altro scroscio di pianto.

--Chètati, grulla!--le sussurrò allora Pompeo infastidito.--Se tutte ci avessero a lasciar mille lire, bisognerebbe che ne crepasse una al giorno delle padrone!

La Betta, dopo tante amarezze, al nuovo insulto di quel tristo che la colpiva nel vivo de' suoi affetti e della sua gratitudine, si riscosse a un tratto, indignata; e rimangiandosi le lacrime, fattasi rossa, di fuoco, gli gridò contro con voce sorda, ma con impeto, e fissandolo bene in faccia:

--Mostro!

Pompeo stupì a tanta audacia, poi si avvicinò d'un passo alla moglie, levando la mano in atto di misurarle un ceffone:

--Ripeti un po', gobba, quello che hai detto?!

La Betta afferrò Giulio, che avea lì vicino, per un braccio; lo nascose in un attimo, dietro di sè, per ripararlo dall'ira del marito, e poi con tutto un sussulto dell'esile corpicciuolo e sfidandolo cogli occhi, solitamente così dolci, ma in quel punto pieni di sdegno, tornò a ripetere, mezzo soffocata da un urto di tosse:

--Mostro!... Mostro!

Pompeo le si avvicinò ancora un altro passo; sempre con la mano alzata: la guardò, fece una mossa di scherno colle labbra; ma, sorpreso e impacciato, non osò toccarla.

--Se la tua padrona ti voleva far del bene,--soggiunse infine, alzando le spalle,--poteva lasciarti molto più, senza scomodarsi. Già, i suoi quattrini non poteva portarseli dietro... in viaggio!

Ciò detto, Pompeo uscì nel cortile e terminò il discorso con una risataccia che la povera donna sentì ripercuotersi in viso, come se in quel punto la colpisse lo schiaffo che l'avea prima minacciata.

V.

Giulio Alamanni, quando gli morì la moglie, n'era sempre innamorato. Lucia in fatti possedeva per maravigliosa intuizione l'arte tanto difficile di saper voler bene. Essa amava col cuore e coll'intelligenza e però conservava sempre desta, anche in mezzo ai trasporti più appassionati, la felice vivacità del suo spirito, e riusciva sempre a trasformarsi, con un senso squisito di opportunità, a seconda delle varie disposizioni d'animo o d'umore del marito. Così che l'Alamanni a volte trovava in lei un'amante appassionata, a volte una piacevole compagna dalle arguzie eleganti, e a volte invece, quando sentiva il bisogno di comunicare i più arditi concetti della propria intelligenza, o di espandere le più intime aspirazioni del cuore, era essa l'amica fidata, che meglio di tutti lo sapeva intendere ed apprezzare, e in due pupille nere, lucenti, che lo guardavano con amorosa attenzione, egli vedeva sempre riflessi i suoi affetti e i suoi entusiasmi.

Colla fortuna di una tal compagna nella vita all'Alamanni poco o nulla restava da desiderare. Viveva contento, felice, tutto chiuso nella sua casa, e però, di primo acchito, sentì di non poter amare, d'odiar quasi quella creaturina che veniva al mondo per distruggergli a un tratto ogni felicità, per strapparlo brutalmente dalle braccia della sposa, dell'amante, dell'amica diletta, per lasciarlo solo e misero a sopravvivere ai propri affetti, privo di ogni speranza.

Chiamò allora presso di sè una sua parente vedova e non ricca; le affidò la neonata, volle che la portasse via subito, che pensasse lei ad allevarla; insomma che le facesse da madre. Gliel'avrebbe ricondotta più tardi, quando il tempo, che non doveva certo mitigare l'acerbità della sua sventura, gli avesse almeno data la forza di soffrire con più coraggio.

Ma la tempra di Giulio Alamanni era vigorosa, e il dolore, per quanto forte, non poteva abbatterla. Egli aveva troppe e troppo care memorie, aveva troppo alta poesia nell'animo per abbandonarsi ad un'inerzia vergognosa; e però dopo quell'urto che lo avea violentemente scosso si riebbe col cuore sanguinante, ma con una energica risoluzione, e dedicò la vita e l'ingegno al trionfo di un ideale che ricominciava allora a infiammare potentemente gli animi: la libertà della patria.

Già un suo fratello, di poco più giovane, Francesco Alamanni, discepolo e strumento segreto e validissimo di Giuseppe Mazzini, caduto in gravi sospetti della polizia, avea dovuto esulare sotto altro nome in Piemonte. Giulio Alamanni, inscrittosi pure nella _Giovane Italia_, continuò allora a Milano, con pari animo e gagliardia, l'opera del fratello, finchè non si ritrovarono uniti, prima per combattere insieme durante le Cinque Giornate, e poi per arruolarsi nei _Bersaglieri Lombardi_ e accorrere alla difesa di Roma.

Perciò quando pochi mesi dopo i Tedeschi tornati a Milano incrudelirono nelle rappresaglie, il palazzo degli Alamanni fu subito preso di mira e sorvegliato e perquisito, mentre la polizia si adoperava a tutta possa per aver nelle mani i due fratelli.

I pochi servitori ch'erano rimasti in casa venivano chiamati un giorno sì un giorno no, dal Commissario per essere sottoposti a lunghi interrogatori sul conto dei padroni. Si voleva sapere se mai ne avessero sentito a parlare, se ne erano giunte notizie a qualche parente, a qualche amico; e secondo l'umor della bestia, a volte erano minacciati di fieri gastighi, a volte blanditi e lusingati da seducenti promesse. Ma tuttavia, anche volendolo, essi non avrebbero potuto riferir nulla di rilevante: i padroni non si facevano vivi con alcuno.

Pompeo, nei primi momenti, ebbe pur egli una chiamata dal Commissario, e sebbene si affrettasse a rispondere all'invito, vi andò tutto tremante dalla paura.

Non già che si fosse compromesso durante la rivoluzione. Egli non era corso alle barricate; non aveva gridato per le strade: "Viva l'Italia e Viva Pio Nono!" non avea mai cantato l'inno fatidico di Mameli, nè, in ultimo, applaudito alle satire contro il papa spergiuro ed il re bigotto. Per tutte le cinque giornate era rimasto chiuso nel suo bugigattolo, pauroso, tremante, bestemmiando contro quei fanatici senza cervello, che avrebbero finito col far saccheggiare e incendiar Milano. E dopo fuggiti i Tedeschi, continuò a ringhiare contro ogni novità; e appena ritornarono, si affrettò a chiamarli per soprannome i _gastigamatti_, dichiarando che avrebbe dato chi sa cosa pur di non trovarsi in que' frangenti al servizio di due persone, come gli Alamanni, tanto pregiudicate col governo legittimo.

"In che modo avrebbe potuto levarsi d'impaccio?... Certo, anche lui sarebbe caduto in sospetto; e in quei giorni bastava un sospetto per far impiccare un galantuomo!... Dio, Dio, Dio! perchè era entrato in quella casa maledetta? perchè s'era messo in quelle peste?" E un giorno che sua moglie osò domandare, se si avevano notizie del signor Giulio, Pompeo montò su tutte le furie, rispondendole che era una imprudente, una matta, una fanatica; ch'era sempre stata la sua disgrazia, e che avrebbe finito col farlo mandare sulla forca.

Ma poi, subito dopo la visita fatta al Commissario, sembrò che un poco si tranquillasse. Appariva più sereno, non avea più tanta paura nel discorrere di tirar in ballo la politica, e sovente lui stesso, per il primo, intratteneva la Betta sul conto dei padroni, dimostrando per essi una devozione insolita. Figurarsi! arrivò al punto, colle sue premure, di mandar la Betta ogni due giorni da Donna Lucrezia, la parente cui era stata affidata la bimba Alamanni, per scovare notizie del signor Giulio e del signor Francesco. E quando la Betta tornava a casa dopo essere stata dalla vedova, Pompeo non la finiva più colle interrogazioni, e si mostrava persino amabile colla moglie; si prendeva il piccino sulle ginocchia e lo faceva trottare per un pezzo, a cavalcioni.

La Betta era tutta consolata e diceva ch'era stata la Madonna che aveva toccato il cuore del su'omo!

Questi, intanto, avea preso l'abitudine di andare a spasso quasi tutte le sere. Girava qua e là, a caso. per vie diverse; ma poi, capitava sempre nelle vicinanze di _Piazza dei Mercanti_ o di _Santa Margherita_, imboccava il volto dell'_Arco Vecchio_, e sgattaiolando dalla porta attraversava lesto lesto la corte della sua antica abitazione; infilava di corsa una delle tante scalucce, a quell'ora buie e deserte, e si fermava ansante al terzo piano, dinanzi all'uscio su cui era scritto _Mediatore_.

--In fin dei conti--pensava Pompeo fra sè ogni volta che ritornava da quelle visite notturne--in fin dei conti io salvo la pelle, e non fo male ad alcuno. Già, i padroni non vorranno essere tanto grulli da tornare a Milano per cader in trappola! D'altronde io non ho mai fatto il rivoluzionario; non ho mai portato coccarde; non sono corso dietro a Garibaldi come quel bestione dello _Sbornia_!... Se gli altri vogliono tener mano agl'Italiani io credo d'essere libero di parteggiare per i Tedeschi. In fin dei conti è chiaro che le rivoluzioni non si fanno altro che per i signori. Sotto i Tedeschi o sotto gl'Italiani la povera gente farà quaresima allo stesso modo, e in quanto a me dovrò sempre servire, sgobbare e spazzar le scale anche in onore del Popolo Sovrano!... Chè!... chè!... per mio conto, viva l'Austria e il quieto vivere! E poi io non posso scherzare, non posso fare il matto come gli altri. Io ho i miei doveri: sono padre di famiglia!

Con tali ragionamenti Pompeo si metteva in pace la coscienza; ma non potè durarla a lungo.

Un giorno, nel tempo appunto che succedevano que' suoi colloqui segreti con _Don Miao_, egli se ne stava solo solo in porteria, seduto vicino al fuoco mezzo spento, quando a un tratto si sentì chiamar piano dietro le spalle da una voce che lo fe' trasalire. Si voltò, balzando in piedi, e rimase maravigliato trovandosi dinanzi un contadino lacero, smunto, che lo fissava senza dir motto, come aspettando che lo riconoscesse; ma poi, a poco a poco, alla sua maraviglia si aggiunse un'inquietudine strana, vivissima. Guardando la faccia tutta rasa dello sconosciuto, sentiva come una vaga reminiscenza, poi a poco a poco riconobbe i tratti di persona a lui ben nota. Allora, per un intimo turbamento, non potè più sostenere lo sguardo che lo fissava; abbassò gli occhi e mormorò:

--Mio Dio, il padrone!

Giulio Alamanni (era proprio lui, travestito in quel modo) si pose l'indice della mano sulla bocca, accennando a Pompeo di tacere; poi, guardando in giro con diffidenza:--La Betta--domandò, parlando sempre a bassa voce--è uscita?

--Sì... signor padrone....

--E... starà molto fuori?

--Non so... non credo.

--Allora aprimi subito la porta della scala e fammi passare: che nessuno mi veda!

--Sì... si...gnore....

--E gli altri della casa?

--Le donne sono in chiesa... il cocchiere dev'essere in scuderia.... in corte non c'è anima viva.

--Andiamo... sbrighiamoci!

--Sissignore....

Pompeo, tutto sconvolto, si avviò verso la tavoletta delle chiavi, staccò le due prime che vi erano appese, poi in fretta, seguìto dal padrone, attraversò l'atrio, aprì le imposte a vetri che davano adito alla scala, e quando furon essi dentro tutti e due, tornò a richiuderle con un doppio giro di chiave.

--Ora ci siamo!--esclamò l'Alamanni con un sospirone di sollievo.--È andata meglio che non sperassi. Ma e poi?--soggiunse rivolgendosi a Pompeo.--Se torna tua moglie e non ti trova in porteria?

--Figurerò d'essere salito su per aprir le finestre e dar aria alle sale,--rispose Barbetta sforzando la voce, che non gli voleva uscir chiara dalla gola.

--Hai presa la chiave del quartiere?

--Sì, signor padrone: ho presa la chiave dell'anticamera; tutte le altre son dentro.

Allora Pompeo e l'Alamanni cominciarono a salire le scale.

--C'è stata la polizia a farmi visita, non è vero?

--Una volta, signor padrone,--rispose il portinaio, che si sentì gelare il sangue e salì più in fretta gli scalini, come per sfuggire a quell'interrogazione.

--Avrà messo tutto sossopra?...

--Sissignore; ma non ha trovato nulla.... Almeno così ho sentito dire.

--Lo so, lo so. E la Betta?--continuò l'Alamanni colla sua solita affabilità.

--Benino al solito; grazie, signor padrone.

--Povera figliuola!--e Giulio Alamanni, pensando in quel punto quanto la Betta fosse stata affezionata alla sua Lucia, sospirò profondamente. Frattanto erano giunti nell'anticamera.

--Da che parte, signor padrone?--domandò Pompeo fermandosi nel mezzo, perchè sull'anticamera davano due appartamenti.

--Per di qua:--e l'Alamanni accennò a sinistra.--Aprimi la camera da letto... Di' la verità,--soggiunse poi, notando la confusione e la faccia stralunata del portinaio,--questa mia apparizione ti ha messo in corpo una gran paura?

--No... cioè... temo per lei, signor padrone!... Se mai la polizia venisse a sapere....

--Chi mai potrebbe riconoscermi così trasfigurato? E poi non uscirò certo di casa in tutto il giorno, e stanotte lascierò Milano per sempre.

--E... e il signor Francesco?

--Egli è già in sicuro.

Il portinaio non rispose verbo, ma alzò gli occhi al cielo quasi volesse ringraziare la divina Provvidenza.

Dopo aver attraversata adagio adagio, al buio, una lunga fila di sale grandi e fredde, dove i tappeti ammorzavano anche il rumore dei passi, i due erano entrati in una stanza più rischiarata in cui distinsero subito, come nuvola bianca, l'alcova e i cortinaggi di un letto matrimoniale.

Giulio Alamanni, che si era fatto pallidissimo, ordinò allora a Pompeo di aprire gli scuri delle finestre.

Il portinaio si affrettò a ubbidire. Le finestre prendevano luce dal piccolo giardino della casa e non c'era pericolo che alcuno, di là, potesse spiare nella stanza; ma tuttavia Giulio Alamanni non pensava certo in quel momento alla propria sicurezza; ben altri sentimenti gli agitavano l'animo.

Erano i ricordi più dolci e più dolorosi della sua vita; erano le gioie dell'amore ed era insieme l'ultimo grido di Lucia agonizzante, che si ripercuoteva ancora fra quelle pareti.

Egli era ritornato là dove avea tanto amato e tanto sofferto!... dove la sua Lucia gli aveva dato tutto il suo amore, e dove nell'ultima ora avea risposto con un rantolo ai suoi baci e alle sue carezze.

Ma la morte, col lugubre accompagnamento di lacrime e di disperazione, era passata per quella camera, senza lasciarvi alcuna traccia.... I rosei putti del soffitto danzavano sempre giocondi attorno ad un'Aurora tutta candida e soave nella sua nudità immacolata; e gli stucchi nitidi, e i fregi dorati, e i larghi fiori degli arazzi splendevano al sole, come il primo giorno in cui egli vi era entrato stretto al fianco della sua sposa, che gli sorrideva tremando.

Subito era corso collo sguardo al capezzale dove, sui guanciali affondati, avea veduto per tante ore, quasi immobile, il viso scarno, pallido pallido, di Lucia... ma adesso una ricca coltre di damasco antico dai vivi colori copriva tutto il letto morbido, ravviato che non faceva una grinza.

Sul tavolino accanto, in luogo delle boccette e dei medicamenti, ch'egli guardava in que' giorni con un senso supremo di speranza, si vedeano, disposti in bell'ordine, i gingilli eleganti e le figurine graziose di porcellana.... Tutto, insomma, era stato ripulito, mutato, rimesso a nuovo: e l'Alamanni cercandovi invano una traccia del suo gran dolore, a poco a poco si sentì come un estraneo in casa, in camera sua, quasi al pari che nel suo luogo di esilio.

--No, le cose non hanno lacrime,--mormorò fra sè con profonda angoscia. Ma poi, veduto Pompeo che gli si teneva vicino, umile, col berretto in mano, volle vincere per un nobile sentimento di fierezza la propria commozione; e usò di tutto il suo coraggio per mostrarsi forte, e ricordarsi di ciò per cui era venuto.

Con la voce spezzata dall'affanno ordinò subito al portinaio che accendesse il fuoco nel piccolo caminetto della stanza.

Pompeo era già troppo sbalordito perchè un ordine così inaspettato e, in quel momento, così strano, lo potesse maravigliare. Invece, tutto premuroso, levò il paravento, cercò la legna che trovò subito in un mobiletto di mogano accanto al caminetto, e l'accomodò sugli alari. L'Alamanni, intanto, lo seguiva cogli occhi aspettando impassibile che il fuoco fosse acceso; e poi, quando vide levarsi la fiamma dinanzi a Pompeo che inginocchiato soffiava sotto ai fastelli:--Ora--gli disse--bisogna vedere se ci riesce di staccare un po' quell'armadio dalla parete.

Questa volta Pompeo guardò fisso il padrone: non aveva capito bene che cosa dovesse fare.

L'armadio indicato, grande, pesante, a fregi e intarsiature, sullo stile degli altri mobili della camera, pareva infisso nella parete di faccia al letto e tutto chiuso fra la cornice dell'arazzo.

--Sì, lo potremo smuovere facilmente,--soggiunse l'Alamanni rispondendo alla muta interrogazione di Pompeo; e allora servendosi di una mano sola, che l'altra, la destra, la teneva sempre nascosta sotto la giacca di frustagno, riuscì a staccare dal muro una parte dell'arazzo, mostrando in tal modo che l'armadio vi era appena accostato.

--È forse ferito?--domandò Pompeo al padrone, avendo notato come non si fosse servito altro che della mano sinistra.

--Sì; ma è cosa da nulla.

Pompeo da solo giunse appena con molta fatica a scostare di tanto l'armadio che tra la parte di dietro e il muro potesse penetrare una persona.

--Mi ci vorrebbe un arnese di ferro; un martello, una spranga,--disse l'Alamanni guardando in giro per la stanza. Ma non trovò altro che le molle del caminetto: avevano un manico d'ottone fuso; grosso, massiccio. Le additò a Pompeo e gli diè ordine di battere con quelle, e con tutta forza, sopra un punto dove la parete si vedeva murata di fresco. Il tramezzo cedette subito ai primi colpi, per un largo tratto rettangolare, e dietro apparve agli occhi maravigliati del portinaio una grande cassa di ferro.