I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1
Part 21
"Vedesse... ma già li ha veduti, e non è vero che sono meravigliosi i tramonti di questi paesi?...--Avesse visto ieri sera che cosa è stato di bello!...--Bello per me, perchè appunto non era quello che si usa dire un _bel tramonto_. Ma mi piaceva di più! Mi piaceva tanto!... Il cielo aveva una striscia... ma proprio come un bel nastro d'oro; il resto tutto _bleu_ cupo. Il mare nero, furioso; e sulla spiaggia un branco di pecore, che correvano spaventate!... Ho pensato che sarebbe piaciuto molto anche a lei. Io non posso descriverlo e poi... ho sempre paura di scrivere sciocchezze (e loro signori delle armi dotte, devono essere un pochino pedanti), ma mi ha fatto _tanto, tanto_ pensare!...--Ci sono anche gli ulivi. Gli ulivi come a Villagardiana! (E la _Casina delle Romilie_, si rammenta?) A me piacciono tanto gli ulivi: sembrano figure vive. Che contrasto fra quei tronchi enormi, contorti, tormentati in mille guise, straziati, si direbbe, dal dolore, e quelle foglioline pallide e gentili!
"Ed io guardando il mare, il cielo, i miei fiori di Villagardiana (sono ancora belli: si conservano belli, poveri fiori, per farmi l'ultima festa) sento un nome salirmi dal cuore alle labbra, e riempirmi gli occhi di lacrime. Lacrime non più di dolore, ma di tenerezza, di beatitudine: Andrea, Andrea.
"Quante volte, in un giorno, dirò _Andrea_? È più forte di me... e quando guardo il mare, il cielo, i miei poveri fiori devo dire... no, non dico Andrea, ma mi esce dall'anima inconsapevole, come un sospiro.
"Sa? Vuol ridere? Le prime volte che scrivevo _Andrea_, mi sentivo diventar rossa rossa.... Ma adesso non mi succede più: Andrea, Andrea, Andrea, Andrea!
"Stefanuccio è stato molto buono in questi giorni. Qui poi ha trovato altri ragazzi coi quali ha subito fatto amicizia; e si mostra molto meno salvatico che a Villagardiana. Io ho ricominciato oggi stesso le mie lezioni. Lo fo leggere, e gl'insegno a scrivere. E, guardi combinazione: la lettera che scrive meglio è l'_A_ grande. Ma sarà perchè è la prima dell'alfabeto... la prima che ha imparata, non è vero?
"Adesso bisogna proprio che finisca: è già tardi; o mi chiamano giù, alla spiaggia. Poi bisognerà trovar il modo di correre alla posta!... È qui vicino. Che vergogna ieri, quando ci sono andata a prendere la sua lettera. Era la prima volta, pensi, che andavo alla posta! Tremavo tutta!... devo essere diventata di mille colori.... Non ho avuto il coraggio di dire il mio nome; ho mostrato il biglietto di visita. Ma è una donna qui che dispensa le lettere (una donnina giovane, con una bella faccia da buona) e ciò mi ha dato coraggio. Poi, c'era la sua lettera (l'ho veduta subito nella casellina!) e non ho pensato più ad altro.--Com'è stato buono di scrivermi! Così ho cominciato la mia vita a Santa Margherita con lei.... La prima lettera ricevuta qui è stata la sua: la prima scritta da me è questa... per lei.
"Bisogna proprio che finisca. Le scriverò più spesso che potrò... sempre!... Il più difficile sarà l'uscire per impostare le lettere, e per andarle a prendere. Sapesse che diplomazia mi ci vuole, per uscir sola!
"Sempre Andrea, _sempre_."
"Riapro la lettera, perchè avevo dimenticato l'indirizzo. Per ora, scriva sempre al mio nome, ferma in posta. Ma mi scriva almeno tutti i giorni, e più a lungo. L'ultima lettera era di cinque pagine sole, e scrive così largo che bastano due parole per riempire una riga!
"Io non posso _vederlo lei_ alla Mèsola; sapesse come mi rincresce di non esserci mai stata!... Dev'essere un bel posto, per altro. È così un bel nome: _la Mèsola_! E poi... non so figurarmi che possa esser brutto un paese dov'è lei!...
"Bisogna che finisca. Sempre! Sempre!
"Mi dica il nome dei suoi cavalli, e che cosa fa la sera alla Mèsola. Si ricordi che voglio saperlo!"
XIV.
Nel frattempo la ditta _Micotti e Compagno_ aveva subìto una leggiera modificazione nel titolo: si chiamava adesso _Micotti e figlio_. E mentre il buon Giulietto, il figlio del signor Barbarò, era sempre tenuto allo scuro di tutti gli affari, Beppe Micotti invece, il figlio della ditta, cominciava a diventare, ancora giovanissimo, il _factotum_ del principale. Il signor Pompeo lo chiamava spesso a Villagardiana, a preferenza dello Sbornia; lo mandava in giro per commissioni delicate, e oltre a valersi dell'opera sua, certe volte ne ascoltava anche il parere, cosa che con lo Sbornia non gli era mai accaduta. Insomma, in genere di imbrogli e bricconate, Beppe Micotti pareva proprio un piccolo portento; e appunto, come i geni, si era rivelato di colpo. Espulso dall'_Istituto Tecnico_, dove rubava i libri dei compagni (e per innata passione al commercio, andava a rivenderli dal tabaccaio), il signor Barbarò non sapeva più in casa che diavolo farne. Fra le tante, pensò di impiegarlo in Ragioneria, dopo aver ordinato allo Sbornia di picchiarlo ben bene, in via premonitoria. Ma subito, negli affari, il giovane Micotti manifestò un ardore di cui non avea dato nessuna prova a scuola; e in pochi mesi acquistò importanza presso il padrino che lo istruiva e lo guidava, non senza ripetergli di tratto in tratto che non doveva ingrassare mangiando il pane a ufo, come facevano suo padre e sua madre.
Lo Sbornia, sempre maltrattato dal principale, tranne in quei pochi giorni di gloria goduti nel _cinquantanove_ e nel _sessanta_, dacchè poi il figliuolo era entrato nell'amministrazione della ditta era stato messo affatto da parte, colla patente di bestione rimbambito.
--L'ho giubilato--diceva il signor Pompeo.--Adesso non ha proprio più altro da pensare, che a ubriacarsi e far l'Italia.
Se non che, bandito dagli affari, lo Sbornia era stato subito preso dalla moglie, e rimesso nelle sue antiche attribuzioni di facchino e di sguattero. La florida signora Veronica, alla quale col crescere degli anni erano cresciuti anche i baffetti e ogni altra cosa, non gli parlava quasi mai altro che a cenni, e quando lo vedeva insonnolito digerire l'acquavite insieme all'amarezza di non essere più adoperato dal principale, lo faceva muovere coi pugni e gli spintoni. La signora Veronica aveva sempre disprezzato il marito guardandolo di mal occhio; ma adesso, poichè il poveraccio era stato abbandonato dal signor Barbarò, non lo poteva più soffrire. Tutte le sue tenerezze erano per Beppe, che amava ciecamente fino all'idolatria, obbligando lo Sbornia a servirlo in tutto come un padrone. Se per caso le succedeva col marito di nominare il figliuolo, essa non diceva mai "il nostro Beppe," ma "il _mio_ Beppe," e con una cert'aria che pareva un'ammonizione. Bisognava vederla la signora Veronica quando ammirava il figliuolo tutto lustro negli abiti smessi del padrino, che gli stavano a pennello! Aveva le lacrime agli occhi e avrebbe voluto mangiarselo dai baci, se non fosse stata trattenuta dalla paura di sciuparlo e anche da una certa soggezione. Bisognava vederla quando si trovava presso il suo Beppe, mentre questi parlava d'affari serio serio, colla faccetta da vecchio mariuolo!... Allora pareva si gonfiasse per la superbia; camminava dondolandosi fiera, colle mani sui fianchi, e faceva cenno allo Sbornia di correre a spazzolargli l'abito, o a lustrargli le scarpe.
In quanto a Beppe Micotti, egli rimaneva indifferente a quella grande tenerezza della _veggia_. Che il desinare fosse pronto all'ora fissata; che la sua roba fosse sempre ben in ordine, e che non mancassero i bottoni alle camicie: ecco tutto quanto gli premeva, e domandava all'affetto materno. E nemmeno col genitore usava molti complimenti: non si degnava mai di guardarlo in faccia; non gli parlava altro che per dargli ordini o per strapazzarlo; gli faceva portar l'acqua, spazzare lo studio, e se sbagliava in qualche commissione gli dava dell'addormentato e della bestia. Solamente, ricordandosi gli scappellotti ricevuti in passato, lo teneva in una certa considerazione per la sua forza muscolare, e non essendo di natura molto coraggioso, si faceva accompagnare dal vecc quando si metteva in viaggio con somme di danaro; e fu pure in sua compagnia che andò la prima volta a Villagardiana a eseguire gli ordini del _sciur_, com'egli chiamava il Barbarò.
Partiti i Collalto, il signor Pompeo era ritornato stabilmente a Milano, e ciò per due ragioni: perchè a Villagardiana, così disabitata e vuota, non ci si poteva più vedere, e perchè i contadini avevano minacciato di volergli fare la festa.
In fatti c'era gran fermento a Villagardiana contro il nuovo padrone. Quelle famiglie di coloni e di piccoli fittaiuoli che, di padre in figlio, si trovavano già da vari secoli alle dipendenze dei Collalto o dei Castelnovo, odiavano e mormoravano contro il signor Pompeo, quel _forestiere_ ladro e assassino, che aveva traditi e spogliati i buoni signori, non vergognandosi nemmeno di cacciarli dai loro antichi possessi.
"Ma una volta o l'altra--dicevano fra loro--con una buona schioppettata faremo le vendette del Marchese!"
Poi, oltre a questo sentimento naturale, oltre alla vecchia ruggine che nutrivano contro il Barbarò per le taccagnerie che aveva fatte appena assunta l'azienda dello stabile in società coi Collalto, erano tutti sossopra temendo le innovazioni, che certo avrebbe voluto introdurre per intascar più quattrini, adesso che era solo a comandare. E i contadini si riferivano a vicenda, spaventati, le spilorcerie e le angherie commesse dal medesimo signor Pompeo a Panigale, dove la gente gli aveva affibbiato il soprannome di _mercante di pellagra_.
Pompeo Barbarò non aveva amore all'agricoltura. Egli voleva solo cavare dalla terra, come dagli uomini, il maggiore interesse possibile. "E siccome la terra" diceva lui, uso a guadagnare in altre operazioni il cento per cento, "era ladra e mangiava più quattrini che non rendesse", così per rifarsi, almeno in parte, faceva digiunare chi la lavorava.
Povera gente! Per una fetta di polenta cattiva, innaffiata con acqua il più delle volte corrotta, doveva ammazzarsi sotto la sferza del sole, fra i miasmi delle risaie, lavorando giornate eterne, che cominciavano alle due, alle tre del mattino, e non terminavano che alle sei o alle sette della sera!... E non mai un momento di ristoro; non mai il conforto d'un bicchier di vino! Que' contadini magri, gialli, sfiniti battevano i denti per la febbre e morivano di pellagra; ma per il grosso debito che avevano col padrone, non erano più liberi di lasciare il suo servizio, se non per essere portati al cimitero o allo spedale.
E per gli affamati il lunario segnava sempre cattivo tempo.
--Da noi tempesta ogni anno!--mormoravano cupamente.
In fatti se l'annata era stata prospera, il padrone sequestrava tutto il raccolto per rimborsarsi del suo credito; se invece era stata cattiva, infuriava contro i contadini, come se fossero loro che potevano far la pioggia o il sereno, e rinfacciava loro il misero sacco di polenta che doveva ancora anticipare.
Ma poi, se per avventura uno dei coloni spinto dall'estremo bisogno si arrischiava di chiedere al signor Barbarò un qualche piccolo restauro alla casuccia (erano tutte catapecchie in rovina, umide e malsane), allora cascava il mondo addirittura, e Pompeo si metteva a smaniare e a gridare in mezzo alla corte: "che tutte quelle bocche non avevano nè coscienza, nè discrezione!... Erano i villani che gli divoravano il patrimonio, e poi pretendevano ancora di essere alloggiati come principi!"
"Guai se fossi stato tanto minchione da appagare una sola di quelle ridicole pretensioni!" diceva poi il Barbarò con Don Rosario, il cappellano di Panigale. "In tal caso i bisogni si sarebbero moltiplicati all'infinito. I villani erano per natura avidi, furbi e viziosi. A lasciar fare a loro, avrebbero levata anche la pelle al povero padrone!"
Don Rosario approvava sempre e subito quanto diceva il signor Barbarò, da cui riscoteva le prebende, curvandosi come di scatto a mezza vita, con una mossa sussultoria, accompagnata da una risatina acuta e squillante, che pareva il _chicchirichì_ d'un galletto.
Era costui un pretino giovane e paffutello, con certi polpacci che avrebbero fatta la fortuna di una ballerina, e che solo pareva delegato a essere il rappresentante della buona digestione presso quel popolo di affamati. Fuorchè nell'inverno, si vedeva sempre, roseo e saltellante, passeggiar per la Cura in pantofole, senza il nicchio, e coll'ombrellino di tela bianca foderato di verde. Ma del rimanente poteva vantarsi, e si vantava in fatti, di far sempre il suo dovere. Se qualcuno stava per crepare, non rifiutava mai di andarlo a benedire, magari di notte; e le domeniche e le altre feste, sebbene non obbligato, faceva anche un po' di predica prima dell'Elevazione. Era di solito un sermoncino in cui raccomandava l'amore al lavoro, l'obbedienza e la fedeltà al padrone; e finiva esortando que' cenciosi all'elemosina (spillava loro anche il quattrinello!), assicurandoli che la vita terrena non era altro che passaggio e preparazione alla vita celeste, e che per ciò coloro "che più tribolavano _di qua_, dovevano consolarsi perchè il Signore li avrebbe fatti più contenti _di là_."
Il Barbarò, quando capitava a Panigale, era sempre arrabbiato. Di solito non si fermava mai più di un giorno, ma per tutto quel giorno non faceva altro che gridare, minacciare, strapazzare. I contadini cominciavano a spaventarsi appena scorgevano la sua carrozza, e correvano inquieti e sbigottiti a darsene l'annunzio:
--_El padrun!... El padrun!... Guarda, guarda che vegn el padrun!_
Ma poi se il Barbarò si fermava anche a pranzo a Panigale, invitava sempre Don Rosario a tenergli compagnia: e allora dinanzi alla zuppiera fumante cominciava a calmarsi, e alle frutta diventava umanitario, e avvicinando al cappellano la bottiglia di Barolo stravecchio, si metteva a predicare contro i _radicali_ e i liberi pensatori che volevano spingere il mondo a fare un salto nel buio:--Sono matti; matti da legare!
--Senza testa....
--E senza cuore. Don Rosario; senza cuore! Quando avranno tolto alla povera gente anche quell'ultimo briciolo di fede....
--In un avvenire migliore...--interrompeva il cappellano bevendo adagio, a centellini, e schioccando le labbra.
--....che conforto, domando io, resterà loro?
--Mah!
--Mah!... E chi allora potrà più governarli? Tenerli sotto? Farli lavorare? Dovremo spendere di tasca nostra e rovinarci per mantenerli in prigione a non far niente!
--Guai, guai! Grossi guai!--rispondeva Don Rosario sospirando; e a sua volta avvicinava adagio adagio al Barbarò la bottiglia polverosa, toccandola con rispetto e guardandola con ammirazione.
--Per me, dico la verità--continuava il signor Pompeo, diventando sempre più espansivo--dico la verità, quando sono stato così balordo da infognare i danari miei in terreni, che a stento rendono il tre, il quattro per cento, e ho comperato Panigale, ho levato molti abusi, ho introdotte grandi economie nell'amministrazione, ma il cappellano, il medico e il veterinario non li ho voluti toccare!
Allora cominciava Don Rosario a dir le lodi del buon cuore e della filantropia veramente cristiana e illuminata del signor Barbarò, il quale godendosi gli elogi fatti a fin di tavola, quando appunto l'uomo, come il coccodrillo, è più facile a intenerirsi, si sentiva quasi commosso, e persuadendosi di essere proprio un padrone umano e caritatevole, vuotava a poco a poco un'altra bottiglia nel bicchiere di Don Rosario e nel suo, lamentandosi perchè in paese lo chiamavano _mercante di pellagra_!
Don Rosario non sospirava più, ma soffiava, e stentando a tener aperti gli occhi (era solito a schiacciare un sonnellino durante il chilo) lo ammoniva che "non bisognava aspettarsi dagli uomini il compenso delle nostre buone azioni, ma dal Signore che le notava incancellabilmente sul suo gran registro del dare e dell'avere!"
--Sicuro!--concludeva il Barbarò, cominciando pure a sonnecchiare, mentre il caffè si raffreddava:--è sempre stato il mio destino quello di seminare benefici e raccogliere ingratitudine!
Ma appunto a Villagardiana non ne volevano sapere dei benefici del signor Pompeo. Dopo la rottura avvenuta coi Collalto, egli era diventato di giorno in giorno più aspro, più cattivo, e sempre più tirchio. Ormai che gli era fallito anche il bel disegno per entrare e spingersi nel gran mondo, non cercava più tanto nemmeno di salvare le apparenze. Aveva messo tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà, tutto il suo cuore negli affari, soltanto negli affari, e con una foga da disperato. "Aveva perduta la partita?... Ebbene col danaro, con molto danaro avrebbe preso la rivincita!... Che importavano i mezzi?... Era il fine che voleva, che dovea raggiungere."
Pareva sentisse insieme colla smania e colla febbre di far quattrini, anche un senso strano di rabbia e di odio contro tutto il genere umano; pareva ch'egli godesse nel danaro che ammucchiava, oltre al piacere di averlo per sè, anche il gusto di averlo tolto agli altri. Le persone ammodo lo scansavano, mormorando ch'egli era un disonesto?... Ebbene, lui se ne vendicava con un'alzata di spalle, e rispondendo, col solito ghignetto, ch'erano "una folla di spiantati e di pitocchi!"
"E la marchesa di Collalto?... Ah, ah! non era stata detta ancora l'ultima parola! Chi sa, chi sa che un giorno o l'altro non avesse trovato anche la biondina in fondo a un sacco di marenghi!"
Pompeo Barbarò aveva finito per sentire antipatia e dispetto contro Villagardiana. Borbottava sempre che l'aveva pagata troppo cara, che gli rendeva pochissimo, e intanto cercava tutti gli espedienti per cavarne il maggior frutto possibile.
Sotto i Collalto, i fondi erano in parte affittati e in parte dati a mezzeria; invece il signor Pompeo trovò più utile di tener tutto il fondo a mano. Ma un tale cambiamento nell'amministrazione importava grandi spese, e lui non voleva saperne. Allora ideò e fece il suo piccolo colpo di stato: aprì il librone dov'eran notati i debiti dei contadini, e intimò loro, su' due piedi, di saldare le partite: era un procedere nuovo e disumano; tutta quella povera gente che da un momento all'altro si vedeva ridotta in miseria, gridava disperata, invocando pietà; ma non ci fu rimedio. Il padrone, sordo alle preghiere e alle lacrime, sequestrò ai fittaiuoli e ai mezzadri il bestiame, gli attrezzi agricoli, tutte insomma le stime _vive e morte_, e così ebbe quanto gli occorreva per i suoi disegni senza sottomettersi a nuove spese. Una sera per altro che se ne ritornava a Brescia in carrozza fu preso a sassate mentre passava sotto il _Monte del Corno_, e se non lo accopparono dovette proprio esserne grato alle buone gambe dei cavalli e al suo cocchiere.
In seguito a questa piccola dimostrazioncella il Barbarò rimase parecchio tempo senza lasciarsi vedere a Villagardiana: mandava in vece sua Beppe Micotti, il quale appunto vi capitò la prima volta in compagnia del _vecc_; ma dopo vi andò anche solo, tranquillamente.
Appena arrivato s'era messo a dire del _sciur_ roba da chiodi. "È un cane senza cuore! Gli s'attaglia benone quel nomaccio di _mercante di pellagra_!... Lo avevano pigliato a sassate? Bravissimi; meritava di peggio. Anche loro due," e con un cenno del capo indicava lo Sbornia, che senza parlare e senza ascoltare stava intontito a guardar le rondini che volavano stridendo intorno ai nidi del porticato, "anche loro due ne dovevano sopportare di tutti i colori; ma non c'era cristi: gli eran caduti nelle mani e bisognava piegare il collo! Così, per altro, non la poteva durare. Doveva venire il giorno del _redderationem_.... Oh, se doveva venire!" E in tal modo, dopo aver lusingato quella buona gente e essersi fatto un po' compassionare, Beppe Micotti eseguiva gli ordini ricevuti senza correre alcun rischio, nemmeno ripassando sotto il _Monte del Corno_.
Ma poi, oltre a questi, egli aveva cominciato a rendere al padrino altri servigi più importanti assai.
In quel frattempo la ditta _Micotti e figlio_ aveva assunto in appalto la doppia fornitura delle scarpe e dei fucili per il corpo dei Volontari, e Beppe Micotti, istruito in proposito dal Barbarò, che viaggiava continuamente da Milano a Brescia per tenerlo d'occhio, si comportava in modo di non far perdere alla ditta la bella fama che si era già guadagnata in simili imprese durante la guerra del cinquantanove.
Tuttavia il signor Barbarò, quantunque avesse fatto concorrere i Micotti a quell'appalto, ce l'aveva sempre con Garibaldi e i Garibaldini. Brontolava, sogghignando, che "l'eroe dei due mondi" non era altro che un ciarlatano e un falso democratico, dominato dalla più sfrenata ambizione; un orgoglioso che non voleva sottomettersi a nessuno, e che avrebbe anche disfatta l'Italia, che costava a tutti tanti sacrifici, per la smania di mettersi a fare il dittatore!... Se non fosse stato più superbo di Lucifero, doveva contentarsi, come il Cialdini, di ottenere il comando d'un corpo dell'esercito regolare, senza accrescere le difficoltà al povero Lamarmora, e senza portare un nuovo colpo alle nostre finanze. Per il Barbarò l'esercito dei Volontari aveva questo solo di buono: in que' giorni difficili liberava il paese dai matti e dalla canaglia: c'eran tutti con Garibaldi! Ma il guaio serio sarebbe stato al ritorno delle bande indisciplinate e armate di tutto punto!...--Chi sa, che cosa andava a succedere!...--E forse fu per ragioni di prudenza, che i fucili forniti ai Garibaldini dalla ditta _Micotti e figlio_ non eran altro che ferravecchi.
Pure, ad onta dello sue ire e de' suoi timori, Pompeo Barbarò fu molto contento quando seppe che suo figlio, il buon Giulietto, era partito improvvisamente da Milano, senza dir nulla nemmeno alla Mary, per raggiungere a Sarnico un reggimento di Garibaldini.
--Bene, benone!--pensava il Barbarò, rosicchiandosi le unghie.--Bene, benone! Non si sa mai che cosa debba accadere nella vita, e un giorno o l'altro mi può essere utile anche di avere un eroe in famiglia. Questo prova intanto che ho educato mio figlio con buoni principii.... E... se per caso tornasse al mondo _Don Miao_.... E poi intanto che il ragazzo è a Sarnico, e quando, dopo, sarà andato in Tirolo, io avrò sempre una scusa eccellente per rimanere a Brescia a tener d'occhio gli affari miei. "Non ci sono già" potrò dire "perchè abbia interessi colla ditta Micotti, ma perchè voglio essere vicino il più possibile a mio figlio.... al mio unico figlio, per bacco!"
Intanto Garibaldi era arrivato a Genova da Caprera, e da Genova correva dritto a Como, a Lecco, a Bergamo a passarvi la prima rivista dei suoi Volontari, seguìto dappertutto dai voti degli uomini liberi e dalle speranze degli oppressi... e anche dai brontolamenti del signor Pompeo. L'entusiasmo ognor crescente per Garibaldi lo infastidiva e lo irritava sempre più: finiva coll'odiarlo quell'uomo che aveva l'amore di tutto un popolo, l'ammirazione di tutto il mondo.
Il Barbarò, dopo la speranza di un grosso guadagno sulle forniture, due altre ne aveva riposte nella guerra; e cioè che Andrea Martinengo ricevesse una palla nello stomaco (magari una palla di cannone) e che a Garibaldi toccasse la peggio. La morte del Martinengo lo avrebbe reso felice; la sconfitta "dell'eroe dei due mondi" gli avrebbe ridato il buon umore.
"Era tempo di finirla con quella mascherata delle camicie rosse!"
E la sera in cui Garibaldi appunto era aspettato a Brescia, dove teneva il suo quartier generale, il Barbarò rimase solo solo e imbronciato in un cantuccio del _Caffè del Duomo_.
La grande sala, sempre affollata e risonante pel frastuono allegro delle voci e il continuo via vai della gente, quella sera era vuota e deserta: tutti erano alla stazione; tutti erano andati incontro a Garibaldi.
Pompeo borbottava:--Gl'Inglesi hanno ragione da vendere, quando ci chiamano la carnival nassion! Con una guerra terribile alle spalle, non si pensa ad altro che alle feste e alle luminarie. Matti; matti da legare!