I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1
Part 2
La fretta stessa dell'arrivare gli metteva in corpo mille inquietudini che lo rendevano un po' incerto nella presa risoluzione e gli toglievano fiducia della buona riuscita. Anche i cari sogni della fantasia, appunto per esser sempre quelli e non altro, cominciarono a perdere delle loro attrattive. Egli si era già fabbricati in testa tanti palazzi da rifar mezza Milano, e ormai si era già date per amanti tutte le più belle signorine che incontrava per istrada; ma quando si chiudeva in camera e tornava a contare per la millesima volta i suoi danari s'avvedeva che sarebbero bastati appena per metter su bottega di _tortelli_!...
Co' suoi vecchi era diventato a poco a poco sempre più rapace e più scontroso; il suo umore bisbetico amareggiava gli ultimi giorni di quella povera gente. S'era messo in testa che il babbo e la mamma gli nascondessero il morto e però li tormentava in mille modi, parendogli che colla loro avarizia fossero di impedimento alla sua fortuna. Ma la verità era che la mamma aveva finito i quattrini; e da un'altra parte il cuoco Barbetta, per quanto affezionatissimo al figliuolo e condiscendente ai suoi capricci, doveva pure dar qualche cosa da mangiare ai padroni!...
Invaso dalla smania di arricchire e con mille ghiribizzi che gli frullavano nel cervello, Pompeo andò allora a consigliarsi, di sottecchi, or coll'uno, or coll'altro de' suoi amici. Ma i loro pareri non facevano per lui. Uno gl'insegnava la via di mettere il danaro a usura, in barba alla legge; un altro proponeva certe speculazioni colle quali, in un paio d'anni, si poteva raddoppiare il capitale: insomma, tutte chiacchiere!... Pompeo voleva centuplicarlo il suo danaro, e subito, e poi centuplicarlo ancora!
--Ah se quella gatta melliflua di _Don Miao_ avesse voluto aiutarmi!--E il giovanotto avvezzo sempre a lavorare di fantasia, aveva finito con credere, come un articolo di fede, che _Don Miao_ fosse proprio l'uomo dei miracoli; onde, rammaricandosi del contegno riserbato del vecchio, tanto più s'irritava contro l'avverso destino.
Come avevano fatto e come avevan cominciato coloro ch'eran riusciti ad acciuffar la fortuna?... Aveva sentito dire che bisognava essere audaci.... Ebbene, lui, nel caso, sarebbe stato pronto a tutto!... Che si doveva bandire gli scrupoli: e lui non ne aveva mai avuti!... Del resto, anche se fosse stato costretto a recar danno agli altri, una volta ricco avrebbe potuto riparare il male, e largamente!... Non era più il secolo delle pecore; ma bisognava farsi lupo, chè, a restar pecora, c'era da farsi mangiare, come l'orefice del _Gobbo d'oro_.... Dunque?... Ma già lui, che era la calamita delle disdette, sarebbe stato costretto a restar galantuomo per forza!
Con quella smania addosso, pur di fare qualche cosa, si lasciò vincere dalla tentazione, e una volta che i suoi compagni giocavano a _sette e mezzo_, domandò una carta.
Erano più e più sere che stava là chiuso in una stanzuccia d'un caffeino a vederli giuocare senza puntar mai. Stava vicino al tavolino allungando il collo e cacciando la testa fra le teste dei giocatori, tutto attento, assorto, fisso cogli occhi anche lui sulle carte. Intanto, colla mano in una tasca dei calzoni, faceva girare e rigirare una svanzica fra le dita convulse, senza mai osare di tirarla fuori. Ma per altro, fra sè, fingeva ad ogni partita d'averla puntata sulla carta di questo o di quell'altro giuocatore, e si rallegrava tutto, quando vedeva che avrebbe perduto; e, viceversa, si rodeva l'anima, quando vedeva che avrebbe vinto. Così, provava, senza arrischiar nulla, tutte le commozioni del gioco, e a quel modo passava le sere e gran parte delle notti.
Ma quella volta, non si sa come, giocò. Chiese la carta con voce rauca, levandosi in piedi di scatto. Tutti si misero a guardarlo maravigliati, e qualcheduno, celiando, gli domandò se voleva morire. Pompeo non rispose nulla: guardò la sua carta e vi puntò la svanzica che gli bruciava fra le dita. Dopo puntata l'avrebbe voluta ritirare; ma non era più in tempo, e provò un'angoscia affannosa in quel minuto in cui chi teneva banco guardava la sua per risolvere sul da farsi. Era una partita d'impegno perchè, di solito, non si vedevano girare altro che monete di rame.
Il giocatore non rimase molto in sospeso. Con una rapida occhiata fece il conto di tutte le puntate degli altri e vide subito che, sommate insieme, restavano al di sotto della svanzica.... La sua carta era il sei, ma quella di Pompeo doveva essere il sette, altrimenti egli non ci avrebbe puntato, e tanto meno poi così grosso!
--Stai fermo?--domandò Pompeo con voce strozzata.
--No; prendo carte,--rispose l'altro:--ne scoprì una; era il fante di spade.
--Sei e mezzo!--esclamarono tutti insieme i giocatori.
Le guance livide del Barbetta arrossirono a un tratto e le labbra gli tremarono dal piacere.
--Bisogna che ne prenda un'altra,--osservò con aria grave, ma tranquilla, il suo competitore.--Pompeo ha un sette di certo. Del resto...--e guardò le carte in giro,--figure ne son uscite poche.
Scoprì un'altra carta (i giocatori stavano attenti, muti, senza neppur fiatare): era il re di danari.
--Sette!--esclamò a una voce tutta la brigata levandosi in piedi.
--Sto fermo,--dichiarò subito il banchiere.
Pompeo aveva perduto; buttò con ira la sua svanzica sul tavolino brontolando che l'altro doveva conoscere le carte. Poco mancò non leticassero; ma Barbetta s'acquetò subito, premendogli di correr dietro a quella prima svanzica, e giocò tutta notte, e tutta notte perdette.
Egli variava le puntate, dai tre centesimi ai cinque; dal quarto di svanzica alla mezza svanzica e alla svanzica intera; ma non ne azzeccava una: se puntava poco, vinceva: se puntava molto, era sicuro di perdere.
Aveva la faccia livida, gli occhi loschi, stranamente infossati. Tracannava i bicchieri d'un fiato, ma non riusciva a stordirsi. Intanto si faceva tardi e i suoi compagni volevano andarsene; ma Pompeo, fuori di sè per quella febbre indemoniata, teneva duro ad ogni costo, e gridava, smaniando, che era più presto del solito; che non avrebbero dovuto andar via colle tasche piene, senza lasciargli tempo di prender la rivincita; che quello si chiamava bruciare, e che gli facevano una porcheria. Poi vedendo che colla prepotenza non otteneva nulla, li pigliava colle buone e si faceva umile, e li supplicava, colle lacrime agli occhi, di trattenersi ancora. Finalmente, quando tutti si alzarono dal tavolino stanchi e proprio risoluti ad andarsene, Pompeo, col mazzo di carte in una mano, afferrò coll'altra, per il panciotto, un giocatore che pareva meno ostinato, promettendo e giurando che sarebbe l'ultimo colpo, così fra loro; ma proprio l'ultimo davvero!--Il paziente lo accontentò brontolando, e tornarono a giocare, ma frettolosamente, in piedi, col cappello in testa e quasi al buio, perchè il cameriere uggito e insonnolito aveva già cominciato a spegnere i lumi.
Ma non c'era verso: Pompeo continuava a perdere.
--Anche i santi mi farebbero le corna; anche i santi!--borbottò nell'uscire del caffeino, e per rimettersi diè in una sghignazzata, ancor più stridente delle sue solite; pareva insieme una sfida e una bestemmia.
Perdeva all'incirca una settantina di svanziche; meno di tre marenghi; ma arrivato a casa sbalordito non potè chiuder occhio. Entrato a letto gli pareva che tutta la sua cameretta gli ballasse intorno la monferrina. Si sentiva nelle orecchie un ronzìo molesto, continuo, come se avesse la testa piena di mosconi; e il vino bevuto gli pesava sullo stomaco, crescendogli insieme colla smania l'arsura in gola e l'amariccio in bocca.
All'alba si appisolò; ma subito si destò ad un tratto, col pensiero della perdita fatta: allora, collo stomaco vuoto e illanguidito, sentì il peso dell'angoscia anche più grave e profondo. In fin dei conti non aveva perduto se non una piccola parte del tesoretto, ma ormai, con quella buca di settanta svanziche gli pareva di non aver più nulla.
Che fare?... Giocare un'altra volta; tentar la rivincita? Ma avrebbe potuto perdere dell'altro e si sarebbe poi roso dalla rabbia nel vedere i quattrini suoi passare nelle tasche di que' ciaccheri.... No, no; piuttosto avrebbe preferito buttarli nel Naviglio: così almeno nessuno se li sarebbe goduti.
Pure qualche ripiego bisognava trovare; ci pensò alcuni giorni: poi, stimolato dal vizio che ormai gli era entrato nel sangue, cominciò a giocare al lotto. Andava di nascosto, in un botteghino lontano da casa sua, in un quartiere dove non era conosciuto. Dato il caso che il diavolo, una volta o l'altra gli mandasse un buon terno, Pompeo voleva che non lo sapesse anima viva e meno che mai que' due vecchi spilorci, che da un pezzetto s'eran messi a pianger miseria, per paura d'esser toccati nella borsa!...
Giocò; per sua disgrazia vinse subito un paio d'ambi. Ne fu beato e gli parve d'avere scoperta la vena d'oro. Ma invece, dopo quegli ambi, non gli sortì più nemmeno un numero solo! Studiò il libro de' sogni e le sibille dei lunari; si mise a cercar la fortuna con certi giochi di carte che usano le vecchie mezzane, e si sprofondò nella scienza cabalistica; ma tutto inutilmente; e intanto continuava a far grosse giocate e fin dieci, dodici alla volta! Insomma, in poche settimane, tutto il suo tesoretto passò nelle granfie _del governo ladro_.
E siccome una disgrazia non vien mai sola, così mentre egli stava mangiando bile per quella disfatta, fu colpito da un altro disinganno e fierissimo: in breve tempo gli morirono il babbo e la mamma, e per quanto frugasse tutta la casa, non riuscì a trovare un soldo.
Questa volta non era soltanto rabbia la sua: era proprio disperazione!
--Ma per Dio,--pensava,--se ci fossero stati i danari, non avrebbero potuto portarseli dietro! Dunque vuol dire che non possedevano proprio nulla, che non sono stati buoni, in tutta la vita, altro che a piangere e a mangiare!... E in tal caso perchè non mi hanno messo un mestiere in mano? Perchè?... A che pro que' due vecchi mi hanno tradito?
III.
Allora cominciarono per Pompeo Barbetta i giorni neri. Sulle prime campò alla meglio, con la gratificazione che gli era stata largita dagli Alamanni (i padroni dove era di servizio suo padre, quando venne a morire); ma poi, finiti anche que' pochi, non sapeva più come fare per tirare avanti.
--Cani di signori!--brontolava tra sè,--non c'era pericolo, no, che si rovinassero per i quattrini che gli avevano dato!--Avaracci sudici!... E dire che il babbo li serviva come fossero tanti re di corona!
Ma nemmeno da questi lamenti poteva cavare profitto, e però se li teneva dentro, senza sfogarsi, e co' padroni si mostrava invece umile, rispettoso, pieno di riconoscenza e di bei complimenti e anche colla portinaia e colle altre persone di servizio, ch'egli sapeva affezionate alla casa, lodava di continuo la loro generosità e bontà d'animo.
Intanto la miseria ed i debiti gli crescevano attorno un dì più dell'altro.
Que' due vecchi, pensava, non potevano crepare in peggior momento. Proprio quando egli aveva dato fondo a' suoi risparmi; quando si trovava coll'acqua alla gola... E per poco non faceva loro un addebito anche d'esser morti!
Cominciò a vendere, capo per capo, tutti i mobili di casa; e fin gli utensili più necessarii. Non aveva trovata un'anima pietosa che gl'imprestasse il becco di un quattrino. Non aveva più amici, nè conoscenti: tutti lo sfuggivano e fingevano di non vederlo per non aver la noia di salutarlo.
Almeno (gli avrebbe fatto tanto comodo) lo avessero invitato qualche volta a pranzo!... Quand'era pieno di quattrini e mangiava bene a casa sua, tutti facevano a gara per averlo alla propria tavola e lo imbeccavano come un passerotto... adesso che pativa la fame, non c'era più un cane che lo volesse!
E tutti, adesso, lo biasimavano severamente per l'avarizia, il fare bisbetico e l'alterigia di una volta....--Il figliuolo di un cuoco!--e si mettevano a ridere--era stato pure un gran buffone!
Poi tiravano in ballo l'egoismo ed i mali trattamenti verso i genitori, mormorando ch'era stato lui, che avea fatto morire que' due poveri vecchi di stenti e di crepacuore.--Chè! chè!... Era un cattivo arnese quel Barbetta! Aveva avuto ragione _Don Miao_ di non volerselo tra i piedi!
Pompeo, che si vedeva schivato da tutti e si sentiva ronzare intorno le chiacchiere, a volte schiantava dalla bile, e a volte rimaneva avvilito, col cuore affranto, sotto quel cumulo d'ingiurie e di maldicenze.
--Ah se un giorno, a costo di mettermi a fare qualunque cosa, anche il boia! potessi diventar ricco e vendicarmi di tutta questa canaglia ipocrita e vigliacca.
--Non c'è proprio al mondo altro che il danaro--quello solo!--e da quello si giudicano le azioni.... Quando avevo il gruzzolo ero per tutti un uomo onesto e rispettabile; adesso che non ho fatto nulla di male, altro che dar fondo ai quattrini miei, son diventato un mariuolo. Ah, se un giorno o l'altro potessi agguantare la fortuna! Non me ne starei, dovessi barattar l'anima col diavolo!
Ma era passato il tempo di fabbricar castelli in aria: adesso bisognava tenersi giù, terra terra, anche coi pensieri, e trovar modo invece di pagar la pigione al padron di casa!
Questo galantuomo era già salito parecchie volte al terzo piano, in cerca del suo pigionale; ma sempre inutilmente. Pompeo aveva buon naso e gli scappava di sotto. Il creditore, non trovandolo, ridiscendeva sempre le scale brontolando, ma continuava a pazientare.
--Nella peggior ipotesi--pensava--potrò mettermi al sicuro col sequestro dei mobili!
Figurarsi dunque le furie del brav'uomo, quando venne a sapere che il Barbetta aveva già fatto _repulisti_ del meglio. Oltre al danno, s'ebbe a male d'essere canzonato. Gli fece la posta senza stancarsi, e aspetta un giorno, aspettane due, tre, finalmente lo agguantò mentre l'altro cercava di svignarsela sotto il _Vôlto dell'Arco Vecchio_. Allora acchiappatolo per il bavero, cominciò a ingiuriarlo, smaniando e gridando in modo da far correre tutta la gente del casamento:--Se non mi paghi e subito--era il solito ritornello--ti manderò ad alloggiare _gratis_ sotto chiave!... Furfante, fannullone!--e continuò per un pezzo quella scenata, finchè stanco e rauco rallentò gli artigli e Pompeo potè sfuggirgli di sotto correndo via, come un cervo ferito, lontano, lontano, dove non c'era alcuno che lo potesse conoscere. Era livido, batteva i denti come un febbricitante.
--In prigione.... in prigione....--Lo avrebbero messo in prigione come l'orefice del _Gobbo d'oro_!... Ma dunque.... era proprio vero? In prigione ci andava tanto il ladro quanto il galantuomo?! E in tal caso.... In tal caso meglio sarebbe stato andarci per ladro!... Almeno si poteva prima arrischiare di far quattrini!... Già la povera gente non godeva più nessuna libertà.... Era stato fermato per la strada... insultato... percosso... e tutti stavano a veder lo spettacolo ridendo!... Sarebbe stato cacciato in prigione... e tutti avrebbero applaudito!--Già... già... già!--e i denti gli tremavan tanto da scricchiolare, e andava attorno stordito come un ubbriaco:--Già... già... già... la miseria è la schiavitù dei bianchi! Bisogna affrancarsi... o curvar la schiena sotto le bastonate.... Affrancarsi o curvar la schiena!
E per tutto quel giorno e per molti altri ancora Pompeo Barbetta durò a lamentarsi e a filosofare in quel modo: e avrebbe pur continuato per un pezzo anche a digiunare, se una buona figliuola, vedendolo sempre tristo nell'aspetto, umile e rassegnato, e credendolo di animo gentile come con lei si mostrava a parole, non si fosse presa di compassione per il poveretto; poi la compassione si mutò in simpatia, tanto che, dopo aver cominciato col soccorrerlo, finì col volergli bene.
Questa caritatevole creatura era la portinaia degli Alamanni, gli ultimi padroni del cuoco Barbetta.
Era nata e avea vissuto in quella casa e propriamente nelle due stanzucce terrene della porteria, dove anche i genitori di lei erano invecchiati e morti, sempre fidatissimi e sempre al servizio degli Alamanni.
La Betta, così chiamavasi la povera ragazza, rimasta orfana, aveva continuato a far la portinaia in quella casa, e vi era tenuta in conto quasi d'una figliuola.
Ma, salvo la fortuna d'avere un discreto impieguccio e qualche quattrino messo in serbo da' suoi parenti, la Betta poteva dirsi proprio disgraziata.
Piccolina, magrolina, tisicuzza era, sebbene ancor giovane, senza bellezza e senza salute. La testa grossa, co' capelli biondi, fini fini e radi, portava un po' piegata fra le spallucce ricurve, come se il collo sottile fosse un picciuolo troppo debole per tenerla ritta. Ma pure nel sorriso e negli occhi aveva un'espressione così mite di soavità rassegnata e affettuosa che la rendeva subito simpatica al primo vederla; un'espressione a volte indefinibile e con la quale pareva, in certo modo, volesse domandar perdono della sua bruttezza.
La Betta era uno di quegli esseri privilegiati e infelici che non sanno far altro al mondo che voler bene. Dopo la signora Lucia, la padrona, per la quale la Betta sentiva una vera adorazione, dopo gli altri della famiglia, dopo le stanzucce dov'era nata e che non abbandonava mai fuorchè per recarsi alla chiesa vicina, essa voleva bene a tutti; si dava intera a quelli che avevano bisogno di lei con un trasporto ch'era la sola voluttà della sua personcina ammalata. Le sofferenze, le beffe e la stessa ingratitudine non le avevano mai strappato di bocca un lamento, nè una parola cattiva.
Quando le morì il babbo, e poi la mamma, essa si ammalò tutte due le volte; ma, neppure allora, non mutò natura: non s'inasprì la sua dolcezza, non fu smossa la sua fede, e la preghiera sua non le uscì meno calda e fervorosa dal cuore angosciato.
Pure, sapendo di non esser bella, essa non si era mai innamorata, e perciò appunto sentiva come il bisogno di diffondere intorno a sè, in una tenerezza tranquilla e perenne, l'affettuosità appassionata che le traboccava dall'anima. Voleva, non potendo dare il suo cuore a una persona sola, almeno dividerlo fra tutti coloro che la circondavano.
E lo stesso Pompeo non l'aveva vinta colle seduzioni dell'amore, ma soltanto colla grande pietà che, insinuandosi a poco a poco nel suo animo, avea saputo ispirarle.
Quell'improvviso mutamento di fortuna, quel vederselo capitar dinanzi smunto e lacero, dopo averlo conosciuto lindo come un damerino, e la fame che aveva scritta in viso, e la sua aria di rassegnazione e le sue lacrime per non aver potuto seppellir degnamente i suoi poveri morti, e la gratitudine verso gli Alamanni e infine l'entusiasmo con cui parlava sempre della signora padrona avevano acceso lo spirito di carità nella fanciulla e in pari tempo esaltata la sua fantasia. Essa così s'indusse ad amare Pompeo; e lo amò appunto perchè lo credeva buono e infelice, lo amò come poteva amar lei, non per altro che per far del bene.
Non ebbe quindi i turbamenti e i languori delle fanciulle innamorate. Il suo volto pallido non arrossì mai per alcuna commozione, e i suoi occhi buoni, non mandarono guizzi di foco, ma rimase inalterata la tranquilla e serena espressione del suo sorriso. La Betta, mentre donava tutta sè stessa ad un uomo, non pensava se non a restituirgli la famiglia perduta, nè si aspettava altro gaudio che quello di dividere la sua casa e il suo pane con uno sventurato, privo di soccorsi e troppo altero per stendere la mano. E se pure una simpatia più nuova per il suo cuore, e più viva, entrava per qualche cosa nell'impeto di carità che l'aveva spinta a quel passo inconsiderato, era la simpatia mesta e profonda che nasce dalla corrispondenza dei comuni dolori. Anche Pompeo era rimasto orfano come la Betta; come lei aveva perduto in poco tempo il babbo e la mamma, e così le loro lacrime avrebbero potuto confondersi in un solo pianto e le loro speranze e i loro affetti in una sola preghiera.
Tutto ciò formava l'amore della povera giovane: troppo alto e puro perchè chi ne era l'oggetto potesse contraccambiarlo od intenderlo.
Anche dopo il matrimonio, la portinaia degli Alamanni continuò a rivolgere al cielo, come in cerca di pace, gli occhi dolci e rassegnati; ma spesso si vedevano pieni di lacrime, e s'era fatto più mesto il loro sorriso. Vestiva ancora, tutta linda, lo stesso abito di rigatino che aveva da ragazza; ma non le stava più bene; era diventato troppo largo per il suo corpicciuolo che dimagrava ogni giorno più; mentre invece il sor Barbetta si dava le arie di aver fatto, sposando la portinaia, un matrimonio morganatico e tornava a star sulle sue, ripigliando un'aria florida e prepotente.
IV.
Pompeo credeva di aver concluso un miglior affare. Egli aveva sperato che il gruzzolo della _gobbetta_ fosse più grosso.
Nei primi giorni del suo matrimonio, trovandosi con tutti i comodi e ben pasciuto nelle due stanzucce della porteria, tepide, pulite, e piene zeppe di roba, gli pareva d'essere, addirittura, in paradiso. Poi nella camera degli sposi, proprio di contro al letto ampio e alto, facea bella mostra di sè, l'altare di tutti i voti e di tutte le devozioni di Pompeo: il cassettone dove stava riposto lo scrignetto.
Era un cassettone antico, di noce, e nella sua severità massiccia di un aspetto straordinariamente simpatico agli occhi e assai consolante al cuore di Pompeo.
Durante le lunghe serate in cui, nella qualità di promesso sposo, teneva compagnia alla Betta, per far l'ora di chiudere la porta, Pompeo più che colla fidanzata, faceva all'amore col cassettone. A volte, alla luce fioca di una candela di sego, il cui lucignolo fumoso ardeva crepitando, il vecchio mobile di noce, tirato a lustro, avea certi chiarori, certi riflessi fantastici e pareva ancor più grande per le ombre circostanti. E per tutto il tempo che rimaneva seduto in silenzio accanto alla Betta che cuciva o ricamava, alzando ogni tanto gli occhi dal tombolo per sorridergli, egli faceva e rifaceva il conto di tutti gli anni ch'eran vissuti i vecchi della sua sposa; e di quanto avevan guadagnato e speso, e di quanto, a un dipresso, avevano potuto metter da parte.
La somma totale di questi risparmi, dal più al meno, era sempre considerevole. Però, gli occhietti di Pompeo, guardando verso il cassettone, si facevano luccicanti, e con quella sua testaccia così facile ad esaltarsi, si teneva sicuro d'aver trovato il tesoro e già ci faceva sopra di bei disegni quando, giunto l'istante di por la mano sul sacchetto, s'accorse d'aver sbagliato all'ingrosso. In un attimo il paradiso si tramutò per Pompeo in un inferno; dal dolore e dalla rabbia gli parve di essere stato frodato e canzonato.
--Duemila settecento svanziche?!--mormorava fra sè, strappandosi coi denti i baffettini radi:--Duemila e settecento svanziche?! Possibile che in vent'anni e più di economie quella gente che viveva come le talpe, abbia messo da parte così poco?... Chè! Chè! Non è possibile!... Chi sa quanti ne avrà sprecati dei quattrini quella brutta civetta che può proprio vantarsi d'avermi chiappato alla pania. Costei ha proprio le mani bucate!
Fisso in quest'idea, coll'ostinazione propria dei ragazzacci viziati. Pompeo non dette più pace a sua moglie. Cominciò a sgridarla e a maltrattarla, perchè era una sciupona e perchè non conosceva il valore del danaro e lo buttava via senza pensar all'avvenire. Poi regolò la casa in maniera che la Betta gli doveva render conto di tutto, fino all'ultimo pezzetto di pane.