I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1
Part 1
I BARBARÒ.
I.
DEL MEDESIMO AUTORE:
ROMANZI E RACCONTI.
_Mater Dolorosa_ (quinta edizione).--Milano, Treves. _Sott'acqua_ (terza edizione).--Milano, Treves. _Tiranni Minimi_.--Milano, Treves. _Montegù_ (seconda edizione).--Milano, Galli. _Ninnoli_ (terza edizione).
TEATRO.
_Gli uomini pratici_, comm. in 3 atti.--Milano, Treves. _Collera cieca_, commedia in 2 atti.--Milano, Treves. _Scellerata!_ commedia in un atto.--Milano, Treves. _Un volo dal nido_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster. _La moglie di Don Giovanni_, dramma in 4 atti.--Verona, Munster. _In sogno_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster. _La Contessa Maria_, dramma in 4 atti.--Milano, Barbini.
GEROLAMO ROVETTA
I BARBARÒ
o
Le lagrime del prossimo
ROMANZO
VOLUME I.
TERZA EDIZIONE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Tutti i diritti riservati._
Milano, Tip. Fratelli Treves.
ALL'AMICO AUGUSTO FRANCHETTI
con affettuosa gratitudine
_Gerolamo Rovetta._
INDICE
PARTE PRIMA
CAP. PAG.
I. 3
II. 7
III. 23
IV. 30
V. 52
VI. 69
VII. 76
PARTE SECONDA
I. 101
II. 115
III. 147
IV. 168
V. 184
VI. 189
VII. 208
VIII. 220
IX. 242
X. 263
XI. 278
XII. 291
XIII. 313
XIV. 318
XV. 336
XVI. 351
XVII. 364
XVIII. 372
XIX. 382
PARTE PRIMA
I DANARI.
I.
Era la mattina dell'ultimo di gennaio del 1842, o del 1843, salvo il vero, e Milano, come quasi sempre le succede in quel torno, era tutta avvolta nella nebbia; una nebbia bigiognola, bassa, fitta fitta, proprio (si diceva così anche allora) da _tagliar col coltello_.
Tuttavia, nemmeno col freddo nè col tempaccio, Pompeo Barbetta, che per colazione s'era ben bene impinzato di panna e di burro, non avea voluto rinunziare alla sua passeggiata per fare il chilo, e mentre l'orologio della torre dei _Mercanti_ batteva le dieci e mezzo, egli, lemme lemme, sbucava, tutto inferraiolato e col naso sepolto nel bavero, da una delle tante stradette che facevano capo in _Piazza del Duomo_.
Pompeo Barbetta, in quel tempo, era un ragazzotto che dovea toccare i vent'anni; e fin d'allora si godeva il papato, senza far nulla, quantunque i suoi fossero gente di bassa condizione. Ma aveva il babbo che faceva il cuoco; la mamma era stata bella e quindi tutti e due i coniugi Barbetta, spesso si trovavano qualche sommetta ed eran beati di spenderla per quel loro unico rampollo; giacchè, oltre al bene che gli volevano, aveano messo ogni loro vanità nell'allevarlo, nel mantenerlo e nel mandarlo attorno pulito, grasso e fannullone, come se, proprio, fosse stato il figliuolo d'un signore!
--Acciderba! Che freddo cane!--bestemmiava intanto fra sè e sè il giovinotto, il quale era arrivato in mezzo alla piazza, dove soffiava una sizza diaccia di tramontana che gli tagliava la punta delle orecchie; e scotendosi con un brivido, e pestando i piedi per riscaldarli, si avviò verso il _Coperto dei Figini_.
Si chiamava con tal nome, da quello appunto del fondatore (Pietro Figini, patrizio milanese), un vecchio porticato basso, angusto, tutto ingombro di botteghe dalle mostre vistose, che si stendeva in faccia al fianco settentrionale del Duomo; consueto ritrovo di ciceroni, di lustrini e di merciai ambulanti.
Ma mentre Pompeo vi si avvicinava scotendo bruscamente il capo per schermirsi dagli importuni che gli correvano incontro offrendogli i loro servigi o la loro roba, sentì all'improvviso di sotto il _Coperto_ un vociare, un correre, un accalcarsi confuso di gente, e poi, più distinte e più forti, in mezzo al subbuglio, le grida di una donna e gli strilli di un bambino.
--Che è?... Che c'è?... Che cosa succede?
In un attimo tutta la gente ch'era sulla piazza s'avviò di corsa fin sotto il _Coperto_ e ingrossò la folla, che già faceva ressa dinanzi a una bottega di oreficeria; e gli ultimi arrivati pigiando i primi e rizzandosi sulla punta dei piedi, allungavano il collo a destra o a sinistra per cercar di scoprire fra le teste e i cappelli la ragione di quello strepito.
Pompeo, uditi appena i primi gridi e veduto il corri corri, si era fermato di botto, in mezzo della strada; poi più lentamente avea continuato ad avvicinarsi al luogo del baccano; ma si teneva sempre alla larga, non avendo voglia di arrischiar le costole per sapere che cosa fosse accaduto.
--.... Si picchiano?--domandò poi a un ragazzotto il quale, forse per riguadagnare il tempo perso a star a guardare, veniva giù di corsa dagli scalini del _Coperto_.
--No, no! Ci sono i poliziotti! Menano in gabbia l'orefice del _Gobbo d'oro_!...
--Avrà sentito due messe, il galantuomo--brontolò Pompeo avviandosi, ormai rassicurato, al luogo dello scompiglio.
Le grida si facevano più vive, più strazianti; il piangere e lo strillare più acuti. Poi la folla ricominciò a rimescolarsi; ad un tratto i più vicini alla scesa si voltarono tirandosi in fretta da parte, e allora uscirono di mezzo alla gente due guardie (due brutti ceffi!) che menavano un uomo giù verso la piazza. Dall'aspetto pareva una persona per bene. Era tremante, livido in volto, colla testa bassa. Dietro a lui, una povera donna (si capiva alla prima che dovea essere sua moglie) piangeva, urlava, smaniava, implorando e imprecando, mentre un bambinello che le si teneva aggrappato, strillava per lo spavento e per gli urli della mamma.
Quella scena di dolore, quei gemiti avevano fatto correre tra la gente un senso di pietà.
--Ha rubato?--domandò Pompeo a un mercante, che avea pure la sua bottega sotto il _Coperto dei Figini_, e che si era scostato, crollando il capo, dalla turba che, ingrossandosi, andava dietro gli sbirri, scesi al largo, sulla piazza.
--Ha rubato?
Pompeo si sentiva anche lui un po' commosso, e cercava, istintivamente, di trovare nella colpa dell'orefice una ragione per vincere la molestia di quel suo turbamento.
--Rubato? Chè! È l'orefice del _Gobbo d'oro_.... Un fior di galantuomo,--rispose il mercante.
--E allora, diavolo, perchè lo mettono dentro?
--Perchè?... perchè non c'è giustizia per i minchioni! Quel bonuomo è stato la vittima di certe canaglie di cui per disgrazia s'era troppo fidato: imbroglioni, usurai, strozzini; ma, sa, di quelli che marciano in carrozza! Gli hanno mangiato tutto il suo e anche la dote della moglie, e adesso, dopo averlo costretto a fallire, lo mettono al fresco in gattabuia.
--Per altro, bisognerà vedere....
--C'è poco da vedere, giovinotto! Il mondo, oggi, cammina alla rovescia, e sono i ladri quelli che fanno mettere in prigione i galantuomini.
--Ma....
--Ossia, i galantuomini son coloro che sanno rubare molto e bene.
Intanto gli strilli ed il rumore non si udivano più: le guardie, coll'orefice, la donna, il bambino e tutta la folla erano sparite dalla piazza.
Ma pure l'impressione di quel tristo spettacolo rimaneva viva nell'animo di Pompeo. Più che esser commosso per le disgrazie dell'orefice del _Gobbo d'oro_, egli provava dentro di sè un senso nuovo, indefinibile, di malessere; come la paura vaga che in un avvenire lontano gli potesse accadere qualche cosa di simile.
Se un giorno avessero legato e messo al fresco anche lui, come quel minchione d'orefice?
E così tutta la mattina stette coll'uggia addosso, e gli pareva che il burro e la panna gli facessero peso sullo stomaco.
II.
Il padre di Pompeo Barbetta era un cuoco rinomato: un artista, com'egli diceva di sè con molta gravità, non senza una certa amarezza da _genio incompreso_.
Non si era mai _impiegato_ se non in famiglie ragguardevoli; si mostrava molto schifiltoso nella scelta, e nei patti. Il mondo, sempre pronto a lasciarsi infinocchiare, gli faceva di cappello, e più egli si dava aria, più lo pagava caro.
I suoi padroni lo tenevano di conto, come se l'avere il Barbetta a capo cuoco fosse una piccola gloria di famiglia; e oltre il grasso salario, gli prodigavano un'infinità di garbatezze, e regalavano il suo bambino di vestitini e di balocchi, e gli permettevano di menarselo dietro quando andavano in campagna, dove Pompeo poteva fare il chiasso coi _signorini_.
Per tal modo il figliuolo del cuoco aveva preso gusti e tendenze che, certo, non convenivano alla sua condizione, e quando poi divenne un giovinetto si trovò fuori di posto e senza avviamento alcuno. Era stato avvezzato troppo bene per poter adattarsi a fare un mestiere qualunque, e intanto passava in ozio i mesi e gli anni, rimpiangendo i piaceri che non poteva più godere, invidiando coloro che li godevano ancora, sempre stizzoso e sornione; sempre malcontento di sè, malcontento de' suoi, malcontento di tutti. Amici non ne aveva: scansava egli stesso i giovanetti della sua condizione, per una certa alterigia di zotico rincivilito, e i _signorini_, passati già nelle mani dei precettori, lo salutavano appena con un'aria contegnosa.
Pompeo, del resto, non li amava punto questi compagni de' suoi primi anni, dai quali era sempre stato trattato come i cani, a zuccherini e a bastonate. Ma, pur non amandoli, la sua mente era sempre là, fissa in loro, e avrebbe voluto rientrare in quel mondo così pieno di lusso e di delizie, per poter ancora mettersi alla pari co' suoi padroncini e vincere la loro superbia con la sua.
Pure, per parecchio tempo, tutti questi impeti di rabbia, queste smanie di lusso e di grandezza non facevano capo altro che ad un'apatica rassegnazione.
--Ah perchè la fortuna non mi ha fatto nascere un conte!--sospirava di tanto in tanto, incontrando qualche suo antico camerata, a cavallo o in carrozza; e così sfogava tutta la stizza e l'odio suo; e perchè gli pareva che certe distinzioni di caste non si potessero superare, cercava di vivere il meglio possibile, impinzandosi di leccornie e facendo la vita del Michelaccio alle spalle del babbo e della mamma.
Ma, dopo essere stato presente all'arresto dell'orefice fallito, e dopo ciò che gli aveva detto il mercante filosofo, cominciarono a bollirgli in capo pensieri e desideri nuovi. Pochi mesi lo mutarono come fossero trascorsi parecchi anni, e sentiva che non gli bastavano più nella vita nè le dolcezze dei pasticcini paterni, nè i pochi quattrinelli che cavava di tasca alla mamma.
--I galantuomini sono coloro che san rubar molto e bene.... Dunque--pensava Pompeo--tanti che sfoggiano lusso da gran signori e che si vedono riveriti e stimati, non sarebbero altro che birbe e imbroglioni fortunati?
Allora si mise a discutere sull'origine delle grandi fortune; e specialmente di quell'aristocrazia recente, che, per l'irresistibile potenza del danaro, era quasi sul punto di sopraffare l'antica. E il figliuolo del cuoco, che aveva sempre servito nelle case grandi e che non avrebbe potuto concepire da solo (nel 1842, o nel 1843) l'idea di una vistosa fortuna disgiunta da un qualche titolo di nobiltà, provò una piacevole sorpresa quando vide, osservando bene, che non erano i danari la conseguenza dell'esser nobile e titolato, ma che invece, per lo più, la nobiltà e i titoli erano la conseguenza... del _conquibus_!
--Dunque anch'io--concludeva Pompeo--potrei farmi un riccone, e metter su casa e carrozza e superbia?...--Non era poi vero che i _padroni del mondo_ fossero gente di un'altra razza e di un altro sangue!... Tutto stava nel saper scegliere la buona strada e nel pigliar la fortuna per il ciuffo!
--Ma, come fare?... Da che parte incominciare?
Lì stava il difficile: da che parte incominciare!
Gli era venuto in mente, sul principio, di avviarsi agli impieghi, oppure di dedicarsi agli studi, ma codeste fisime durarono poco.
--Per avanzar negli impieghi--pensava Pompeo--bisogna trovare validi aiuti, e per gli studi non ci ho gamba. E poi, anche a farla grassa, come impiegato resterei sempre pitocco, e colle professioni d'avvocato, o di legale, che sono le più lucrose, ci vuol troppo tempo e si risica di crepare prima di arrivare in porto.... Certo, tutto ben ponderato, il miglior partito sarebbe quello di mettermi negli affari, ma in questo caso mi ci vorrebbe una buona scorta di quattrini per non capitar nelle mani degli usurai, come l'orefice del _Gobbo d'oro_. Ah! se potessi riuscire a mettere insieme un capitaletto! Potrei tentar la sorte di qualche speculazione!...
Fatto questo disegno, ci s'impuntò con tutte le forze. Era l'idea più pratica, e quella che meglio si confaceva all'indole sua. Non avrebbe dovuto far di cappello, nè stare agli ordini d'alcuno. Avrebbe impinguato giorno per giorno il suo borsellino; e poi o dentro o fuori: o sarebbe diventato ricco, o avrebbe preso in santa pace il suo destino.
Da quel momento Pompeo fece risparmio d'ogni superfluo; e quindi, a poco a poco, senza accorgersene, diventò avaro; e di un'avarizia così sordida, da non aver riscontro in nessun altro giovane. Vendeva di nascosto la roba di casa per far quattrini, e usava tutti i modi, tutti gli espedienti, fin anco le garbatezze, per mungere le tasche del babbo e della mamma. Avrebbe dannata l'anima per il becco di un quattrino. Aveva rinunziato alle ambizioncelle di zerbinotto, ai vizi e sino agli svaghi che potevano costargli qualche soldo; e rinunziò pur anco all'amore, che per lui, non gentile d'animo, nè d'aspetto, non era mai stato un dono della fortuna.
Pompeo, colla faccia olivastra, secca, senza barba; col naso schiacciato e storto, e cogli occhietti piccoli e un po' loschi, somigliava più al babbo che alla mamma; ma aveva meno cuore dell'uno e dell'altra. In casa era sempre lunatico e irascibile; fuori, quando gli faceva comodo, sapeva prendere i tratti e le maniere di persona per bene, e quantunque ignorante, tirava dritto a parlar di tutto e a dir male di tutti, compiacendosene con certe sghignazzate sue proprie, che risuonavano come uno schiocco di frusta. Fiacco di tempra, non avrebbe resistito a nessuna fatica nè morale, nè materiale, ed ora lo manteneva saldo ne' rigorosi propositi soltanto la fede ne' suoi sogni fantastici di lusso, di godimenti e di prepotenza.
Tutto il giorno, quando passeggiava solo per le vie di Milano, e la sera, appena entrato a letto, egli continuava a fabbricare e a rifabbricare il suo bel palazzone che avrebbe comperato, facendo un affar d'oro, da qualche nobile spiantato. E già lo addobbava nella sua mente con un fasto principesco; e comandava a bacchetta al servitorame. Poi, quando il ragazzaccio era tentato dagli stimoli dell'amore, anche allora teneva duro, pensando al giorno in cui avrebbe avuto per amante, o per moglie, una gran dama, proprio una Venere dell'Olimpo, simile a una di quelle belle signore che aveva vedute, da fanciullo, capitare alcune volte in giardino in mezzo ai signorini per portar loro dolci e balocchi, per coprirli di baci e di carezze, spandendo attorno dai capelli e da tutta la vaga persona un profumo nuovo, penetrante più del profumo stesso dei fiori.... Sì; voleva avere una di quelle donne pallide, delicate che, mentre prodigavano tante moine a' suoi compagni, non degnavano nemmeno di guardarlo, lui, il figliuolo del cuoco!... Sì, la voleva; ma la voleva per vendicarsi, per trattarla da padrone, per farle scontare lo sprezzo e l'alterigia delle sue compagne!
Passato qualche tempo aveva pensato bene, per certi riflessi, di vincere la sua salvatichezza burbanzosa, e aveva cominciato a fare amicizia con alcuni giovinotti ch'erano fra' suoi casigliani. I Barbetta abitavano proprio nel cuore della città, vicino a _Piazza Mercanti_, in una di quelle tante stradicciuole strette, abbuiate da altissimi tetti; piene di gente, di fracasso, e di sudiciume, che c'erano allora, appunto fra _Piazza Mercanti_ e la via di _Santa Margherita_. La sua viuzza, più che altro, pareva un andito tortuoso, girante fra mezzo a portichetti e a cortili di case, aperti al pubblico.
In principio, dalla parte di _Santa Margherita_, c'era una vôlta bassa, lunga, dove l'oscurità era così fitta, che anche di giorno, per sicurezza, vi mantenevano acceso un lampioncino ad olio. Sotto a quella vôlta, oggi demolita, e che fin d'allora era chiamata _dell'Arco Vecchio_, si vedeva, solitamente aperta, una porticina, di stile gotico, da cui si entrava in una cortaccia che pareva la gola di un pozzo tanto era angusta e tetra. Vicino a ogni angolo di quel buco, sempre ingombro di casse e di ceste vuote e dove le pareti, annerite, tramandavano un tanfo di mucido, c'era una scaluccia a chiocciola, sudicia e buia, come tutto il resto: di là si saliva al quartiere del cuoco Barbetta.
In quella vecchia casa stava la gente ammonticchiata come le acciughe, ed era tanta da bastare a popolare un piccolo paese. Però, Pompeo, non si spinse a far amicizia con tutti i pigionali dello stabile, ma invece scelse, fra i pari suoi, chi potesse un giorno essergli utile. Erano figliuoli di piccoli merciai che stavano in bottega col babbo, o giovani praticanti di qualche cavalocchio, o commessi di negozio.
Abitava pure, in quella casa, un personaggio singolare, che aveva attirato subito l'attenzione di Pompeo: era un vecchio dall'aspetto rispettabile, tutto lindo e sempre vestito di nero come un curiale, che aveva a pigione due piccole stanzette al terzo piano. Chi fosse non si sapeva bene: sull'uscio del suo quartierino vedevasi soltanto, attaccato ad una borchia d'ottone, un cartello bianco, rettangolare, con su scritto a mano, in carattere gotico, grosso: _Mediatore_; senz'altro.
Nessuno ricordava il nome di famiglia del personaggio, perchè nella casa, da tempo immemorabile, era invalso l'uso di chiamarlo _Don Miao_, imitando la voce del gatto. E davvero come i gatti, egli capitava addosso alla gente all'improvviso grazie alle scarpe di cencio, che usava anche d'estate; e andava attorno adagio adagio, rasente le pareti, e aveva poi certi occhiali d'oro che quando egli appariva tra l'oscurità delle scale e degli anditi, gli luccicavano sulla faccia rotonda, pelata, rossiccia, come fanno al buio gli occhi del gatto.
Nel complesso _Don Miao_ conservava alcunchè di misterioso, quantunque co' casigliani si mostrasse sempre pieno di complimenti, di garbatezze e di storielle. Ma la sua cortesia, con tutti uniforme, non dava adito a confidenze; nè si sapeva nulla della famiglia sua, nè della clientela, nè della gente che praticava. Per altro, non destando egli grandi curiosità, e non recando poi fastidio a nessuno, anche gl'inquilini dell'_Arco Vecchio_ finirono col non curarsi di saperne di più e col lasciarlo vivere in santa pace. Gentile e paziente, mostrava molta predilezione verso i bamberottoli del casamento, e con loro amava intrattenersi lungamente, facendoli chiacchierare; e spesso li baciucchiava e li regalava di chicche; ma i maligni anche in ciò trovavano da ridire, sussurrando che fossero tutte lustre per cattivarsi l'animo delle bambinaie e delle donne di servizio colle quali, per dir vero, egli era proprio di una galanteria sopraffina.
Anche Pompeo, come le serve della casa, aveva subìto il fascino dell'abito nero, degli occhiali d'oro, e della grande considerazione in cui il vecchietto era tenuto. Ma più che altro, appunto per l'aria di mistero che gli spirava d'attorno, egli lo aveva giudicato un furbacchione di quelli che san condur bene i propri affari, senza render conti a nessuno, e che poi un bel giorno, magari quando crepano, si sente dire che erano milionari!--A ogni modo,--pensava il giovinotto,--anche se _Don Miao_ non nasconde il morto sotto il letto, deve certo trattar con ricconi, con banchieri, con casse forti, chè non gli si vede mai alle costole quella gentucola che usa bazzicare co' mediatori di piazza!--E subito cominciò a salutarlo con gran rispetto, e tentò ogni mezzo per avvicinarlo un po' più degli altri e per entrargli in grazia....--Ma chè!... La simpatia pareva non fosse reciproca. A Pompeo, per quanto facesse, non gli fu possibile di varcare i limiti dei complimenti comuni o delle solite chiacchiere sul più o sul meno. _Don Miao_ gli sorrideva, cortese; gli contraccambiava gl'inchini rispettosi con un "buon giorno, caro" affabilissimo, accompagnando il saluto con cenni ripetuti di mano e strisciando sull'erre grassa con una mellifluità piena di protezioni; ma dopo quel sorriso e quel fare garbato, se l'altro cercava andare più innanzi, si sentiva fermato a mezzo delle sue espansioni, come da un muro di ghiaccio.
In sulle prime Pompeo non si perdette d'animo.
--Se _Don Miao_--pensava--mi volesse aiutare, potrei avviare le cose mie, e, se non altro, far crescere il mio peculio!--E con tale idea fissa in capo, si fece ancora più cerimonioso, più umile e insinuante col vecchietto, e sembrò che gli si volesse proprio attaccare alle falde, tanto che quegli, seccato e insospettito, e non indovinando certo il perchè di quell'insistenza, senza smettere punto i sorrisi e le maniere gentili, cominciò a schivarlo e a tenerselo lontano, finchè Pompeo, vedendo riuscir vani i suoi sforzi, perdette la pazienza, insieme colla speranza, e:--Pitocco maledetto!--gli borbottò dietro, tutto stizzito,--non dovevi alloggiare in una stamberga del terzo piano se volevi far tanto il superbo!
Poi, a sfogo di bile, cominciò a dirne male e a metterlo in sospetto presso gli altri pigionali.
--Chi era, alla fin fine, quel vecchio tenebroso? quali erano le sue aderenze? Perchè viveva sempre solo? Chè! Chè! Bisognava star in guardia; non fidarsene punto. Vattelapesca chi era! poteva essere un farabutto; un mercante fallito, un pezzo da galera!
Data la spinta, successe in quel subito un po' di sussurro, e tornarono a galla le curiosità, i discorsi e i commenti di una volta; ma il pettegolezzo non durò a lungo. _Don Miao_ si era assentato per qualche giorno da Milano, andando in campagna, e allora i pigionali non trovandoselo più tra' piedi lo dimenticarono e anche a Pompeo passò un poco la stizza.
Da questo fatto, per altro, parrebbe che il figliuolo del cuoco godesse di un certo credito al _Vôlto dell'Arco Vecchio_; e in parte la cosa era vera.
Sulle prime, quand'egli cominciò a perdere la salvatichezza e ad accompagnarsi co' suoi casigliani, questi stettero un po' titubanti, perchè vedendogli stillare il quattrino, dubitavano ne avesse pochi da spendere; ma poi, quando si accorsero che la sua era avarizia e non miseria, lo presero subito in una certa stima. Dietro le spalle gli davano dello spilorcio, e mettevano in burletta la sua grettezza, ma poi, sul muso, gli facevano tutti il bel bellino, se lo tenevano caro, gli pagavano da bere e volevano che prendesse parte alle loro festicciuole, quantunque sapessero che non era suo costume contraccambiare gl'inviti.
Pompeo, cominciando così ad accorgersi anche per scienza propria della verità del proverbio che: "chi ha è, e chi non ha non è," si attaccò vie più al danaro e ogni giorno sentiva crescere la bramosia, la febbre di diventar ricco; ma, sgraziatamente, il tesoretto non aumentava in proporzione dei desideri; ed egli vedendo che a quel modo avrebbe dovuto stentar tutta la vita senza costrutto, si addolorava e si avviliva e gli pareva adesso di essere anche più pitocco di prima, perchè il danaro è come il sapere: bisogna averne un poco, per capire di non averne punto.