I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1

Part 12

Chapter 123,809 wordsPublic domain

Ma la letizia del Barbarò non fu di lunga durata, e quando si cominciò a buccinare intorno ai moti delle Sicilie, tornò a mostrarsi di cattivo umore. "Quel Garibaldi era un matto ambizioso, che voleva rompere l'uova nel paniere a _papà Camillo_!"--E in quanto a te--predicava allo Sbornia--che a suo tempo hai mostrato di averci il fegato, adesso sei in dovere di insegnare la prudenza e la moderazione... Dobbiamo conservarla questa Italia, che ci costa tanto sangue e tanti milioni!... Un'altra guerra!... Bravi: come se già non fossimo scorticati abbastanza dall'esattore!

Poi si metteva a sghignazzare giocherellando colla mano nei ciondoli dell'orologio.--Bei matti!... Vogliono andare a Napoli, a Palermo, come se si trattasse di fare una gita di piacere! Ma e i Borboni?... Non li contate per niente i Borboni?... Non sapete che hanno uno zampino in tutte le corti d'Europa e che sono protetti dalla diplomazia e dallo stesso gabinetto delle _Tuilliri_?

Lo Sbornia come al solito non rispondeva nulla. Lo stava a sentire sempre rispettoso e mezzo intontito; poi una bella mattina volò a Genova, e di là a Quarto, dove fu imbarcato sul piroscafo il _Lombardo_ della compagnia Rubattino.

Il Barbarò anche questa volta montò in furia.... Ma anche questa volta il buon successo dell'impresa lo acquetò, e dopo aver maledetto alla partenza il garibaldino, come un ostinato ubriacone, pericoloso per lo Stato e senza cuore per la famiglia, andò a riceverlo al ritorno proclamandolo un eroe.

Solamente una terza volta, dopo Aspromonte, il ritorno fu non meno burrascoso della partenza. Il signor Pompeo inferocito mise fuori dell'uscio il povero Sbornia; non voleva più riceverlo, non voleva più vederlo, e non lo riprese al servizio se non dopo molte preghiere e più che altro "per riguardo" diceva "verso Donna Lucrezia, che si era intromessa in favor suo."

Fra il Barbarò e la Balladoro c'era un grande screzio d'opinioni in politica, e si accapigliavano spesso; ma tuttavia quei battibecchi non guastavano punto la loro amicizia, e dopo essersene dette di cotte e di crude, il Barbarò finiva sempre coll'offrire la mano alla nobile avversaria, che la stringeva con effusione esclamando:

--Amici come prima, _coinon_!

In fatti, mentre Pompeo si mostrava più ministeriale degli stessi ministri, Donna Lucrezia gridava e smaniava schierandosi fra i _malcontenti_. Il giorno della redenzione era arrivato, ma non erano arrivati i quattrini, e però la vedova fegatosa aveva giurato che tutti i Governi erano _ladri_ allo stesso modo, e che il comando doveva passare in altre mani, se si voleva diventare i _sovrani_ del mondo, come i Veneziani d'una volta. "Su questo proposito ne sapeva lei più degli altri, perchè avea avuto dogi e dogaresse nella sua famiglia."

Ogni volta che fumava uno di quei _fetenti_ sigari di _Virginia_ lo strizzava forte fra le dita, e faceva boccacce per mostrare quanta fatica ci volesse a tenerlo acceso; e dovea confessare "per onor del vero" che gli altri erano più buoni assai.

Con Napoleone terzo l'aveva a morte: lo chiamava sempre coll'apostrofe hughiana "_Napoleone il piccolo!_"

--Dopo aver proclamato ai quattro venti "l'Italia libera dall'Alpi all'Adriatico" si era fermato a Villafranca, il traditore!, e _a sti pôri martiri_--così dicendo indicava lo Zodenigo, che sospirava--_el ga_ interdetto il _suolo natìo_!

Il poeta che in que' tempi di guerra stava col collo fasciato da un fazzoletto di lana bianca a cagione del deperimento lento, ma continuo, della sua salute, accompagnava coi gemiti le sfuriate dell'amica fedele, ma per altro col volgere degli occhi e coi cenni del capo approvava sempre quanto diceva il Barbarò, mostrandosi pure assai preoccupato "dell'_equilibiio euoopeo_."

E oltre all'equilibrio dell'Europa, egli badava molto anche al suo proprio, e professava due politiche opposte: una in versi e l'altra in prosa. Nei versi, che facevano andare in visibilio Donna Lucrezia, e montavano la testa alla Rosetta e, una dopo l'altra, alle sue varie padrone di casa, era repubblicano; nella prosa, che scriveva per le _gazzette_ e leggeva adagio al signor Barbarò, faceva il moderato costituzionale. Ma d'altra parte, lui non poteva perdersi a fare il dilettante, e i giornali moderati, sovvenuti sempre dalla gente danarosa, pagavano meglio degli altri. Nè una così palese contraddizione gli toglieva credito presso al Barbarò: tutt'altro! Dacchè il precettore si era fatto giornalista, Pompeo lo trattava con molta deferenza; lo invitava spesso a pranzo, calmava le gelosie di Donna Lucrezia, e spendeva molte buone parole colla Rosetta. Di rado, ma gli faceva pure qualche imprestito, sempre su cambiali che rinnovava coll'aumento dei frutti, per tenerselo legato, e non volendo rimetterci del tutto il denaro suo, si tratteneva in conto il mensile delle lezioni, e si faceva scrivere o correggere dal poeta la corrispondenza giornaliera. Poi gli apriva il cuore intorno ai propri disegni e alle proprie aspirazioni. Il Barbarò sentiva di non aver fatto abbastanza col dono delle casse di limoni, ed era disposto a maggiori sacrifici verso la patria, alla quale, più che altro, desiderava offrir l'aiuto della sua esperienza e della sua generosità. Egli, insomma, avrebbe voluto cominciare a prender parte alla cosa pubblica. E aveva creduto di mettersi in buona vista facendo figurare il suo nome ogni qual volta dai giornali venivano aperte sottoscrizioni per sovvenire ai pubblici disastri, o per erigere monumenti. Liberalità che pure lo angosciavano in segreto, e alle quali cercava di rimediare con qualche nuova strozzatura della ditta Micotti.

Ma l'opinione pubblica gli si mostrava contraria. Essa accettava il suo danaro, senza voler sapere della sua persona; e il povero Barbarò, dopo tante spese, non era mai stato eletto, nemmeno fra i membri di un comitato di Beneficenza! Questo era il guaio, non si aveva fede nelle sue ricchezze.--Dov'erano i milioni del Barbarò? Chi li avea veduti? Chi li avea contati?... E la gente diffidava di lui, lo aveva in sospetto, mormorando prudentemente:--danari e santità, metà della metà. Intanto gli invidiosi frugavano nel suo passato, sussurrando che avesse fatto la spia nel quarantotto; che avesse avuto parte nelle tenebrose operazioni della ditta Micotti nel cinquantanove: insomma che si fosse arricchito colle bricconate....--Arricchito?... Uhm!... Se pure anche le ricchezze sue non erano simulate e prese a prestito come il nome di Barbarò!

--Imbecilli!--mormorava Pompeo sogghignando, mentre accumulava nel cuore odio e disprezzo contro quella gente boriosa e timida che non lo voleva accogliere e che pur non osava di francamente respingerlo.--Imbecilli... e vigliacchi! Vuol dire che ancora non mi credono ricco abbastanza! Ma ciò non conta. Verrà il giorno che li avrò tutti ai miei piedi; verrà il giorno che sarò il padrone di Milano, e allora... Allora inalzerò una statua all'orefice del _Gobbo d'oro_ che mi ha insegnato, per il primo, dove vanno a finire i minchioni!

Ormai egli avea trovato la buona strada e non l'avrebbe abbandonata più. Il suo passato non gli faceva paura. Egli era in pace colla coscienza e con Domeneddio e non temeva le calunnie degli sfaccendati. Non c'erano la Balladoro e la piccola Mary per difenderlo, per testimoniare in suo favore?

Egli avea mantenuto alla povera Betta "che gli era morta fra le braccia" quanto le aveva promesso, e ne' suoi disegni avvenire pensava di rendere all'Alamanni molto più di quella bagatella delle cinquanta mila lire, che infine avea avuto cura di amministrare e impiegare vantaggiosamente, per conto della povera figliuola!

Dunque la coscienza non gli rimordeva, anzi ne meritava l'approvazione. Con messer Domeneddio era in buoni termini; perchè sentiva messa tutte le domeniche in una data chiesa, vicino ad un certo altare di una Madonna miracolosissima, avendo notato che ogni qual volta avea mancato di andarci, gli era sempre toccata nella settimana, _per combinazione_, una qualche contrarietà. E proprio con un senso di superstizioso terrore si sentiva obbligato a soccorrere la Mary Alamanni, e a proteggerla; e voleva associarla alla sua fortuna, come fosse un talismano che gli dovesse tener lontano le disgrazie. Soltanto avea pensato al modo di riuscirvi senza spogliarsi, in tutto o in parte, dei quattrini suoi: e il modo lo avea trovato facilmente.

--Perchè la signorina Alamanni non avrebbe sposato Giulio Barbe... Barbarò? Non aveva quattrini? Pazienza; egli era un uomo di cuore, e avrebbe chiuso un occhio. Come sarebbero rimasti maravigliati alla notizia di un simile matrimonio tutti quei moralisti senza un soldo, che gli gridavano la croce addosso, e lo chiamavano "strozzino!" E poi sarebbe cresciuto il suo credito. Chi avrebbe dubitato della solidità della casa Barbarò, quando il figlio unico del principale potea darsi il lusso di un matrimonio d'amore?... E poi c'era bisogno di un po' di sangue nobile nella famiglia... e poi il nome degli Alamanni era di moda, era un nome patriottico e... e a questo punto pensava:--Sono pochi i galantuomini come me, che mantengano fino allo scrupolo i giuramenti fatti a una morente.... e senza testimoni!

"Povera Mary! Povera figliuola, se non ci fosse stato lui a tenerla d'occhio e a impedirle di morire di fame!... Sola con quella balorda della Balladoro e con quel matto dello zio Francesco avrebbe certo finito male!..."

L'Alamanni era uno dei capi del partito di azione. Aveva fatte tutte le campagne con Garibaldi, lo avea seguìto a Sarnico e ad Aspromonte, e adesso teneva viva l'agitazione per la conquista di Roma. Però non stava mai fermo in un luogo ed era stato poche volte a Milano, e sempre per pochi giorni. Aveva dato ampia procura all'avvocato Spinelli perchè le briciole che ancora potevano rimanere del patrimonio Alamanni, ormai libero dalla confisca, fossero interamente devolute alla Mary, sperando per tal modo di provvedere bastantemente ai bisogni della nipote: e bastantemente in fatti ci avrebbe provveduto, se non ci fossero stati in più i cappellini e le sciarpe della zia, e i pranzettini del poeta. Per conto suo avrebbe continuato a vivere dando lezioni d'inglese in Italia... e occorrendo d'italiano in Inghilterra.

Con Pompeo Barbetta, il suo antico portinaio, Francesco Alamanni non si era mai incontrato in casa Balladoro; e ciò per opera di Donna Lucrezia, la quale si era ben guardata anche dal metterlo a parte delle sovvenzioni ricevute.

--È inutile spifferare tutti i pettegolezzi a mio cugino Francesco--avea raccomandato la Balladoro allo Spinelli:--quel puritano senza testa non avrebbe l'abnegazione di sacrificare i propri principii all'utile di nostra nipote!... Così, per Francesco Alamanni il nome del Barbarò non figurò mai altro che come quello di un creditore nei rendiconti dell'amministrazione.

V.

Ma se gli affari di Pompeo continuavano a prosperare, pareva sempre che i suoi disegni per l'avvenire dovessero incontrare un qualche ostacolo: tra Giulio Barbarò e la Mary Alamanni non c'era punta simpatia. I due ragazzi erano spesso insieme, perchè lo Zodenigo che doveva impartire al suo allievo anche la scienza degli usi e delle cerimonie sociali, se lo tirava dietro ogni qualvolta andava in conversazione in casa Balladoro. E il ragazzo, entrato appena nel salotto giallo per imparare a dar la mano a Donna Lucrezia, scappava poi subito in cucina in cerca della Mary e della Filomena. Ma la bimba, quando lo vedeva arrivare, si rannicchiava vicino alla vecchia fantesca e non voleva saperne di giocare con lui.

Non lo poteva proprio patire quel brutto ragazzo magro magro cogli abiti che gli facevano addosso tante grinze, coi capelli radi che gli cascavano spettinati sul viso lungo e smorto.... Egli non faceva altro che vantare la roba del suo babbo, mostrava a tutti il suo orologio d'oro, e si divertiva a mortificare la Filomena contandole il grosso salario che pagavano alla loro cuoca ed al loro servitore. Maleducato com'era, toccava tutto, voleva saper tutto, diceva parolacce, avea il vizio di menar le mani, e con lei si era subito messo, impertinentemente, a darle del _tu_.... No, no, non le piaceva quel brutto ragazzo! E la Mary lo stava a guardare quando faceva il chiasso, senza parlare, senza mai accostarglisi esprimendo solo una maraviglia sdegnosa dagli occhioni grandi e dal visino serio serio. Una sera Giulietto avea portato con sè un piccolo bersaglio, e voleva che la Mary si facesse prestare i soldi dalla Filomena per giocar con lui.

--La zia non vuole che si giuochi di danari--rispose la bimba sempre tutta seria:--poi il bersaglio non è un divertimento adatto per le signorine.

--Oh! oh! La signorina colle sottane corte! La signorina _senza un soldo_!--E il ragazzo si mise a sghignazzare e a strillare dandole la baia.

La Mary diventò rossa di collera, ma non rispose una parola.

--Fammi un po' di posto sulla tavola--mormorò con voce sorda alla Filomena:--voglio studiare!

La vecchietta tirò in un canto le stoviglie e asciugò la tavola col grembiule. La bimba andò alla credenza e, alzandosi in punta di piedi, cavò fuori da un cassetto dove teneva i suoi libri il compendio di geografia: lo portò sulla tavola, si sedette, lo aprì, e per tutta la sera non levò più gli occhi dal libro.

--Oh! oh! La signorina colle sottane corte!... Oh! oh! La signorina senza un soldo!--continuò Giulietto a borbottare per un pezzo: ma poi, vedendo che la Mary assorta nello studio non gli badava più, cominciò per distrarla e infastidirla a far correre sulla tavola un pezzo da cinque franchi nuovo, che aveva nel taschino.

La sera dopo capitò a casa Balladoro con un piccolo teatro e una compagnia di burattini sotto il braccio.

--Co' burattini--pensava il ragazzo--potranno giocare anche le signorine!

Invece la Mary non si degnò neppure di guardare que' bellissimi giocattoli, e s'indispettiva contro la buona Filomena che al vederli prorompeva in esclamazioni di meraviglia, e per farla star zitta la toccava co' piedini sotto la tavola.

Un'altra volta il ragazzo portò un giuoco di pazienza giapponese, poi la battaglia di Solferino colla musica, e Napoleone III e Vittorio Emanuele a cavallo, ma non c'era versi!... La Mary non diceva mai una parola, non alzava mai gli occhi dal suo compendio di geografia.

Giulietto, allora, infastidito, dichiarò a suo padre che si seccava troppo in casa Balladoro e che la sera non ci voleva più andare.

Il Barbarò prima tirò ben bene le orecchie al figliuolo per insegnargli che il _voglio_ non si doveva mai dire in presenza sua, poi gli dichiarò che non intendeva di dar da mangiare ai professori per allevare un asino!

--La Mary non mi può soffrire!... non mi guarda nemmeno!--mormorò il ragazzo piagnucolando.

--Prova a regalarle uno de' tuoi burattini e ti guarderà! Coi regali si pigliano le donne!

Giulietto si arrischiò, e le offrì Napoleone III; ma la Mary non lo volle accettare; lo ripose nella scatola, e continuò a leggere a mezza voce il suo libretto.

Allora il ragazzo finì anche lui col mettersi il cuore in pace e col non curarsi più altro della piccola permalosa. Invece chiacchierava tutta la sera colla Filomena sempre vantando i molti danari e il lusso del babbo, e sperando così di pungere e di umiliare la superbia della Mary. Ma la ragazzina, assorta ne' suoi studi, pareva non prestasse nessuna attenzione al racconto di quelle grandezze; e poi a lei non piacevano i danari: essa non li aveva mai contati, non li aveva mai fatti correre sulla tavola. È vero, per altro, che Donna Lucrezia non le avea mai dato più di un soldino la domenica per far la carità durante la predica.

Ma una volta anche la Mary perdette a un tratto la pazienza.

--Oggi il babbo mio--raccontava Giulietto--ha comperato due cavalloni magnifici e una bellissima carrozza quasi nuova, e abbiamo preso un cocchiere che era prima in servizio da un conte, e gli dobbiamo dare di salario novanta franchi al mese. Tu non li prendi in un anno, Filomena, novanta franchi!

--Anche la mamma mia,--esclamò allora la fanciulletta, irritata perchè il brutto ragazzo avea umiliata la Filomena,--anche la mamma mia teneva carrozza e cavalli, ma non aveva superbia!

Il piccolo Barbarò a quell'uscita improvvisa rimase un po' sconcertato, ma poi un'altra sera, volendo rifarsi dello scorno patito, portò per far maravigliare la Filomena tutto il gruzzolo dei suoi danari.

La Mary, vedendo le monete d'oro e d'argento, strinse i labbruzzi con aria sdegnosa, ma la vecchia non potè far a meno di esclamare con un grosso sospiro:

--Quanta bella provvidenza, Gesù benedetto!... E dove li spende tutti questi danari?

--Io non li spendo,--rispose il ragazzo, mettendosi in sussiego,--non sono matto. Io lo fo fruttare il mio capitale.

La Mary alzò gli occhi dal libro e fissò Giulietto maravigliata.

--Quando sono stato bravo e son riuscito a metter da parte diciannove franchi, il babbo, in premio, me ne aggiunge un altro di tasca sua, e mi regala un bel marengo d'oro. Quando poi arrivo a poter sommare cinque marenghi, allora li dò al babbo che li mette nella sua banca e mi dà l'otto per cento.

La Mary scrollava il capo e storceva la bocca. Fece per rimettersi a leggere, ma poi vedendo che l'altro continuava a contare e a lustrare quei suoi stupidi danari, si rivolse alla vecchia domandandole lentamente, ma con voce chiara, penetrante:

--Non è vero, Filomena, anche la mamma mia era ricca?

--E come!... Ma era una santa la tua povera mamma e i _capitali_ li metteva a frutto in Paradiso.

Il ragazzo si fermò, attonito, colle monete lustre fra le mani. Egli guardò in faccia la Mary e la Filomena: non capiva bene quel discorso.

--Vuoi dire che li metteva a frutto in Paradiso,--seguitò la piccola Alamanni,--perchè li spendeva nel far del bene?

--Già... sicuro... e l'amavano tutti, ed era benedetta da tutti, la tua povera mamma!

--Se ne avessi anch'io dei danari vorrei imitare la mia mamma: vorrei far del bene!--E la ragazza disse queste semplici parole, così soavemente, da commuovere la vecchia fino alle lacrime.

--Benedetta anche te, la mia creatura! E la baciò sulla testolina riccioluta.

Giulietto rimaneva sempre là come istuipidito, colle mani piene di danari. Poi, a un tratto, sfogò il malumore con un'alzata di spalle, e tornò a contare e a lustrare le sue monete prima di rimetterle nel borsellino. Ma pure sentiva, mal suo grado, che quel tesoro aveva perduto di attrattiva. Tornò a guardare la Filomena che s'era rimessa a rammendare una calzetta, e guardò, ma di sottecchi, anche la Mary che leggeva attenta attenta il suo libricciuolo. Aprì ancora il portamonete, lo guardò dentro, lo richiuse, tornò a metterlo in tasca, a levarlo fuori, ma poi a un tratto si fe' animo e un po' imbroncito, un po' impacciato, domandò con un sussulto nella voce:

--E come si fa, poi, a far del bene?

La vecchia sorrise: la Mary alzò la testina e lo fissò attentamente, e notò per la prima volta che "il povero ragazzo" aveva il viso pallido, affilato.

VI.

Dopo che Giulio e la Mary ebbero stretta amicizia, il Barbarò cominciò subito a impensierirsi per certe novità che scorgeva nel suo figliuolo.

"Si lisciava e si ungeva come un topo! Strimpellava il pianoforte invece di ficcarsi nella zucca un po' di aritmetica! Non aveva più amore al danaro! Lo sciupava in elemosine e in cento cianciafruscole!--Asinaccio!"

E, a buon conto, Pompeo non gli dava più un soldo, visto che i quattrini non rientravano poi, per esser messi a frutto, nella cassa paterna!

"Asinaccio! Voleva crescere scialacquatore come sua madre!... Già le somigliava in tutto; e se non era gobbo lo doveva all'olio di merluzzo e ai bagni di mare. Gli era costato un occhio per farlo crescer diritto, e ora si storceva per un altro verso."

A rimettere il giovinetto nella buona via il babbo prudente non risparmiava ammonizioni e scappellotti, e si raccomandava allo Zodenigo perchè gl'instillasse quei precetti di economia "che soltanto potevano formare la prosperità dell'individuo unitamente con quella della Nazione." E voleva che il professore facesse in proposito acerbe paternali anche alla Mary. "La disgraziata non aveva un soldo di dote e conveniva avvezzarla per tempo al risparmio e alle privazioni. Diamine! Cominciava anch'essa a non essere più una bambina!... Bisognava aprirle gli occhi!"

Il Barbarò aveva presentito che nel mutamento del figliuolo doveva entrarci, o poco o molto, l'influenza dell'Alamanni, e gli premeva fosse corretta di quel brutto viziaccio dello spendere, e tanto più gli premeva per quel suo disegno che aveva in mente, di farsene la propria nuora. Non impedì per altro che nel trascorrere del tempo l'intrinsichezza dei due giovinetti si facesse sempre più stretta, e sapendo ormai di avere in mano, ben legata, Donna Lucrezia, mentre aspettava che gli potesse giovare nel caso di una qualche intempestiva rivelazione, egli, da uomo pratico, sapeva servirsene per le sue operazioni finanziarie.

In mezzo alla vasta e illustre parentela della vecchia vedova il "_bonomo_ servizievole e _tuto cuor_" avea trovato modo di concludere parecchi affaretti eccellenti. Era riuscito, prendendoli destramente all'amo della cambiale, a spogliare i Badoero del ricchissimo stabile e della splendida villa di Panigale, nel Milanese, e pure con l'aiuto di Donna Lucrezia, non del tutto conscia di que' raggiri, aspirava di levar di dosso la pelle anche ai Collalto.

Il marchese Alberto non era molto ricco per il gran nome che portava. Tuttavia finchè era vissuta sua madre non avea fatto debiti e il patrimonio rimaneva ancora bene assestato quando, alla morte del suocero, seguita poco dopo quella della vecchia marchesa, egli ereditava la tenuta estesissima di Villagardiana, così denominata appunto perchè situata sulla riviera pittoresca del lago di Garda fra i paeselli di Padenghe e di Moniga. Ma questa ricca possessione era stata trascurata assai dal povero conte Prampero, il quale non si era mai dato altro pensiero, che di abbellire di continuo la villa splendida e il giardino di lusso. I vigneti abbisognavano di nuove piantagioni, le case dei contadini erano in rovina. Fatti gli opportuni assaggi in alcune valli, era stata scoperta la _torba_ in abbondanza; e però volendo rendere prospera e attiva Villagardiana occorreva l'impiego di un grosso capitale, che il marchese di Collalto non aveva in cassa. Di più egli che si era dato fino allora ad una vita spensierata e galante ne sapeva assai poco di agricoltura e di amministrazione; ma pure, presuntuoso e caparbio, credeva intendersi di ogni cosa; e stimolato inoltre da uno spirito di contraddizione non comune volle mettersi a coltivare Villagardiana perchè sua moglie e il suo ragioniere gli avevano consigliato di cederne i fondi in affitto.

In breve, fidandosi soltanto della sua testa, si trovò con la cassa asciutta senza aver concluso nulla di bene. Aveva fatto venire un enologo francese; si era messo in mano di un ingegnere tedesco per la fabbrica delle case agricole, in legno e ferro fuso, e avea speso un monte di quattrini nella costruzione di un _tramvai_ a cavalli per trasportare la torba. Ma col clima del Garda, i metodi dell'enologo francese non fecero buona prova; le case rurali erano quasi inabitabili, perchè troppo fredde l'inverno e troppo calde l'estate e, infine, la torba che si poteva raccogliere annualmente non era in tale quantità da poter nemmeno ripagare le prime spese del _tramvai_. Il marchese, imbizzito, sfogò la rabbia pigliandosela colla moglie e licenziando il ragioniere. Ma intanto molte partite rimanevano ancora da aggiustare e i conti dell'ingegnere tedesco non erano stati saldati.