I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1
Part 11
Ma Donna Lucrezia era stordita dalle sue stesse chiacchiere, e senza badare ad altro, chinandosi all'orecchio della cugina le sussurrava piano indicandole il professore, che ricominciava ad arricciarsi i baffettini:--Poveraccio, anche lui sognava di arruolarsi, ma io non ho voluto. È tisico spedito!--E così seguitò a chiacchierare, a chiacchierar sempre... e le angosce di Angelica crescevano ad ogni momento. Col sicuro istinto del cuore essa aspettava un nome che doveva allora essere pronunciato, e che rendeva minaccioso l'occhio di suo padre, sempre fisso sopra di lei. Lo aspettava agitata, tremante, ma pure nel tremito suo, insieme colla timida soggezione e collo sgomento, c' era l'ansia segreta di tutto il cuore, dell'anima tutta!... Più la facevano soffrire e la tormentavano per quel nome, e più essa lo amava!
L'amore è dolore: lo sapeva già, lo sapeva bene, la povera fanciulla!
--Insomma: Italia libera e Dio lo vuole! ecco, è proprio così--esclamava con enfasi la Balladoro:--ed è appunto perchè _Dio lo vuole_, che ogni giorno si vedono cose che paiono miracoli! Finchè, per esempio, corrono ad arruolarsi i giovani del popolo, si capisce: sono abituati agli stenti e alla vita da cani. Ma tutte quelle pòre creature del nostro sangue, cresciute fra gli agi e il lusso e che si mettono a fare il soldato, ma proprio il soldato semplice?... E mi dicono che devono spazzare anche le caserme?!... Figuriamoci che stomaco, Gesù bambino! Eppure scappano via allegri e contenti come se andassero a nozze. E ogni giorno ce n'è una filza di nuovi, e ogni giorno c'è sempre il nome del tale o del tal altro, tutte persone di nostra conoscenza!...
Angelica ebbe un sussulto che sembrò le arrestasse per alcuni momenti i battiti del cuore.
--Lo saprete certo, cugino caro, che è fuggito in Piemonte, per arruolarsi, anche Andrea Martinengo?...
--Già, già; me l'hanno detto... l'ho sentito dire... alcuni giorni fa!--rispose il conte Prampero, alzandosi, senza aspettare che fosse Angelica la prima a muoversi.
Essa celava il viso accarezzando colla sua guancia, che bruciava, la guancia morbida della piccola Mary.
--Noi vi salutiamo, Lucrezia: abbiamo ancora parecchie visite da fare. Quando scrivete a Francesco Alamanni ditegli che speriamo... speriamo di vederlo presto!
--Oh, gli scrivo tutti i giorni, tutti i giorni!--E Donna Lucrezia e la Mary accompagnarono i Castelnovo nell'anticamera.--Dio, Dio, che freddo!... Filomena, la porta!
--_Supebiosi_, antipatici!--mormorò fra sè lo Zodenigo, rimasto solo un momento. I Castelnovo lo aveano appena salutato con un cenno del capo, senza guardarlo. Pure, ad onta del suo disprezzo, si sentiva più libero assai, adesso che que' due se n'erano andati. Buttò il cappello sopra una seggiola, si sbottonò il soprabito nero e con una mano si aggiustò la zazzera.
Donna Lucrezia ritornò sola perchè la Mary era corsa in cucina colla Filomena.
--Santi numi, santi numi, ho proprio paura di averla fatta grossa, ma grossa come una balena!
--Perchè?
--Ho perduta la testa!... Sono andata a parlare coi Castelnovo di Andrea Martinengo!
--E dunque?
--Caspita! Dicono che ci fosse del tenero fra il Martinengo e l'Angelica!
--O come? Ma se sposa quel _maachese_... quel _maachese_...
--Il marchese di Collalto, mio cugino... Sicuro! Ma sarà stato Prampero a combinare questo matrimonio, e con Prampero non c'è da scherzare: quel che vuole vuole! Ma dopo tutto non ho detto nulla di grave; nulla che li potesse offendere, dunque?... "Non ci curiam di loro!" Venite qui, venite qui, tesoro mio; venite qui vicino a me!--E Donna Lucrezia si tirò accanto lo Zodenigo sul sofà.--Come siete bello, oggi!... Come siete elegante!--Così dicendo gli toccava appena colla punta delle dita tremanti, e come per volerlo aggiustare, il ricciolo alla rubacori.--Ed è tutto per me questo lusso? E sono tutte per me queste bellezze?... Sentite, Eugenio, mi dovete proprio concedere che per oggi, giacchè ormai mi avete veduta così, possa restarmene come sono. Mi seccherebbe tanto di dovervi lasciare per ritornar di là a finire la mia _toilette_!... E poi questa rotonda è tutta foderata di astracan vero...--e ne sollevò un lembo per fargliela vedere di sotto:--e ci sto dentro così bene, calduccia, calduccia!
Lo Zodenigo le concesse il favore richiesto, ma per altro le fece, per suo conto, dei gravi rimproveri. "Non voleva assolutamente ch'ella facesse imparare alla Mary i versi suoi, e tanto meno che li facesse recitare quando c'era gente... Ne andava del suo amor proprio, diamine; ed anche del suo nome d'artista! E poi lei non sapeva scegliere! Si metteva a declamare poesie giovanili... scritte magari al caffè... insieme con qualche amico, con qualche confratello, ed in cui egli non ci aveva messo di suo altro che le idee... perchè già lui era _insoffeente di lima_!"
--Benedetto da Dio! Benedetto da Dio! Quanta umiltà in questo tesoretto caro, caro, caro!--E la Balladoro gli si accostava sempre più e gli si stringeva addosso, facendo smorfie e leziosaggini. Il suo viso diventava acceso, le narici rosse e piene del naso intasato avevano tremiti nervosi e sulle labbra che si assottigliavano stirandosi e scoprendo le gengive pallide e sdentate pareva errassero ancora quelle parole _caro, caro, caro_, che non osava ripetere, ma che le prorompevano dal sangue e le sfavillavano dagli occhietti lustri.
--"_Cerchiamo un delicato estro nel pianto!_..." Quanta malinconia e quanta passione in quattro parolette: _un delicato estro nel pianto!_... Lasciate che ve lo dica, Eugenio, lasciate che ve lo dica, ma quando volete proprio toccare la nostra corda sensibile, siete un gran mostro!
Lo Zodenigo non disse di no; ma continuò a tenersi in un riserbo pieno di sussiego. Egli voleva rifarsi coll'alterigia sua propria della freddezza del Castelnovo, tanto più avendo avuto una prova chiara e lampante che il suo nome cominciava a godere un certo credito. I biglietti di visita che aveva distribuiti in giro ai librai e ai parrucchieri ottenevano il loro effetto; e per l'appunto in que' giorni avea ricevuto la visita di un ricco signore (con una catena d'oro grossa un dito e un mazzetto di ciondoli che tintinnavano come i sonaglioli de' cagnolini) il quale, senza lesinare sull'onorario, lo aveva subito preso come ripetitore per il suo figliuolo.
E però tutte le donnicciuole che vennero dopo il Castelnovo a visitare la Balladoro furono guardate dall'alto in basso dallo scontroso poeta, precisamente come "quell'antipatico del conte _Prampeo_" aveva fatto con lui. Ma erano compensate dalla padrona di casa, ancora più espansiva del solito. Essa era felice di poter mostrare e presentare alle sue amiche e protette il famoso "Cigno di Rialto, tisico spedito." Era beata di potersi scusare con tutte loro per il _disabigliè_ in cui si trovava, per la rotonda "tutta foderata di vero astracan" che si era buttata addosso, essendo stata sorpresa, mentre ancora faceva _toilette_, da suo cugino il conte Prampero, venuto colla figliuola per partecipare, prima a lei che ad ogni altro, il matrimonio della contessina di Castelnovo col marchese Alberto di Collalto, "i quali venivano in tal modo a essere due volte suoi cugini!"
Il professore ascoltò tutto il giorno, senza muoversi mai dal suo posto, la continua ripetizione di que' medesimi discorsi. Poi, quando Donna Lucrezia (verso le cinque, dopo una mezz'oretta che non c'era più gente) gridò alla Filomena che avea finito di ricevere, perchè anche lei, infine, sebbene fosse mercoledì, aveva diritto di fiatare, lo Zodenigo, che conosceva le abitudini della casa, si alzò e andò vicino alla stufa a riscaldarsi le mani.
Allora succedeva sempre un altro po' di tramenìo nel salotto giallo, che veniva mutato in sala da pranzo. Gli album, le strenne e i ritratti di tutti i nobili parenti andavano a finire dietro al canapè; la Filomena capitava tutta frettolosa colla paletta a levare la brace dalla stufa, che portava in cucina per metterla sotto la casseruola. Donna Lucrezia andava e veniva, anche lei tutta in faccende: dava un'occhiatina ai preparativi del pranzo; assaggiava il brodo col mestolo, faceva qualche raccomandazione alla Filomena, annusava lo stufatino e preparava il piatto dell'antipasto, ammucchiando con garbo il salame e il prosciutto sopra un limone col burro intorno e con qualche fiorellino fresco. Quel giorno, dopo essere, stata in cucina, passò in camera sua; cambiò il fazzoletto da naso, scrisse il bigliettino che andava messo dinanzi al busto di Petrarca, tornò a guardarsi bene la rotonda, alla quale in tutte quelle ore non aveva potuto dare se non qualche occhiata furtiva; si provò il cappellino nuovo, trovò che le stava d'incanto, si sparse il viso di cipria, e poi, udendo il poeta che fischiettava, si sentì felice appieno, e in un impeto di contentezza non potè trattenersi dal mormorare ancora, con una fregatina di mani, _corocochè, corocochè_!
Alla fine del pranzo fu presentato il calamaio al professore dalla piccola Mary. La Filomena, cocciuta, colla scusa che aveva da preparare il caffè, volle spuntarla col non esser lei che portava il regalo "a quel tisico da commedia!" Ma il pensiero gentile, il bigliettino e il benessere che si sentiva intorno per quel desinaretto gustoso, finirono col commuovere il professore, il quale, smessa la boria, cominciò a sorridere, a ravviarsi i capelli ed a mettere a parte Donna Lucrezia delle sue glorie letterarie. Fra le altre raccontò la visita ricevuta del ricco signore, e ne disse il nome.
--È uno dei _signooni_ di Milano!--aggiunse poi, dondolandosi sempre sulla seggiola e guardando Francesco Petrarca con uno sguardo benigno, da collega non invidioso:
--E volete che io non lo conosca? Ma non è un _signore_: no; bisogna fare la distinzione, tesoro mio: è un ricco, un riccone e niente più. E sapete, Eugenio, chi glieli ha dati i primi quattrini?... Sono stata io.... Figuratevi, era il mio portinaio!
Il poeta guardò la Balladoro, e per la prima volta gli sembrò una donna maravigliosa.
--Oh, per me ha sempre avuto grande reverenza. Trema ancora, si può dire, ad un mio cenno!...
Intanto la piccola Mary passava in cucina tutta la serata, aspettando per andare a dormire che, partito il professore, le riducessero a uso di lettino il divano dell'anticamera. La Filomena le puliva col grembiule un canto della tavola, e la fanciullina vi si metteva co' suoi libri a studiare. Ma poi quando l'altra, finito di rigovernare, le si sedeva vicina rattoppando qualche straccio suo o della padrona, la Mary alzava dal libro la testina palliduccia e voleva sempre che le parlasse della mamma, che la vecchia avea veduta tante volte alla messa.
E la Filomena, sonnecchiando, ripeteva tutte le sere le medesime cose colle medesime parole, e tutte le sere, vedendo la bimba che la guardava ansiosa, senza mai perdere una sillaba, finiva sempre dicendole così:--Era buona come una santa, era bella come una madonna, e aveva gli occhioni neri neri... e dolci dolci... proprio come i tuoi!
IV.
Il signor Barbarò (i suoi dipendenti per andargli a genio lo chiamavano con questo nome, perchè da lui preferito), il signor Barbarò non nascondeva il disprezzo olimpico che sentiva per lo Sbornia.
"Figurarsi! Un ubriacone incretinito che voleva mettersi anche lui a fare l'Italia!... Non ne aveva buscate a dovere quando, insieme con quell'altro bel matto del Garibaldi, era corso a difendere la rep... pubblica Romana?" E nel pronunciare questa parolaccia, _repubblica_, il _signor_ Barbarò, batteva doppio il _pi_, gonfiando le labbra e ghignando. "Allora, a Villa Corsini, gli era toccato un colpo di baionetta che per poco non lo mandava all'altro mondo, senza il passaporto! Ma la lezione non aveva giovato; lo Sbornia non era uomo: era un otre ripieno di vino e di acquavite!" E il Barbarò rimbrottava aspramente e teneva muso alla Veronica, perchè non sapeva comandare al marito. "Già, era sempre stata una fannullona non buona ad altro, che a mangiare e bere."
Tuttavia non bisogna credere che Pompeo ci si scalmanasse per affetto: oibò! Si arrabbiava e gridava perchè non volea perdere lo Sbornia che gli era divenuto più che mai necessario.
--Dove trovare un altro uomo di fiducia che fosse sicuro come il Micotti? Un altro bestione così ignorante e così devoto, onesto fino allo scrupolo verso il suo _principale_ e nello stesso tempo pronto a sfidare anche la galera, pur di eseguire ciecamente un ordine ricevuto?
Lo Sbornia era bravissimo pei conti, e fuori dei conti non capiva un'acca: non parlava mai, discuteva ancora meno, e lasciava ragionare al padrone. No, no!... non si poteva trovarne un altro a meno di non farselo fare apposta dal Padre Eterno!... E le preziose doti che ornavano un tal uomo si erano svelate appunto anche in que' giorni coll'appalto delle forniture militari concluso a Verona, tra il feldmaresciallo Ignazio Teimer (per conto del governo austriaco) e la ditta Micotti e C. In quella circostanza poco mancò che lo Sbornia non fosse processato; e le truffe commesse dai fornitori furono così numerose e incredibili da diventare quasi leggendarie fra le gesta dei birbaccioni.
Il Barbarò, sempre tenendosi al sicuro dietro lo Sbornia, che egli faceva girare e muovere con lunghi fili, come i burattini, era riuscito a corrompere mediante raggiri e grosse mance alcuni impiegati addetti alle _sussistenze militari_; in tal modo le ruberie si commettevano a man salva e quel negozio delle forniture fruttò tesori alla ditta Micotti e C. Ma il rischio era tutto del Micotti e i quattrini entravano nelle tasche del compagno. Perciò premeva molto al principale di non perdere il suo gerente, e temendo che all'aprirsi della guerra coll'Austria egli volesse ritornare con Garibaldi, ogni volta che si trovavano insieme, si metteva a predicare contro gli esaltati, che rovinavano la famiglia per scappare in Piemonte a farsi bastonare.
È chiaro come la luce del sole: l'Austria lo sonerà ben bene l'esercito alleato! E l'uomo di proposito, caro mio, non dimentica mai che i primi e sacrosanti doveri sono verso la famiglia. Uno scapolo, può ancora fare il matto, se gli gira. Ma un padre di famiglia che si lascia attirare da simili pagliacciate?... Chè! Merita di essere impiccato, senza processo.
Un giorno, verso la fine di aprile del 1859, il Barbarò passando da Verona avea invitato a pranzo lo Sbornia alla _Regina d'Ungheria_, e in tutto il tempo non avea fatto altro che dir roba da chiodi dei volontari, di Garibaldi e del Re di Sardegna. Lo Sbornia, come al solito, rimaneva muto, a capo basso. Ma pure, certe volte, pareva distratto: disegnava sgorbi e cifre sul piatto con uno stecchino, e allontanava il bicchiere quando l'altro gli voleva versar da bere. Simili novità non isfuggivano punto all'occhio sagace del padrone il quale, perduta la pazienza, cominciò anche a minacciarlo direttamente:
--E ricordatelo bene: se ti frullasse nella zucca di tornar da capo colle _quarantottate_, io butto la Veronica e il tuo scimmiotto in mezzo alla strada!
Lo Sbornia, sempre assorto ne' suoi pensieri, continuava a disegnare le sue figurine.
--Hai capito? Alza il muso quando parlo.... Hai capito?
--Sì, signor padrone!
Ma Pompeo non si chetò: anzi gridò ancora più forte e quando, finito il pranzo, andarono al passeggio lungo il _Listone di Piazza Brà_, continuò a brontolare e a minacciare, fermandosi ogni tanto per dar più forza alle parole; e il predicozzo durava ancora, che arrivavano alla locanda; e seguitò lungo le scale, e quando il Barbarò fu sull'uscio di camera sua, dove il Micotti lo aveva accompagnato, gli ripetè a mo' di conclusione:--Non ho ragione, bestiaccia!
--Sì... signor padrone.
--E ricordati che parlo pel tuo bene!
--Sì, signor padrone! La ringrazio e... buona notte, signor padrone!... Buona notte!
Pompeo entrò in camera e sbattè l'uscio in faccia allo Sbornia. L'altro, mentre il Barbarò spariva, alzò il capo e lo guardò cogli occhi imbambolati, in cui c'era la mestizia affettuosa d'un can barbone che abbia ricevuto dal padrone un calcio immeritato.
La mattina dopo, quando Pompeo si svegliò, credeva fosse ancora presto e si voltò nel letto per riaddormentarsi.
Il Micotti, appena arrivata la prima posta, soleva venire a destare il padrone, battendo all'uscio della camera, e a portargli la corrispondenza.
Pompeo si voltò e si rivoltò nel letto, ma non gli riusciva di ripigliar sonno. Aprì del tutto gli occhi e s'accorse che era giorno ben chiaro; il sole traspariva giallo e lucente dietro le persiane. Si drizzò per guardar l'orologio che aveva sul tavolino accanto:
--Per Dio!...
Erano le nove!
--Sta a vedere che quell'animale me l'ha fatta, ed è scappato via coi miei danari.
Tutto sconvolto, suonò strappando quasi il campanello.
--Sono stato una gran bestia!... Non mi dovevo fidare!...
Saltò fuori del letto per aprire l'uscio al cameriere, poi si ficcò di nuovo sotto le coperte.
Il cameriere entrò, e spalancate le finestre gli consegnò una lettera.
--Chi l'ha portata?
--Il signor Micotti.
Pompeo, presa la lettera in fretta, la scorse tutta con un'occhiata.
"Illustrissimo signor principale,
"Lui a ragione da vendere ma io sono una bestia e o il bruciore che non posso più e parto domandandole perdono e assicurandolo che se torno indietro sarò sempre suo umilissimo servo e intratanto l'avverto di aver passato all'Amministrazione la ricevuta del vaglia bancario per quelli dinari che o spedito, come da suo ordine a Milano.
"Stii bene come sempre li ugura.
Verona li 30-4-1859.
"_Suo devotis. e umiliss. servo_
"MICOTTI."
--Meno male che non è scappato coi soldi!--pensò subito il Barbarò consolandosi un poco.--Ma è sempre una canaglia! Piantarmi in asso proprio in questo momento!... Con tanti affari che ho sulle braccia!... Canaglia, canaglia, canaglia!... Mah!--e Pompeo sospirò mettendo la ricevuta nel portafoglio:--è sempre stato il mio destino, di seminar benefizi e raccogliere ingratitudine... Pezzo d'asino!--borbottò poi rileggendo la lettera più attentamente--non mi raccomanda nemmeno il suo figliuolo come se fossi obbligato di mantenerlo!... Pezzo d'asino!... Se torna indietro davvero gli farò ripassare il confine a suon di calci!
Ma invece, appena giunsero le prime notizie della guerra, la collera del Barbarò parve acquetarsi; a mano a mano, le vittorie di Palestro, di Magenta, di Varese, di Solferino gli riempirono il cuore di patriottica gioia, e i Francesi e i _Piemontesi_ non erano ancora arrivati a Milano, che già splendeva all'occhiello del suo abito una bella coccarda tricolore. Era un presente della Balladoro che ne aveva fatte tre "colle sue proprie mani." Una per Francesco Alamanni, un'altra per il professore Zodenigo ed una terza per l'avvocato Spinelli.
Ma l'Alamanni era partito anche lui con Garibaldi, e Donna Lucrezia non sapendo come fargli avere la coccarda e avendo bisogno di una piccola sovvenzione, pensò di farne un presente al Barbarò, sebbene quella vecchia testarda della Filomena brontolasse assai per il cambio.
--Taci là, _piavola_! La verità innanzi tutto, e la proclamo altamente!... Quel _bonomo_ del Barbarò (adesso non lo chiamava più Barbetta nemmeno la Balladoro) è sempre pieno di attenzioni e di premure per la Mary, ed io che non ho una _patata_ al posto del cuore, non posso non mostrarmene sensibilissima!
La coccarda fu accettata con piacere e anche l'anticipazione fu concessa.
In quei giorni gli affari del Barbarò andavano a gonfie vele.
--Mi ci vorrebbe una guerra ogni tre anni!--mormorava spesso fregandosi le mani.
La sconfitta degli Austriaci gli era stata assai vantaggiosa. A cagione del precipizio della ritirata, i magazzeni erano rimasti pieni di foraggi e di viveri che la ditta _Micotti e Compagno_, dopo aver venduti al governo austriaco, non si sa bene con quali frodi, riuscì a rivendere all'esercito alleato.
E non solo intascò molti quattrini, ma anche, in quell'occasione, Pompeo Barbarò cominciò a gustare il profumo degli onori.
Trovandosi a Brescia per sorvegliare, senza troppo dar nell'occhio, i suoi affari, avea fatto distribuire negli ospedali dove giacevano i feriti parecchie casse di limoni guasti che erano state protestate alla ditta Micotti dall'Intendenza Militare.... Pochi giorni dopo questo fatto, gli capita da Milano una gazzetta sotto fascia: l'apre, la spiega, e trova una corrispondenza da Brescia segnata in rosso e firmata _p. E. Z._ In essa egli veniva elogiato e segnalato come esempio di filantropia e di patriottismo per l'elargizione fatta delle casse di limoni.
--È il poeta, non v'ha dubbio, è il poeta della vecchia matta che ha voluto scrivere questa buffonata! _p. E. Z._ Sicuro!... _professor Eugenio Zodenigo!_... È un tiro birbone!... Proprio, un tiro birbone!
Ma per altro non se n'ebbe a male, anzi quell'improvvisata di vedersi stampato sulle gazzette gli colorì di rosso per un attimo le guance olivastre. Lesse più di una volta gli elogi fatti al suo bel cuore, e la sera scrisse ai gerenti della ditta Micotti per sapere se nei magazzeni vi fosse nient'altro di guasto da regalare ai martiri della patria.
--Non occorre farsi sbudellare--pensava con soddisfazione--per compiere azioni patriottiche!--E il giornale lo chiuse a chiave in un cassetto, iniziando così, forse senza nemmeno pensarci, l'archivio storico di casa Barbarò.
Intanto era successa all'armistizio l'inattesa pace di Villafranca; Garibaldi, soffocando nella grande anima gl'impeti generosi, avea sciolto il giovane esercito dei _Cacciatori delle Alpi_, vittorioso a Varese, a Como, ovunque si era battuto; e lo Sbornia ritornava a Milano con un braccio al collo, e si presentava smagrito, affranto e a capo chino, come un colpevole, dinanzi al signor padrone.
Il pover'omo, che era rimasto tranquillo e freddo in mezzo alle fucilate, in quel punto avea paura: si aspettava una sfuriata terribile; temeva di essere scacciato. Ma invece, con suo grande sbalordimento, il principale gli si precipitò nelle braccia, piangendo di tenerezza e di gioia!--Sono qui, signor padrone--balbettò lo Sbornia che aveva sempre la sua faccia assonnacchiata:--sono qui per... per domandarle perdono anche stavolta, e se ha da comandarmi la servirò in modo da rifarla del tempo perduto.
--Tempo perduto il combattere per l'Italia?--esclamò il Barbarò scandalizzato:--ma tu mi ritorni bestia, come quando sei partito?!
Pure si rabbonì subito e volle accompagnarlo in persona in _Via del Pesce_, godendo di farsi vedere in giro col garibaldino ferito.
Già in ogni cosa Pompeo sembrava molto mutato. Era diventato un gran politicante, aborriva lo straniero, e anche in cuor suo, non sapeva perdonare a "quei cani di Tedeschi" la misera fine di Giulio Alamanni.
"Un agnellino" pensava "a cui sarebbe bastata una paternale, e che doveva esser morto dallo spavento!... Lui sì, se non avesse avuto giudizio sarebbe stato impiccato per davvero!... A poco a poco andava sempre più persuadendosi di aver scampato il martirio soltanto per la sua furberia..." e raccontava allo Sbornia e alla signora Veronica che "a' suoi tempi era andato anche lui molto vicino alla forca." E rideva compiacendosene, ogni volta che rammentava col suo gerente le gesta della ditta Micotti e Compagno.
--Gli abbiamo conciati pel dì delle feste quegli zucconi di croati!... Ma, in fine, non è stato altro che una restituzione... Erano danari nostri, sacrosantamente nostri, che i ladroni ci aveano rubati!
Un giorno, dopo pranzo, prese dal cassetto, dove era chiusa, la _Gazzetta_ colla corrispondenza da Brescia e la lesse allo Sbornia, senza dire per altro chi l'aveva scritta.
Io non dò peso alle lustre dei giornali; voglio soltanto farti vedere che la mia parte, in certo modo, l'ho fatta anch'io!