Part 8
— Lo credo, povera piccola! — rispose Didino. — Il viaggio è stato lungo e faticoso, non si arrivava mai! Anche la notte scorsa non hai riposato! Vai a dormire, io rimarrò qui, su la poltrona e ti aspetterò.
Europa lo guardò con un senso di maraviglia nuova:
— Su la poltrona?
— Si. Ci si sta bene. — E aggiunse dopo una sosta. — Non preoccuparti per me; io dormo ovunque.
La giovanetta ebbe timore che il compagno suo fosse per davvero più santo di padre Origene. Chinò il capo sul palmo della mano e si tacque.
Il sentimento della sua femminilità offesa, forse inconsciamente, da l'inverosimile amante, si ribellava ora dandole un senso lieve di amarezza e di scoramento. Ma come non intendere certe cose? Era egli forse più semplice e più ingenuo di un poppante? E pure pareva fosse chiara l'anima sua e aperta come un sillabario! E pure, per certi sottintesi giocondamente piacevoli, pareva... Ecco, non le era dato tacere perchè le si imponeva un dilemma: o Didino voleva prendersi giuoco di lei, e in tal caso sarebbe stato imperdonabilmente cattivo: o... — Non compì il pensiero chè il pudore e lo sdegno le fecer le guance vermiglie.
Manso Liturgico frattanto, pensava che Europa gli avrebbe serbato senz'altro gratitudine immensa per quella sua onesta condotta da buon figliuolo.
Ma la giovanetta si levò ad un tratto, quasi scattando, e allungò la mano verso il lume, poi si trattenne e, rivolta a Didino, chiese dolcemente:
— Rimani al buio?
Didino parve non avesse inteso:
— Perchè?
— Io vado a riposare. Giasmîn non ci ha lasciato che un lume.
— È vero!
E Didino non pensò alla convinzione di Giasmîn, che una lucerna fosse sufficiente cioè a illuminare un amore, si che esclamò indispettito:
— Che asina!
— Ma la piccola non supponeva... — ribattè calorosamente Europa: poi si arrestò. Voleva dire: Non supponeva che tu fossi timido e pauroso!
Manso Liturgico si tacque per qualche secondo, combattuto fra varii pensieri, poi prese una risoluzione eroica e disse alla compagna che aspettava:
— Prendi il lume con te.
Europa indugiò un poco come incerta sul da farsi, poi su ogni sentimento la vinse il dispetto e si avviò verso la porta a sagome dorate che immetteva nella stanza nuziale. Lasciò l'uscio socchiuso e disparve.
Manso Liturgico rimase ne l'oscurità; vide però, da uno spiraglio, un lieve chiarore giallastro, verso il quale gli occhi suoi stettero immobilmente fissi. Gli accadde allora di pensare alle squisite particolarità de l'abbigliamento notturno, alle dolcezze intravviste, alle cose imminenti che dànno un senso di penosa aspettazione. Avrebbe voluto avvicinarsi alla porta, furtivamente, senza ch'ella nulla intuisse del suo spiare, ma non si attentò. Non era impresa facile e piana quella di avventurarsi al buio nella grande sala. Chiuse gli occhi, volle dormire e il sonno gli fu nemico.
Passò così forse mezz'ora e di tanto in tanto sentì un brivido aggricciargli i capelli, alla sommità della nuca, per qualche fruscìo lungo, indeterminato che passava ne l'oscurità, che si perdeva nella notte, lontano.
Ciò che gli avevan raccontato Êrla e Giasmîn, le storie degli spiriti e dei fantasmi, ritornavano ora al suo pensiero con impensate particolarità e siccome egli, pur essendo religiosissimo, aveva sempre creduto che qualcosa di vero ci fosse, nei racconti delle visioni di spavento, non si trovava perfettamente sicuro, temendo in cuor suo di vedersi apparire innanzi l'ombra di qualche antenato del marchese Barbigi.
Avrebbe dovuto per davvero passare tutta la notte così senza poter sperare in un attimo di sosta?
Qualche tempo trascorse in cui parve stabilirsi una relativa calma; ma poi, d'improviso, i battiti del suo cuore si accrebbero intensamente poichè udì ne l'ombra, non seppe bene da qual punto giungesse, un soffio, un vero soffio umano, uguale e ritmico come nella gravità del sonno.
Si rizzò un poco sul torso, cercò acuire l'udito e si persuase che non si era ingannato; la sua non era illusione, il soffio ignoto e pauroso continuava chiarissimo e pareva si avvicinasse.
Avrebbe voluto fuggire, ma dove? E se Europa udiva? Come avrebbe risposto alle sue domande di curiosità? Però la sofferenza morale si acuì d'attimo in attimo sì che il barlume di ragione che ancora lo reggeva dileguò ad un tratto allorchè il soffio si convertì in mugolio roco. Più non ci vide, si rizzò sotto il poderoso scatto di un impulso violento, avea gli occhi sbarrati, i capelli irti e gridò per tre volte consecutive, gridò con voce forte e innaturale:
— Chi è? Chi è? Chi è?
Il mugolio si tacque come d'incanto, ma dalla contigua stanza nuziale giunse la voce di Europa, voce alta e turbata:
— Didino? Didino?
Egli si ricompose subitamente:
— Che vuoi? — rispose.
— Perchè urli?
— Sognavo!
Vi fu una pausa; poi Europa riprese:
— Non sognar più così, perchè mi fai paura.
Il silenzio ritornò; ritornò la calma apparente.
— Potessi addormentarmi almeno! — pensò Manso Liturgico; ma in tale benefico rimedio non v'era da porre speranza.
Vide svettare le cime degli abeti, nere sul cupo cielo e giunse ad avvolgerlo la brezza dei mari che precorre l'alba e l'annuncia.
Poi l'inenarrabile martirio ricominciò. Riudì il soffio ritmico passar nella notte con reiterata ed inesausta lena; poi al primo se ne aggiunse un secondo, un terzo, un quarto quasichè fosse su la spianata del castello un esercito dormiente.
Più non sapeva ormai a qual santo votarsi: tentò la preghiera, e gli morì su le labbra; si appellò alle sue energie, ma non posero argine sufficiente al terrore.
Ad un tratto gli parve scorgere fra le rame protese di un abete, qualcosa di orribilmente rosso, come uno spaventoso fantasma sbucato da l'ombra e irradiante d'improvviso tutte le cose. I mugolii crebbero d'intensità, si moltiplicarono, quasi a festeggiar l'ignota apparizione.
Egli più non vide, più non resse. Spinse indietro la pesante poltrona che ruzzolò al suolo con subito fracassìo; girò un lato della tavola; corse verso la stanza nuziale e, allorchè fu per entrare, la porta si aprì. Europa apparve, dolcissima nel suo costume notturno.
Poi la coppia paurosamente felice dileguò. Frattanto Madonna Luna, salutata dai soffi dei barbagianni, saliva sorridendo nei cieli. Così ciò che la solitudine non aveva allacciato, la paura costrinse. E l'amore piacevolmente fu accolto fra le vecchie mura, come si conviene a persona dabbene.
Qualche giorno dopo, il canonico Bartoletti, inviato speciale di Monsignor Rutilante, giunse a fatti compiuti.
In breve tempo Monsignor Rutilante, messo su le peste dal marchese Barbigi, aveva scoperto la dimora dei fuggitivi, ma non in guisa sì fulminea da impedire che l'impresa fosse consumata.
Ciò non pertanto, l'animo suo fiero e settario non si arrese. Se non era possibile, secondo la norma di onestà comunemente osservata, far ritornare i giovani ciascuno al loro nido e non parlarne più; se non era possibile, data l'accanita campagna dei repubblicani, stendere un velo su l'atto inconsulto che un figlio della Chiesa aveva compiuto per impulso di leggerezza, ben altre vie si presentavano per trionfare su la tracotante arroganza de' suoi fieri nemici e per far sì che in nulla l'integrità di un clericale potesse essere violata.
Scrisse al canonico Bartoletti, uomo di lettere ecclesiastiche, e lo pregò di recarsi al Castello dei Lecci ed ivi intrapprendere con la sua profonda dottrina, la non difficile conversione di Europa Battifiore.
Era divisamento de l'astuto vescovo da l'ampio viso folto di peli, di far sì che Europa, pentita della sua non bella condotta, si ritirasse in convento. In tal guisa sarebbero rimaste a lui le vie piane; per Manso Liturgico, poco v'era da preoccuparsi.
Il canonico Bartoletti compì la missione con zelo veramente cattolico. Primavera e amore gli mossero aspra guerra; ma egli seppe trionfare anche su gli eterni nemici degli uomini neri.
Con la paura, con macabre visioni, con terribili minaccie pose tale turbamento ne l'animo di Europa da farla piegare a' suoi consigli.
Scrisse allora a Monsignor Rutilante chiedendogli in quale convento avesse dovuto far ritirare la convertita e domandando ragguagli circa la condotta da tenersi con Manso Liturgico che soffriva di orribili malinconie.
Ora aspettava la risposta del solenne prete e frattanto riposava onestamente sugli allori.
CAPITOLO XIII.
Nel quale si assiste ad un trionfale ritorno.
Cavalcavano su per l'erta.
Il Cavalier Mostardo aveva una muletta grigia, bestia di buona volontà e di miti costumi; Marcôn, un vecchio asinello nero, cocciuto e caparbio che non volea saperne di essere guidato e andava lungo gli scrimoli dei burroni.
A un cascinale che si trovava ai piedi di Monfùg, i due viaggiatori avevan lasciato il loro veicolo, e per non intrapprendere la lunga salita a piedi, avevan facilmente noleggiato le due cavalcature atte a quei passi rupestri di percorso difficile.
Rompeva l'aurora a l'oriente.
Marcôn pencolava su la primordiale sella, della quale avevano armato la sua antica cavalcatura; pencolava sì per l'inusitata ginnastica, sì per il sonno e la stanchezza. Il Cavalier Mostardo, con le gambe larghe e i piedi infitti nelle staffe fino al tallone, con la grande cravatta rossa svolazzante al vento, il cappello a enormi tese, spinto su la nuca; ritto e scrutante lo spazio, alto più della metà del suo umile seguace anarchico, dominava e il sonno e la stanchezza. Egli pregustava già la gioia del trionfo. Ciò che nessuno aveva potuto, ciò ch'era sfuggito alla vigilanza oculata dei più, non isfuggiva alla sua infallibile percezione, al suo tatto impareggiabile, alla sua furberia ed al suo ingegno. V'era da gloriarsene! E se ne gloriava, accendendosi tutto di sacro amor personale. I repubblicani avrebbero provato ancora una volta come non si potesse fare a meno del Cavalier Mostardo. Nei frangenti più difficili, egli era colui che trovava sempre il bandolo della matassa e disponeva le cose in guisa che il partito repubblicano ne uscisse con onore. Non poteva dirsi egli forse, il portabandiera del suo partito? Un uomo simile non avevano nè i socialisti, nè i monarchici, nè i clericali. In tutta la rosea città non si trovava un secondo _Cavaliere_ (egli amava chiamarsi così, quasi per antonomasia) e gli amici suoi dovevano stimare alta fortuna l'averlo compagno di fede.
Non avevano forse i socialisti tentato corromperlo? E i monarchici e i clericali non gli avevano reiteratamente avanzato lucrosissime proposte pur ch'egli volesse entrare nelle loro file? Ma il Cavalier Mostardo era incorruttibile quale fiero repubblicano convinto sorto da stirpe repubblicana: puro sangue.
Ed esaltandosi così nel pensiero, mentre con una mano reggeva le briglie, con l'altra andava lisciandosi i lunghi e ruvidi mustacchi di corsaro nei quali riponeva ogni estetica ambizione di uomo piacente.
E piacente era in quella sua figura bizzarra, adorna con indigena eleganza romagnola di difficile riscontro.
Aveva i calzoni, a piccoli scacchi bianchi e neri, attillati alle gambe e non tanto lunghi da non lasciar intravvedere le calze rosse prima che gli scarponcelli verdi e gialli rivestissero il piede. Portava una giacchettina sdegnata che gli scendeva a pena oltre la vita, quasi timorosamente pudica, e sì aderente al torso, da farlo risaltare nelle sue linee classiche di virile possanza. Un panciotto a maglia, un'ampia cravatta a nastro, rossa come un cocomero settembrino e un cappello floscio, rotondo, di feltro grigio dalle incommensurabili tese.
Tale era l'avventuroso Cavaliere, figlio di Romagna, la bella.
Per lungo tempo avanzarono muti su l'aspro sentiero mentre l'aurora cedeva, sotto il bacio del mattino, i suoi talami chiari. Su le cime, le ontanete e le case disperse; le folte selve e le fonti, sorgevano da l'ombra a mano a mano, appalesandosi sotto la grande fiamma bionda. Nelle valli passava un chiarore velato, come di crepuscolo permanente.
Il Cavalier Mostarde si rivolse ad un tratto a Marcôn e gli chiese con voce sonora:
— Dì, ranocchio, siamo lontani ancora?
— Ora viene la strada difficile — rispose Marcôn che aprì gli occhi di soprassalto a l'inattesa chiamata.
— Ti domando se il Castello dei Lecci è ancora molto lontano. E non dormire, re delle oche!
— Ah! — fece Marcôn in atto d'intesa. — Precisamente non ve lo saprei dire perchè l'ultima volta che ci son venuto ho preso le scorciatoie. Però mi pare vi debba essere una buon'ora di cammino.
— Come, _mi pare_? Sbaglieremmo strada forse?
— No no! Non c'è che questa strada mulattiera che va al castello.
— E chi te l'ha detto?
— Lo so!
— E da chi lo sai?
— Dall'esperienza. Fidatevi Cavaliere; io vi condurrò dove vi ho promesso.
— Guarda, se mi hai fatto fare un viaggio inutile, ti prometto su la mia parola che ti sposo al ramo di un castagno. Bada!
— Ma vi assicuro... perchè vorreste?...
— Bando ai discorsi; poche chiacchiere e carte in tavola. Io non voglio perdere tempo. Rispondimi a tono. È la via buona questa?
Marcôn si alzò alquanto su la cavalcatura, spinse gli occhi intorno, cercò orientarsi e, dopo una sosta, rispose:
— Sì.
Il Cavalier Mostardo squadrò il profeta dal capo alle piante con un'occhiataccia minacciosa, stette pensoso un attimo, poi esclamò:
— E sta bene. Allora avanti!
La muletta del Cavalier Mostardo riprese facilmente l'erta, a un piccolo grido di avvio; ma non fu così di Fiùt, il vecchio asino che cavalcava Marcôn.
Poichè Fiùt aveva trovato da brucare l'erba nuova, non voleva lasciarsi persuadere dalle grida del provvisorio padrone ch'era suo interesse particolare porsi in cammino, onde cadeva a vuoto ogni percossa e ogni incitamento. Anzi di tanto in tanto alzava il muso e le froge in ridevole smorfia di scherno. Con un bastoncello esilissimo, Marcôn tentava il dorso della coriacea creatura e per l'ira sorda che l'accendeva contro tale caparbietà incrollabile gridava a gola aperta, ansimando:
— _Iiüh_.... vecchio imbecille! Cammina! Ti leverò il pelo! _Arriiii_...
Poi, come la bestia indietreggiava nel sentiero, largo a pena qualche metro, e sotto si apriva a picco un precipizio profondo, Marcôn preso da spavento spegneva la voce e gli epiteti in subita dolcezza fraterna:
— _Sssst_... ferma, ferma, ferma!
Così in vario succedersi di mitezze e di vituperii la lotta continuava da qualche minuto e il profeta ballonzolava in metro poco piacevole su l'orlo del precipizio.
Il Cavalier Mostardo, distante qualche passo, godeva l'inaspettata scena la quale era piacevolissimo diversivo alla monotonia del viaggio e rideva incitando Marcôn:
— Ma picchia sodo!
— Non vedete? Non giova! Ha la pelle d'acciaio, ci vorrebbe un mazzapicchio perchè volgesse gli occhi!
— Scommetti ch'io lo faccio camminare?
— No, per carità, Cavaliere! Questa bestiaccia mi scivola e... chi si è visto, si è visto!
Vi fu un punto in cui le zampe posteriori di Fiùt scivolarono per qualche centimetro lungo il ciglione della gran forra, sì che Marcôn sentì l'improvviso disequilibrio verso l'abisso. Non mandò un grido, ma curvatosi innanzi, si abbrancò con quanta forza aveva, al collo de l'indomabile animale, abbrividendo. Il Cavalier Mostardo si mosse a pietà.
Rifece la strada, si pose dietro la cavalcatura di Marcôn e, un po' con le grida, un po' con le busse che fioccarono solenni e persuasive, riuscì a smuovere Fiùt il quale s'era fitto in capo forse, di essere una immobile pianta.
Ma con l'originalità macabra dei ciuchi, i quali sdegnano seguire la comune via, il vecchio Fiùt da le molteplici piaghe, mentre per lo innanzi si era incaponito di non muover passo, preso ora da subitanea bizzarria (e il maggio aveva sua parte in tale espansione) scuotendo il muso in guisa grottesca e sferrando a l'aria coppie di calci, si dette a galoppare su per l'erta riducendo il misero cavaliere alla funzione di un pendolo pericolante.
L'anarchico dalla gran capelliera profetica, a ogni impeto del duro galoppo era spinto in grandi rimbalzi disuguali onde vedendosi fra le due terribili probabilità d'esser lanciato su la roccia, o di precipitare nella forra, implorava gridando:
— Ferma ferma!... Ferma ferma!...
Questa volta il Cavalier Mostardo non rise; non rise perchè la sua muletta, ingagliardita alla vista del compagno ribelle, gli si pose alle calcagna galoppando di conserva, senza por mente al freno.
Il Cavalier Mostardo perdeva così la sua compostezza e la bella serenità indivisibile compagna.
Poi, come volle la gioconda sorte, le due bestie infrenarono la corsa.
— L'abbiamo scampata bella! — esclamò Marcôn allorchè si sentì bene al sicuro.
Il Cavalier Mostardo gli passò innanzi senza nulla dire. Egli guardava con occhi feroci la muletta bizzarra e, per la prima volta in vita sua, si astenne dal far intendere le sue ragioni per la via più spiccia, sì come usava allorquando l'ira lo coglieva
S'inerpicavano ora su per una ripidissima viottola tutta ingombra di sassi e di scheggie trascinatevi da l'acqua, al tempo delle pioggie torrenziali. Le bestie trovando falsi appoggi, a volte, scivolavano per breve tratto incurvandosi.
Il cuore di Marcôn era in grande apprensione.
Il Cavalier Mostardo chiese con voce cupa:
— Ce n'è molta ancora di questa maledetta strada?
— Non lo so.
— Non lo sai?
— No.
— E dove andiamo allora?
— Al Castello dei Lecci.
Ora il primo sole, languidamente roggio, stendeva la sua carezza su quelle terre, verdi di folte vegetazioni e univa nella luce blanda i gruppi d'alberi, fondendoli in masse d'oro fantastiche, coronanti i culmini e le valli.
Sbucarono i viaggiatori, dopo lungo andare silenzioso, in un prato che si stendeva in dolce declivio. Ivi pascolava un gregge e una giovanetta lo seguiva, guidandolo con un suo lungo vinciglio.
Gridò il Cavalier Mostardo poichè scorse l'abitatrice dei culmini:
— Ehi ragazza!
Quella si volse e rimase immobile guardando.
— Non odi? — riprese il Cavaliere facendo grandi cenni col braccio levato. — Non odi? ragazza?
La giovanetta si accostò:
— Che volete? — chiese.
— Sai dirmi, per favore, da che parte rimane il Castello dei Lecci?
— Il Castello dei Lecci? — fece la pastorella con voce maravigliata — ma io non lo conosco!
— Come non è qua su? — chiese il Cavalier Mostardo arrossendo d'ira improvvisa.
— Ch'io mi sappia, no!
— Buonanotte! — mormorò Marcôn e abbassò gli occhi sotto lo sguardo terribile del Cavaliere.
Però, come non volle darsi per vinto e conoscendo d'altra parte la natura della gente del luogo chiese:
— Ma dove abita Êrla, la vecchia?
— Da quella parte — rispose tendendo un braccio la pastorella. — A Ca' Nigra.
— E il castello dei marchesi Barbigi non è quassù?
— Sì. Ca' Nigra è dei marchesi Barbigi.
— L'avevo detto io! — esclamò il ben chiomato profeta esultando.
Con miglior lena che mai, dopo qualche ricalcitrare di Fiùt, ripresero l'erta. Il primo sole li avvolse. Disuguali e barocchi nelle loro sagome originalmente eccezionali, proseguirono l'un dietro l'altro.
Marcôn con la _galosa_ grigia che portava, non già foggiata in breve copricapo rotondo, ma diritta, a pane di zucchero, come una qualche mitria orientale, e col pastrano di stoffa violetta che indossava sempre, d'estate e d'inverno; il Cavalier Mostarde, fiero ne l'arroganza degli enormi mustacchi, degli occhi imperiosi, delle folte ciglia sotto il cappello da l'ala vasta come un ippodromo. L'uno contemplava l'altro; poteva dirsi tutta l'umanità in quei due estremi: il pensiero preceduto dalla forza e scortato da l'eterna gaiezza di Padre Sole. E il sole indorò i loro contorni, fece riscintillare i bottoni argentei del lungo pastrano violetto di Marcôn, gettò le loro ombre sul prato: due sgorbi che si inseguivano passando, inconsistenti, su gli steli delle lupinelle e de l'erba spagna. Troneggiava il Cavaliere, innanzi, col suo bel naso arcuato e la vigorìa delle spalle quadrate; Marcôn seguiva, curvo su la sua curva bestia, con gli occhi fissi nello stupore del sonno e le braccia abbandonate lungo il corpo per istanchezza fisica e per fissa intensità di meditazione.
— Come si respira bene — disse il Cavalier Mostardo.
— Sì — rispose Marcôn, ma distrattamente. Egli pensava alla profezia che gli aveva fatta un vecchio indovino dei monti, Gièvul, qualche anno innanzi, una sera in una campagna abbandonata, mentre andavano alla ventura. Gli aveva detto Gièvul, ch'era molto più sapiente di lui perchè più tempo aveva corso il mondo e portava gli occhiali; gli aveva detto con voce fatidica: — Io vedo che tu avrai fortuna nell'avvenire. Sei nato sotto la stella diana! — E tale profezia, da quella sera lontana, era nella sua mente continuo assillo e speranza luminosa. Salirono, salirono come alla conquista del sole, verso l'inarrivabile cima e la luce si fece più intensa e le cose intorno più chiare.
Alla fine sbucarono dalla terra, d'improvviso, quattro torri monche e un giro di mura merlate.
Il Cavaliere si volse a guardare Marcôn; questi scosse il capo affermativamente.
Scendeva nel contempo Giasmîn, con due anfore di rame su le spalle; scendeva alla fonte. Quando fu distante pochi passi, il Cavalier Mostarde, ch'era in vena di galanteria e sempre lo era allorchè un visuccio adorno solleticava il suo amor proprio di uomo piacente, disse rivolto alla giovanetta e cercò nel dire il suo sorriso più fiorito:
— Fronte-di-sole è dei marchesi Barbigi quella rocca?
— Sì, è dei marchesi Barbigi — rispose Giasmîn sorridendo. E riprese dopo una pausa:
— Ma chi cercate?
— Questo è affare che non riguarda Bocca-di-corallo! — rispose il Cavaliere, inchinandosi per accarezzare Giasmîn, che si scostò. Poi l'uomo rosso piantò i tacchi nel ventre della muletta la quale, o offesa dallo sgarbo inaspettato, o presa da improvvisa gagliardìa per i primaverili sentori, si lanciò, non l'avesse mai fatto, in corsa sfrenata. Il Cavaliere per non dimostrar timore, curvò la schiena, strinse i ginocchi e si adattò momentaneamente alla pericolosa parte di cavallerizzo. Ma il peggio si fu che Fiùt, la nervosa creatura dai subiti entusiasmi, visto l'esempio e animato dalla comparsa di un'asinella grigia, innanzi alla casa di Vuriòl, si dette a ragliare con le sue trombe poderose dal suono simile a quello degli ottoni guerreschi, e a falcate, a sgambetti, a raggiri, soffiando e sternutendo, ritta la coda, nero flabello di vittoria, sorpassò la muletta, non sentendo ormai nè grida, nè busse; orgoglioso e caparbio, indomito e selvaggio ne l'impeto del suo amore.
Marcôn chiuse gli occhi, arroncigliò le orecchie del barbaro nemico, si resse più che potè; ma ad un tratto si sentì lanciato ne l'aria e cadde pesantemente innanzi alla casa di Vuriòl, mentre Fiùt rincorreva a disperazione la fuggitiva compagna.
L'entrata di Marcôn, nel dominio del grigio castello, fu accolta da una risata argentina perchè Giasmîn ch'era ritornata, spinta dalla curiosità, aveva assistito alla scena grottesca.
Giunse poi il Cavalier Mostardo, di trotto serrato, ballonzolando rigidamente. La muletta si fermò contro un pagliaio e il Cavaliere, non senza fatica, scese di sella.
A l'inusitata irruzione, Êrla e Vuriòl uscirono su l'aia e guardarono, sorridendo del riso bonario dei contadini, il Cavalier Mostardo che, ai loro occhi, si rivelò subito un'autorità cittadina.
Il Cavaliere si rivolse a Vuriòl e gli disse:
— Vecchio, conducimi al castello. Europa Battifiore e Manso Liturgico sono qui, non è vero?
— Io non lo so — rispose il villano che s'era tolta la _galosa_ e la rigirava fra le mani callose.
— Nel castello ci sono gli sposi — interloquì Giasmîn — ma noi non sappiamo come si chiamino.
— C'è anche un prete — soggiunse Êrla.
— Un prete! — esclamò il Cavaliere. — E per che fare?
— Sta sempre coi signorini — riprese Giasmîn — e parlano di religione. L'altro giorno anzi, la signorina mi confessò che voleva ritirarsi in convento.
— Ah canaglia! — gridò il Cavalier Mostardo scattando: — Canaglia matricolata!
Giasmîn ed Êrla si guardarono negli occhi stupefacendo.