Gli Uomini Rossi: Romanzo

Part 7

Chapter 73,760 wordsPublic domain

Data la gran somma dei vini, il grado della comune intelligenza si era elevato dal livello normale onde la verbale battaglia, per accresciuta facilità di eloquio, assunse carattere violento ed assordante.

Nè valsero le preghiere delle signore:

— Non parliamo di politica, per carità!

Nè i miti e sussurrati consigli.

Nulla. Dato un banchetto e dieci romagnoli, la politica è terzo elemento di equilibrio.

Si criticò, si distrusse, si riedificò con tale rapidità che più non n'ebbe il Creatore ne' suoi biblici giorni. Ogni Governo fu sottoposto ad acerbe critiche; ogni uomo che non condividesse l'idea repubblicana s'ebbe una sua ghirlandetta di ingiurie; ogni atto di repressione, rievocato, fece accendere di fiero sdegno quei venti petti di eroi proclamanti per proprio conto, visto che il mondo non si muoveva, la Rivoluzione Universale.

Non era possibile via diversa. L'evoluzione era una panacea per i paurosi, una trovata dei capitalisti. Che cosa sarebbe toccato ai vivi? Niente, meno che niente, le beffe e l'obbrobrio. Le beffe di coloro che godono ingiustamente e tiranneggiando muovono i destini dei popoli; l'obbrobrio per la loro povertà d'intelletto che li teneva schiavi della prima cabaletta annunciata quale mezzo di comune salvazione.

— In verità io vi dico — gridò Ardito Popolini sempre più acceso in volto — che non c'è via di scampo! Mi opponete: La rivoluzione conduce a penosi eccessi; la rivoluzione è un male. Sì è un male, ne convengo, ma un male necessario! Vorrete morire di cancrena anzichè tagliare l'arto ferito? Vorrete, essendo poveri e macilenti, rinnegare un gran bene per tema di traversare a nuoto un fiume vorticoso? Qui s'impone un dilemma, un _aut aut_; non vi sono vie traverse. Ne convenite?

— Si! — risposero a coro venti voci entusiaste.

— Ebbene, noi siamo su la via buona e condurremo il nostro popolo alla redenzione finale! Ai potenti ridremo in faccia e alla violenza risponderemo con la violenza!

Un coro di voci osannanti si levò turbinando. Ne l'attimo della ripresa, da un angolo, umile ed entusiasta, la vocetta della signora Eulalia esclamò:

— Come suona bene Pantaleone!

Il violino continuava la sua solfa, malinconicamente inascoltato.

— Chi di voi avrebbe paura di salire le barricate domani?

— Nessuno! — gridarono tutti.

— Preparatevi perchè l'ora è vicina. Pertanto, per chiudere degnatamente questo banchetto, v'invito a gridare con me: Evviva _Colei_ che ci condurrà a grandi porti, ad alti destini. Evviva la Rivoluzione!

In altissimo grido tutti risposero:

— Evviva!

La Trimurti si alzò protendendo i calici ricolmi.

Nel frattempo un nuovo personaggio era entrato nella sala. Si notò il bagliore di una cravatta rossa, il lampeggìo di due occhi fieri, la baldanza di due baffi diritti.

— Oh Cavalier Mostardo! Bevi! — fece Bortolo, protendendo al nuovo venuto un calice: ma il Cavaliere passò sdegnoso, ringraziando a pena. Pareva avesse vinto a Waterloo.

Si avvicinò a Popolini e gli disse a mezza voce:

— Debbo parlarti. — Poi si chinò e rapidamente, a l'orecchio, gli sussurrò alcune parole. Il Popolini sorrise, impallidì e disse forte:

— Ne sei ben certo?

— Come del sole! — rispose il Cavaliere con ampio gesto.

Si fece assoluto silenzio. I convitati si protesero verso il Popolini che si era alzato per parlare. Passò un attimo in cui il repubblicano assaporò la gioia di sentirsi centro di tanta attenzione poi, scandendo le parole, ad alta voce annunziò:

— Europa è salva!

— Salva! — gridò Gian Battifiore.

— Salva! — ripeteron le sorelle.

— E chi l'ha trovata? — chiese Gian Battifiore, pallidissimo e tremante.

— Io! — esclamò il Cavalier Mostardo. E rimase rigidamente immobile. In quell'attimo, parve agli astanti più grande di una rupe.

A l'alto silenzio seguì un diluvio di domande, di ringraziamenti, di promesse; fu allora che il violino del vecchio medico riprese la solfa sospirosa.

La signora Eulalia, sorridendo a l'unico ammiratore del suo grande marito, dette l'eterna nota di gaudio:

— Come suona bene Pantaleone!

E Sghìrbazz, appoggiato allo stipite della porta, rispose rudemente, chinando il capo:

— Sì!

CAPITOLO XII.

Nel quale si vede come Madonna Luna si dichiarasse nemica di Monsignor Rutilante.

Gli anarchici, i poveri piccoli anarchici, avevano veduto, forse per la cinquantesima volta, il loro capo varcare la soglia della bolgia oscura onde, presi dal timore di condividerne la sorte, pensarono un mezzo di scampo.

Era necessario in primo luogo ingraziarsi le autorità e il caso li aiutò.

Marcôn e Apulinèr amavano il vino e il vino è un fratello che bene consiglia.

Un giorno si trovavano a far siesta in una osteria suburbana, allorchè udirono alle loro spalle parlare sommessamente; si volsero e videro il Cavalier Mostardo conversare con due figuri di ignota provenienza.

Il primo consiglio fu di non por mente alle parole che giungevan loro, ma poi Marcôn sobbalzò, si battè una mano su la fronte e disse al compagno:

— Siamo salvi!

— Perchè? — chiese Apulinèr.

— Lascia fare. Vedrai.

Apulinèr, secondo le buone leggi della compagnia, chinò il capo nè più domandò.

Marcôn disse forte:

— Cavalier Mostarde io potrei darvi buoni consigli.

— Tu! — rispose rivolgendosi il gigante e piegò il labbro a smorfia canzonatoria.

— Io!

— Bada ranocchio! — fece il Cavaliere avvicinandosi al tavolo di Marcôn. — Io son capace di mandare a gambe levate, te e tutta l'anarchia se intendi burlarmi!

— Voglio esservi utile. Posso darvi un grande consiglio!

Marcôn amava l'enfasi; ma il Cavalier Mostardo lo afferrò a mezzo il petto e gli gridò:

— Parla e spicciati!

Al comando risoluto, l'anarchico, raumiliandosi, chiese:

— Voi cercate Europa?

— Si.

— Europa è al Castello dei Lecci.

— Quando l'hai veduta?

— La settimana scorsa. Mi trovavo da Êrla per curarle una figlia ammalata di _ânma cadù_. Vidi Europa passare nel bosco.

— Con chi era?

— Con un giovanotto.

— L'hai riconosciuto?

— No. Però Êrla mi disse che al Castello c'era anche un prete.

— L'hai veduto?

— No.

Passò una sosta in cui il Cavalier Mostardo si strinse la fronte fra le palme.

— Forse ci siamo! — disse poi. E, a breve ripresa, rivolto a Marcôn:

— Tu verrai con me, scarafaggio. E bada, questo sia detto perchè la cosa non ti giunga nuova, se hai mentito ti appendo a una vite come una botta!

— Farete ciò che vi piacerà. Ciò che vi ho rivelato è verità.

— È lontano il Castello dei Lecci?

— Sessanta miglia vecchie. Quattro giorni di cammino. Con un buon cavallo possiamo arrivarci in un giorno e mezzo.

— Allora andiamo. Mi aspetterai alla stalla di Frigòr.

— Come volete.

Partirono. Il Cavalier Mostardo comunicò la buona novella ai banchettanti, poi raggiunse Marcôn e si misero in via verso l'antico castello sorgente fra le montagne selvose.

Alle scosse ritmiche e continue del barroccino, Marcôn si addormentò mentre il Cavalier Mostardo, gli occhi fissi a l'orizzonte, tracciava ne l'aria grandi segni quasi sviluppasse mentalmente un suo piano strategico. Poi scese la notte ed essi continuarono sotto la luna l'interminabile via.

Il Castello dei Lecci era, su l'alto Apennino, in luogo diruto ed aspro. A prima vista pareva inaccessibile, perduto lassù fra le sue rupi che scendevano a picco da grande altezza sul letto di un torrente sassoso e sconvolto; però, nascosta fra le anfrattuosità, era una viottola la quale, svolgendosi tortuosamente, guadagnava la cima di Monfùg. Il Castello dei Lecci apparteneva ai marchesi Barbigi ed era da lungo tempo disabitato. Ne era affidata la custodia alla vecchia Êrla che aveva incarico di aprirlo ai rarissimi visitatori; incarico ch'ella non poteva disimpegnare perchè le gambe non le permettevano di affrontar le numerose scale a chiocciola e gli sdrucciolevoli pavimenti dei sotterranei e che, con giovanil grazia, disimpegnava una figlia sua, la bella Giasmîn che Marcôn aveva curato già dal lento languore che la consumava, in quelle azzurre solitudini dove non si udiva se non il muggir delle mandre e le grida che mandano i venti, passando nel loro viaggio vertiginoso.

Erla e Giasmîn vivevano in una casetta grigia ed era con loro un anziano: Vuriòl, zio della giovanetta.

Un giorno, su l'aprirsi di aprile, era giunto lassù il marchesino Fedele Barbigi e aveva dato ordine si apprestassero nel castello alcune stanze perchè una coppia di giovani sposi avrebbe passato la primavera fra quelle montagne.

L'opera fu compita con gioia sì da Êrla come da Giasmîn, perchè se l'una sperò nel guadagno, l'altra fu presa da viva curiosità giovanile e le riempì l'animo il pensiero di poter osservare da vicino, in sorridente stupore, ciò che aveva pensato talvolta a traverso qualche leggenda antica.

Poi una chiara mattina, tanto chiara che il lontano mare tutto si rivelava a l'orizzonte, pieno di scintillìi come una immensa corazza di metallo brunito che ripercotesse il sole, il cane da guardia abbaiò con tale insistenza che Êrla e Giasmîn uscirono e si trovarono di fronte Europa e Didino.

— Sono loro gli sposi? — chiese sorridendo Erla.

I fuggitivi si guardarono negli occhi e Didino rispose:

— Sì.

— Allora si accomodino. Li aspettavamo. Ho preparato quattro stanze vicine alla torre di destra; vede? quella là. Sono le migliori e ci si troveranno bene.

Vedendo poi che gli sposi novelli non rispondevano, pensò che l'oscura mole del castello incutesse loro timore sicchè soggiunse:

— Oh! non ci sono gli spiriti, è vero Giasmîn? Non ci sono gli spiriti glielo assicuro. Io ho dormito sola, al tempo de la povera marchesa, (ero ancora ragazza e ne sono trascorsi degli anni!) ho dormito sola nella stanza dei quadri. Dicono, è vero, che nella notte si sente urlare e si vedono fantasmi su tutte le torri, ma non diano ascolto. Noi non abbiamo veduto niente, ed è un pezzo che si vive quassù.

Del resto — soggiunse — se hanno paura Vuriòl dormirà nel castello.

— Oh! non importa! — fece Didino punto sul vivo.

— Non importa! — sussurrò Europa.

— Allora, Giasmîn, va a prendere le chiavi ed accompagna i signori nelle loro camere.

Giasmîn ch'era rimasta tutta compresa di ammirazione e di gioia e s'era ferma a guardare senza batter ciglio, alla chiamata della madre si riscosse e andò e tornò in un battibaleno recando un gran mazzo di chiavi rugginose e dismisurate. Si fermò innanzi a Didino o, con un bel sorriso della bocca rossa e dei piccoli denti perlacei, chiese, piegando leggermente il capo ad invito:

— Vogliono venire?

— Eccoci — rispose Manso Liturgico, e si avviarono.

Dalla casupola di Êrla alla porta del castello, chiusa ora da enormi battenti che avevano sostituito le antiche saracinesche, correva una viottola mal selciata, fra due basse siepi di canne e lunga forse duecento metri, in salita. Innanzi a l'entrata del castello era una spianata alla quale faceva corona una duplice fila di cipressi e di abeti.

Giasmîn corse innanzi. Scalza com'era, pareva uno scoiattolo per quelle balze; si affrettò ad aprire la gran porta grigia, tempestata di borchie rugginose come l'armatura di un gigante.

Introdusse la chiave, fece forza piegando la persona, girò gli ordigni ch'ebbero stridori acuti, sostò guardando se gli sposini giungevano, poi appoggiando le braccia e il torso, spinse la porta che cigolò e si dischiuse.

Ritta ora nel gran vano luminoso, con la sua bella corona di capelli rossi, attese gli adolescenti che salivano l'erta.

Entrarono in un vasto cortile chiuso da un lato da una torre; negli altri tre lati correva un portico oscuro. Le mura si levavan diritte e grigie; rosse in alcuni punti, dove l'opera muraria era in mattoni. Percorsero un androne, chiuso da saracinesche; sbucarono in un cortiletto meno grande del primo; volsero a destra; salirono una scala a chiocciola e furono in una terrazzina.

— Dalla parte del mastio non si passa — disse Giasmîn rivolgendosi — perchè la scala è pericolosa.

Traversarono una grande stanza piena di feritoie e di spiombatoi, ridiscesero, videro un terzo cortile.

— Ma questo è un laberinto! — esclamò Didino.

— Siamo giunti! — rispose Giasmîn. — Poi, indicando con la mano: — Ecco la scala — riprese.

Sotto un arco a sesto acuto, adorno di quattro colonnette appaiate, si intravide la bella scala in marmo, ricca di eleganti balaustrate, della quale saliron due rami e furono innanzi ad una porta dorata che Giasmîn dischiuse facilmente.

— Aspettino; apro le finestre — disse Giasmîn entrando. Udiron nel buio lo stropiccìo dei piccoli piedi nudi, sul pavimento; giunse loro un senso di umidiccio e un tanfo di aria viziata poi un impeto di luce invase la sala, rivestita di damasco verde e decorata da begli affreschi nel soffitto.

— Questa è la sala verde — disse Giasmîn. — Le loro stanze son per di qua.

E volse a destra.

Didino ed Europa guardavano maravigliati e intimoriti la maestà severa del luogo e pareva loro li seguissero sguardi scrutatori e minacciosi.

Poi, come eran rimasti immobili, quasi vinti da particolar fascino suggestivo, Giasmîn li chiamò con allegra voce:

— Si accomodino. Questa è la stanza da pranzo. — Guardarono. Era un enorme vano con zoccoli di legno alle pareti e decorazioni murali figuranti scene di caccia. In mezzo era posta una interminabile tavola di noce alla quale avrebber potuto banchettare, senza trovarsi a disagio, i diecimila di Senofonte; tutt'intorno numerose poltrone dagli ampi bracciali, ricoperte di cuoio nerastro, pareva attendessero gli eroi della gigantomachia. Su la parete di fondo era un trofeo d'armi.

Due ampie finestre a sesto acuto, fiancheggiate da graziose colonnette, davano luce alla sala che aveva in sè una cupa severità e non predisponeva certo al buon umore.

— Mio Dio! — esclamò Europa stringendosi al braccio del compagno: — Questa è una caserma! Io non avrò mai appetito qua dentro.

— Veramente — rispose Didino — è un po' troppo grande per due; ma ci adatteremo.

— La nonna racconta — soggiunse Giasmîn — e dice cose di verità, ch'ella ha risaputo da' suoi vecchi antichi, che in questa sala mangiava il conte Leone co' suoi signori ed erano più di cento; e dice che i cuochi servivano vitelli interi e pecore e agnelli arrostiti e che si consumava in un giorno il vino bastante a tutto il paese di San Benedetto per un mese.

Entrarono poi nella camera nuziale parata di stoffe color rosa, sbiadite dai tempo, biancheggianti qua e là in contorni indefiniti. Aveva il soffitto a volta. Le voci vi risuonavano sonore, come fra gli intercolunnii di una cattedrale.

— E qui dormiranno loro — disse Giasmîn.

Europa chinò il mento al seno e impallidì, come amor che langue; Didino volse gli occhi in giro.

Un immenso letto di noce si distendeva sotto il trionfo del baldacchino, sorretto da quattro colonnine nere, a fregi d'oro; un angiolo, a sommo degli archi, reggeva le cortine che condiscendevano in lievi ondeggiamenti a velare i guanciali e le grandi coperte di damasco, ramezzate d'oro.

Vi fu un breve silenzio, poi Giasmîn si avvicinò al letto, alzò le cortine e disse: — Guardino, come è bello!

E siccome i coniugi non fiatavano, continuò:

— Ci si deve star bene come su le prime erbe: come sul fieno fiorito. — Affondò una mano fra le coltri. — È soffice che più non potrebbe esserlo. Su la lana ci si imparadisa, come dicono su, a San Benedetto, ed ogni sposa da noi — fece volgendosi — vede? ogni sposa da noi porta il suo sacco di lana perchè i primi sonni siano belli.

La paglia è dura; stride. La notte par d'avere sotto al capo un mondo di grilli. A volte ci si sveglia di soprassalto che, sa Dio come, pare qualcuno salga sul letto e lo scuota. L'altra notte ebbi paura veramente. — E scoppiò in una risatella breve che le passò nella gola tremando, le illuminò gli occhi e il viso, riempì l'aria di un brivido.

Le finestre della stanza nuziale si aprivano su la breve spianata alla quale facevan doppia corona gli abeti e i cipressi; oltre i primi colli e le lunghe vallate, si stendeva nella lontananza l'azzurro cupo della pianura e la bianca chiarezza del mare.

— Se odono rumori, la notte — riprese Giasmîn — non vi pongano mente. Su la torre maestra, in una vecchia stanza abbandonata, hanno il nido i barbagianni e le civette. I barbagianni russano come uomini e soffiano. Dicono i vecchi che soffian per ispegner la luna che li infastidisce. Li odo anch'io dal mio letto, ma ormai ci sono abituata.

Europa aveva ascoltato poco rassicurandosi nel cuore. Manso Liturgico osservava con soverchia attenzione il disegno degli arazzi sfioriti dal tempo.

Visitarono un'altra stanza più modesta e la cucina; un'ampia cucina annerita dal fumo, con una cappa di camino che poteva ricordare l'entrata di qualche remoto inferno.

Passaron quel giorno parlucchiando, guardandosi di rado, turbati sì dal luogo pauroso come dalla tensione nervosa causata loro dagli avvenimenti improvvisi.

Manso Liturgico di fronte a l'amor suo era impacciato e goffo quasi dovesse risolvere un oscuro problema impostogli dal Divin Creatore allo scopo di martirizzarlo.

Come scese la sera assaggiarono appena la cenetta che Giasmîn aveva allestito. Europa, perduta quasi in una poltrona da l'ampia spalliera, di fronte alle finestre dalle quali luceva il pallido cielo, verdognolo a l'occaso, come un'acqua chiara e profonda, guardava pensosamente lo svettar lento, ritmico degli abeti nel loro breve semicerchio. Didino, con gli occhi bassi, come immerso in una grave meditazione su l'eternità, tamburinò con le dita, su la tavola, un tempo di marcia.

Si accendevano i primi sorrisi di stelle. Vespero già era alto a l'orizzonte, bianco e lucente nella dorata diafanità de l'ultimo crepuscolo.

Le lontananze si perdevano sotto l'imminente dominio della notte. Ancora qualche punto bianco, qualche gemmea cosa ne l'infinito; un bagliore di sogno lontano.

Disse Europa non volgendo il capo, quasi parlasse agli abeti:

— Io non ho sonno!

Mormorò Manso Liturgico di rimando:

— Neanch'io.

Poi si tacquero di nuovo. Così si sarebbero taciuti chi sa per quant'altro tempo ancora se una porticina nel fondo non avesse cigolato d'improvviso e Giasmîn non fosse apparsa.

Gli adolescenti si volsero di scatto.

— Ah! sei tu! — esclamò Europa traendo un sospiro.

— Son io — rispose Giasmîn. — Ma chi poteva essere? Nel castello siamo soli.

— Non so.

Giasmîn si avanzò lentamente. Giunta vicino a Europa le chiese:

— Ha paura?

La giovinetta si alzò un poco su la poltrona e rispose:

— No.

Passò un'altra pausa.

— Io ho sbrigato le faccende della cucina — riprese Giasmîn.

— Bene — rispose Europa.

— Posso andare?

— Fa come credi.

— Come desidera lei, signorina. Vuole dorma nel castello?

— Ma... tua madre rimane sola.

— Oh! è abituata e non ha paura.

L'ultima parola scosse Manso Liturgico che fino allora era rimasto assorto. Ecco, mostrarsi pauroso di fronte ad una giovanetta non gli conveniva, sicchè disse:

— No no, possiamo rimaner soli. Vai, vai nel tuo letto e dormi bene.

— Allora... — fece Giasmîn sorridendo.

— Buona sera — mormorarono i fuggitivi.

— Buona sera — rispose la giovanetta da' bei capelli ardenti. E si allontanò guardando gli ospiti ch'eran rimasti muti nelle loro pose d'abbandono.

Quando fu su l'uscio Europa gridò:

— Giasmîn, Giasmîn?

— Eccomi.

Breve pausa in cui il pensiero parve indugiare.

— Chiudi bene la porta.

— Non dubiti. Poi chi vuole venga quassù?

— Le precauzioni non sono mai troppe.

— Ha ragione. Chiuderò a doppia mandata.

— Ma come? Ci chiudi nel castello? — chiese Manso Liturgico scattando.

— Eh! — rispose la giovanetta alzando leggermente le spalle.

— E se vogliamo uscire?

Giasmîn pensò un poco, poi disse.

— Senta, la chiave la passerò sotto la soglia e potranno riprenderla.

— Va bene non te ne dimenticare.

— No signore.

— Allora... buonasera.

— Buonasera.

E Giasmîn si avviò per la seconda volta; ma non ebbe fatto quattro passi che Europa la richiamò.

— Senti Giasmîn, non ci dai un lume?

— Oh perdoni la sbadataggine! — E soggiunse sorridendo: — Glie lo porto subito... chè il lume è mezza compagnia.

Poco dopo ricomparve recando una vecchia lucerna della quale aveva acceso i tre becchi. La giovanetta avea sprazzi di luce sul mento, su gli zigomi, alla sommità delle ciglia e la dolcezza forte del suo viso, per i contrasti, risaltò nettamente quasi che un'interna luminosità l'animasse.

Dietro Giasmîn si ridestaron giganteggiando, ombre enormi che si abbinavano, si sovrapponevano, disparivano animate da una vita inafferabile.

Manso Liturgico guardò con le sopracciglia inarcate, alzando a pena gli occhi.

— Non avevi un lume a petrolio? — chiese a Giasmîn poichè gli fu vicina.

— No signore. Il castello è disabitato da molti anni. Tutto ciò che v'è rimasto è vecchio.

— Va bene.

Giasmîn posò la lucerna su la gran tavola di noce, indugiò un poco per alzare i lucignoli poi disse rivolgendosi ad Europa:

— Le occorre altro?

— No, grazie.

— Buona sera.

— Buona sera.

Udirono chiudersi la porta della sala; il lieve scalpiccio della giovanetta si perse. Udirono ancora il cigolar delle vecchie ferramenta che chiudevano la porta d'ingresso del castello.

Altro silenzio più grave, più lungo del primo; poi, giù per la costa, la voce squillante di Giasmîn cantò l'endecassilabo dei pastori, la semplice invocazione:

«_Amante! Amante! Amore amore amore!_».

Si perse. Gli alberi neri attesero immobilmente la sorella che sorge dai mari, per il suo viaggio remoto.

Europa e Didino si guardarono negli occhi un attimo. Madre Solitudine li aveva avvertiti ch'essi erano liberi come il vento; che, nel grande castello dei Lecci, erano arbitri e padroni poichè due soli cuori, ne l'ampio giro delle mura turrite, battevano. Madre Solitudine li incitò, senonchè il fuggevole sguardo non ebbe risultato positivo.

Europa si volse un poco su l'ampia poltrona; Didino sentì un fremito trascorrergli le reni sottilmente.

Il sonno pertanto esulava dai loro sensi turbati.

Dalla finestra aperta giunse il trillare dei grilli mariani, dei grilli che vanno fra stelo e stelo, sotto i fiori della menta, col loro timpano d'argento a far la serenata alle stelle; giunse l'aroma dei fieni maggenghi e delle resine dense. Sciami di falene entrarono attratte dalla luce e fecero ghirlanda alle tre fiammelle, come un nimbo primaverile.

Europa fissò l'ardente luminosità di Sirio ch'era apparso sopra gli abeti.

E Didino pensò: — Che cosa aspettiamo? Perchè non dice ella una parola? Il suo silenzio è causato forse dal pentimento. Certo, ella è pentita d'aver abbandonata la famiglia, d'esser venuta con me ed ora se ne duole e non mi guarda e non mi parla. Ma io non l'ho ingannata; quando vorrà ci sposeremo. Io anche ho avuto per lei il rispetto che si ha per una santa e, da quando siamo soli, non le ho chiesto pure l'ombra di un bacio. Dovrebbe amarmi di più; dovrebbe apprezzare il mio sacrificio e la mia onestà!

Così si doleva in cuor suo il giovinetto amatore, mentre Europa fissava con gli occhi larghi ed oscuri l'ardente luminosità di Sirio.

E pensava a sua volta: — Che cosa aspettiamo? Perchè non mi parla? Non vorrà, spero, ch'io sia la prima a rivolgergli la parola, e non potremo passare tutta la notte così! Almeno sapesse dirmi le cose che mi ha scritto! Mi piacerebbe sentirmele ripetere all'orecchio, sussurate dalla sua voce. Ma perchè tace e rimane tanto lontano da me? Mi farebbe compagnia... ma così!...

E il silenzio continuò ancora finchè Europa lo ruppe con una domanda sussurata a pena:

— Che ore sono?

Manso Liturgico alzò gli occhi, sorrise, estrasse l'orologio e lo mostrò senza dir parola alla compagna:

— Le dieci? — chiese Europa debolmente.

— Si, sono le dieci — rispose Didino.

— Com'è tardi! — riprese Europa.

— Infatti... è tardi!

— Quand'ero a casa, dormivo già a quest'ora.

— Anch'io!

— Non hai sonno? Io sono un poco stanca! — disse Europa chinando il capo con gli occhi molli di dolcezza.