Gli ingenui

Part 11

Chapter 113,371 wordsPublic domain

Vedi, amico — io gli ho detto — oggi la grande arte è finita e quella poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a raccoglierlo.

Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere: ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i quadretti per i salottini delle _cocottes_. Esse qualche soldo lo spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze.

Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi, ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa più caso di nulla.

Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte, e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni, rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori, è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi che una volta ho veduto soffiare, soffiare sotto un pallone.

Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra: ma in alto non voleva salire.

I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato; ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da venire.

Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno, si è convinti di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città, le vie le campagne si vanno assomigliando.

L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini geometrici!

Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri, il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai, ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di mettere su la testa di quel terribile tiranno.

Questo poeta si chiamava Arrigo Heine.

Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino al _Louvre_. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime.

Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a noi; tu lo senti!

Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la colpa alla borghesia.

No, ragazzo — io gli ho detto anche — la borghesia non ci ha maggior colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò detto che le cose hanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono così.

La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira.

Che se vedi qualche pittore vendere il quadro, ciò non ti deve illudere nè fuorviare dal retto giudizio. Non lo comprano, credi, per amor dell'arte, ma perchè l'uso, le esigenze hanno ancora una certa forza; e il pubblico, questa gran bestia che oggi veste più o meno all'inglese, ci si spassa, specie ne le esposizioni, a vedere tutte le pareti coperte di quadri posti l'uno sopra l'altro, e fa confronti e ci si appassiona quasi come ad una corsa di cavalli. Allora butta il suo soldo e tutti pari. Ma la grande arte non se ne avvantaggia per questo, e il pittore che per compiacere al pubblico ha deturpato in quadretti di genere e civettuoli le austere idealità che avea forse in mente, ci muore lo stesso. E allora: «_all right_; vettura, all'ospedale!» La nostra è un'età umanitaria e previdente che melanconia di cadaveri e di moribondi non ne vuol veder per le vie. Tientelo a mente, amico pittore!

Ma sempre furono vane parole le mie: lui è rimasto fisso nell'idea della grande arte. Avea troppo ingegno e troppo amore a quelle sue figure che gli splendeano ne la mente per adattarsi ad un qualche mestiere; ed è così che prima ha perduto la fede in Dio, ed è divenuto ateo; poi ha perduto la fede ne gli uomini ed è divenuto anarchico, che è un ateismo anche questo! Oh, le orribili parole! E pure oramai egli vive pazzo per questa pazzia, e quanti ve ne sono con lui!

Egli ha finito poi col buttarsi in braccio delle cattive compagnie, l'infelice, e quivi trascina la sua ruinata giovinezza, fin che dura. Viene da piangere a pensarci!

Egli la sera, fra i boccali e le sanguinarie proposte, la bestemmia atrocemente la Madonna che da giovanetto pregava fra gli incensi, presso suo padre; quasi che la Madonna dopo la borghesia fosse lei la colpa di tutto e avesse le orecchie per intendere!

Ma la mattina riprende stanco i pennelli e la dipinge ancora, per istinto, la soave figura della Vergine, come l'uccello fa il nido che la sera i fanciulli distruggeranno.

Oh, quando un raggio di sole entra ne la tua stanza, allora su per il raggio di sole, su fino al cielo tu vedi un ondeggiare e muoversi di figure che la mente comprende, e di cui il pennello sa a pena rendere un'imagine fuggitiva! Ed anche il mondo ne le notti stellate, ai dolci tramonti, e pur ne le tempeste, quale splendore di quadro è desso mai!

Ebbene, no! Egli a questo bellissimo mondo vorrebbe dar fuoco come si fa ad un malvagio topolino che i monelli cospargono di acceso petrolio!

Ma non è questa una cosa orribile che vi debba essere una classe di uomini anelanti alla distruzione?

Le _Scaglie roventi_ sono state sequestrate, e va bene: ed a più forte ragione anche da coloro che lanciano ben altro che dardi poetici, noi abbiamo il diritto di premunirci, e di opporre arma ad arma.

Ma io mi sono domandato: e dopo questo? Forse che distruggendo con ferro e fuoco le manifestazioni del male ne avremo anche estirpate le cause? E poi il male è solamente limitato a questi pazzi furiosi e sanguinari, o non ha più tosto un'estensione maggiore che non si creda e che sfugge alle ricerche?

Perchè da quello che si legge e che si ode pare che non scarso sia il numero di coloro (e questa non è gente nè malvagia nè volgare) che vivono malcontenti e che hanno perduta ogni fede in ogni buon ordinamento e in ogni legge: ma si sentono gravati come da un'immensa oppressione che non si sa in che cosa propriamente consista, ed hanno bisogno di muoversi più liberamente e più lietamente per questo mondo.

Allora ho voluto consultare quei savi che si dicono antropologi e filosofi positivi per sapere quale sia la diagnosi di questo male che affligge la nostra età, ed ecco quale ne fu il responso: «Anarchia: cioè adempimento di ogni istinto indomabile ed irrefrenabile; antisociabilità, ritorno atavico all'animalità primitiva, degenerazione ampiamente diffusa che si manifesta tanto con una opera dell'Ibsen e del Tolstoi, degenerazione superiore; come una pentola di nitroglicerina, degenerazione inferiore — forme varie di una malattia unica».

Il linguaggio di questi signori è categorico e proviene dalla gran sicurezza che sentono della loro scienza. Essi, in certo modo, sono come dei medici che hanno in cura l'umanità e col termometro sotto l'ascella ne sanno compulsare ogni menomo moto ed ogni più lieve squilibrio. Da tale superiorità proviene anche il fatto che essi ragionano con un'olimpica indifferenza come se questa infermità crescesse non sul nostro corpo sociale ma su quello degli abitanti della Luna.

O come avviene — ho chiesto loro umilmente — che la nostra società la quale corre a tutto vapore su le rotaie positive della scienza, verso la stazione di un avvenire sociale perfetto, debba avere il sangue così guasto da produrre tali degenerazioni?

La risposta che si degnarono di darmi fu enigmatica, e da quel che ho capito, pare che dicessero che le cause del male si debbono trovare nel fatto che noi attraversiamo ora un periodo di passaggio: ma che il giorno in cui le democrazie sociali avranno raggiunto il loro completo sviluppo, l'umanità si muoverà liscia senza stridere e senza urti, come una macchina motrice dei più perfetti sistemi.

Essi ne hanno la piena convinzione, ed io mi sono ben guardato dal dubitarne.

Uno anzi dei maggiori sacerdoti dell'avvenire e del positivismo in un suo libro recente non esita a dichiarare che la fede in Dio, gli entusiasmi, gli eccitamenti affettivi sono un errore soggettivo dell'uomo. Anche l'arte non è altro che una deviazione iniziale dalla salute perfetta.

E dal punto di vista di questi signori le cose sono propriamente così. Se l'ideale della società deve essere come il funzionamento di una gran macchina di cui ogni individuo rappresenta un ordigno condannato alla schiavitù di movimenti prestabiliti, certo in tale caso ogni forma autonoma dell'individuo diventa una deviazione dalla verità. Così poniamo che io parta dal concetto che solamente le forme geometriche siano normali e buone: e ognuno può vedere quale immenso lavoro rimarrebbe a fare per disporre le cose naturali secondo questa supposta perfetta struttura. Del resto è innegabile che se noi potessimo, ridurremmo tutto a forme simmetriche e geometriche, come quelle che ci si presentano più belle e conformi al nostro gusto. La meravigliosa assimetria, la sapiente irregolarità della natura ci spiace. Quale felicità se noi potessimo dare ai monti, ai mari, ai fiumi una forma uguale, con i cucuzzoli, i bacini, i corsi già stabiliti in qualche studio tecnico, ne lo stesso modo che nei giardini si potano le piante, le si contorcono, si cimano le erbe come la barba di una persona per bene.

Ma ritornando a quei signori sapienti, io sarei anche disposto a credere che essi come gente di molto ingegno e di grande studio, non ragionino così perchè ne abbiano una convinzione vera e profonda, ma perchè esiste per così dire nell'aria, questa specie di diffusa tirannide contro le manifestazioni individuali e geniali, ed essi di questa opinione sentono l'influsso o la suggestione, come ora si dice, e sono portati involontariamente a darvi la sanzione scientifica.

Si aggiunge poi un altro fatto: e questo è che, per la ragione del forte contrasto e del confronto che ne segue, tutte quelle che sono davvero forme individuali e geniali, assumono indubbiamente uno strano aspetto di pazzesco e di ridicolo. Uno che abbia una grande idealità ci fa l'effetto come di un torrione diroccato che debba caderci a dosso e farci del male. Lo si guarda un po' ridendo, un po' con sospetto: ma lo si lascia solo. Ed è in questo caso che si svolgono nell'individuo quelle forme davvero generative ed anarchiche di cui il nostro pittore è un modesto ma ben eloquente saggio.

Io penso anche che se i più famosi e savi personaggi delle età trascorse, come guerrieri, filosofi, artisti, dovessero rivivere nel nostro tempo, si troverebbero in gran disagio e le loro virtù geniali che tuttora ammiriamo ne le storie e ne le opere che rimangono, finirebbero con lo scomporsi in forme stravaganti e ridicole.

E un altro fatto pure è notevole: mentre i più belli esemplari della famiglia umana si vanno perseguitando e finiscono per iscomparire, è un fatto innegabile che con molto amore e con infiniti mezzi si allevano e si migliorano quelli che sono tipi inferiori, tanto dal lato fisico come dal lato intellettuale, i quali la natura tenderebbe a rendere sterili o ad uccidere in breve tempo.

E questo fatto lo si considera come una delle più grandi conquiste della civiltà e del progresso, una delle glorie indiscutibili del nostro secolo. Ed è vero, e come negarlo?

Bisogna però anche concedere che le democrazie sociali verso cui camminiamo sono per avere una ragione fisiologica oltre quelle che hanno di natura economica e storica.

Oggi, ad esempio, la scienza medica e l'igiene hanno trovato il modo di vincere tante infermità che prima conducevano a pronta morte. Etici, rachitici, scrofolosi, epilettici, che so io, si curano o per lo meno si portano ben avanti nel tempo; anche i deformi, i muti, i cretini, i piccoli delinquenti si allevano in massa, si raddrizzano e si adattano alla vita sociale.

Anche lo stupefacente estendersi degli asili, delle scuole di vario grado non è senza una ben potente ragione di volontà universale; perchè è fuor di dubbio che le scuole, oltre a molti nobili fini che si propongono, sono diventate nel fatto una specie di lungo e raffinato stabilimento di incubazione dove i meno forniti di intelligenza giungono al grado voluto di maturità per entrare poi nel torrente vivo della vita. Solo per questa ragione voi vi spiegate tutte le minuzie dei metodi pedagogici, la moltiplicità delle materie, il frazionamento in piccolissime dosi di quelle discipline che sono a pena un po' astruse: e questo metodo che sembra assurdo anzi dannoso per uno scolaro di intelligenza vera e forte, diventa invece razionale e proficuo per l'allevamento dei piccoli idioti o semi idioti delle presenti e future democrazie.

Questo esercito di deformi, mantenuto a spesa dei più adatti alla vita, finisce un po' per volta col diventare suscettibile di miglioramento, di energie e di riproduzione, ed acquistando forza dal grandissimo numero, si sovrappone con una concorrenza disastrosa e con un'energia feroce in proporzione della conoscenza della loro originaria inferiorità. Eccone un piccolo saggio: Ad un tavolino da caffè, in una grande città industriale, ho udito questo dialogo autentico. Un signore con moglie e quattro figli si siede presso un giovane, e battendogli su la spalla, gli dice famigliarmente:

— Caro amico, ho letto il vostro libro di poesie: ma, scusate, non mi accordo col giudizio del giornale tale, della rivista tal'altra che ne fanno un mucchio di elogi.

— Mi dispiace: vi trovate de' difetti? è scritto male? i caratteri non vi paiono veri? vi scarseggia il sentimento, il senso del bello, le considerazioni? — domandò l'altro timidamente.

— Questo non so, anzi, vi sarà tutto ciò che voi dite; anche troppo! Il difetto è — aggiunse in tono reciso e di rimprovero come quel tal bravo a don Abbondio — che voi artisti non scrivete per le masse. Dovete lavorare per le masse, avete capito? A questo solo patto, vi concediamo di essere artisti. Altrimenti non avete ragione di esistere.

Così tu, mio stravagante pittore, che hai ne la mente la tua grande arte e le tue fantasiose figure, devi dipingere per le masse. Che cosa? io non saprei dirtelo. So che devi dipingere per le masse; se no, crepa di fame.

È innegabile che noi ci troviamo di fronte ad una nuova specie di tirannide e delle più crudeli; e fin qui nulla di nuovo giacchè la tirannide vi fu e vi sarà sempre fra gli uomini; ma la cosa notevole è che non ce ne avvediamo o non abbiamo il coraggio di confessarla. E pure in nessun tempo si è tanto imprecato contro la cieca e feroce ignoranza teocratica che ardeva Giordano Bruno e impediva a Galileo di affermare una verità di natura! Ma che cosa si dovrebbe dire della odierna tirannide di tanto più paurosa in quanto essa non risiede in un individuo nè in un ceto di persone ma nell'universale?

Con tutto ciò è un fatto notevole e da un certo punto di vista meraviglioso questo miglioramento fisico ed intellettuale delle masse per quanto sia a discapito degli individui migliori, e certo è una grande vittoria contro questa terribile e muta Sfinge che è la natura.

Ma a me pare che essa intenda, e seguendo certe sue leggi di fatale equilibrio, prepari la tarda vendetta contro il piccolo uomo che l'ha voluta correggere del suo divino errore e strappare ha osato le bende entro cui si avvolgea.

I degenerati superiori, come li chiamano gli scienziati, di cui è tipo il nostro pittore, finiranno per iscomparire; e sia pur pace con loro, se pace almeno fosse per essere con quelli che rimarranno.

Ma così verosimilmente non sarà. Perchè io temo che questo allevamento delle moltitudini e delle masse quanto più crescerà di raffinatezza e di estensione, tanto più metterà allo scoperto una infinità di germi gretti e malefici, di cattivi e bassi istinti che senza quell'allevamento sarebbero rimasti sterili o occulti o oppressi dagli uomini, veramente migliori. Già se ne vedono i segni.

Chi avrà un da fare enorme saranno gli scienziati nel registrare tutti i nuovi fenomeni di criminologia e di degenerazioni devianti dalla salute perfetta dell'uomo modello. Gran sventura che gli organismi debbano nascere nell'utero delle donne con fatali leggi e non si possano invece formare secondo le dosi di una ricetta razionale entro un laboratorio di chimica!

Queste cose ho voluto dire al nostro giovane pittore affinchè si persuada a non scrivere più altre rime sul modello delle _Scaglie roventi_ e si convinca a non prendersela contro nessuno: non contro Dio che è troppo lontano, non contro la borghesia che non ce n'ha colpa e pensa a ben altro, non contro i socialisti i quali non hanno altro torto se non di dire: questa è pasta da far gnocchi!

Il meglio è che tu rompa il pennello e ti butti a qualche mestiere.»

* * *

Con questa persuasiva conclusione finì la difesa di quello spirito bizzarro; ma la disputa non ebbe termine ne la sala d'udienza chè fu proseguita calorosamente per le vie e non sarebbe cessata così presto se quell'oratore non avesse proposto di pagar da bere ai più intimi ed arrabbiati avversari.

E bevvero allegramente, perchè quando non finiscono male, possono anche finire con un buon desinare le questioni ne la dolce terra di Romagna solatia, come la chiama un caro nostro poeta.