Part 10
Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica, oltre a tante cose, è una specie di _steeple-chase_ istintivo a chi trova le forme più avanzate: giuoco certo non innocente e che abbisogna di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio leggi».
Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo delle sue conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per un artista.
Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o, meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada.
Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare. I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si accalcano con i boccali sporti.
Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt.
Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare.
Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri.
Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano, in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo, e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile. Intanto scriveva le sue _Scaglie roventi_ contro i borghesi; anzi avea un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe andato su per il Montefeltro, per le Marche e per altre terre e castella di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli amici: in viaggio era permesso.
— Già ho bisogno di aria libera di montagna! — e aggiungeva: — Vuoi che non le venda le mie _Scaglie roventi_? sono tre mila copie: a cinque soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non ci torno più da queste parti.
Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e facezie in gran copia.
— Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! — esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della vendita.
Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita crudamente in quelle sventuratissime _Scaglie_, legate e portate via come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti, anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia scrivere in rima.
V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge.
Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»:
Quando cadon le folgori e i venti fanno urlare le foreste, quando passeggia libero il genio che conduce le tempeste; ed i torrenti fuggono per le chine e le valli spumeggiando, coll'onda fiera e torbida case, roveri e abeti trascinando;
sento in me dentro crescere l'odio ai potenti ed il desio di guerra, sento la furia indomita del ribelle che tutto arde ed atterra.
Poichè pezzente e misero mi veggo, e come fossi un vil carcame i felici mi fuggono ed è compagna mia solo la fame . . . . . . . . . . . . . . [1]
[1] Per evitare equivoci e per aver libera la coscienza da peccati che sarebbero due, i versi e le idee rivoluzionarie, l'autore del presente volume ci tiene a dichiarare che queste rime sono proprio tolte dalle «Scaglie roventi» del sig. Francesco A***, edite pei tipi di Emilio R*** ne la illustre (sempre a cagione dei monumenti antichi) città di R***. E chi non ci crede si rivolga al Sig. Carlo Chiesa, editore, che ne darà prove. A.P.
Oh, ma mi faranno il processo, mi faranno — diceva a questo e a quello il nostro pittore e poeta —, e mi voglio difendere io e allora ne sentiranno!....
Per ventura ci fu un'anima pietosa che lo dissuase e con buone ragioni perchè gli disse: — Se tu parli come ne hai l'intenzione, ti legano e ti mandano a far compagnia alle tue _Scaglie roventi_. Ti difenderò io se tu lo vuoi.
— Ma tu sei un borghese e un brigante... rispose il giovane pittore; e se per avventura alcuno non lo sapesse, dirò che la voce di «brigante» costumasi dare abitualmente a coloro che sono di opinioni moderate e conservatrici. È una figura retorica che è in uso laggiù!
Ma tanto disse e fece che quegli promise di farsi difendere. La cosa si riseppe e se ne fece un gran parlare, perchè il sig. C***, difensore improvvisato, era noto per le sue idee regressive, anzi per le continue intransigenze contro ogni novità. Avea in sua gioventù viaggiato e studiato ed anche avea nome di uomo di talento, qualità punto pregiata in quella città per la semplice cagione del soverchio numero di talenti che quivi attecchiscono.
Il sig. C*** faceva da molto tempo il gentiluomo di campagna e ci teneva tanto alla sua proprietà che quando gli parlavano di collettivismo rispondeva semplicemente che per suo conto li avrebbe difesi a fucilate i suoi poderi. Queste affermazioni sanguinarie, comuni del resto in Romagna, non è a credere che gli togliessero dimestichezza e facilità pur con gli stessi avversari: e la ragione è che in quei paesi un po' selvaggi e primitivi, vi fiorisce per buona ventura un certo senso di bonarietà e di umana semplicità e gentilezza che vale ad attutire le fierezze e gli odi di parte, ed accomuna gli uomini di varia fortuna e natura.
Non parrà dunque cosa strana se in quel dì la sala dell'udienza in pretura fosse gremita di gente delle più disparate opinioni politiche e di sfaccendati ed oziosi, di cui in quel paese è gran numero: e costoro farebbero la fortuna degli impresari e delle compagnie comiche e liriche se in teatro ci si potesse andar gratis; ed anche gli autori ed i librai molto se ne avvantaggerebbero se i libri si potessero dar per niente e il leggerli e l'intenderli non costasse una certa fatica.
Ecco il discorso di difesa che tenne il sig. C***; e a me spiace che il mio stile non sia del tutto adatto a rendere la tinta di festevole serenità e di sarcastica piacevolezza con cui l'oratore seppe rendere facile quella sua bizzarra e paradossale orazione.
* * *
«L'imputato che vi è qui dinanzi, illustrissimo sig. Pretore, sotto la grave e terribile accusa di anarchico, di Tirteo della dinamite, è tanto per noi, rappresentati e vindici del presente ordine costituito, quanto per gli innovatori o socialisti che qui vedo largamente rappresentati fra il pubblico, come anche per i suoi compagni di fede, un individuo eterogeneo ed eteroclito, cioè è il campione di una specie che va scomparendo.
Egli è un accusato, senza dubbio. Ma guardate il fremito che lo agita, la macerie che lo divora, il fuoco che gli si versa dagli occhi, e voi capirete che egli, ne la sua mente, è un accusatore. Condanniamolo a venti anni di reclusione; alla ghigliottina, allo squartamento coi cavalli ed egli non ci domanderà grazie e molto meno si riconoscerà colpevole.
Condannarlo è facile, ucciderlo pure sarebbe facile.
Il difficile, o signori, sarebbe di provare che tutti i torti stanno dalla parte sua e tutte le ragioni dalla parte nostra.
Ma pretendere nel mondo questa giustizia ideale sarebbe un pretendere l'assurdo. Fino dall'età dell'oro, e lo attesta Esiodo, Temi se ne volò al cielo coprendosi gli occhi con le ali per orrore di noi, e da allora non è più tornata.
Voi poi avete purificato i cieli dagli angeli e dai fantasmi biblici, e va bene; pure dai vostri più potenti telescopi non si annuncia ancora che Temi accenni al ritorno. Stiamo dunque nel reale e nel possibile: la giustizia con la sua spada vigili in difesa dell'ordine sociale stabilito dalla volontà dei più e dalla forza delle cose; tuttavia voglia per pietà rendere meno selvaggio il diritto di quelli che trionfano e regnano, e pur meno amaro il pianto di chi in ogni età deve formare le fatali schiere dei vinti.
Questa è la melanconica e pur vera parola di Cristo.
* * *
Ed ora cominciamo: Chi è costui? Vi potrei rispondere con una frase d'effetto: È un uomo che ha fame. E sarei nel vero, perchè a casa sua è una inverosimiglianza che a mezzogiorno bolla la pentola. È anche la fame che lo fa cantare quelle atroci cose.
Ma io vi dirò di più: Egli è un'anima che ha fame!
I suoi compagni lo hanno spesso costretto ad assidersi a delle imbandigioni da disgradarne Panurgio e Pantagruel, e gli hanno posto innanzi una serie interminabile di bottiglie; poi lo hanno accompagnato a casa cantando.
Ma la sua è una bulimia che non si placa per cibo, è un'arsura che non si smorza col vino, è un dolore che non si conforta coi canti.
Andiamo innanzi: Voi lo accusate anche dello abbominevole vizio dell'ubbriachezza. Di fatto egli si è dato a questo smodato uso del succo settembrino. Ma, in sostanza, egli è sobrio. Assicurategli ogni giorno una ciotola di minestra, sia pure di fagiuoli, una stanza al quinto piano senza che il locatario lo venga a infastidire con la pigione, un abito nero per uscire decente, e voi lo troverete tutto il giorno occupato a dipingere le sue teste di angeli e di Madonne; e barbe di profeti e vergini supplicanti.
Se poi lo accoglierete con onore ne le vostre case, se lo farete partecipe della vostra intimità, gli comprerete o almeno gli loderete il quadro, lo andrete a visitare nel suo studio, egli sarà un uomo felice e troverà che il mondo gira così bene col sole e con la luna che lo vagheggiano a volta a volta, con tutto quel bel mare azzurro e quei boschi e quei campi, e non gli verrà nè pure in mente di invocare
il rabido coro degli Austri fremebondi e urlanti
e di dire:
Amerò sempre i pallidi morbi spavento e morte seminanti
come scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo.
* * *
È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia portava in terza pagina, prima del sonetto di _réclame_ al Ferro China, un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco A***....» Ebbene, io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli ne avea le tasche piene.
— Hai comperato molto salame da cena? — gli chiesi vedendolo in quello strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. — Dice Murger ne la sua _Vie de Bohème_, che per diventare artisti, bisogna mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto.
— No, è la giustizia che si fa strada — rispose, — forse è la via della gloria che mi si apre!! — e mi sciorinò fremendo il giornale.
Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo!
V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di libri ne la biblioteca municipale.
Percepiva cinquanta lire mensili, più qualche incerto commerciando in libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il vespero.
Il giovanetto era un cosino smilzo e macilento, e in quella solitudine della biblioteca, in mezzo a que' quadri e a quelle vecchie stampe si innamorò pazzamente dei colori e dei pennelli.
Le sue letture preferite erano il Trattato della Pittura del Vinci, le Vite del Vasari e quella del Cellini, e ne sapeva molti passi a memoria; e voi avrete osservato che egli, senza avere mai messo piede in una delle così dette scuole classiche, scrive con una robustezza sintetica e con periodi vibranti e densi di pensiero che fanno contrasto con le abbominevoli massime di distruzione che vi professa.
Ma la sua passione era il contemplare le vecchie stampe che riproducevano i quadri e le tavole dei pittori antichi. Il Lippi, il Masaccio, Sandro Botticelli, in genere i pittori del quattrocento, esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Parlava del Ghirlandaio, di Luca Signorelli come di amici presenti, e in mirare quelle energiche e forti espressioni umane della nostra rinascente arte italiana la quale con tanta coscienza si era emancipata dalle mistiche e ingenue forme medioevali e avea così divinamente, così audacemente affermata la natura e la vita, egli, il giovanetto, perdè la ragione e il senso delle cose reali; ma vivea sempre in mezzo a quelle figure e le sognava, io credo, rinnovate in un'altra e grande arte contemporanea.
Per lui tutta la storia dei secoli XV e XVI si riempiva della vita e delle opere di questi grandi pittori. Pontefici, re, guerrieri, gran signori non esistevano che come seguito e corteo di quelli.
Tutto quel magnifico e meraviglioso cinquecento gli passava davanti agli occhi come una visione di fate e gli tenevano le veci quasi del mangiare e del bere. Erano i suoi amici che passavano!
Allora cominciò a sporcarsi le dita coi carboncini e poi co' colori, tutto da per sè, senza aiuto o consiglio e così durava da non breve tempo.
Qualche vecchio gentiluomo, qualche canonico, qualche stravagante erudito, i soli che (voi lo sapete) in questa nostra città frequentino la libreria, vedendo il giovanetto tutto curvo sul telaio, là in una delle aule, nel punto dove batteva un raggio di sole giù dagli alti finestroni, si fermavano a guardare.
— Questo garzonetto o giovincello ha inclinazione per l'arte della pittura, eh? — si domandavano con voce chioccia e nasale — Bene, bene! Bravo, figliuolo mio, lavora, carino...! E che dipingi mai? Ah, una Madonna! Bene, figliuolo caro, sempre con la santissima religione e farai buona fine! Iddio ti assisterà.
— Fa tutto da per sè! — avvertiva pianamente il padre che si era accostato al visitatore.
— Ah sì? Allora — dicevano coloro — è proprio la benedizione del Signore! Coraggio!
Al vecchio gli occhi che avea sempre rossi e lagrimosi, si colmavano di maggior pianto e il giovanetto movea la matita con alacrità convulsa come avesse voluto far venir fuori la sua figura dalla tela, in un colpo, e farla rizzar gigante e ridente su per quel raggio di sole.
Ma dopo alcun tempo pensò che pur bisognava uscir fuori da quella solitudine della biblioteca e farsi conoscere; ed allora avvenne che esponesse un quadro. Il babbo con la sua barba bianca poteva servire da modello, e così fu.
Le domeniche e tutti i giorni che la libreria stava chiusa, il vecchio posava davanti al figliuolo con in dosso la cappa rossa di un sagrestano e gli occhi rivolti al cielo: dovea figurare un profeta o un veggente al naturale. Quando il quadro fu finito, si lavorò per la cornice, e con certi regoli di legno e loro arnesi l'ebbero condotta a termine. Un libraio che avea una bella vetrina sul corso si acconciò ad esporre il quadro; e il giovanetto trepidante, una sera in su l'imbrunire, lo trasportò in quella bottega e lo dispose in modo che fosse in buona luce. Se ne fece un gran parlare, ma le critiche non furono benevoli e la cosa poi finì ne la solita indifferenza. I primi giorni tutti andavano a vedere; e i contadini che venivano al mercato, davano di grandi urtoni perchè volevano vedere anche loro. — Chi è? cos'è? È un beccamorto con la tonaca rossa! È un matto che muore! To' to'! è il vecchio della libreria. Proprio lui, vivo sputato! È il figliuolo che ha fatto il ritratto al padre: si vede che gli vuol bene; e perchè l'ha vestito di rosso? che bisogno c'era di metter fuori i ritratti di famiglia? Vada, vada ad imparare il disegno geometrico, l'ornato e la prospettiva ne le scuole — sentenziava fra gli altri con amaro spregio il maestro di disegno delle scuole tecniche — e poi farà l'imbrattatele.
— Tutte le pulci han la tosse — diceva uno degli intelligenti — Tutti dottori, tutti avvocati, tutti artisti! Vecchio matto, all'officina lo mandi!
Poi la gente non si fermava più e il veggente rimase per qualche giorno ne la vetrina con la sua tonaca rossa, gli occhi inspirati e l'indice alzato ad indicare il cielo tutto il giorno fra quella gente che non ci badava più che tanto.
In questo tempo il vecchio venne a morte e per il giovanetto cominciarono i giorni tragici della fame.
Uscì dalla biblioteca, si rivolse ai signori, ai preti se avessero avuto da fare qualche ritratto, da ripulire o accomodare qualche quadro in chiesa. — Mi dispiace, figliuolo, ma proprio non ne ho di commissioni! — rispondevano tutti. E pure per le nozze della contessina B*** avevano fatto venire un pittore da Firenze a farle il ritratto e lo aveano pagato fior di quattrini. Perchè non affidare a lui l'incarico? Egli piangeva di dolore e di rabbia e pure seguitava a dipingere, a dipingere, a dipingere nel suo stambugio sotto i tetti.
Un giorno il bibliotecario che era un uomo da bene e aiutava la vedova di nascosto del figliuolo, gli disse: — Carino mio, tu bisogna che cominci da capo e vada a studiar fuori. Breve: lo indusse a fare una domanda al municipio per avere un piccolo sussidio, e poi si diè attorno a raccomandarlo ai consiglieri. — Ma chi è costui? — dicevano — È figlio di un clericale. Deve essere uno stravagante come il padre. Se il municipio dovesse aiutare tutti quelli che si credono di avere una vocazione, addio finanze. — E il dabben uomo ribatteva: — E avete pure i fondi stanziati per i sussidi agli studi. — Ma gli altri — rispondeano — presentano dei buoni documenti e in regola: questo qui che studi regolari ha fatto? Dove è andato a scuola? Le scuole allora a che fine ci sono?
— Ti devi raccomandare un po' anche tu, figliuolo — diceva poi al giovane il suo protettore.
— Io? io no. Io ho la mia arte. — Basta: tanto disse e fece quell'uomo per bene che gli fu assegnato un sussidio di trecento lire. E allora andò a Roma a studiare e vi rimase sei mesi. Avea ne la valigetta due paia di scarpe con la suola ferrata come costumano i montanari, ma le riportò a casa sfondate, tanto avea fatto un gran girare pei musei, per i fori, per le strade. E l'accademia? L'accademia niente.
E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di prima, qui fra noi.
Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame.
Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota, il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della sua arte e non di elemosina.
A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi della sua pazzia è di una semplicità assoluta:
«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta: pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere; e per il passato gli ho detto molte cose.