Gli eretici d'Italia, vol. III
VOLUME II
Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:
Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi: molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare l'accusa.
Pag. 11, mettasi in nota:
Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci e guasti l'Italia, e intanto
Non vede i danni suoi, nè a qual periglio Stia la verace santa fè di Cristo Che (colpa io so di cui) negletta more.
Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:
O messaggier di Dio, che in bruna veste, L'oro e i terreni onor dispregi tanto, E nei cor duri imprimi il sermon santo Che te stesso e più 'l ver ne manifesta. Il tuo lume ha via sgombra la tempesta Del core ove fremea, dagli occhi il pianto. Contra i tuoi detti non può tanto o quanto De' feri altrui desir la turba infesta. L'alma mia si fe rea della sua morte Dietro al senso famelico; e non vide Sul Tebro un segno mai di vera luce.
Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.
Servo fedel di Dio, quel che divento Allora è don delle tue voci sante. Tu cui solo è dato Spesso gl'infiamma (_i miei spiriti_) e lor mostra e rivela Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.
In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti».
Pag. 18, metti in nota:
Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher _Carl V und die teutschen Protestanten_ (Dusseldorf 1866) per conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per le contese con Paolo III.
Pag. 45, lin. 26, aggiungi:
Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze, delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»
Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi stesso.
Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano alla perfezione.»
E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità, che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio, che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio. Quando Cristo dice _chi crederà, fia salvo_, il discepolo che crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».
Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede, il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo ha perdonato i miei peccati».
Giulia l'interrogò qual fosse cotesta via della salute, e il Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo. Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione. Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La predica ascoltate con umile spirito.
«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
VALDES. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
GIULIA. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»
VALDES. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo _Abecedario spirituale_, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.
Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere come Pietro amaramente il peccato suo.
Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo, Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno; crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa, perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare, dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta intiera ai presenti tempi.
Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura, intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica proprio, _Ecco, in quelle cose è la parola della verità_: ma noi non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la Chiesa anticamente ci ha insegnato.
Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà vostra.
Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che, se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete, nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed ajutarvi.
Di Roma alli XX ottobre MDXLII.
Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:
Nell'Indice tridentino è registrata: _Historia vera de vita, obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam restitutæ._
Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:
Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64 anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio, la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.
Pag. 103, al fine, aggiungi:
Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della Morata, _mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et legavit collectas_, dà a questa regina le più smaccate e retoriche lodi. _Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas tua facile judicabit._ Ricorda d'aver egli fatto menzione della regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a re Eduardo i commenti alle Filippiche.
La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo. Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e offre mandarle libri cristiani.
Ha pure molte lettere a Celio Curione.
Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:
Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato ridendo, _et coram Cæsare_ girava il capo continuamente qua e là, alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de _Spiritu Sancto_; tuttavolta ha perso in ogni modo molta riputazione della opinione prima».
Pag. 112, si levino le linee 4-10.
Pag. 114, lin. 31, pongasi:
Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545, nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione vescovile. Nella _Ritrattazione_ descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il movevano a pietà, dappoi a scherno.
Ritiratosi alla patria ecc.
Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota
(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550 scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che, senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se riesce.
(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si soggiunga):
Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio, furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri cattolici.
Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:
Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei _Carmina poetarum nobilium Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita_, Milano 1561, vi sono degli esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza, aventi per ritornello:
Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,
e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.
Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:
Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21 febbrajo 1539:
«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (_Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ_, VIII).
Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid 1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.
Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:
Più curioso è l'_Index librorum prohibitorum et expurgandorum novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc._ Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che dagli autori devono espungersi o correggersi.
Pag. 307, nota 23, aggiungi:
Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. _Cedet in publicam utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et temeritatis accusares._ Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.
Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:
(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena, prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai confratelli della società della Croce, e sta nel volume _Bullarum et privilegiorum etc._
Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e nominatamente un'_Opera contro le perniciosissime heresie luterane_, di frà Giovanni da Fano; 1532.
Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:
Sul Mollio da Montalcino vedi _Zeitschrift für das gesammte lutherische Theologie und Kirche_, _von_ BUDELBACH _und_ GUERICHE. Anno 1862.
Pag. 343, lin. 2, leggi:
fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse bruciato, avendo fatto ecc.
Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;
Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de' giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione, nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed eretico, che avea composto un libro _Fiore Novello_, pieno d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567 Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano, Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi, e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568 Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579 Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel 79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per eresia.
Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede, si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli homini. _Requiescat in pace. Amen_». Così finisce la relazione che se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).
(1) _Un Auto da Fè in Bologna..._ pubblicato da M. G.; Bologna 1860.
Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:
Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel suo statuto antico mette per articolo 1:
_Della fede cattolica._
«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».
Pag. 435, linea 29, aggiungi:
_Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti_ (In Vinegia, Giolito 1562).
Pag. 470, lin. 23, leggi:
tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.
Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:
Giovanni Antonio Pelligatti (_Annali di Lucca_, manuscritto nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».
Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160, cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de' segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi, presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il cui titolo è _Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra_, con le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi, abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati esibiti che sei».
I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare essi libri al vescovo, _il quale_, dicesi nel memoriale predetto, _ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della Repubblica_. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».
Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano del boja sulla pubblica piazza di San Michele.
Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:
Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal Gaberel nel vol. I _Pièces justificatives_, p. 212. Fra questi documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi. _Nous avons avisé_ (dice il re) _de vous faire la plainte, pour vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection, sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et affection que vous nous portons, nous serions bien marry._
Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:
Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo. Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p. 481).
Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici, allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.
Pag. 479, lin. 39, aggiungi:
vedi il nostro Discorso XLIII.
Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati: profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole, lo piglia con una mano di ferro».
Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli atti e la tolleranza delle opinioni.
Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:
Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna. S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto in punto di fede.
Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:
Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668 fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, _Motivi della conversione del Minutoli_, ove contro i pastori di Ginevra adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e fece rumore assai in que' giorni.