Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 66

Chapter 663,674 wordsPublic domain

«V. s. non si dovrà maravigliare se non ho più tosto dato risposta ad una sua gratissima lettera, scrittami da lei più di quattro mesi sono, cioè il dì 24 di giugno, poichè io non l'ho ricevuta più tosto che quattro dì fa. Io, signor mio, vivamente secondo il più delle volte scrivendo al nostro Bargaglio ho fatta menzione di v. s., così sempre ho fatto conto scrivendo a lui di scrivere a lei ancora, riputando parimente le lettere scritte a me dal sig. Bargaglio essere scritte non da lui solo, ma da v. s. insieme: tanto mi pare, che sia salda e indissolubile l'amicizia nostra, nella quale con somma mia soddisfazione e vera utilità vi è sempre piaciuto di ricevermi per terzo, quantunque allora che più io coglieva il frutto di così fatta benignità vostra, mi sia stato quasi forza d'allontanarmi per un tempo, e per non brieve spazio di paese, dall'uno e dall'altro di voi. La quale lontananza, se a v. s. ancora portasse danno com'ella scrive, in me certo si raddoppierebbe il dolore ch'io debbo sentirne. Ma che danno ha ella potuto portarle, massimamente in quel particolare, che ella mi dice della risposta da lei fatta al Mazzone? Che bisogno può ella avere d'un par mio nelle quistioni e materie poetiche, nelle quali essa è così avanti introdotta, anzi così esercitata e intendente, e dalle quali io a poco a poco, e per le mie infermità, e per gli studj più gravi a' quali mi sono interamente dato, mi vo non solamente ritraendo, ma allontanando quasi del tutto? Aggiungasi a questo, che v. s. si ha avuta ottima causa alle mani, e se pur a superare alcune difficoltà, che in essa si parano davanti, e a spegnere affatto questo mostro ella avesse avuto bisogno d'ajuto, quale altro miglior Teseo potevasi per lei desiderare, che il signor Bargaglio, non meno pari a lei per valore, che per iscambievole benivolenza? V. s. ha potuto vedere quant'oltre s'abbiano a stendere quelle poche reliquie, ch'ancora mi rimangono degli studj poetici, cioè a far vulgari in rima, se Dio mi darà vita, le canzoni di David, la quale impresa da molti mesi in qua, contro quello ch'io pensava, non m'è stato possibile di seguire per attendere alla cura della mia sordezza, la quale non è per tutto ciò punto scemata, anzi, per quello ch'io posso comprendere, alquanto cresciuta. E ora che io son libero dalla predetta cura, m'è necessario d'attendere a replicare ad un nostro italiano, persona assai letterata, e la quale fa principale professione di studj di teologia, sopra una questione nata tra noi, nella quale abbiamo già l'uno e l'altro scritto alcuni fogli, ed è questa: cioè, se Adamo fosse creato da Dio in guisa che di sua natura fosse immortale o no. Egli tiene di sì, e io credo la parte negativa esser più vera. E quantunque la predetta questione o disputa paja di non molto momento nella religione nostra, nondimeno, massimamente per le conseguenze ch'egli tira dalla sua opinione, o più tosto dagli argomenti co' quali si sforza di provarla, e egli e altri, essendo quegli argomenti veri, è sforzato a tirare, ella è di grandissimo. A me pareva e ad alcuno altro ancora ch'io avessi risposto a sufficienza a dieci argomenti ch'egli mi diede scritti a favor suo, e era verisimile quasi ch'egli dovesse quietarsi, ma egli ha replicato, e assai a lungo. Laonde mi son posto di nuovo a rispondere a ciò ch'egli ha saputo scrivermi contra, con ferma speranza che questa mia fatica non debba esser vana, per la quale, se io non erro gravemente, si dichiareranno molti luoghi difficili e oscurissimi della scrittura sacra, e da pochi bene intesi. Ma il male è ch'io mi trovo senza libri, non avendo meco altro che la Bibbia. Spero con tutto ciò di condurre a fine il meglio che potrò tutta l'opera, riserbandomi, finita ch'io l'abbia nella guisa che per ora m'è conceduto, ad aggiugnervi alcune cose che troverò ne' libri che mi mancano, per dar perfezione ad una tal fatica. Dell'opinione mia è stato del certo, ch'io so, tra gli antichi Atanasio, e tra' moderni Agostino Steucho d'Agobbio, canonico regolare e persona letteratissima, il cardinale Gaetano, e molti altri. Conosco che, per essere la questione alta e difficile e, per molti rispetti, non pura teologica, e per conseguente non interamente proporzionata agli studj non che alle forze mie, dovrei lasciar questo peso a migliori spalle delle mie. Ma io mi confido in Dio, ch'avendo, siccome io tengo per fermo, la verità dal mio lato, e non iscrivendo ad altro fine che per manifestarla a chi ella fosse oscura, a gloria d'esso Dio e profitto degli studiosi delle sacre lettere, non saranno, come ho detto, le mie fatiche punto vane. Finita ch'io abbia quest'opera, la quale, per molte risposte che mi convien dare a molti paralogismi e sofisterie dell'avversario, sarà un giusto libro, mi convien dar fine ad un'altra opera maggiore e di vie più gran momento, della quale ho scritto altre volte al sig. Bargaglio, sopra una grandissima disputa ch'io ebbi con un predicante, che venendo di Geneva, me ne mosse parole in Basilea, sopra la giustificazione nostra. Quindi venne ch'io scrissi al Bargaglio di volermi pigliare la traslatazione de' Salmi per passatempo, non perchè io non sappia molto bene, che e a me e ad ogni altro conviene sudare molte volte volendo condurre una tale impresa a mezzana perfezione, nè perchè io voglia esservi punto negligente, ma perchè, facendo paragone da queste altre fatiche, nelle quali, o in simili, io sarò continuamente involto, a quella, queste mi pajono veramente fatiche, e quella quasi una ricreazione d'esse, alla quale ricreazione ritornerò subito ch'io possa, non avendo infino a qui vulgarizzati più che undici Salmi e mezzo. Ma per ritornarvi mi fa di bisogno d'alcuni libri, li quali non so come io possa far qui ad avergli.

«Sonomi infinitamente rallegrato che il Signore Dio, in luogo della femina nata dopo la partita mia, che prima vi tolse, vi desse poi un maschio. Così piaccia a Sua Maestà di darvene allegrezza vera, e non solamente di quello, ma di tutti gli altri, li quali mi giova di credere, che e v. s. e madonna Aurelia, la quale io risaluto caramente, alleviate del continuo nel timor di Dio, senza il quale è somma pazzia lo sperar mai vero bene alcuno. Non è alcuno di noi che omai per esperienza se non per ragione e per divini e umani ammaestramenti non conosca questa vita nostra e questo mondo tutto non esser altro che fumo e ombra. Alziamo adunque una volta la mente da dovero a quella vita e a que' secoli promessi da Gesù Cristo, che non può mentire a tutti coloro che rinunzieranno a se stessi, non che ad ogni altra cosa per seguir lui, la qual vita e li quali secoli sappiamo per rivelazione divina essere eterni et incorruttibili. E per poter far ciò come si conviene preghiamone continuamente e ardentemente Dio, il quale ha promesso d'esaudirci in tutte le domande che gli faremo, che sieno conformi a quello che sappiamo essere la santissima volontà sua. A lui e alla ricchissima e potentissima grazia e benignità sua raccomando di cuore e v. s. madonna Aurelia e tutta la famiglia vostra.

«In Bada il dì 30 d'ottobre 1577.

«Queste due mie fatiche sono e l'una e l'altra in lingua latina.

«Di V. S. molto magnifica

_Cognato e servitore affezionatissimo_

FAUSTO SOZZINI.

_Al molto magnifico Signor suo e cognato osservandissimo il Signor Bellisario Bolgarini aff., a Siena_»[521].

Gli adepti di Soccino crebbero tanto, che le differentissime sette di Unitarj si ridussero in quest'una detta dei Socciniani. Un de' loro articoli essendo l'abborrimento dalla guerra, condannavano apertamente i Riformati che prendessero le armi contro i loro re, e ricusavano entrar nell'esercito, nè tampoco a difesa del paese.

I Socciniani però non ebber pace neppure in Polonia fino al 1638, perseguitati per ragion politica quasi fossero d'accordo cogli Svedesi. Dappoi si stabilirono in diversi luoghi, massime in Transilvania, dove prima aveali introdotti il Biandrata; e colà soltanto si conservarono, mentre altrove si fusero colle sêtte fra cui viveano.

Da Siena vedemmo pure fuggiti Mino Celsi e frà Sisto, ebreo convertito. Francesco Pucci, d'illustre casata fiorentina da cui erano usciti tre cardinali, stando a Lione sul commercio, frequentando letterati, e piacendosi alle controversie, sorbì le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si applicò alla teologia, e sperando avervi più libertà in Inghilterra, v'andò, e nell'Università di Oxford fu dottorato il 1574. Nel trattato _De fide in Deum quæ et qualis sit_, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell'Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d'amicizia e di credenze con Fausto Soccino, pubblicò una tesi che «tutto il genere umano fin dall'utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità». Le opinioni ivi manifestate lo costrinsero andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti ebbe dispute, e anche con Soccino a proposito del suo libro _De immortalitate primi hominis ante peccatum_[522]. Neppur potè intendersi co' religionarj. A Cracovia, due alchimisti inglesi, i quali prometteano una gran riforma che per lor mezzo Iddio farebbe della sua Chiesa, lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò per le stampe persuaderne altri. Disingannatone (1586), si ravvide anche de' suoi errori, in man del vescovo di Piacenza, nunzio pontificio a Praga, si ritrattò il 1595, e fatta la penitenza e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d'Aragona. Nel 1592 in Olanda aveva stampato un'opera, ove sosteneva che nè ignoranza, nè incredulità, nè mancanza di battesimo impediscono che uno si salvi, purchè viva onestamente; opinione confutatagli da Cattolici, da Luterani, da Calvinisti. Che fosse arrestato per ordine del vescovo di Salisburgo e mandato a Roma, dove fosse bruciato, viene asserito, ma non sappiamo con quale appoggio.

Il Theiner riferisce[523] che il nunzio papale voleva chiamar in Polonia il Bellarmino e Francesco Toledo onde reprimere gli eretici italiani, i quali erano Buccella[524], Michele Bruto veneziano, Simone da Lucca, Prospero Provana, Fausto Soccino, l'Alciato milanese, il Bovico bolognese, Fabrizio Pallavicini di Chiavenna, Rosmino Rosmini di Roveredo.

In parte già conosciamo costoro; ed abbiam pure nominato fra quei che predicarono in Polonia Francesco Stancario mantovano. Insegnando ebraico, in un'accademia eretta a Spilimbergo nel Friuli da Bernardino Partenio, avea manifestato idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della _Riformazione_[525]. Mentre Osiandro insegnava che l'uomo è giustificato dalla giustizia essenziale di Dio e che Gesù Cristo è la nostra giustizia secondo la sua natura divina, lo Stancario sosteneva che Gesù Cristo è il nostro mediatore soltanto secondo la sua natura umana. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò per questo suo professare che Gesù Cristo fu mediatore presso l'eterno Padre come uomo, non come Dio; e dappertutto venne avversato per dottrine esorbitanti. A Cracovia, dove fu chiamato per insegnar l'ebraico, seppe dissimularle, ma quando il vescovo Maciejowski insospettito lo fece arrestare, i signori che l'aveano tolto a favorire, ne ottennero la liberazione; ond'egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l'antico culto; fece da maestro, e diede cinquanta regole di riforma per le nuove Chiese. La sua dottrina fu scomunicata dai sinodi polacchi, e ne restò turbata quella Chiesa finchè lo Stancario morì a Stobnitz.

Il Mainardi, da Chiavenna il 22 settembre 1548 scrivendo al Bullinger a Zurigo varie cose, e sparlandogli dello Stancario, gli manda tre lettere venutegli da Venezia. In una Baldassare Alterio, segretario dell'ambasciatore inglese, gli scrive: «Da un pezzo conosco il cervello dello Stancario, e so di che piede zoppicava. Fu sempre un poveretto, scandaloso e di strane opinioni; ed ha un'instabilità, per cui non sa quel che si peschi; molto più temerario che voi non scriviate: onde fuggitelo per amor di Dio, e levatevelo d'in sugli occhi più presto che potete: altrimenti non requierete mai, nè voi nè la chiesa vostra».

Domenico Manjoni gli diceva: «Di don Francesco Stancario vi dirò schiettamente e in verità quel che so e ne penso. In prima è chiaro e manifesto esser lui leggero, instabile, pieno d'amor proprio, precipitoso in ogni cosa sua; e il peggio è che vuole si sposino le sue opinioni, sebben repugnanti dal vero rito cristiano». Aggiunge che fu prete, che non crede sia ebreo quantunque n'abbia la faccia: che a Venezia sposò una povera che vivea sulla strada: «me lo tenni in casa lungo tempo a mie spese, ma a malincuore per la sua inquietudine».

Marco di Lilio, _civis venetus vir pius et fidelis_, lo paragona alla lumaca, che lascia il segno dovunque passa[526].

Lo Stancario però non può dirsi propriamente unitario: bensì un di quei litigiosi, che trascendono la meta, esagerando nel confutare. Dopo che a Königsberg, per ribatter Osiandro diede all'umanità di Cristo tutto ciò che quegli dava alla sua divinità, a Francoforte sull'Oder trova Andrea Musculo, che, per confutar lui, sostiene che Gesù Cristo, mediator nostro in quanto Dio e in quanto uomo, era morto come Dio. Difendendo la sua opinione in Polonia, imputa gli avversarj di arianesimo, e così obbliga a sciagurate transazioni. Nell'opera _Contro i ministri di Ginevra e di Zurigo_ (Cracovia 1562) scrive che: «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; de' quali tutti, se si pestassero in un mortajo, non se ne strizzerebbe un'oncia di vera teologia».

Oltre una grammatica ebraica, pubblicò un'esposizione dell'epistola di san Giacomo; _De trinitate et mediatore D. N. J. C. adversus Bullingerum, Petrum Martyrem, et Joannem Calvinum, et alios... ecclesiæ Dei perturbatores;_ e altri scritti polemici. Ostinato a dimostrare che le Chiese riformate son ariane ed eutichiane, lanciava ingiurie a tutti. Calvino qualificava il suo di _non absurdum modo sed exitiale commentum, quo vir ille false turgidus et novitatis nimium cupidus, ortodoxæ fidei principia labefactare conatus est_: e più che ragioni diresse contro di lui Orichovio nella _Chimera_, dove insiste perchè il re di Polonia stermini sì fatti novatori.

Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuto contezza della Riforma, dissimulò, finchè gradi a gradi divenuto patriarca d'Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò a sparnazzare le novità. Se n'avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma coll'appoggio dell'Inghilterra e dell'Olanda ristabilito, pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare. Diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.

Fra i nostrali possiam contare Francesco Lismanin di Corfù francescano, confessore di Bona Sforza regina di Polonia e suo predicatore in italiano. Alla cheta diffuse a Cracovia le dottrine riformate, innavvertito finchè Lelio Soccino nol persuase d'andar in paesi dissidenti. Visto che il re Sigismondo Augusto inclinava alla Riforma, rimase per saldarlo in tal disposizione, e ricevette da lui l'incarico di viaggiare per informarsene. Vide Italia, Svizzera, Ginevra, Parigi col pretesto di comprar libri per la biblioteca di quel re; tenne corrispondenza coi caporioni, ma poichè prese moglie, il re di Polonia n'ebbe sdegnò, nè più volse udire di protestantismo. Questo però erasi diffuso in Polonia, e il primo sinodo ivi tenuto scrisse al Lismanin, allora in Isvizzera, pregandolo di tornare. In fatto nel 1556 egli v'andò, e vi stette nascoso come proscritto, sinchè gli fu ottenuta la grazia.

I credenti di colà stavan allora divisi fra lo Stancario che sosteneva Gesù Cristo non esser mediatore secondo la natura divina, e Paolo Gonesio che sosteneva la preminenza di Dio padre. Il Lismanin ebbe colloquj col Biandrata nel 1558, e d'allora cominciò a dubitar della Trinità, e come ariano fu denunziato al concistoro di Cracovia; scoppiati i dissensi, egli cercò metter concordia, consigliando attenersi ai quattro Padri della Chiesa, dei quali fe un centone, che potea però servire a qualunque partito.

Ritiratosi a Königsberg in Prussia, visse miserabile finchè gettossi in un pozzo il 1563.

Meglio registriamo fra i nostri Jacobo Paleologo, nato il 1520 in Scio dalla famiglia ch'era stata imperiale, educato in Italia, ove bevute le nuove opinioni passò a professarle in Germania. Ma come eterodosso non era accettato, sinchè fermossi in Transilvania, e nel 1569 successe a Giovanni Sommer qual rettore del ginnasio di Clausenburg. Fausto Soccino gli mosse guerra perchè seguace delle sovversive dottrine di Budneo; e perdurando in quelle, fu arrestato dai magistrati e consegnato all'Inquisizione di Roma, dove venne condannato al fuoco nel 22 marzo 1585. Se credessimo al Ciappi nella vita di Gregorio XIII, davanti al supplizio si sbigottì, e chiese tempo a pentirsi, onde ricondotto in prigione, compose opere pie e dotte. Il fatto non consta da altri. Fra' costui opuscoli ricorderemo quel _de Magistratu politico_, ove sostiene che Gesù Cristo non abrogò le magistrature civili, e un cristiano può esercitarle. Confutato da Gregorio Pauli in nome del sinodo di Racow, egli fece una risposta, alla quale Soccino oppose la _Defensio veræ sententiæ de magistratu politico_ (Losc, 1580).

NOTE

[499] JEAN GABEREL, _Calvin à Genève_, p. 232-235. LADERCHI, _Continuazione del Baronio_, p. 202.

[500] Cogliamo quest'occasione per avvertire come Michele Serveto, ristampando nel 1535 a Lione la geografia di Tolomeo, è forse il solo de' contemporanei che accusa Americo Vespucci d'aver usurpato la gloria di Colombo. «Colombo (dice) in un nuovo viaggio scoprì il continente e molte isole, di cui son oggi padroni affatto gli Spagnuoli. S'ingannano dunque affatto quei che chiamano America questo continente, giacchè Americo non la toccò che molto dopo di Colombo, e vi andò non cogli Spagnuoli, ma coi Portoghesi, per farvi commercio». Humboldt mostrò quanto a torto si accusi il Vespucci di aver soperchiato il gran Genovese; del resto si sa che Americo fece il suo viaggio nel 1499 con Hocheda e per la Spagna, e non come mercante, ma forse come astronomo. Il bello è che l'edizione del Serveto contiene la mappa del 1522, dove al nuovo mondo si dà il titolo d'America.

[501] _Opuscoli di Calvino_, p. 1991, 1923 ecc.

[502] HOORNBEECH, _Apparatus adv. Socin._, pag. 24.

[503] Sertorio Quattromani ha un'_Epistola ad Celsum Mollium_, riferita da Leonardo Nicodemo, _Addizioni alla Biblioteca Napolitana_, ove dà il Gentile per napoletano, e Calvino per autor della storia del suo supplizio. Erra: questa storia è di Benedetto Arezio. Al sinodo di Pinczovia, il 4 novembre 1562, aveva professato _Deum creavisse in latitudine æternitatis spiritum quemdam excellentissimum, qui postea in plenitudine temporis incarnatus est_.

[504] Vedi BAYLE, _Dictionnaire critique_.

[505] BAYLE, in Gribaldi. GERDES, p. 276; NICERON, _Mém. des hommes illustres_, t. XLI, pag. 235. Sue opere sono:

_De methodo ac ratione studendi in jure civili libri tres_, Lione 1544.

_Recentiores jc singuli, singulis distichis comprehensi._

_Commentarius ad legem Falcidiam._ Pavia 1548.

_Epistola in mortem F. Spieræ_, 1554.

[506] Hody, _De Bibl. textibus originalibus_, pag. 552, dice che Alberico Gentile stampò un libro _De latinitate veteris Bibliorum versionis male accusata_.

[507] Lettera 7 dicembre 1553.

[508] OTT. _Annal. Anab._, p. 120, FUESSLIN, _Epist. Reform._, N. LXXII.

[509] Fu stampato nel Belgio. Il Sandro, nella _Bibliotheca Antitrinitariorum_ lo confonde con un altro _De hæreticis an sint persequendi_, stampato ad Argentorato il 1610, e che si attribuisce a Sebastiano Chateillon.

[510] A coloro che pretendono la framassoneria inventata da Lelio Soccino nel 1546 a Venezia possiamo opporre una circolare pubblicata dai Franchi muratori fin dal 1535, della quale parleremo più avanti.

[511] Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi MALACARNE, _Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata_, Padova 1814.

[512] CALVINI _Ep._ CCCXXII.

[513] Id. _Ep._ CCCXXI.

[514] Qui sta la differenza dagli Ariani. Questi faceano Cristo creato, ma avanti a tutte le cose, e che da lui fosse creato il mondo e governato.

[515] Se non altro Warburton, per quanto ignaro e sprezzante della teologia cattolica, diceva che l'esser creato l'uomo a immagine di Dio significava la facoltà che ha di ragionare.

[516] Questa è la dottrina dedotta: ma Fausto professava intera sommessione alle scritture. _Nihil in iis scriptis legi, quod non verissimum sit... Præstat, mi frater, mihi crede, cum in aliquem Scripturæ locum incidimus, qui nobis falsam sententiam continere videatur, una cum Augustino in hac parte ignorantiam nostram fateri, quam eum, si alioquin indubitatus plane sit, in dubium revocare._ Epist. III ad Matth. Rudei. Naturalmente uno de' passi che gli Unitarj impugnano maggiormente è quel di san Giovanni 1, v, 7. _Tres sunt qui testimonium perhibent in cælo: Pater, Verbum et Spiritus: et hi tres unum sunt_. E poichè quel versetto, massime dopo l'edizione del Nuovo Testamento per Agostino Scholz è posto in dubbio anche da qualche cattolico, la sua genuinità è dimostrata dal padre G. B. Franzelin, professore nel Collegio Romano, nel trattato _De Deo trino secundum personas_.

[517] _Div. Instit._, lib. VI, e 20.

[518] An pœnas capitales facinorosis hominibus irrogare liceat magistratui christiano.

[519] È vero che i Valdesi negassero il diritto di infliggere la pena capitale? In fatto ne sono accusati, ed essi se ne scolpano. Alano di Lille (_De Insula_) detto il Dottore universale, nell'opera _De fide catholica contra hæreticos sui temporis, præsertim Albigenses et Waldenses, libri_ IV, tolse a confutar gli errori dei Valdesi, e questo fra gli altri, assimilando il magistrato al soldato; se fuor di battaglia uccide uno, è responsale del sangue versato; no, se lo fa obbedendo al suo capo. Mostra come i Valdesi alterassero o frantendessero i testi scritturali e de' santi padri, a cui appoggiavano il loro abborrimento al sangue: ben dà loro ragione quando disapprovano i rigori delle leggi penali d'allora; pe' ladri basterebbe la fustigazione; ma la pena capitale non è troppa pei masnadieri; nè dovrebbe infliggersi agli eretici, bensì, come cristiani, cercar di ricondurli in grembo alla Chiesa.

Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (_Histoire des Vaudois_, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto _Tresor e lume de fe_ probabilmente del secolo XIV, ove è detto: _Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal._