Part 14
Coll'altro ai giustizieri, balii, giudici, maestri giurati ed altri ufficiali e fedeli nel regno di Sicilia annunzia che frà Benvenuto dell'ordine de' Minori, inquisitore, mandava i familiari suoi Regebato e Jacobuccio a prendere alcuni eretici dimoranti nel suo regno: perciò a loro requisizione vogliano coglierli, coi beni stabili e mobili, e custodirli in luogo sicuro; i beni fedelmente conservino a utile della curia reale; e di quanto staggiranno facciano fare quattro istromenti simili, di cui uno terranno essi, uno daranno al depositario, un terzo alla camera reale, il quarto ai ragionieri della gran curia. Seguono i nomi degli eretici: Marco Pietro Neri, Regale de Monte, Gilia di Montesano, Giovanni Bictari, Bigoroso, Bonadio del Regno, Bencivenga di Vecchialana, Verde figlia di Guido Versati, Fiore di Colle Casale, Benvenuto Malyen d'Acquapendente, Migliorata sua moglie, Sabbatina detta Bona, maestro Matteo tessitore e Alda sua moglie, Giovanni Orso, Angelo Orso di Guardia Lombarda, Vitale Maria sua moglie, Bernarda e Bernardo suo marito, Gualterio provinciale, Bernardo calzolajo, Bernarda sua moglie, Raimondo di Napoli, Pietro di Majo di San Germano, Benedetto calderario, Pietro Malanotte e Maria sua moglie, e Maria loro figlia, Salvia e Nicolao figlio di lei, Benedetto fratello di Salvia, Bona sua figlia, Salvia di Rocca magnifico, Giudice Rainaldo, Giudice Guarino, Bojano Capocia, Pietro Giannini e Guglielmo suo fratello, Giraldo Bonomo di Odoriso, Giacobo Gerardone, Giovanni Mundi, Tommaso di Giovanni Guarnaldi di Ferrara, Pietro Bictari nipote di Giovanni Bictari, Margarita moglie del fu Zoclofo, Domino di Ferrara, Sibilla sua cognata di Melfi, mastro Matteo tessitore, Alda sua moglie, mastro Mauro mercante di Casalvere, Matteo Giovanni Golie, Giovanni e Gemma suoi figli, Soriana, Matteo Maratono, Gemma sua donna, Binago di Alifia, maestro Manneto di Venafro, Nicola fratello di Jacobo, Maria madre sua di Bojano, Guglielmo d'Isernia, Sergio, Margarita sua moglie di San Massimo, Viatrice sua figlia, Roberto figlio di Ugone suddetto, Giacomo Ricco, mastro Rainaldo Scriba, Canapadula di Rieti figlio, Samuele di San Sibato, Corrado Tetinico che dicesi stia a Foggia, Benvenuto Jazeo e sua moglie che dimora presso San Martino, e stavano in Alifia.
Il decreto è dato nell'assedio di Lucera, il 12 agosto 1269.
Ivone da Narbona scriveva a Gerardo arcivescovo di Bordeaux, come, viaggiando in Italia, e' si finse Cataro, lo perchè in tutte le città ebbe lietissime accoglienze; e «a Clemona, città celebratissima del Friuli, ebbi squisiti vini da' Patarini, robiole, ceratia ed altri lachezzi»[119]. Costoro aveano per vescovo un tal Pietro Gallo, che scoperto di fornicazione, fu cacciato di seggio e dalla società.
Contraddisse vivamente all'errore Antonio da Lisbona, il taumaturgo di Padova, che a nome della religione e dell'umana libertà protestò contro Ezelino, il quale professava aver più paura de' frati Minori che di qualsiasi persona al mondo. Singolarmente in Rimini sant'Antonio combattè gli eretici, non solo colla parola, ma coi miracoli. Perocchè una volta, dice la legenda, non badandogli gli uomini, furono veduti i pesci venir su per la Marecchia, e a bocca aperta collocarsi ad ascoltarlo; un'altra, un giumento, da lungo tempo digiuno, si prostrò davanti all'ostia consacrata, benchè il padrone patarino gli porgesse il truogolo dell'avena.
Martello degli eretici fu detto san Tommaso d'Aquino, che nella _Summa theologica_ espose tutti gli argomenti contro gli errori di essi, come dicemmo: nè men fervoroso apparve san Bonaventura. Contro gli eretici di Prato aveva proferito sentenza il vescovo di Worms, legato dell'imperatore Enrico VI nel 1194[120], confiscandone i beni, ordinando di disajutarli in ogni modo, e vietando di dar loro consiglio od ajuto, nè di mettere ostacolo a lui quando li facesse carcerare. Nel resto della Toscana troviam pure nominati fra gli eretici Guido da Cacciaconte di Cascia in Valdarno; il prete del Ponte a Nieve, Migliore da Prato, uno di Poggibonzi, due donne di Poppi, Andrea di Fede, una Meliorata con suo padre Albese, un'altra fiorentina. Gherardo, dottore e cavaliere di Firenze, fu scoperto eretico solo allorchè, morendo, non volle attorno a sè che Patarini.
A Firenze, come negli altri Comuni, v'erano statuti _de hæreticis diffidandis et baniendis; omnes hæreticos cujuscumque hæresis diffidare et exhaurire debeant rectores civitatis, etc_. La prima e la seconda domenica dell'avvento, il vescovo, celebrando in Santa Reparata, solea richiedere i rettori della città che perseguitassero e sbandissero gli eretici. E vescovo dal 1205 al 1230 vi fu Giovanni da Velletri, il quale, vedendo propagarsi l'eresia, pensò ripararvi seriamente, e fece catturare alcuni che si tenevano celati. Costoro vescovo era Filippo Paternon, che avea fatto di molti proseliti. Gregorio IX papa, nel 1227, ordinò a frà Giovanni da Salerno, compagno di san Domenico e priore di Santa Maria Novella, che procurasse l'arresto del Paternon: il quale côlto, abjurò i suoi errori, ma ben presto tornò ai conciliaboli, e la potenza de' suoi settarj lo assicurava d'impunità. Quando la prudenza il consigliò a mutar paese, gli furono surrogati nel ministerio Torsello, indi Brunetto, infine Jacopo da Montefiascone, che, con un Marchisiano e con un Farnese, da prima gli servivano di ministri. Farnese predicava cogli occhi chiusi come chi dorme, ed asseriva che egli e i compagni suoi talvolta in abiti preziosissimi assistevano alla maestà divina. Contemporaneamente a frà Giovanni, il vescovo di Siena Bonfili ricercava gli eretici nella sua diocesi, ajutato da altri Domenicani.
Il nuovo vescovo di Firenze Ardingo Feraboschi fece contro i Patarini, varj decreti confermati da Gregorio IX, e vide stabilita regolarmente nella sua città l'Inquisizione, con tribunale nel convento di Santa Maria Novella, e pubblici notari. Frà Ruggero de' Calcagni, uscito da famiglia di mercanti in Vachereccia, ne fu primo inquisitore, ed eresse processo nel 1243, per trovare l'origine, il seguito e l'estensione di tanto male, e servendosi dei processi fatti già prima in convento, principiò cause terribilissime, e fin allora non più sentite nella città. Il tribunale per lo più si teneva in quel monastero, e alle volte nel luogo di Santa Reparata, assistendovi sempre l'inquisitore, il priore di Santa Maria Novella, e due o tre altri frati de' principali. Citavano i rei a comparire, sotto intimazione, prima di pena pecuniaria, poi di censure: ed un'infinità d'eretici sì uomini come donne bisognò venissero ad esibirsi, perchè i signori di palazzo da lettere papali erano stati obbligati a dare i rei nelle mani degli ecclesiastici, onde non v'era campo di poter esentarsene[121]. In fatto, Pietro e Andrea furono mandati a Roma, ove abjurarono.
Non per questo cessavano gli eretici, e Gherardo di Ranieri Cavriani, figlio d'eretico, davasi attorno apostolando, e spesso tornava in Lombardia, e andava nelle case a dar la consolazione ai morenti. Altri caporioni erano Baron del Barone e Pulce di Pulce, famiglia calabrese, appoggiati dalla fazione imperiale, e secondati dai Cavriani, da Chiaro di Manetto, da Cante di Lingraccio, da Uguccione di Cavalcante, dalle famiglie Saracini e Malapresa, e da molte signore, fra cui Teodora moglie del Pulce, un'Aldobrandesca, una Contrelda, un'Ubaldina erano sempre le prime a dar impulso alle collette apertesi a favore de' poveri e de' predicanti.
I quali insegnavano che Maria non era donna, ma un angelo: che Cristo non prese carne da lei; che non si trovano il corpo e il sangue sacro nell'eucaristia. Teneano loro adunanze in Firenze nella casa del Manetto, del Lingraccio, e massime de' Baroni, che, come rilevanti dall'impero, rimanevano esenti dalla giurisdizione comunale, e che edificarono una torre a San Gaggio, fuor di città, apposta per ricettare gli eretici; oltrechè aveano conciliaboli in una villa sul Mugnone. Frà Ruggero, unito a frate Aldobrandino Cavalcanti, ne fe carcerare alquanti; ma i Baroni, gelosi delle loro immunità, per forza li rimessero in libertà. Con ciò venne la città a dividersi in due fazioni, una avversa, l'altra favorevole all'Inquisizione, e bande prezzolate insultavano per la via i fautori di questa e i Domenicani.
I Serviti, ordine allor allora istituito sul monte Senario, che prima per la straordinaria pietà erano sospettati eretici, vennero ad obbedienza dell'inquisitore, faticandosi a ribattere gli eretici; al che valse pure il miracolo che allora si divulgò, d'Uguccione prete di Sant'Ambrogio presso Firenze, il quale, detta messa, non asciugò bene il calice, e al domani vi si trovò sangue vivo.
De' processi allora eretti, alcuna cosa fu pubblicata dal Lami, e parte si conserva nell'archivio di Stato fra le carte di Santa Maria Novella, e di là traemmo le notizie che precedono[122]. Le deposizioni sono la maggior parte di donne, e principalmente di Lamandina Pulce, avversa agli eretici quanto v'erano propense le sue consanguinee. Non appare vi si usasse tortura, e quando l'esortazione uscisse inutile, i rei venivano abbandonati al braccio secolare.
Il papa, che aveva confortato la Signoria a conservar forza alle leggi, per appoggio inviò frà Pietro da Verona. Questi era nato da genitori patarini, e resosi domenicano, spiegò zelo straordinario contro gli eretici in Lombardia. Di là trasferitosi a Firenze nel 1244, predicava nella piazza di Santa Maria Novella, la quale trovandosi angusta alla folla accorrente per udirlo, ad istanza di lui fu fatta ampliare dalla Signoria. Istituì egli la società de' Laudesi, che cantava Maria e il Sacramento, quasi a sconto degli oltraggi dei Patarini.
Ma questi, non che rimanessero allibiti, opponevano la forza; lo perchè Pietro sistemò alquanti nobili, che volonterosi si esibivano per guardia al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di questi: donde originò la «sacra milizia dei capitani di Santa Maria».
Sulla facciata dell'uffizio del Bigallo, rimpetto a San Giovanni, due sbiaditi affreschi di Taddeo Gaddi figurano il miracolo di quando un cavallo infuriato si lanciò contro le turbe che ascoltavano la predica, ma passò sovra le loro teste senza nuocere ad alcuno; ed esso Pietro, quando a dodici nobili fiorentini consegna lo stendardo bianco colla croce rossa per tutela della fede: il quale stendardo conservasi in Santa Maria Novella, e si spiega nel giorno di quel santo.
Crebbero allora processi ed esecuzioni, e varie donne di Poppi furono messe a morte. Frà Ruggero citò al suo tribunale i Baroni, i quali, dichiarando quelle esecuzioni inumane ed illegali, s'appellarono all'impero: e il podestà Pace da Pesannola, bergamasco, li tolse in tutela, protestando contro le sentenze, e intimando si rilasciassero i detenuti. Perciò dagli inquisitori fu messo con solennità all'interdetto, onde ne nacque parte e tumulto: una domenica nel 1245, mentre i fedeli ascoltavano la predica nella cattedrale, gli eretici gli assalgono e feriscono: Pietro si pone alla testa de' suoi; sono di sangue contaminate piazza Santa Felicita e il Trebbio, finchè i Cattolici riescono superiori. La croce del Trebbio rammenta anche oggi quel macello; e vuolsi che allora cominciasse l'uso di porre croci e madonne sui crocicchi, onde tosto vedere chi le dileggiasse o riverisse.
Segnalato per tanto zelo, Pietro muove a farne prova sui Cremonesi e sui Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro Federico II, bestemmiavano il Cielo, insultavano ai riti, e sospendevano capovolti i crocifissi. Cominciò egli le processure; e predicando a Milano sulla piazza di Sant'Eustorgio diceva: «So che gli eretici hanno tramato la mia morte; che è già depositata la somma onde retribuire il sicario. Sia quel che vogliono, s'accorgeranno ch'io farò contro loro dopo morte più che non facessi da vivo». In fatto Stefano de' Confalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero uccidere mentre il sabato _in albis_ passava da Milano a Como. Egli trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra _credo_, e spirò[123]. Subito venerato col nome di Pietro Martire, ebbe un tempio sul luogo dove cadde, e in Sant'Eustorgio a Milano una magnifica arca, ch'è uno dei primi monumenti della scultura, con epitafio scritto da san Tommaso:
_Præco, lucerna, pugil Christi, populi, fideique_ _Hic silet, hic tegitur, jacet hic mactatus inique_ _Vox ovibus dulcis, gratissima lux animorum,_ _Et verbi gladius, gladio cecidit Catharorum, etc._
D'egual moneta aveano i Patarini pagato frà Rolando da Cremona, mentre sulla piazza di Piacenza predicava: Pietro d'Arcagnago, frate Minore, scannato in Milano presso Brera per opera di Manfredo da Sesto, caporione de' Patarini lombardi, con Roberto Patta da Giussano; frà Pagano da Lecco, trucidato coi compagni mentre andava a stabilire l'Inquisizione in Valtellina, e così altri. Nel 1279, avendo gl'inquisitori condannata al fuoco una tedesca in Parma, i cittadini insorsero, saccheggiando il convento de' Domenicani, alcuni anche ferendone, talchè essi a croce alzata partirono. Ma il podestà e gli anziani e i canonici li seguirono, e gl'indussero a tornare, promettendo rifarli dei danni e punire gli offensori[124].
A san Pietro Martire successe come inquisitore in Lombardia frà Ranerio Saccone, che più volte menzionammo, il quale spianò la Gatta, ritrovo degli eretici, e fece bruciare i cadaveri di due loro vescovi, Desiderio e Nazario, tenuti in venerazione; nè si rallentò finchè Martin Torriano, signore del popolo, nol fe cacciare.
A Milano poco dopo comparve una Guglielmina, che diceasi oriunda di Boemia e di stirpe regia, e che, a guisa de' Montanisti, non ammetteva Cristo come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma come un progresso, che doveva essere sorpassato da una nuova missione: in lei lo Spirito Santo essersi incarnato per redimere Giudei, Saracini e mali Cristiani: averla Rafaele arcangelo annunziata a sua madre Costanza, moglie del re di Boemia, il dì della Pentecoste: nata un anno dopo quell'annunciazione: era vero Dio e vero uomo nel sesso femminile, come Cristo nel maschile, e dal sacrosanto suo sangue resterebbero salvati i miscredenti: come Cristo, secondo la natura umana, non secondo la divina, dovea morire, risorgere, e alla presenza de' discepoli e dei devoti salire al cielo per elevare l'umanità femminile. Quanto visse, il popolo la venerò; morta nel 1282, fu tumulata splendidamente a Chiaravalle, casa de' Cistercensi presso Milano, e tenuta in conto di santa, e il suo sepolcro frequentato da devoti, illuminato giorno e notte da ceri e lampade, e vi si celebravano tre feste annue, a san Bartolomeo, all'Ognisanti e a Pentecoste, distribuendosi da que' monaci pane e vino in commemorazione di lei, della quale si enumeravano la virtù e i miracoli: e ceri ardevano davanti alla effigie di essa, dipinta in Santa Maria Maggiore, in Santa Eufemia, alla Canonica e altrove.
Come Cristo lasciò in terra san Pietro per suo vicario, affidandogli da reggere la Chiesa, così la Guglielmina lasciò vicaria sua nel mondo Mainfreda, monaca dell'ordine delle Umiliate di Santa Caterina in Brera. Essa teneva adunanze de' fedeli, predicava, componeva litanie; e la Pasqua del 1299, vestitasi d'abiti pontificali come altre compagne, celebrò una messa in casa di Jacopo da Ferno, ove Albertone da Novate recitò l'epistola, e Andrea Saramita una lezione di vangelo da lui composto. Tempo verrebbe ch'essa Mainfreda più solennemente celebrerebbe sul sepolcro dello Spirito Santo incarnato; indi nel duomo di Milano, poi in Roma predicherebbe dalla sede apostolica; diverrebbe vera papessa, colle autorità del pontefice odierno, il quale sarebbe abolito e surrogato dalla Mainfreda, che battezzerebbe le genti ancor sedute nelle tenebre. I quattro vangeli darebbero luogo a quattro altri, stesi per ordine della Guglielmina. Il visitar la tomba di questa era meritorio come il visitar quella di Cristo, onde da tutte le plaghe s'accorrerebbe a Chiaravalle, ma i seguaci di essa sarebbero esposti a tormenti e supplizj; non mancherebbe qualche Giuda che li tradisse, e li desse nelle mani de' nemici, cioè dell'Inquisizione.
Tali opinioni vulgari apparvero dai loro processi[125], dai quali non risultano però le turpitudini di che sono imputate queste deliranti; che la Guglielmina rompesse a vergognoso commercio con Andrea Saramita; che la Mainfreda, al termine delle congreghe, comandasse di spegnere i lumi, e abbandonarsi senza distinzione di persone o di sesso. Fatto è che, sparsesi tali voci, il vulgo, colla consueta versatilità, mutò il culto in esecrazione, gl'inni in bestemmia, e l'Inquisizione colse la Mainfreda, il Saramita, Jacopo da Ferno ed altri (20 luglio 1300), e ne cominciò il processo. Jacopo abjurò; la Mainfreda e il Saramita furono mandati al rogo sulla piazza della Vetra, il 6 d'agosto, insieme colle reliquie della Guglielmina.
In Milano si formò poi un Ordine che pretendeva esser equestre, intitolato della fede di Gesù Cristo, o della croce di san Pietro martire: portavano una croce inquartata di nero e bianco; obbligavansi ad esporre anche la vita per la diffusione della fede e la distruzione dell'eresia, e realmente non erano che familiari della santa Inquisizione. Forma eguale adopravasi da altri nelle diocesi d'Ivrea e di Vercelli; e v'aveva indulgenze e privilegi a quei che crociavansi tra costoro[126].
Inquisizione è una delle tante parole, attorno a cui suol levarsi tale rumore, da impedire s'oda la voce del tempo; ma anche spogliata delle esagerazioni, desta giusto raccapriccio o rammarico ad ogni buon cristiano. Quanto narrammo non ci lascia dire cogli scrittori dell'Enciclopedia francese, che l'Inquisizione di Spagna trascese «nell'esercizio d'una giurisdizione, in cui gl'Italiani suoi inventori usarono tanta dolcezza». Vero è che, oltre essere all'unisono co' tempi, ed assai meno orribile, che non si sparnazzi dai soliti organi passionati e di malafede, essa proponevasi un fine morale, a differenza della Polizia moderna che sottentrò nelle sue veci, dalla quale si procede e castiga spesso nell'interesse d'un principe, o per mantenere un dominio costituito sulla forza o sull'intrigo: se restringeva il pensiero, facealo, o credea farlo, per salvezza delle anime, non per mero vantaggio d'un potere, d'un ministero, d'una consorteria dominante: nè quegli spaventi tolsero che sorgessero grandi e robusti pensatori. Noi avremo a riparlarne quand'essa diventerà un organo importante delle società nuove: intanto avvertiamo come oggi di nuovo si risveglino quelle antiche dottrine a proclamare la comunanza de' possessi, l'abolizione della proprietà e dell'organamento civile: e la società costituita arma tre milioni d'uomini in Europa contro siffatte teoriche, le quali allora denominavansi eresie. Domandiamo se ciò deva qualificarsi intolleranza; e se il secolo che così adopera possa maledire a quelli che fecero altrettanto: e non comprendere che l'odierna libertà della bestemmia non potè acquistarsi che coll'introdurre altre feroci repressioni, eserciti innumerevoli, tirannesche Polizie.
L'intolleranza è per avventura inseparabile dalle profonde credenze; e la fede suppone l'esclusione di ciò che da essa differisce. Quando poi la fede è considerata come il necessario legame fra i cittadini, chi la intacca lede la società. L'Inquisizione proferì la pena di morte: ma la proferiscono anche i nostri giurati. Le pene odierne sono destinate a far rispettare istituzioni stabilite: e così era per quelle dell'Inquisizione, verso istituzioni che la coscienza avea consacrate, e che difendeansi pel diritto che alla società non si negò giammai. Forse la repressione ci desta fremito perchè il delitto era religioso? Ma il diritto positivo è meramente convenzionale; la sua autorità dipende dalla confidenza che ispira. Oggi si puniscono colpe differenti; ma ciò prova solo che gl'interessi sociali non sono sempre identici: quelli d'oggi hanno il vantaggio d'esser attuali; quelli d'allora lo svantaggio d'esser passati. Benediciamo Iddio d'averci fatti vivere in tempi, quando ogni vero cattolico professa altamente la tolleranza, che non è la parificazione della verità coll'errore, bensì l'applicazione della carità nel mondo del pensiero, e che esclude l'intervenzione della forza nell'ordine spirituale, neppure a servizio della verità.
NOTE
[97] _Ad abolendam diversarum hæresum pravitatem quæ in plerisque mundi partibus modernis cœpit temporibus pullulare, vigor debet ecclesiasticus excitari, etc_. LABBE, _Concilia_, tom. X, pag. 1737.
[98] Ap. RAYNALDI _ad ann._ 1226, n. 26.
[99] _Fredericus Magdeburgensi archiepiscopo, comiti Romaniolæ, et totius Lombardiæ legato, dilecto principi suo gratiam suam, et omne bonum_.
_Cum ad conservandum pariter, et fovendum Ecclesiasticæ tranquillitatis statum ex commisso nobis imperii regimine defensores simus a Domino constituti, non absque justa cordis admiratione perpendimus, quod hostilis invaleat hæresis, proh pudor! in partibus Lombardiæ, quæ plures inficiat. Eritne igitur dissimulandum a nobis, aut sic negligenter agemus, ut contra Christum, et fidem catholicam ore blasphemo insultent impii, et nos sub silentio transeamus? Certe ingratitudinis et negligentiæ nos arguet Dominus, qui contra inimicos suæ fidei nobis gladium materialem indulsit, et plenitudinem contulit potestatis. Quapropter in exterminium, et vindictam actorum sceleris tam nefandi, complicum et sequacium hæreticæ pravitatis, quocumque nomine censeantur, utriusque juris auctoritate moniti, dignos motus nostri animi exercentes, præsenti edictali constitutione nostra, in tota Lombardia inviolabiter de cætero valitura, duximus faciendum, ut quicumque per civitatis antistitem vel diœcesanum, in qua degit, post condignam examinationem fuerit de hæresi manifeste convictus, et hæreticus judicatus per potestatem, consilium et catholicos viros civitatis, et diœcesis earundem, ad requisitionem antistitis illico capiatur, auctoritate nostra ignis judicio concremandus, ut vel ultricibus flammis pereat, aut, si miserabili vitæ ad coercitionem aliorum elegerint reservandum, eum linguæ plectro deprivent, quo non est veritus contra ecclesiasticam fidem invehi, et nomen Domini blasphemare. Ut autem præsens hæc edictalis constitutio nostra debeat in hæreticorum exterminium firmiter observari, circumspectioni tuæ committimus, quatenus hanc constitutionem nostram per totam Lombardiam facias publicari, amodo per imperialis banni censuram ab omnibus universaliter observandam. Dat. Cathaniæ, anno Dominicæ Incarnationis MCCXXIV, mense martii, undecimæ indictionis_.
[100] Constitutio _Inconsutilem_: Const. _de receptoribus_, Lib. I. Il professore Höffler a Monaco pubblicò (_Kaiser Friedrich II, ein Beytrag u. s. w._ 1844) alcune nuove lettere di Federico II, fra cui la seguente a papa Gregorio IX, relativa all'inquisizione ereticale: