Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 11

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Da venti volte egli fu in Moncalieri, in casa di Elena scarpolina, ed erano moltissimi i settarj, ch'esso enumera, e che andavano a pochi per volta. Così a Candiolo, a Podrovarino, a Trana, a Sangano, ove Giacomo Doo ripeteva il pane essere il maggior sacramento, e doversi adorare il dragone ch'è più potente di Dio; purgatorio non v'è che in questo mondo; poi s'estinguevano i lumi e «chi ha tenga». A Giaveno, Ciaberto predicava le solite cose, e Cristo non essere stato concetto di Spirito Santo; e i precetti della Chiesa non legano le anime nè obbligano di colpa o pena qualunque, nè è peccato lavorare la festa, mangiar carni in vigilia o in sabato; Dio non può essere nel sacramento dell'altare; tutte le cose visibili sono create dal demonio; e così via. Supponeva che tutti quelli del vicino Balangero sono Valdesi e di siffatta credenza, come udì più volte rinfacciarglielo quei di Giaveno.

Il mirabile è l'esattezza con cui frate Antonio nomina non solo, ma descrive le varie persone de' varj luoghi, e così di Coazze, di Piossasco, di Pinerolo, ove l'adunanza teneasi in casa d'una beghina Coleta, e il pane era distribuito da Pietro di Belmonte di Pragelato. Tutto ciò diceva d'aver confessato appena gli fu minacciata la tortura, e d'averlo poi spontaneamente riconfermato, benchè i suoi settarj gli largheggiassero promesse onde negasse; e lo sostenne anche sotto nuova tortura, consistente nel metterlo supino, e sederglisi sul petto. Ma condotto davanti al principe del paese, cioè del Delfinato, professò che quanto avea detto era stato per le minaccie dell'inquisitore. Poi tornò a confessar tutto, dicendo lo avea negato per istigazione del carceriere e d'un foriero, che diceangli sarebbe stato condannato a morte se confessava.

Simili cose di eresia e valdesia depose di Feruzasco (?), di Castagnole, di Scalenghe, di Pianezza, di Alpignano: e in Germagnano della Val di Lanzo, in Avigliana, in Paglirino (_Paglieres?_), in Villar Almese, in Bubiana (Bobbio Pellice?), Porte, Caburro (Cavour), Campiglione[87].

Fu poi, davanti all'arcivescovo di Torino e all'inquisitore Antonio di Setto di Savigliano, esaminato Giacomo Bech di Chieri; il quale dice essere secolare e ammogliato, non tenere veruna eresia, benchè abbia praticato con Martin del Prete e altri che poi intese colpevoli; nega aver fatto intelligenze con esso Martino, e da dieci anni non averne saputo più nulla. Interrogato su altre particolarità, or afferma or nega. Interrogato se crede che papa Urbano V coi cardinali, vescovi e preti sia la vera Chiesa cattolica; esservi il purgatorio; poter il sacerdote anche in peccato assolvere il penitente, e consacrare; che sia peccato l'usura; che deva adorarsi la croce, e venerare i santi, risponde di sì. Se fu in alcuna congrega di Valdesi, dice di no. Ma un mese dopo, senza tortura, confessa avere spergiurato; e che un trenta anni prima avea preso l'abito di quei che diconsi apostoli, o della povera vita, a Pontolino (?) nel contado di Firenze, dalla mano di Giovanni di Pronassio della riviera di Genova: e visse un anno coi fratelli, e ogni mattina davansi il bacio di pace, e faceano la confessione generale al modo loro, e baciavansi ogni volta che uscissero o rientrassero. Bisticciatosi, andò a stare a Perugia con altri che faceano la stessa vita, poi fu a Roma, tornò a Chieri, rivide Roma e Assisi, ed a Perugia trovò Pietro Garigh con dieci compagni, il quale gli narrò d'essere figlio di Dio, e costoro gli apostoli suoi. Egli non volle aggregarvisi: e anche a Chieri sollecitato da altri, rispose il farebbe se la loro dottrina fosse migliore di quella della Chiesa romana. Avendo giurato il secreto, essi gli esposero non aver Dio creato le cose visibili, bensì il diavolo, che n'era padrone, e che facea penitenza in questo mondo, finchè ritornerebbe in cielo: che l'uomo non consta d'anima razionale e di corpo, ma uno dei demonj peccatori si unisce col corpo, e lo anima; e quei che si salveranno riempiranno il vuoto degli angeli caduti. Il papa non è papa, nè la romana è la vera Chiesa; bensì la loro, e il loro maggiore; non s'ha a credere ai dodici articoli, nè ai sette sacramenti; non adorare la croce; non è peccato lavorare la festa; non vale l'assoluzione se non da chi è della loro setta; non v'è purgatorio o inferno se non in questo mondo; nè altri diavoli che gli uomini e le donne di qui. La donna gravida ha in corpo un diavolo, nè può salvarsi se non entri nella loro setta, il che fanno solo a ventiquattro anni; e prima restano a governo del diavolo; e il battesimo nulla giova se si muoja avanti. Chi della loro setta non riceve il consolamento in morte, il suo spirito rientra in un corpo dell'uomo o della bestia che prima ritrovi, finchè in morte non riceva la benedizione dal loro padre spirituale. Questo padre spirituale benedice il pane, di cui tutti i credenti mangiano ogni giorno almeno una bricciola. Non è peccato usare colla madre, la sorella, la figlia, nè il dare a usura, nè lo spergiurare avanti al vescovo o all'inquisitore, anzi è peccato irremissibile il discoprire sè o i suoi maestri. Pellegrinaggi, elemosine, indulgenze nulla approdano ai morti. Il diavolo fece Adamo ed Eva; profeti, patriarchi e fino san Giovanni Battista sono dannati; Mosè fu il maggior peccatore che fosse mai, e la legge ricevette dal diavolo. Non s'ha a credere la resurrezione della carne, nè il giudizio.

Ed egli, davanti a Giocerino dei Balbi di Chieri, a Pietro Patrizio, e ad uno Schiavone giurò credere tutto ciò sopra un grosso volume che chiamavano _Libro della Città di Dio_, nel quale registravano chiunque facesse tale professione. Poi da esso Patrizio fu mandato in Schiavonia onde perfezionarsi in questa dottrina in un luogo che dicesi Boxena (Bosnia?), sottoposto a un signore che chiamasi Albano di Boxena, dipendente dal re di Rascia: e colà andarono molt'altri Chieresi ch'e' nomina.

Oltre questa setta, nel Delfinato conobbe di quelli che chiamansi Poveri di Lione, e credette quel ch'essi.

Aggiungeva che, quando essi eretici di Chieri vedono alcuno de' loro maestri, e siano in luogo appartato, genuflettono dicendo: «Benedite, perdonate a noi bon christian», e il maestro risponde «Vi perdono»: ma se siano in pubblico, fan solo riverenza col capo. Anche costui declinò una lunga lista di eretici. In che consista il consolamento degl'infermi non sa, bensì che, prima di darlo, si fanno promettere dal malato, se campi, di non mentire mai, non mangiare che cibi quaresimali, non toccare mai persona d'altro sesso, morire piuttosto chè negare la fede, portare guanti per non toccare nessuno nè essere toccati. Dopo ricevuta la consolazione, il maestro gli domanda: «Vuoi essere martire o confessore?» Se dice martire mettongli l'origliere sopra la bocca, e vel tengono buona pezza mentre recitano certe preghiere, e se rimane soffocato lo dichiarano martire; se campa, chiamasi perfetto, ed ha autorità di dare ad altri la consolazione.

Se poi dica volere essere confessore, dura tre giorni dopo la consolazione senza cibo o bevanda, e osserva le predette regole, ed ha la stessa autorità: e viva o muoja, lascia tutti i suoi beni a quel che gli diede il consolamento. Il maestro che chiamano perfetto non deve peccare mai, nè toccare cosa immonda, lo perchè portano sempre guanti, e usano vasi apposta per mangiare e bere, lavati nove volte.

E scaltriva l'inquisitore che, negli esami di quei che chiamansi Gazari, non interroghi direttamente «Se' tu bene de' Gazari?» Il perfetto gli risponderebbe sì, poi null'altro più. Onde bisogna prima esortarlo, pel Dio in cui crede, a narrare la sua vita distintamente, e allora egli racconterà tutto senza mentire.

Tutto ciò egli ratificava ripetutamente e ad intervalli, senza minaccia di tormenti, protestando volere tornare alla verità. E allora pare gli fosse perdonato, ma postille in margine accennano ch'egli fu bruciato, e così Giovanni Bergezio e Martino del Prete.

La provenienza di questo processo rimuove i dubbj che suggerirebbe la critica sulla sua autenticità, e può rivelarci la parte vulgare di quella setta.

A più risolute opinioni trascorreano taluni, denominati La sètta dello spirito di libertà, che negavano eterna la dannazione; le anime purgarsi in questa vita, poi nell'altra, se alcuna macchia vi restasse, fino alla totale soddisfazione: Dio non poter venire offeso dalle creature, ma i peccati essere una purgazione dell'anima, inflitta da Dio: e peccati e vizj essere necessarj alla salute dell'anima, come la grazia, le virtù e le opere buone: nulla serve il libero arbitrio: le penitenze non sono necessarie nè utili se non ai perfetti, e così i sacramenti, eccetto il corpo del Signore; demonj sono i vizj e le passioni che ci affliggono; l'anima purgata ha presente Iddio, ne' diletti spirituali o carnali come nelle virtù e nelle buone azioni; la passione di Cristo non fu necessaria per evitare la dannazione, ma per provocare al bene.

Ma la colpa, onde più concordemente sono rinfacciati i Patarini, è l'ostinazione. Fra strazj e tormenti, al cospetto di morte obbrobriosa, non che convertirsi, più s'induravano, protestavansi innocenti, spiravano cantando lodi al Signore, colla speranza di presto congiungersi nel suo abbraccio. In Lombardia serbarono memoria d'una fanciulla, di cui la bellezza e l'età mettevano in tutti compassione e desiderio di salvarla. Perciò vollero assistesse, mentre padre, madre, fratelli venivano consunti dalle fiamme, sperando si sarebbe pel terrore convertita: ma no; poi ch'ebbe durato alquanto lo spettacolo, si svincola dalle braccia de' suoi manigoldi, e corre a precipitarsi nelle fiamme, e confondere l'ultimo suo coll'anelito de' parenti.

Questo ci è raccontato dal cremonese Moneta, il quale era patarino, e sentendo predicare in Bologna Reginaldo d'Orleans, si ravvide, ed entrato nell'Ordine prima della morte di san Domenico e fatto inquisitore della fede a Milano il 1220, _tamquam leo rugiens_ si scagliò contro le eresie, e scrisse una _Summa theologica_[88] contro i Catari e Valdesi, che dice nati a' suoi giorni.

Oltre scassinare i dogmi inerenti all'unità del sacerdozio per costituire società religiose speciali, gli eretici facevano guerra accannita alla Chiesa esterna, e pur troppo trovavano appiglio nello scompigliato vivere del clero, di cui e amici e avversarj si accordano ad attestare la depravazione.

Agli errori la Chiesa oppose da principio i rimedj che a lei convengono; riformare i suoi, ammonire o scomunicare i dissenzienti, crescere devozione alle cose che da quelli erano conculcate. La compagnia de' Laudesi, che s'univano per cantar pie canzoni, dalla Toscana erasi propagata nella Lombardia. Giovanni da Schio, il famoso paciere, instituì il saluto del _Sia lodato Gesù Cristo_. La venerazione verso il Sacramento fu cresciuta da miracoli che allora si narrarono: Urbano IV estese a tutta la Chiesa la festa del _Corpus Domini_, e Tommaso d'Aquino ne compose la magnifica uffiziatura.

A Maria poi si tributò l'entusiasmo, col quale i cavalieri veneravano le donne loro, e il dogma dell'immacolata sua concezione fu sostenuto fervorosamente dai Francescani; ad onore di lei si formò un salterio, sulla foggia del davidico; di lei parlarono san Pier Damiani, san Bernardo, san Bonaventura, con un ardore che rimembra quel dello sposo de' cantici; e fu una gara di circondarla colla poesia del perdono e con fiori di tenerezza. L'_Ave Maria_ si rese generale verso il 1240[89]. San Domenico introdusse, o piuttosto propagò il rosario; divozione cui fu poi connessa la ricordanza della vittoria di Lèpanto (1573), quella in cui fu decisa la superiorità dei Cristiani sopra i Turchi, nell'ora appunto che in tutto l'orbe cattolico recitavasi quella semplice formola di saluto, di congratulazione, di condoglianza, di preghiera. Maria ispira le opere d'arte d'allora: il suo scapolare, propagato dai monaci del Carmelo, orna il petto di tutti come una divisa di combattenti contro le passioni; ai tre ordini del Carmelo, dei Serviti, della Mercede sotto gli auspizj di lei, quello s'aggiunge dei Gaudenti, da Linguadoca passati in Italia, ove singolarmente si resero memorabili, e che continuavano a vivere nel mondo e nel matrimonio, «solo imposto (come scrive frà Guittone) odiare e fuggire il vizio, desiare e seguir la virtù, ed alcuna soave, soavissima regola, data in segno d'onestà, in remissione d'ogni peccato, ed in premio d'eterna vita».

Contro le eresie la Chiesa drizzò pure la santità e lo zelo dei frati. Questi, anche fra i disordini correnti, aveano sempre mantenuto fervore più operoso e rigidezza più esemplare. Di nuovi ne furono in quel tempo istituiti; gli austeri Certosini, i mistici Carmelitani, i pietosi Trinitarj del riscatto; gli operosi Cistercensi, opera di san Bernardo, introdussero o migliorarono la coltivazione in luoghi malsani; gli Umiliati arricchironsi coll'industria dei panni; aggiungansi i Servi di Maria in Toscana, i Silvestrini di Monte Fano nelle Marche, ed altre società, le quali eccitano le lepidezze e la compassione di un secolo e di giornali, che ammirano Federico II, Manfredi, Salinguerra, gli Estensi, i Da Camino ed altri ammazza uomini.

E già in tanti rami erasi esteso il viver monastico secondo la varietà degli intenti e dei mezzi, che Innocenzo III decretò non se ne introducessero altri; eppure sotto di lui nacquero due Ordini efficacissimi. In visione parvegli la basilica di San Giovanni Laterano crollasse, e la sorreggessero due persone, allora a lui ignote, e in cui poi riconobbe Francesco e Domenico. Il figlio di un agiato negoziante d'Assisi, condotto in Francia da suo padre, s'addestrò sì bene in quella lingua, che ne trasse il sopranome di Francesco. Balioso, vivace, compagnone, poeta, a venticinque anni sentesi chiamato da Dio, e rinunziato a tutto, fin alla famiglia, fa adottarsi da un pitocco, e non serbando che una tunica col cappuccio e una corda a cintura, nel mondo inebriato di ricchezze e di piaceri, esce a predicare la povertà; la pace nel mondo dell'ira, delle superbie, delle guerre; e con undici compagni si sottomette a così rigorosa abnegazione, da non considerare suo nè l'abito tampoco e i libri. Così fonda l'ordine de' _Frati Minori_, e il suo statuto comincia: «La regola de' Frati Minori è d'osservare il vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio, e in castità». Chi v'entrasse dovea vendere ogni aver suo a profitto de' poveri, e subire un anno di pruove rigorose, prima di proferire i voti. Tutti essendo _frati minori_, gareggiavano d'umiltà, e lavavansi i piedi uno all'altro; i superiori chiamavansi servi; chi sa un mestiere può esercitarlo per guadagnare il vitto; chi no, vada alla busca, ma non di denaro. Neppur l'Ordine può possedere di là dal puro necessario. Prendano in ispecial cura gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi. Chi malato s'impazienta o sollecita medicine, è indegno del titolo di frate, perchè mostra maggior cura del corpo che dell'anima. Non vedano femmine, e a queste predichino sempre la penitenza: che se alcuno pecca in esse, venga tosto espulso. In viaggio, null'altro che l'abito, nè tampoco il bastone; e se diano ne' ladri, si lascino spogliare. Non predichi chi non vi sia autorizzato; e prometta insegnare la dottrina della Chiesa senza formole di scienza profana, senza ambire suffragi. Un generale eletto da tutti i membri risiede a Roma, assistito da un consiglio, e da esso dipendono i provinciali e i priori. Ai capitoli generali prendono parte i capi di ciascuna provincia, i priori e i deputati dei monaci di ciascun convento. Ogni comunità tiene capitolo una volta l'anno: i superiori d'Italia si congregano ogni anno, e ogni tre quelli di là dall'Alpe e dal mare.

Allorquando Francesco si presentò al papa chiedendo riconoscesse il suo Ordine, cioè gli concedesse di pregare e mendicare e non posseder nulla, Innocenzo III esitava, parendogli che questi propositi trascendessero le forze umane; infine approvò solennemente questi Mendicanti (1215). Membri d'una repubblica che avea per sede il mondo, per cittadino chiunque ne adottava le rigide virtù: scalzi, col vestire dei poveri d'allora, coll'idioma dei vulghi, diffondeansi per tutto. Avendo per unica retorica una fede inconcussa e universale, e accettando tutto ciò che servisse all'edificazione, andavano a diffondere la pace, e spandere la rugiada della Grazia sovra le moltitudini, in prediche incolte, ma animatissime, e dirette a un uditorio che non vi portava la critica, ma la convinzione; al popolo parlando come esso vuol gli si parli, con forza, con drammatica, fino con vulgarità, destando al pianto e al riso col ridere e piangere essi medesimi; affrontando e provocando sia i tormenti sia le beffe. Egli stesso, il santo fondatore, se mai talvolta rompesse il digiuno, volea lo strascinassero per le vie, battendolo, e gridando al ghiottone. A Natale predicava in una vera stalla, e nel pronunziare _Betlemme_ belava come un pecorino; e nel nominare Gesù leccavasi le labbra, quasi ne sentisse dolcezza. Poi alla sera di sua vita, portava le stigmate delle piaghe di Cristo, impresse sul proprio corpo.

Rinfrescatore mirabile del vangelo, a' suoi che inviava a predicare, diceva: «In nome del Signore camminate due a due con umiltà e modestia; in particolare con esattissimo silenzio dal mattino fino a terza, pregando Dio nel vostro cuore. Fra voi non parole oziose e inutili: ed anche per via comportatevi umili e modesti, come foste in un eremo o nella vostra cella; imperocchè in qualunque parte siamo, è sempre con noi la nostra cella, che è il corpo nostro fratello, essendo l'anima nostra l'eremita che dimora in questa cella per pregare e pensare a Dio. Perciò se l'anima non istà in riposo in questa cella, la cella esteriore nulla serve ai religiosi. Sia tale la vostra condotta in mezzo alla gente, che qualunque vi vedrà o ascolterà, lodi il celeste Padre. Annunziate la pace a tutti; ma abbiatela voi nel cuore non men che nella bocca, anzi più. Non porgete occasione di collera o di scandalo, ma colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace, alla concordia. Noi siamo chiamati per guarire i feriti e richiamare gli erranti; e molti vi sembreranno figli del diavolo, che saranno un giorno discepoli di Gesù».

E come i suoi frati, egli correva dovunque intendesse che v'era una bizza, una discordia, e cominciava: _La pace sia con voi_, e predicava l'amore, e intonava canzoni. All'amor suo non bastando l'abbracciare tutti gli uomini, lo estende ad ogni creatura, e vaga per le foreste cantando, e invitando gli uccelli, _fratelli suoi_, a celebrare il Creatore; prega le rondini, _sue sorelle_, a cessare il pigolio mentre predica; e sorelle son le mosche, e sorella la cenere. Una cicala canta? gli è stimolo a lodare Iddio; le formiche rimprovera di mostrarsi troppo sollecite dell'avvenire; storna dalla strada il verme che può esservi calpestato; porta miele alle api nell'inverno; campa le lepri e le tortore inseguite; vende il mantello per riscattare una pecora dal macellajo; il giorno di Natale voleva si porgesse miglior nutrimento all'asino e al bue; anche biade, vigne, sassi, selve, quanto hanno di bello i campi e gli elementi songli stimoli, ad amar Dio[90]; nell'orticello d'ogni convento de' suoi doveva riservarsi un'ajuola a' più bei fiori, per lodarne il Signore.

L'esuberanza di quest'affetto espandea Francesco in poesie, originali come lui stesso, ove niuna reminiscenza d'antichità, ma viva effusione di cuore, impeti d'amore illimitato: fu de' primi ad usar nelle laudi la lingua vulgare; e frà Pacifico, suo allievo, meritò la laurea poetica da Federico II. Così il _padre serafico_ seguitò, finchè a quarantaquattro anni morì nel 1226. Per la sua Porziuncola aveva invocata dal cielo e dal pontefice un'indulgenza, a lucrar la quale non fosse mestieri di veruna offerta; e quando, al secondo giorno d'agosto, essa è proclamata nell'ora solenne dell'apparizione di Maria, una folla innumerevole accorre tuttora da quei fortunati contorni ad implorare l'effusione della grazia gratuita.

Quattro anni dopo l'approvazione, Francesco radunò il primo capitolo, detto _delle stuoje_, perchè tenuto in campo aperto sotto trabacche, ove cinquemila frati della sola Italia, e cinquecento novizj si presentarono; poi crebbero tanto, che, malgrado mezz'Europa perduta per la Riforma, dicono alla rivoluzione francese sommassero a cenquindicimila, in settemila conventi, suddivisi fra molte riforme.

L'altro apparso in visione a Innocenzo III era Domenico Gusman, illustre castigliano, assetato di amore e di patimenti, che introdusse l'Ordine de' Predicatori (1216), obbligato esso pure alla povertà, con cariche tutte elettive, e destinato specialmente alla scienza divina e all'apostolato. Mentre i Frati Minori preferivano la campagna e situazioni meravigliosamente belle, i Domenicani, diffusi rapidamente, nelle primarie città d'Italia ebbero grandiosi monasteri e templi magnifici[91], prodigi dell'arte.

Onorio III diede poi ai Domenicani un'esistenza canonica, istituendo il maestro del sacro palazzo, gran dignitario della Corte, mentre è il ministro della giustizia papale per l'universo, da cui vengono a dipendere tutti quelli istituiti in ciascuna diocesi, in quanto non vi si oppongano gli anteriori diritti de' singoli vescovi. E la giustizia e l'istruzione erano gli attributi de' Domenicani che non doveano tanto tirar nella chiesa neofiti, come poi i Gesuiti, quanto conservare chi v'era. Essi diedero alla predicazione una forma più animata e dotta; tolsero al clero secolare il privilegio dell'alto insegnamento e la direzione delle coscienze; rappresentavano la regola stretta, il formalismo della lettera, la rigida repressione. I Francescani invece tendeano al misticismo, alla libera interpretazione del testo sacro, a dirigere gli spiriti verso l'ideale, fuor delle forme prestabilite.

Non sono dunque più i monaci ascetici, stiliti, anacoreti dell'Asia e dell'Africa; non gli studiosi e faticanti di san Benedetto o di san Bernardo; ma poveri mendicanti, viepiù potenti sul popolo, il quale venera un'indipendenza acquistata con sacrifizj volontarj: onde li consultava, divideva con essi il pane, dalla Providenza compartito; e in quegli atti di astinenza e di abnegazione riconoscea l'amore, e nell'amore la virtù. Diffusi pel mondo, nella reggia come nella capanna, senza domicilio fisso, seminando dietro di sè la parola che salva, alle eresie oppongono la predica, l'associazione; inoltre l'esempio del massimo disinteresse e della maggior costumatezza. Deperisce il sentimento dell'autorità? e i frati rinnegano la propria per far la volontà d'un altro, ch'esso pure dipende da un superiore, e questo da un altro, finchè s'arriva al pontefice, da cui tutto e tutti rilevano. Quel rinunziare volontariamente al creato per amor del Creatore, esprimeva non solo lo spogliamento, ma l'amore dello spogliamento. Così ridotto, l'uomo non è più esposto a quella comune tentazione, per la quale, allorchè abbia detto «Ciò è mio», facilmente passa a dire «Ciò son io, è l'esser mio, ingrandito e nobilitato»; non trovasi grande per nascita, per eredità o posti, ma per la sola grandezza vera dell'uomo, quella dell'anima. Oggi che, in un'esistenza laboriosa, avvelenata dalle cure materiali, non possiam intendere quella guerra dichiarata ai sensi, si ripete che il denaro produce indipendenza. Ebbene, questi frati la godeano perchè, non avendo cosa da perdere, sfidavano i potenti o i rapaci a far loro paura.