Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Chapter 29
Finalmente esce da Palermo, dove si godette i suoi veri ozî di Capua, e va a fare la sua visita di congedo alla Sicilia. Va e passa in rassegna le truppe per informarsi, forse, se le cartucce sono sufficienti e se i fucili sono pronti per ripetere la cura del piombo al popolo. Vero è che egli raccoglie ciò che merita: accoglienze strettamente e glacialmente ufficiali dai suoi dipendenti, talvolta urli e fischi dagli imperterriti Gavroche isolani, che non sanno valutare e temere abbastanza i benefizî e i pericoli dello Stato di assedio: ma in compenso lo conforta il brindisi laudatorio dell'on. Marchese di San Giuliano...
Il generale Morra lasciando l'Isola, nella sua circolare ai prefetti, osò scrivere questo periodo sbalorditoio, ch'è meritevole di essere tramandato ai posteri, come l'indice più esatto della sua incoscienza: «Durante questo periodo eccezionale _sprezzando fatiche e disagi_ mi sono dedicato con vero affetto alla non facile impresa della pacificazione degli animi per varie cause eccitati, e allo studio arduo dei principali bisogni delle popolazioni siciliane....»
[IL RESPONSABILE DELL'OPERA DI MORRA]
E l'ironia amara per quest'opera _incivile_ del Regio Commissario straordinario in Sicilia potrebbe continuare, se non fosse tempo di ricordare che di quest'opera sua c'è chi è direttamente e politicamente responsabile di fronte al paese: l'on. Crispi.
Si mentirebbe e si calunnierebbe il Presidente del Consiglio dei ministri se si dicesse che egli sia rimasto contento e soddisfatto del modo come il generale Morra ha adempiuto alla delicatissima e grave missione affidatagli. Si assicura che egli si sia accorto in tempo della cattiva scelta fatta e che non abbia nascosto il suo malumore. Un sintomo del suo malumore si volle scorgere nella insolita fiacchezza colla quale difese egli nella Camera dei deputati il regio Commissario dagli attacchi dell'on. Cavallotti.[77]
[PIÙ VEROSIMILMENTE...]
Ma se l'on. Crispi si accorse in tempo che il Generale Morra non rispondeva alle esigenze imperiose della difficile situazione, perchè non lo rimosse dall'ufficio? Forse temette di attentare alla reputazione della propria infallibilità? Più verosimilmente ubbidì ad ordini che vennero dall'alto protettore del Morra. Nell'uno e nell'altro caso sul capo del governo che scelse un uomo inadatto al compito e lo mantenne, quando si manifestò tale apertamente, ricade la responsabilità intera dell'errore commesso. In un modo solo potrebbe farselo perdonare: disfacendo l'opera del generale Morra e cominciando dalla pacificazione degli animi, che non potrà iniziarsi efficacemente se non coll'amnistia: amnistia, suggerita dalla suprema Corte di Cassazione, e moralmente necessaria ai giudici anzichè ai condannati.
NOTE:
[75] In Palermo fece rumore il caso di Parco. L'amministrazione fu sciolta perchè furono dimostrate fondate le accuse portate contro di essa dal _Fascio_. Vi fu mandato come regio Commissario il sig. Benedetto Carrozza, che conoscendo i fatti cercò riparare al dissesto economico e ai disordini amministrativi; ma i rei seppero ingraziarsi il generale Morra, e il regio Commissario di Parco si dimise, per provvedere al proprio decoro e forse anche alla propria libertà: venne indicato come sobillatore!
[76] Il caso di Catania fu portato alla Camera dei Deputati. Conservo relativamente ad essa un articolo che voleva pubblicarsi in un giornale locale--e di cui fu vietata la pubblicazione,--come il documento più prezioso dello sconfinato e brutale arbitrio della censura preventiva. Ogni cartella dell'articolo, in cui non c'è una sola parola incriminabile e men che rispettosa verso le autorità, porta il _veto_ del Capo di Gabinetto della Prefettura sig. De Francisci.
[77] Il _Corriere dell'Isola_ di Palermo, organo dei conservatori e che rispecchiava le tendenze dell'_entourage_ aristocratico del generale Morra, scrisse in quella occasione un fierissimo articolo contro l'on. Crispi. Ad onore del vero si deve aggiungere che il numero in cui fu pubblicato venne sequestrato per ordine dello stesso generale, che certamente si sarà ricordato del: _surtout pas trop de zèle_!
XXIV
LA DISCUSSIONE PARLAMENTARE
Se questo libro non dovesse essere che la esposizione cronologica degli avvenimenti, più volte avrei dovuto accennare alla discussione parlamentare; ma poichè ho invece preferito raggruppare i fatti logicamente e metterli in connessione colle loro cause, facendoli seguire dai commenti che mi sono parsi opportuni, ho raccolto in unico capitolo tutto ciò che riguarda la discussione degli avvenimenti a Montecitorio; perchè in quelle discussioni c'è appunto il riassunto degli avvenimenti, della esposizione delle loro cause, e delle considerazioni fatte sugli uni e sulle altre, della responsabilità del governo, della utilità e convenienza della sua azione.
I giudizî emessi in Parlamento dànno la più esplicita sanzione a quanto sinora è stato esposto e servono di opportuna conclusione alla precedente narrazione ed ai relativi commenti.
[UN CONSENSO AMMIREVOLE]
Quali le cause intime e reali dei moti di Sicilia? Su questo argomento ci fu un consenso ammirevole di parere tra gli oratori delle varie parti della Camera, che non potè essere menomato dal dissenso di pochissimi deputati, e che verrà lumeggiato in ultimo.
Prima tra le cause venne indicato il forte e rapido disagio economico. Si comprende che su di esso abbia insistito un socialista come il Badaloni, che opportunamente ricorda che le stesse cause economiche, le quali--secondo Massari, Castagnola e Villari--produssero il brigantaggio, cagionarono i moti di Sicilia. Egli con sintesi mirabile espose le risultanze della _Inchiesta agraria_--il cui volume sulla Sicilia porta, come si sa, la firma dell'on. Damiani--e secondo la quale nell'isola le classi lavoratrici hanno un _impronta comune di miseria, di abbattimento e di patimento_; dove invano si cerca un ceto agricolo, ma si trovano _servi sfruttati sempre, riconosciuti mai_, che per vivere sono costretti _a rubare_ ed a vendere l'_onore delle loro figlie e delle loro mogli..._
Si comprende del pari che io--che da vero sobillatore, molti anni or sono avevo riprodotto questi giudizî del Damiani, dalle forti tinte,--mi sia trovato perfettamente di accordo coll'amico carissimo Badaloni; ma importa di più il conoscere che il forte disagio economico venne ammesso da molti altri, che militano in partiti avversissimi al socialista: dall'on. Comandini--che fece due discorsi forti per logica e per ricchezza di fatti--all'on. Farina; dall'on. Franchetti all'on. La Vaccara; dall'on. Filì Astolfone all'on. Di San Giuliano. Quest'ultimo anzi dette in sulla voce all'on. Nasi--i cui singolarissimi giudizî troveranno un posto speciale--ed insistette nel dimostrare i danni del latifondo, il rapido passaggio dal benessere al disagio economico vivo e sentito da tutte le classi e non dai soli lavoratori.
[ANCHE L'ON. CRISPI!]
Non è meno notevole il consenso sulla pessima amministrazione dei corpi locali e sulla iniqua ripartizione dei tributi: ammette questi gravi inconvenienti ed efficaci fattori di malcontento lo stesso on. Crispi!
Ricordai, che li aveva messi in evidenza l'onorevole Damiani in una intervista col corrispondente del _Lokalanzeiger_ e li riconobbero gli onor. Farina, Pinchia e Filì-Astolfone. Ne fece un quadretto verista ammirevole l'on. Di Sant'Onofrio, che ricordò essere stato prodotto dalle iniquità e dalle prepotenze dei partiti locali il motto popolare, che ritiene: _la legge essere fatta solamente per lo sciocco_. Ma fu l'on. Di San Giuliano, che anche su questo riguardo col rammarico di dissentire dal solito Nasi, somministrò dati importanti sulla prevalenza delle relazioni e clientele personali, sull'accanimento delle lotte tra i partiti locali, sulla gravezza delle imposte, sulla dissennatezza delle spese, sulla falsità delle liste elettorali... E chi più ne ha, più ne metta!
I danni enormi del disagio economico e della iniquità e scorrettezza delle amministrazioni locali fu dimostrato che venivano aggravati dalla imperizia e dalla partigianeria dei funzionarî di ogni grado, che il governo ha mandati in Sicilia dal 1860 in poi in punizione o in esperimento.
Il male fu più volte denunziato e deplorato; ma i varî ministeri lo negarono sempre; il male era reale tanto che venne stigmatizzato in questa occasione da un uomo di facile contentatura, qual'è l'onorevole La Vaccara, seguito dagli on. Di San Giuliano, Farina e Nicolosi.
Questi, di animo mite e alieno dalla critica contro l'ente governo, fece una vera e giusta carica a fondo contro i prefetti, la cui partigianeria politica generava un forte disagio morale, che aggravava il disagio economico. A notarsi: avendo io accennato ad un funzionario abile e intelligente, l'on. Damiani mi fece questa caratteristica interruzione: «_Pare impossibile, ma è vero!_»
[L'ON. COMANDINI]
Chi mise il dito sulla piaga sui funzionari governativi accennando al passato prossimo... ed al presente fu l'on. Comandini. Egli nel suo discorso del 27 febbraio 1894 disse:
«Non facciamoci illusioni: la condizione delle provincie siciliane, per ciò che si riferisce agli atti ed alla responsabilità delle autorità governative, non poteva essere peggiore... In Sicilia io ho trovato che negli uomini veramente di ordine era ed è radicata la convinzione che in alcuni comuni, per _fini elettorali_, non sdegnarono alcuni funzionarî del governo di farsi essi autori di circolari e di proclami, che venivano distribuiti ed affissi in pubblico sotto l'intestazione: _Fascio dei lavoratori_.» (_Commenti_).
Coi pieni poteri del generale Morra di Lavriano ci fu un miglioramento? Ecco il giudizio, da nessuno contraddetto, dello stesso on. Comandini:
«Io ho trovato che la fiducia nei funzionari amministrativi era scossa, e quando ho indagato se sua Eccellenza il regio Commissario straordinario si fosse insediato a Palermo con uno speciale gabinetto politico, sapete voi quale Gabinetto politico ho trovato? Ho trovato un Gabinetto composto di un militare e di due civili, perfettissimi gentiluomini, giovani di grande e buona volontà, d'ingegno pronto e di eccellente volontà nel lavoro, ma sorpresi essi stessi dal carico, ch'era stato addossato alle loro spalle, e non timorosi di dire che essi si sentivano contenti di essere stati chiamati a tali funzioni, _perchè imparavano una quantità di cose nuove, che prima essi ignoravano_...»
La Sicilia era, dunque, pel Gabinetto del generale Morra di Lavriano _corpus et anima villa_... Ed ora si meravigli chi può della _sapienza_ degli atti e degli editti del Commissario.
Date queste premesse e assodate queste cause predisponenti si può indovinare quale e quanta responsabilità si possa attribuire ai socialisti, ai sobillatori, ai _Fasci dei lavoratori_.
Sono essi, che hanno calunniato la borghesia e che hanno generato l'_odio di classe_?
Badaloni prende il volume dell'_Inchiesta Agraria_ del Damiani e mostra che l'odio di classe è antico e produsse le manifestazioni del 1848 e del 1860 di quella popolazione, che lo stesso on. Crispi chiamò _sobria, schiava della fame e del lavoro_. Socci, Ferrari, Prampolini ed io, ribadimmo l'assunto del Badaloni; lo confermò Franchetti, che disse l'antagonismo tra le varie classi sociali antico e fatale. Ma le classi dirigenti e la grossa borghesia sono meritevoli di odio? Basta rammentare le parole di Crispi, riportate avanti, ch'egli pronunziò a Palermo nel 1886, in una riunione di operai...
[QUEL CHE DICE IL MARCHESE DI SAN GIULIANO]
[L'AMENITÀ DELL'ON. CASTORINA]
Come la borghesia usò in Sicilia di quella sua onnipotenza? Ecco qua: «Il grande proprietario è troppo sovente _fruges consumere natus_, un parassita, un ozioso... ma non è (?) uno sfruttatore. I borghesi rurali in generale trattano male i contadini; amministrano i comuni con criterî d'interessi di classe; sono azzeccagarbugli, usurai... Le classi dirigenti non sono all'altezza dei loro doveri...» È forse questo il giudizio appassionato di un socialista? No! venne formulato da un loro avversario, da un loro persecutore: dall'on. Marchese di San Giuliano il giorno 27 febbrajo 1894! E dopo le sue parole, lasciamo che il suo amico on. Castorina si diverta, e diverta gli altri, nel difendere la borghesia, e nell'affermare che borghesi e lavoratori in Sicilia fraternizzano, come nel più idillico dei mondi possibili!
Se i socialisti, i sobillatori, i _Fasci_ non generarono l'odio di classe, che trovarono bello e preparato da anni e forse da secoli, non può dirsi neppure ch'essi furono gli agenti diretti, determinanti degli ultimi moti. Che non lo furono fu sostenuto da Badaloni, da Altobelli, da Comandini, da me. L'ottimo Farina si stupì, si meravigliò altamente degli on. Nasi e Saporito, che ai _Fasci_ e ai sobillatori li attribuirono; ma il loro era naturalmente il parere dell'on. Crispi, che fu pure combattuto da uno dei suoi più fedeli amici politici, dall'on. Di Sant'Onofrio. Più equanimi vollero mostrarsi gli on. Filì-Astolfone e Di San Giuliano che dei moti trovarono la ragione parte nelle cause precedentemente esposte e parte nell'azione dei _Fasci_. Il secondo, anzi, si espresse in termini, che meritano di essere integralmente riprodotti.
«Per quanto concerne le cause--disse il rappresentante per Catania--voi avrete visto, e dalla discussione fatta qui e da quello che si è detto fuori di quest'aula, che vi sono due tendenze. Gli uni credono che causa unica sia il disagio economico, e specialmente la miseria dei contadini; altri credono che causa unica sia la propaganda dei sovvertitori.»
«L'onorevole Nasi nel suo discorso di ieri si accostava a quest'ultima opinione. Ora io francamente credo che abbiano contribuito l'una e l'altra causa. Senza il disagio economico e senza il malcontento che ne consegue, la propaganda dei sovvertitori non avrebbe potuto avere gli effetti che ha avuto, e _forse non si sarebbe fatta_. Senza poi la propaganda dei sovvertitori il malcontento non si sarebbe manifestato ora, o si _sarebbe manifestato in altro modo, forse non meno pericoloso_, ma più legale.»
[DEI "FORSE" ELOQUENTI]
Non è evidente da questi _forse_ dell'on. Di San Giuliano, che i moti si sarebbero avuti anche senza i _Fasci_, e in una forma _non meno pericolosa_?
Una manifestazione se è più _pericolosa_, dal punto di vista politico, non giova che sia più _legale_; ad ogni modo l'on. Paternostro, che dell'on. Crispi è amico politico e non è affatto socialista, riconobbe e ricordò colla sua lealtà, che il movimento dei _Fasci_ era legalissimo e doveva essere rispettato.
Si dirà che i _Fasci_, i sobillatori, i socialisti hanno almeno la responsabilità indiretta dei tumulti siciliani, in quanto furono determinati o accelerati dalla loro propaganda? E allora a quanti hanno predicato e raccomandato la emancipazione o il miglioramento dei lavoratori deve assegnarsi buona parte delle responsabilità; e primo fra tutti all'on. Crispi, che proprio in Sicilia espose... in pubblici discorsi idee poco diverse per il fine cui miravano, di quelle propugnate dai socialisti. E gli on. Altobelli e Badaloni con eloquenza e con senso vero di opportunità all'on. Crispi ricordarono questi brani significanti dei suoi discorsi di deputato e di candidato:
«Bisogna una volta uscire da cotesto _egoismo borghese_, che ha già sconvolto altre nazioni, o, quel che più monta, ha soffocato nel sangue i reclami del popolo, _volta a volta blandito e tradito_.
«La questione sociale, se non venga risolta come _dovere_, verrà imposta come necessità.»
«_Alle plebi manca tutto_, il loro rinascimento comincia da oggi...
«Bisogna che i lavoratori siano redenti dalla schiavitù della ignoranza, e _dalla schiavitù del capitale_...
«Bisogna che siano messi nella condizione di avere il denaro necessario, affinchè, volendolo, _possano diventare padroni di un opificio, e che, associati, possano anche essi costituire opifici_...
«Allora potrete trovare la soluzione del problema, _che il capitale ed il lavoro stiano allo stesso livello, siano nelle stesse condizioni di eguaglianza, e che l'uno non possa comandare sull'altro_, ma si riequilibrino, si rafforzino a vicenda...
«Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita quella _unità morale, senza la quale non è possibile che duri l'unità politica del popolo italiano_.
«Imperocchè fino a quando le _classi sociali_ dureranno distinte per gl'interessi rivali, _e qualche volta l'una tiranna dell'altra_, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.»
[CRISPI]
Ora io, dico, i socialisti e i sobillatori quando mai enunziarono propositi diversi e più radicali di quelli enunziati dall'on. Crispi in Palermo nel 1886? In quanto al metodo per farli trionfare non può dimenticarsi che lo stesso on. Crispi pochi anni dopo, proprio alla vigilia del movimento dei _Fasci_, telegrafava di _rivoluzione_ come un qualunque avventato sobillatore...
[L'ON. FARINA]
Chi conosceva tutto quanto precede avrebbe dovuto concludere che nei moti di Sicilia non c'era stato accordo, non vi era stato intesa, non c'era l'intervento della cospirazione; ed alla Camera tale dimostrazione venne fatta da Altobelli e da me; e v'insistettero due oratori, che pel partito politico in cui militano non possono menomamente essere sospettati di tenerezza pei socialisti: l'uno l'on. Emilio Farina con quella espressione di sincerità ch'è l'impronta dei suoi discorsi, perciò tanto bene accetti a Montecitorio, disse:
«Non vi furono attacchi contro le caserme, non movimenti simultanei, non danari spesi per suscitarli o sostenerli, ed è perciò che questi movimenti potevano apparire, come disse qualcuno dei colleghi, sfoghi d'ire locali, e non meritare tutti i rigori che sono stati adottati per reprimerli. Le stesse stragi furono motivate, non già da assalti preconcetti contro le truppe; furono le truppe in piccolo numero, che per svincolarsi da folle clamorose che mano mano andavano esaltandosi, fecero uso delle armi, con quel penoso resultato che ognuno sa. La strage stessa commessa sul pretore, non fu un'azione, ma una reazione dopo una strage di popolo.»
L'altro, l'on. Comandini, con l'immancabile e scettica sua ironia, mise in ridicolo la cospirazione, e a provare che era un romanzo aggiunse:
«Io non voglio far perder troppo tempo prezioso alla Camera, ma voglio evocare un curioso ricordo che ho comune con qualche nostro collega.»
«Nel 1874 si volle scuoprire una pretesa cospirazione repubblicana per la quale furono denunciati, arrestati e processati invano ventotto uomini, parecchi dei quali hanno già seduto ed alcuni seggono ancora in questo Parlamento.»
«Fra i documenti sequestrati, fu ritenuto uno dei più impressionanti di quella cospirazione una specie di discorso sedizioso che si voleva fosse stato preparato per una riunione di ribelli, e che fu trovato nella tasca di uno degli arrestati.»
«Per due mesi l'istruttoria si torturò con quello spietato discorso, che poi si verificò non altro essere che un semplice esercizio di traduzione dal latino in italiano di un'orazione di Catilina tratta dalla _Congiura di Catilina_ di Sallustio (_Ilarità_).»
«Ella, onorevole Crispi, venne qui a dirci: «Ecco qua le lettere da Trapani, ecco qua il manifesto: «Operai, figli dei Vespri, ancora dormite?»
«Ma che Vespri, onorevole Crispi! Michele Amari, nel 1842, diceva che «i Vespri non si combinano; essi sono irresistibilmente ispirati, irrompono nell'ora fatale e soppiantano il potere» (_Commenti_). «E queste stesse parole di Michele Amari hanno ripetuto a voi il nostro compianto collega Cuccia, il professore Salvioli, il professore Schiattarella, Antonio Morvillo, tutti i vostri amici di Palermo.»
[PER LA VIOLAZIONE DELLO STATUTO]
Se la cospirazione era un romanzo, invece erano una triste realtà la violazione dello Statuto, gli eccessi del governo nella repressione, la reazione.
E a Montecitorio furono in molti a constatarle anche tra gli amici del ministero e dell'on. Crispi, sebbene non mancassero contraddittori, che trovarono tutto ben fatto.
Nel primo senso parlarono gli on. Imbriani, Bonajuto, Altobelli, Bovio, Sacchi, Comandini, Cimbali, Marcora, Pinchia, Paternostro ed io. Approvarono quasi incondizionatamente gli on. Lazzaro, La Vaccara, Damiani e Castorina; e pur approvando la condotta del governo ebbero da deplorare non poche cose gli on. Spirito e Di San Giuliano.
Bovio sostenne che le idee, le utopie non si possono colpire, ma soltanto i mezzi adoperati per realizzarle. Imbriani--certamente facendo violenza a sè stesso--disse che in Austria testè per proclamare lo stato di assedio in Boemia si domandò l'autorizzazione del Parlamento ed enunciò gli articoli dello Statuto, che furono violati in Italia: il 26º, inviolabilità della libertà individuale; il 27º, inviolabilità del domicilio; il 28º, libertà della stampa; il 32º, diritto di riunione e di associazione; il 45º immunità parlamentare; il 70º proibizione di derogare all'organizzazione giudiziaria; il 71º divieto di sottrarre i cittadini ai giudici naturali e di creare tribunali e commissioni straordinarie... E nessuno seriamente osò negare che tanti articoli--i più importanti--siano stati manomessi; si constatò, invece, con giustezza dall'on. Sacchi, che l'azione reazionaria del governo potè passare con indifferenza, perchè in sostanza la reazione era nella Camera e nel paese!
L'on. Cimbali bene a proposito rilevò, che il disarmo fu fatto a benefizio dei malfattori. Sacchi dimostrò la enormità commessa dando effetto retroattivo alle ordinanze dei regî commissarî di Sicilia e di Lunigiana. E che i civili non si potessero sottoporre ai Tribunali militari l'on. Paternostro, lo provò colle parole dello stesso on. Crispi, che nel 1862 in un mirabile discorso sostenne ciò che quasi tutti gli oratori della Camera sostenevano su tale argomento, ed opportunamente ammonì che le armi della reazione _non hanno mai salvato le dinastie_...
[LO STUDIO COMPARATIVO DELL'ON. ALTOBELLI]
L'on. Altobelli fu felicissimo nello studio comparativo tra la legge francese sullo Stato d'assedio e la legge italiana che esclude di poter fare ciò che fece il governo; contro le leggere asserzioni dell'on. Crispi che nel Codice penale militare del 1869 trovava la legittimazione del suo operato, provò che essa invece c'era soltanto nell'art. 137 del codice penale militare sardo del 1840 che diceva:
«Le stesse regole _in tempo di pace_ potranno anche di nostro speciale ordine, qualora le circostanze lo esigano, essere poste temporaneamente in vigore in alcuna parte dei nostri stati»; e flagellò a sangue il contegno bassamente opportunista e servile della magistratura, riportando la motivazione della ordinanza della Camera di Consiglio che mandò il Molinari innanzi ai Tribunali militari «_perchè non sarebbe stato opportuno che i primi arrestati si sottraessero alla giurisdizione speciale!_»
[IL CONFORTO DELL'ON. LA VACCARA]
Si può passar sopra adesso all'affermazione troppo semplicista ed ottimista dell'on. Castorina che nello Stato di assedio vide un eccellente rimedio; ed all'altra dell'on. La Vaccara che nello Stato di assedio _trovò un conforto_.