Gli animali alla guerra

Part 3

Chapter 33,928 wordsPublic domain

Quella sera, appena rientrato, chiese dei suoi ufficiali. Chi c'era si presentò: il generale li guardò ad uno ad uno, come se temesse di non rivederli tutti dopo quel giorno di battaglia. Si aspettavano che dicesse qualcosa; si indovinava che era commosso, che avrebbe voluto aprirsi con qualcheduno. Ma tacque, e licenziati gli ufficiali, riuscì in giardino a passeggiare solo coi suoi pensieri. E allora chiamò Buby.

--Buby, Buby, qua....

E Buby, che era rimasto in disparte, silenzioso, corse al padrone e si mise al passo con lui, serio, su e giù per il giardino vuoto, mentre il cannone rombava ancora nel buio. Capii come un cane possa ricevere dopo la battaglia le confidenze che un generale non può fare a nessuno, in silenzio, confidenze che dette ad alta voce sarebbero debolezze.

Così ci confidiamo con voi, ragazzi, noi babbi, che certi giorni--i giorni neri di tutte le vite--vi chiamiamo per non dirvi nulla, ma vi guardiamo negli occhi in un certo modo che anche voi ve ne accorgete. E diventate seri, perchè avete capito che vi si è detto qualche cosa di segreto e di doloroso che non si oserebbe dire ad alta voce nemmeno a noi stessi.

I gatti che non ci sono.

Gatti in zona di operazioni non ne ho trovati, o appena qualcuno e così brutto che non meritava il nome dell'animale cattivello, se volete, ma elegante che si chiama gatto.

Voi sapete che io ai gatti voglio bene e posso assicurarvi che anche i gatti vogliono bene a me: stiamo volentieri insieme perchè non ci diamo noia a vicenda. Io scrivo e il gatto sonnecchia, tutti e due in silenzio: non si sente che lo scricchiolio della penna e il brontolio leggero delle sue fusa; in quel ronzio sottile tutti e due tessiamo qualche cosa che ci diverte. Animali nati per la pace e per il raccoglimento, tanto io quanto il gatto. Sono stati i Tedeschi che ci hanno costretti a far la guerra per difenderci.

Credeva di essere il mastino del mondo il Tedesco e con una zampata schiacciarci tutti noi, poveri gatti di occidente. Non sapeva che il gatto, tanto più piccolo e più debole in apparenza, in realtà è forte quanto lui e più elastico; sembra che non possa svegliarsi dai cuscini dove impigrisce se non per scappare, e invece in un baleno, con un guizzo, è in posizione di battaglia; arcate le reni, non soffia soltanto, ma sgraffia, assalta, ed è il mastino che da ultimo deve scappare nel suo covile col muso sanguinante.

Sta il fatto però che i gatti mancano in zona di operazioni: e la loro assenza mi pareva accrescere quel vuoto di molte cose che dà un'aria lugubre alla guerra anche quando la battaglia non imperversa. Assenza inconciliabile con l'opinione comune che il gatto rimanga nelle case anche quando il padrone le abbandona. Come mai, se il cane era rimasto, il gatto se n'era andato?

Mettiamo che di gatti in territorio austriaco non ce ne siano stati mai molti. È una bestia che ai governi polizieschi non deve piacere, perchè ha l'abitudine di pensare e di fare come pare a lui, senza chiedere il permesso alle autorità. Non adula un padrone che non merita nulla, come qualche volta fa, per troppo buon cuore, il cane. L'imperatore d'Austria ha trattato sempre come cani i suoi sudditi: ha preteso che benedicessero le sue bastonate e che si chiamassero fedelissimi. È lui che deve avere inventato la leggenda dell'infedeltà del gatto, perchè il gatto italiano era indipendente.

Perchè dunque il gatto non si trova a combattere anche lui la grande guerra d'indipendenza? Che si sia imboscato per viltà? Non lo posso ammettere. Troppe prove di coraggio ha dato in ogni occasione, troppo disprezzo ha del nemico, per grande e grosso che esso sia.

Non c'è che una spiegazione, pur troppo, all'assenza misteriosa. Che il gatto in Austria abbia cessato di esistere ancora prima che noi andassimo a liberare le nostre provincie. Gli Austriaci ci chiamano _Katzelmacher_, ma loro sono _Katzelfresser_--divoratori di gatti. Ho assunte informazioni sul posto e ho saputo, pur troppo, di molti casi in cui, mancando ogni altro genere di carne, della povera gente ha dovuto mangiarsi il proprio gatto. Spero che se lo siano mangiato piangendo, ma se lo sono mangiato. Sono gli orrori della guerra.

Una volta nel Friuli austriaco il governo giallo e nero faceva credere che sotto di lui si stava bene mentre sotto l'Italia si stava male. Guardate--diceva--i vostri vicini di là del Judrio, friulani come voi, ma italiani: loro non mangiano che polenta asciutta, mentre voi mangiate i nostri buoni stufatini austriaci ben unti di sego! Loro si vestono, come povera gente, di panni paesani tagliati alla meglio, mentre voi vi vestite come signori con i vestiti fatti che noi vi mandiamo da Vienna. Loro non parlano che italiano, mentre a voi vi insegnano anche a parlar _per_ tedesco. Loro sono poveri e rozzi, mentre voi siete ricchi e istruiti.

Discorsi simili devono essersi fatti anche tra i gatti d'oltre confine e i gatti di qua del confine quando si incontravano, nelle belle notti di gennaio, sul ponte di Visinale. Perchè c'erano dei gatti ingenui che alle frottole dei loro padroni ci credevano.

Ma che trionfo oggi, per i gatti del Friuli italiano, che son rimasti tutti vivi e sonnecchiano gustosamente al calduccino delle cucine con l'antico cammino in mezzo, mentre al di là del confine, intorno ai focolai economici, alla tedesca, si aggirano gli spettri dei poveri gatti che vi sono stati arrostiti col _Kunerol_!

Se vedeste come è tranquilla la vita al di qua del confine, nelle buone osterie patriarcali di Manzano, di Corno di Rosazzo e di Oleis, a pochi passi dalla guerra ma al sicuro. Fumano le granate austriache sul Corada; dal Carso viene un brontolio di temporale che non smette mai; di notte l'orizzonte si accende di luci misteriose, di meteore bianche. È la guerra, sì; tremano le finestre agli spari delle nostre artiglierie; anche qui sono molti soldati, venuti dal fronte, in riposo: e codesti soldati raccontano quel che succede laggiù, cose terribili e grandi; ma le raccontano tranquilli, come se tutto fosse finito e queste fossero le loro case e intorno a questi focolari sedessero le loro famiglie. E cantano le canzoni dei paesi lontani, e motteggiano in dialetti che nessuno aveva mai sentiti da queste parti.

I paesani di Corno, di Manzano, di Oleis, pensano con un brivido a quello che sarebbe toccato a loro se, invece di fare noi la guerra all'Austria, avessimo aspettato che l'Austria ci attaccasse invadendo tutto questo verde piano che non si difende, se non arriviamo noi, una volta per sempre, anche da questa parte, a prender tutte le cime dei monti.

Anche i gatti che sonnecchiano nell'osteria di Corno di Rosazzo, mentre l'ostessa e le sue figliuole mescono ai soldati il vino bianco del paese, devono pensare a qualche cosa di simile nella loro tranquillità egoistica.

Egoistica sì: il difetto del gatto, che pure è un animale coraggioso, è questo: di non combattere se non è disturbato, proprio lui, proprio nella sua casa. Il suo egoismo è un po' gretto. Non è capace di slanci nemmeno per i gatti fratelli che sono in pericolo. I gatti friulani, che stanno bene al di qua del ponte di Visinale, aspettano, per passarlo, che la guerra sia finita e che gli Austriaci sieno ricacciati molto indietro, oltre i monti che si vedono più lontani. Sono come certi filosofi che, quando è scoppiata la guerra, hanno detto:

--Che me ne importa? I Tedeschi non verranno mica fino nel mio studio dove io faccio in pace le fusa sui miei libri! Vinca chi vuole: io la guerra non la faccio....

Quei filosofi meriterebbero di far la fine dei gatti di Val d'Isonzo: in padella.

Quando la gatta non è in paese.

Spariti i gatti, la guerra è divenuta l'orgia dei topi.

Formicolano nelle case abbandonate, fanno i loro comodi, da padroni, anche nelle case abitate. Topini inquieti e vivaci che potrebbero passare anche per animali graziosi se non avessero quella lurida coda da rettile; sorcioni figli della fogna, immondi. Banchettano, al crepuscolo, dei detriti abbondanti che la guerra lascia dietro di sè, gavazzano la notte per le cantine e nei solai, in turpi scorribande. Bestie sotterranee, portano alla luce i tristi misteri che la luce non dovrebbe mai vedere. Addentano di tutto, vivono della putrefazione. Tutto è fogna per essi; i resti più santi che noi copriamo, anche in guerra, perchè un giorno qualcuno verrà a piangere sulla croce che ne segna l'ultimo riposo, sono minacciati dalla loro laida voracità. Quando si sentono forti delle loro masse schifose, mordono anche gli addormentati, come fossero morti. Scivolano per le trincee come fossero state scavate per la loro vita di cloaca. Tutta questa guerra sotterranea con i cunicoli, con i camminamenti, con le gallerie, che hanno inventata i Tedeschi e che noi dobbiamo accettare per vincerli con i loro mezzi, pare fatta ad intenzione dei sorci delle chiaviche.

I Tedeschi diranno che a ispirargliela è stato il castoro, perchè guerra di insidie, nascosto, la fa anche il castoro, e proprio, come sapeva Dante, «fra li Tedeschi lurchi». Ma anche il sorcio di fogna c'entra per qualche cosa. Se non altro perchè è animale più compaesano dei nostri nemici che nostro.

Noi non abbiamo nemmeno un nome preciso per designarlo: i Veneti le chiamano «pantegàne», ma in Toscana le dicono talpe, come quelle altre, anche sotterranee, ma tanto più pulite, le brave compagne del contadino nel liberare dai vermi le radici delle piante: è chiaro che i Toscani le hanno conosciute tardi e, forse per eufemismo, le hanno identificate a una bestia decente. Si sa infatti che la prima grande invasione dei sorci in Italia seguì quella degli Unni. Da queste parti, come è noto, si affacciarono nel quinto secolo di Cristo i brutti Mongoli dalla faccia cagnazza, scendendo qui per la solita strada dei barbari, da queste Alpi Giulie che si devono riprendere tutte. C'è giù, nel piano, Aquileia che dalle sue rovine illustri ripete al mondo il ricordo di quelle devastazioni antiche. Di qui sono passati anche i sorci di fogna. E quelli che ora infestano il terreno della nostra guerra sono i loro degni discendenti, come là sul Carso quelli che tentano di impedirci la strada di Trieste sono i discendenti degli Unni: gli Ungheresi. Faremo pulizia per sempre degli uni e degli altri.

Quanto ai minori topi, che, se vi fa piacere, possiamo per ora sopportare in piccola quantità, provvederanno, a guerra finita, i nostri gatti. Perchè, anche pochi, sono insopportabili.

Un inglese in India trovò una volta un monaco, naturalmente indiano, che viveva in una capanna tutta nera di topi; e monaco e topi si facevano, pare, buona compagnia. L'inglese manifestò la sua meraviglia chiedendo:

--Perchè non li ammazzate?

A cui il sant'uomo rispose:

--E perchè voi li ammazzate?

Bella risposta in bocca a un santo indiano. I nostri santi però possono aver fatto vita comune con i cani, con i leoni, anche col porco; ma con i topi no. Anzi furono proprio i monaci che portarono dall'Egitto in Italia molti gatti per distruggere i topi e i sorci. Così sia.

Perchè non tutti gli uomini hanno l'abilità che aveva il mio attendente, di acchiappare i topi con le mani. Sicuro, Rinaldo è stato capace di afferrare qualcuno di quei scivolanti roditori. È vero che il topo si sentiva così sicuro del fatto suo che veniva a riposare comodamente sul mio letto e guardava intorno con un certo luccichìo di prepotenza negli occhietti. Rinaldo lo afferrò con una manata sicura che fece fare alla bestiolina uno strillettino. Era troppo tardi per dirgli: fa' a modo.

Ho sulla coscienza la morte di un topo che forse non aveva altra colpa che quella di voler vivere anche lui. Ma la guerra, anche la più umana, questo diritto non lo riconosce. E per questo dobbiamo sconfiggere l'Austria e la Germania, che hanno ucciso la pace del mondo.

Fastidi.

Un personaggio di Shakespeare era così sensibile che, una volta, ad un banchetto, fece una scenata a suo fratello perchè questi aveva ammazzata una mosca. Il fratello si scusava:

--Ma, signore, non ho ammazzato che una mosca.

E l'altro, sempre più irritato, a brontolare:

--Ma se codesta mosca aveva un padre e una madre? Povero insetto innocente, che con la sua ronzante melodia era venuto qui a tenervi allegri; e tu lo hai ammazzato!

Il personaggio di Shakespeare aveva in quel momento le sue buone ragioni per dire delle stranezze. La mosca andrebbe sempre ammazzata, se anche ad ammazzarla non facesse schifo. È una sozza bestia: quando gli uomini hanno voluto dare al diavolo un brutto nome lo hanno chiamato Belzebù, che s'interpreta re delle mosche. Prospera nella sporcizia peggio del topo: in guerra, si accompagna alle sue più tristi, inevitabili brutture. E contro la mosca non servono i moschetti.

D'estate è un nemico che l'esercito non riesce a scacciare dalle proprie file; la petulanza è più forte della forza. Per essa non esistono trincee nè reticolati: se l'avversario ha nei suoi ospedali il tifo, l'enterite, il colèra, la mosca si affretta a trasportarli nelle nostre file. E allora la guerra diviene veramente il più orribile sogno che l'uomo possa sognare a occhi aperti. Si rompe il quarto sigillo dell'Apocalisse e il cavallo giallastro corre la terra.

Perchè il ferito, per quanto soffra, ha sempre nel suo aspetto qualche cosa di sano: la sua giovinezza è una speranza contro le ferite più laceranti; promette di risarcire i tagli più profondi, gli strappi più crudeli: il male è visibile, è dal di fuori. Ma il malato di male epidemico è dentro che si sta decomponendo: la disgregazione dei visceri si manifesta nel lividore della pelle, nel dimagrimento che lo sfigura peggio che uno squarcio di granata. Se lo vedesse all'improvviso così, affondato nella branda del lazzaretto, forse sua madre stessa esiterebbe a dargli un bacio.

Fortunatamente il più delle volte guarisce anche lui. Qualche volta la Natura si vergogna di uccidere un soldato così, a tradimento. Ma le mosche continuano a ronzargli intorno come desiderose di potere da lui infettare un altro. La profilassi, che riesce ad arrestare la propagazione del morbo, vincerebbe più presto, se potesse fermare i voli infausti delle mosche.

In un ospedale da campo ho visto un piantone che non faceva che una cosa: con un fascio di foglie scacciava le mosche ronzanti intorno al compagno ferito. Quel gesto umile, lento, ma continuo quanto il sole nella giornata di luglio, pareva anche un gesto eroico; perchè era materno. Il ferito aveva alta la febbre e gli luccicavano gli occhi: ma anche per qualche raggio di gratitudine.

Quando, non ostante tutto, il morbo è scoppiato, si impone la pulizia, la cura del cibò che si mangia. Con qualche precauzione si può vivere in un luogo ammorbato senza nemmeno accorgersi che c'è il morbo. Ma ci si meraviglia che questo non sia anche più violento, a osservare la indifferenza di molta gente--che pure ha una gran paura di morir di colèra--verso le più facili precauzioni dell'igiene: nella loro tenace ignoranza costoro si ostinano a pensare che anche la malattia sia, come la ferita, questione di caso.

I medici militari hanno da combattere, più che con i malati, con i sani che possono ammalarsi. Meno male che i consigli igienici--che in pace non sono che consigli--in guerra diventano ordini: dieci giorni di prigione, con due ore di ferri al giorno, ad un soldato, per trascurata pulizia di un accampamento, possono salvare un reparto dal morbo minacciante. La disciplina aiuta l'arte medica a fermare la pestilenza, anche se non può fermare i nuvoli delle mosche sciamanti da un lazzaretto a una cucina.

Bella cosa però se Noè nella sua arca non avesse lasciato riemergere dal mondo sommerso anche la stirpe delle mosche, dei mosconi e delle zanzare!

E nemmeno, naturalmente, di altri insetti anche più piccoli e anche più laidi. Ma evidentemente tra le punizioni dell'uomo era stabilita anche quella di grattarsi: e in guerra più che in pace.

La scomparsa dei parassiti segnerà un momento solenne della civiltà umana. Un mio amico, straniero, che conosce l'Italia da molti anni, mi assicurava di aver avuto una prova della civiltà cresciuta nel nostro paese dal fatto che ora, nelle nostre città, si passeggia anche tra la folla senza riportarne a casa, in qualche piega della biancheria, qualche piccolo saltatore nero. In compenso io gli ho raccontato che di un altro insetto, notturno succhiatore di sangue, non avevo mai fatto esperienza nel meno lindo dei nostri villaggi, e non la avrei forse mai fatta, prima di passare un estate in Austria. Negli interstizi del legname che abbonda nella camera austriaca il caldo incuba le colonie dell'odioso parassita. Il nostro soldato, che sapeva di accantonarsi in territorio di costume austriaco, ha fatto bene a provvedersi di una piccola arma da caricarsi a polvere insetticida.

Sono questi i mali segreti e ingloriosi della guerra. Ma ci sono; e ne parlano senza vergogna, tornando dalle trincee, ufficiali che in pace erano lindi come tulipani all'alba. Perchè in trincea tutto è a comune tra l'ufficiale e il soldato: il valore, l'onore, la pazienza, ma, purtroppo, quando ce ne sono, anche gli insetti che non ho nominati.

Contro i quali tuttavia può anche la disciplina. Sicuro; un ordine opportuno e ben obbedito aiuta a vincere anche battaglie di questo genere. In guerra si vede perchè ai soldati si limiti la libertà di tenere barba e capelli a propria fantasia: teste rase e faccie quanto meno barbute, tanto meglio.

Il mio generale, che sa l'arte di vincere perchè sa quella di comandare, non credeva indegno del suo alto ufficio occuparsi di queste faccenduole. Quando trovava un soldato troppo trasandato nell'uniforme e con i capelli lunghi, si fermava e lo fermava: lo fissava e gli chiedeva il nome. Quel soldato, ritornando all'accampamento, era sicuro di trovarsi preparata una punizione d'ordine di S. E. in persona.

Un generale, con i suoi soldati, qualche volta deve fare come la mamma che mette in castigo il suo ragazzo perchè la mattina gli è parso fatica lavarsi il collo.

I soldati sono spesso dei ragazzi che, a lasciarli fare, si fa il loro male. E cocciutelli alle volte, proprio come ragazzi. Quanto c'è voluto a un nostro bravo bersagliere--buono, del resto, come una pasta--per fargli tagliare un ciuffetto nero che il cappello portato di banda, proprio alla bersagliera, gli lasciava in mostra. Ci teneva a quei capelli, perchè, diceva, erano capelli «di mamma sua». Ma in guerra si devono sacrificare le cose più care.

E un altro soldatino fu anche più cocciuto per un suo bel pizzo castagno. Venne l'ordine a tutto il reggimento di rader pizzi e barbe. A rigor di termini i regolamenti permettono al soldato di portare un pizzo contenuto in certi limiti. Ma il colonnello di quel reggimento partiva dal principio radicale che dove non c'è più bosco le bestie feroci non fanno più il covo; perciò via tutto il bosco: e ordinò ai suoi soldati rasatura completa del mento oltre che della testa.

Ma il soldatino ne fece una questione d'onore. Forse in qualche libro aveva letto che il pizzo lo si è chiamato anche «onor del mento». E protestò:

--Il pizzo non me lo levo. Piuttosto mi faccio fucilare.

Una risposta di questo genere si chiama un rifiuto di obbedienza: mancanza che si punisce sempre, e in guerra più severamente. Così fu che per la sua rispostaccia il soldato fu mandato al Tribunale di guerra; una faccenda seria. Naturalmente a nessuno dei giudici passò per la mente che fosse il caso di condannarlo alla fucilazione: ma due anni di reclusione non glieli poterono risparmiare.

Sappiate però, per vostro conforto, che i due anni di pena li sconterà, caso mai, a guerra finita; e allora, se si sarà portato bene, nel pizzo e nel resto, avrà la grazia: dopo di che, in pace e da borghese potrà togliersi il gusto di portare in pace, la barba lunga, se gli verrà, fino ai piedi.

Voi mi direte che i cavalieri di Carlo Magno, barbuti, erano eroi, quantunque le ricerche storiche che si potrebbero fare in quelle barbe non sarebbero senza resultato: ma i legionari romani, rasati e glabri, vinsero i Teutoni e i Cimbri dalle barbacce rosse.

«Italia detta dai giovenchi....»

Si vuole che l'origine del nostro nome, Italia, sia proprio questo: paese dei vitelli. Il nome, un tempo, tremila anni fa, designò quella estrema penisola della penisola che i naviganti dell'Oriente greco e fenicio incontravano prima venendo a noi, la Calabria d'oggi: poi il nome salì per tutta la grande penisola, valicò l'Appennino con i Romani; a tempo di Giulio Cesare e di Augusto comprese anche questa provincia che stiamo riconquistando zolla per zolla, su su, oltre quella gran terrazza di monti che vedete sopra Gorizia, fino a quell'ultima altura che scende a taglio netto, come uno scalino: Monte Re. Era, tutta questa, la decima regione dell'Italia romana.

L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....

Il verso virgiliano del nostro caro e grande Giovanni Pascoli--come sarebbe contento oggi il grande Pascoli d'essere ancora vivo a vedere, a sperare, anche a soffrire!--mi ronza negli orecchi mentre l'automobile si è dovuta fermare sul ponte del Visinale. Il ponte dell'antico confine, sul Judrio, è stretto, e i lunghi traini pesanti debbono passarlo un po' per volta per non stancarlo troppo. Anche l'automobile questa volta si è dovuta fermare--in fila con i carri, le prolunghe, i _camions_, i cannoni--all'imbocco del ponte, perchè lo sta passando una processione di buoi.

Sono tanti e tanti: fin dallo svolto della strada, in ordine con i soldati. Vien fatto di immaginare che anche al di là, oltre quella piccola altura da cui sbucano, tutta la pianura friulana ne formicoli: l'Italia ha richiamati tutti i suoi buoi da tutti i suoi campi; ne ha formato un placido esercito che si muove con l'altro esercito di uomini e di ferro. Chi sa che qualcuno di questi fantaccini, che fino a ieri erano contadini, non riconosca il suo vitello tra le centinaia e centinaia che se ne concentrano nei parchi. Sono contadini anche i soldati che guidano i drappelli bovini, i _bovars_, territoriali anziani, di questa provincia di Udine che così fortemente sostiene i suoi doveri di Provincia di confine, oggi tutta cinta dal fragore della guerra. I _bovars_, alti e ossuti, nei loro cappottoni turchini, sono rimasti dei guidatori di armenti vestiti da soldato: non hanno cambiato mestiere; soltanto invece che ai mercati li avviano direttamente ai macelli da campo; dietro le truppe operanti. Tranquilli e pazienti oggi alla guerra, come ieri ai mercati. L'aereoplano austriaco può volare sopra di loro curioso e minaccioso. Essi nemmeno alzano gli occhi a cercarlo in cielo, tra i fiocchi bianchi dei nostri _shrapnells_ che ne segnano la rotta.

Placidi _bovars_ e placidi bovi. Voi direte che è per indifferenza: che il bue non ha paura perchè non sa, non indovina che cos'è la morte fin tanto che non è morto. E che in fin dei conti il suo destino di finire spezzettato e cotto è il medesimo in pace o in guerra.

Io ho un'opinione migliore del bue. Mi pare impossibile che, stando sempre con l'uomo, a lavorare con lui, non abbia capito qualche cosa di quello che succede. Quando dalla sua stalla ha visto partire i figliuoli maggiori di casa, tutti insieme, e i rimasti li ha veduti guardarsi fra loro, così seri, deve avere indovinato che qualche cosa di nuovo stava succedendo nel podere, in tutti i poderi della fattoria. E quando son venuti a tirar fuori dalla stalla anche lui e lo hanno portato alla stazione, dove c'erano altri buoi e altri contadini, deve aver cominciato a capire che il nuovo era anche grande, per gli uomini e per i loro animali.