Gli animali alla guerra

Part 2

Chapter 23,919 wordsPublic domain

Dopo la guerra bisognerà restituirlo agli Austriaci, che se lo godano, il loro cavallo senza educazione. Naturalmente essi diranno che così cattivo lo abbiamo ridotto noi maltrattandolo. Perchè gli Austriaci e i Tedeschi dicono sempre che gli Italiani non trattano bene gli animali: che siamo crudeli, che li facciamo soffrire, che li picchiamo. Sono di cuore tenero i nostri nemici: qualche volta dagli areoplani ammazzano i bambini, ma poi, per consolarli, gli buttano i cioccolatini col veleno.

La gloria del mulo.

Ripensando a quello che il cavallo riesce a fare anche in questa nostra guerra, mi par proprio che si esageri troppo parlando della decadenza e un giorno forse della scomparsa del nobile animale.

In ogni modo resta intatta, anzi cresce la gloria del suo fratello cadetto: il mulo. Al mulo, si sa, mancano alcuni quarti di nobiltà e per questo i poeti non lo hanno cantato in battaglia. Ma Omero ha creduto fare gran lode ad Aiace Telamonio, che era un eroe, paragonandolo a un asino. E il mulo in guerra, anche più che per la sua parentela col cavallo, vale per quella che lo lega al somaro.

Se avessi visto la guerra nel Trentino, come ho assaggiato un po' di quella sull'Isonzo, credo che ve ne potrei fare tali lodi che automobili, _camions_, motociclette dovrebbero prender tutte una vernice verde d'invidia. Ma come non ricordare che anche sul Carso le dure avanzate delle nostre fanterie di trincea in trincea non approderebbero a nulla, se non ci fosse il mulo che le accompagna con le mitragliatrici, con i lanciabombe, con le artiglierie leggere da mettersi subito in posizione? I superbi autocarri sono gli spedizionieri dei materiali da guerra; la spedizione sarebbe abbastanza inutile, se rimanesse là dove gli autocarri si devono fermare, se non ci fossero i facchini per l'ultimo trasporto, il più difficile. Per quanto gli automobilisti sieno audaci e osino spingere le loro macchine sulle strade più ardue, arriva un punto che non possono andare più avanti; e appena lì cominciano i camminamenti e i corridoi, tutto quel labirinto di scavi che forma il vero terreno della battaglia. E lì non c'è che il mulo, lento, cocciuto, senza leggiadria, ma forte, paziente, mulo insomma, che si carica sulle spalle tutta quella roba pesante e la porta a posto. E se il mulo non basta, è l'uomo che deve fare da mulo. È così fatta la guerra oggi, che, a vincerla, anche nell'uomo si richiedono più le qualità sode del mulo che quelle brillanti del cavallo. Saper resistere a tutto, anche alle proprie impazienze, e non pretendere nemmeno di far figura.

Il mulo in guerra è un po' triste; sembra indifferente a tutto quello che gli succede intorno. Non mostra entusiasmo, non par nemmeno che si affezioni gran che al conducente. È come un cavallo che abbia avuto dei dispiaceri e perciò abbia perso ogni voglia di fare il chiasso. Ma io credo che codesto suo contegno dipenda anche da un forte sentimento della disciplina. Se, nonostante la disciplina, qualche volta tira calci--ma li tira meno spesso di quello sbarazzino del somaro--credo che sia anche per la voglia di trovarsi un Austriaco a portata di zampe.

Insomma è lui l'animale di prima linea: si capisce che abbia un certo disprezzo per tutto ciò che si muove nelle seconde linee. Un po' indietro, dove il pericolo è relativo, anche la guerra può apparire in forme signorili, con i cavalli di lusso e le automobili eleganti. Ma sull'estremo fronte non c'è posto se non per gli uomini e gli animali semplici e tenaci, per le volontà silenziose che s'impuntano ma non dànno indietro. E non dando mai indietro, viene il giorno che il nemico finisce col dare indietro lui.

Quel giorno riappariranno i nostri reggimenti di cavalleria a far la galoppata finale dietro gli Austriaci in fuga; ma saranno stati i fantaccini ed i muli che avranno aperto ai cavalieri e ai cavalli il varco libero per il divertente esercizio.

Cani di guerra.

C'è un altro animale che fa la sua comparsa fino in trincea, che va dove il cavallo non può. Il cane naturalmente: dove arriva l'uomo il suo cane non può non arrivare.

Tanto più che ci sono dei cani che fanno un vero servizio militare. Noi, in Italia, non abbiamo, come in Fiandra e in Olanda, cani abituati anche in pace a tirar i carretti. I ragazzi sanno che ad attaccare anche il più paziente dei cani alla carriola è un affare quasi disperato: nemmen dei barboni, che si prestano con tanta espansione a tutti i loro capricci di giuoco, si è mai riusciti a fare dei passabili _poneys_. Da noi i cani non amano il lavoro disciplinato; non è vero che lavorino da cani i nostri cani. I più il loro pasto se lo guadagnano facendo i signori, abbaiando un poco e molto scodinzolando.

Ma in guerra, ho visto anche dei nostri cani--cani da caccia, sanbernardi, maremmani--istruiti a tirarsi dietro un carrettino su cui si lega un cofano di cartucce. Sono attaccati con finimenti, che, in piccolo, sono proprio come quelli dei cavalli, salvo che invece del morso i cani hanno il solito guinzaglio tenuto a mano da un soldato. Ma durante il combattimento essi devono portare da soli i caricatori di cartucce ai soldati che avanzano.

Succede a volte che un reparto, avanzando, rimanga per un poco isolato dal resto delle truppe, e che il nemico concentri il fuoco dietro il reparto per tagliarlo fuori. La solita dotazione di cartucce può non bastare. Allora si mandano i cani che, per i camminamenti, e anche allo scoperto, possono raggiungere di corsa i soldati in avanti: un servizio di grande importanza, quasi un servizio di collegamento.

Io spero che i nostri cani portatori di cartucce facciano sempre con onore il loro servizio delicatissimo e meritino tutti una bella medaglia da portare attaccata al collare: ma, conoscendo il temperamento un po' distratto dell'animale, mentre non dubito che sotto qualunque fuoco raggiungerà il suo reparto combattente, posso temere che carretto e cartucce rimangano seminati per strada.

Ho più fiducia nel cane cerca-feriti. Il nostro cane ha un'anima pietosa e umana. Come soldato, il suo posto naturale è il posto di medicazione. Si può star sicuri che, finito il combattimento, se scopre in un burrone un ferito che si lamenta non sta a distinguere se geme in italiano o in tedesco, e abbaia lo stesso nel modo convenuto perchè i portaferiti scendano a prenderlo.

E allora, pur troppo, ferito, portaferiti e cane corrono il pericolo maggiore. Se gli Austriaci si accorgono che i nostri escono dalle trincee a raccogliere i feriti, e li hanno a tiro di fucile, sparano.

È avvenuto più volte, e ancora non ci si vorrebbe credere. Perchè, in fin dei conti, anche i soldati austriaci sono uomini, non sono nè lupi mannari nè orchi. Quelli che avrete visti anche voi, prigionieri, non avevano delle facce umane, qualche volta un po' intontite, qualche volta rassegnate, buone? Rammento un giovane _Jäger_ appena preso dai nostri. Piangeva come un vitellino. Di paura? No. Perchè gli dispiacesse di esser fatto prigioniero? Nemmeno. Ma temeva, come prigioniero, di non poter far sapere dov'era a sua madre, che prima, anche da soldato, ogni tanto poteva rivedere perchè stava in un villaggio vicino, nella valle del Chiappovano. I nostri carabinieri, a cui l'interprete traduceva quel pianto, ci si commovevano, e un brigadiere andò a cercargli una penna perchè scrivesse subito alla mamma, quel povero ragazzo.

Eppure, dalla trincea, anche quel caro ragazzo avrebbe tirato sopra un nostro ferito. Ordine: ordine fatto da qualcuno che in trincea non ci va. Da un Tedesco che, pur avendo l'aspetto di un uomo, ha ragionato come un gorilla che sapesse, pur troppo, ragionare.

Il Tedesco ha ragionato così:

--Se i nemici sanno che, rimanendo feriti, saranno in ogni caso raccolti e curati, combatteranno senza paura, perchè la morte non fa paura quanto la sofferenza. Se invece assistono allo strazio dei loro compagni senza poterli soccorrere, e sanno che a loro può toccare lo stesso, io dico che combatteranno di meno voglia, forse prenderanno paura.

Ragionamento da gorilla che non capisce l'uomo, il quale, quanto più è offeso nella sua coscienza umana, tanto più si accende di una passione divina: vendicare gli uomini straziati dai gorilla.

Cani redenti.

Meglio ritornare ai cani, agli onesti cani che, pur vivendo fra Tedeschi e Austriaci, hanno saputo rimaner cani.

Anche loro hanno sofferto per la guerra ma poi hanno finito col guadagnarci.

Quando abbiamo passato il confine, siamo entrati in un paese già mezzo desolato. Tra il Iudrio e l'Isonzo, allo scoppio della guerra, gli uomini validi erano già stati portati via dall'Austria a combattere contro i Russi: quelli che non la intendevano di farsi ammazzare per i padroni stranieri erano fuggiti di nascosto ed erano già venuti con noi: nei paesi non c'erano che i vecchi, le donne, i ragazzi e molta miseria. Paesi allegri, come Capriva, Mariano, Farra, erano una tristezza, con poca gente e senza lavoro.

Al nostro arrivo gli Austriaci naturalmente dissero a quei paesani e a quei contadini che noi li avremmo taglieggiati, fucilati, impiccati, come avrebbero fatto loro; e li invitarono a scappare con loro nell'interno dell'Austria. Ci furono di quelli che, istupiditi dalla paura, credettero agli Austriaci e andarono nell'interno a mangiare il pan di legno che l'Austria passa ai suoi sudditi. Ma i cani gli Austriaci non li vollero, perchè di bocche da sfamare ce n'erano già troppe. E perciò i cani rimasero numerosi anche nei paesi dove di gente ce n'era rimasta poca. Credo che anche gli impiegati e i gendarmi austriaci, scappando davanti alla nostra avanzata, siano stati costretti ad abbandonare i cani, sempre per quella solita ragione dell'economia: se no, non si spiegherebbe come se ne siano trovati tanti senza padroni quanti se ne sono trovati. A meno che i cani stessi, stanchi di mangiare pane di segatura e rodere gli ossi dell'anno avanti, non si siano rifiutati di seguire i padroni.

Cani di tutte le razze. Ma i più cani bastardi, mescolanze di sangui diversi come succede in Austria. E poi il cane senza padrone, randagio, affamato, perde i segni della razza, come l'uomo quando è ridotto alla miseria. Tuttavia, anche sotto l'apparenza spaurita e meschina a cui erano ridotti, in qualche bassotto e in qualche _setter_ si riconosceva il cane che doveva aver appartenuto a un ufficiale austriaco, o, peggio, a qualche borghese austriacante; cane abituato a mettersi in piede davanti al ritratto dell'Imperatore d'Austria e alla salsiccia di Vienna, e ad abbaiare all'arcobaleno perchè pare, in cielo, un gran tricolore d'Italia.

Ebbene anche questi cani, che meritavano di essere messi in un lanciabombe, e ributtati nelle trincee nemiche, sono stati accolti con pietà dai nostri soldati. Hanno capito, anche i cani austriaci, perchè sono prima cani e poi austriaci, che bastava presentarsi con aria un po' dimessa nei nostri accampamenti per essere senz'altro invitati al rancio. Passata un po' la fame, diventarono subito, come tutti i cani di questo mondo--eccettuati i mastini di Prussia--allegri e espansivi. E ufficiali e soldati, contenti di aver trovato bestie di buon umore e compagnevoli, li adottarono. Così ora i nostri battaglioni hanno in forza anche di questi trovatelli. C'è il cane che si considera proprietà di questo soldato o di quell'ufficiale; ce n'è un altro che è di tutta la compagnia. Si sono strette amicizie di ferro tra i cani del Friuli redento e i soldati italiani, e anche il cane più austriacante è diventato irredentista.

Sfido io; si sa--e anche i cani devono saperlo--che in Austria e in Germania il governo, per ridurre i consumi, è ricorso alla decimazione di cani, divenuti a loro volta oggetti di consumo. Da sotto la tavola, a mangiare, sono passati sopra la tavola, a farsi mangiare. Si capisce che, pensando al lacrimevole destino dei loro imperiali e regi fratelli, tutti questi cani affrontino il rischio magari di morire in battaglia, ma a pancia piena, dalla parte degli Italiani.

La bertuccia Cecco Beppe.

Nelle località abbandonate e in quelle che si devono far sgomberare perchè gli Austriaci, per vendicarsi di averle perdute, le bombardano di lontano, non si sono trovati solamente cani senza padrone.

Nella villa di...., appartenente a un _Feldzugmeister_, qualche cosa come un generale di artiglieria austriaco, si trovarono anche un pappagallo e una scimmia: due bestie che i proprietari avrebbero dovuto portarsi via se non per altro per rispetto alla vecchiaia. Il pappagallo doveva aver più di cento anni, tanto era intignato e incartapecorito. Quando, dalla sua gruccia, vide entrare i nostri soldati--erano bersaglieri ciclisti--si mise a strillare qualche cosa come:

--Kau, kau, ka, kau....

I bersaglieri dissero subito che parlava tedesco. Ed uno che era stato a lavorare in Boemia e qualche parola di tedesco la capiva, credette che la bestia gridasse:--Krakau, Krakau.

Krakau vuol dire Cracovia. Perciò il bersagliere lo prese e lo buttò fuori dalla finestra, dicendo che la strada più svelta per Cracovia era quella.

Nemmeno la scimmia era una scimmia graziosa. Era un bertuccione piuttosto in là cogli anni anche lui: spelacchiato in più parti, con una specie di barba a collare, bianca sporca, che dava alla sua fisonomia una grande somiglianza con il ritratto di un augusto personaggio che non mancava nemmeno in quella villa. I soldati dettero subito alla bertuccia il suo nome:

--Cecco Beppe, to', guarda Cecco Beppe.

La somiglianza c'era anche nel carattere, perchè, appena un bersagliere le si fece vicino, la bestia cominciò a sbattere i denti, e non si capiva se li battesse per far paura o perchè aveva paura. In ogni modo era un bel caso che a quell'età avesse ancora dei denti da battere.

--Mandiamo a Cracovia anche lei?--propose un soldato.

--No--fece un tenente;--Cecco Beppe lo prendo con me; mi porterà fortuna.

E, presala per la collottola, si collocò la bertuccia sulla spalla; la bertuccia ci rimase, di cattivo umore, ma tranquilla.

--Con questa sono sicuro che non mi tireranno: non vorranno mica ammazzare il loro imperatore.

Gli altri approvarono e qualcuno aggiunse ridendo:

--E poi non si dirà più che Cecco Beppe non va al fronte.

Scherzi di soldati e di ufficiali che, specialmente in guerra, si divertono con poco. Ma nello scherzo c'era anche un fondo serio.

Per quanto ci ridano, i soldati in guerra sanno che il pericolo di morire c'è da per tutto, anche dove non pare. Naturalmente lo affrontano più volentieri dove meno si nasconde; dove ce n'è di più, c'è più soddisfazione. Tanto--dicono--è destino: se il destino ha fissato che uno muoia, muore anche a star riparato; se no, può anche entrare nella bocca di un mortaio austriaco carico, che non gli succede niente.

Questo si dice ed è bene dirlo; ma, dentro, ognuno pensa che, se si può sviare un destino cattivo, non è male fare qualche cosa per sviarlo. Dovere del soldato è quello di morire, se è necessario, ma è anche più dovere restar vivo più che sia possibile, per fare invece morire i nemici. E, in barba al destino, si finisce col credere che esistano degli oggetti taumaturgici che valgano a sviare il destino e i proiettili che ci potrebbero essere destinati. C'è chi porta al collo la medaglia di un santo, c'è chi porta in un medaglione una ciocca dei capelli della mamma: l'amore non è l'avversario più potente della morte? Ma c'è chi tiene per buoni portafortuna anche oggetti meno sacri: un anello, un chiodo, uno scarabeo. Sono preferiti come talismani i frammenti di obici e le pallette di _shrapnells_ che ci sieno cascate vicino: pare che la granata scoppiata tenga lontana quella che potrebbe scoppiare. Era naturale che il tenente dei bersaglieri si garantisse da tutti i pericoli dell'imperatore d'Austria portando sempre con sè l'immagine viva dell'imperatore, il bertuccione Cecco Beppe.

E subito parve che il suo dovere di talismano la bestia lo sapesse fare.

I bersaglieri si aggiravano ancora nella villa di cui avevano spalancato le finestre, quando uno stridore rapido e violento lacerò l'aria, e subito si udì un gran tonfo di pentolone che schianta: una granata era scoppiata nel giardino. Un'altra, un minuto dopo, scoppiava davanti l'ingresso: la terza prese un angolo del caseggiato e rovinò una camera. Tiravano esatti gli Austriaci, e una dietro l'altra le loro pillole.

I bersaglieri erano scesi al pianterreno e aspettavano zitti che quel brutto giuoco smettesse. La decima granata cadde proprio sopra la stanza dov'erano riparati: si sentì uno schianto di travicelli, e i calcinacci rovinarono sulle teste dei bersaglieri addossatisi agli angoli. Dal buco aperto del soffitto cascò giù a piombo il proiettile, a pochi passi dal tenente e dalla scimmia. Tenente e soldati videro l'attimo che doveva esser l'ultimo della loro vita. No: la grossa granata, un 152, non scoppiò. Si guardarono meravigliati di esser vivi e alcuni ebbero una voglia matta di ridere. Le altre dieci o dodici granate che scoppiarono ancora, due sulla villa e le altre nel giardino, non fecero loro più nè caldo nè freddo. Ma tutti concepirono un vero rispetto per la bertuccia che in tutto quel fragore era rimasta accoccolata sulle spalle del tenente, movendo appena gli occhietti in qua e in là, incuriosita. E più d'uno chiese all'ufficiale il permesso di toccare la coda al potente animale, che se la lasciò tirare con molta degnazione.

In seguito a questo incidente, l'ufficiale fu proprio convinto di aver fatto un acquisto prezioso nella scimmia del generale austriaco e non se ne volle più separare. Le riconosceva molti difetti--ladra, finta, scorbutica--ma non sarebbe più andato in un servizio un po' rischioso senza quella brutta ma provvidenziale compagna. I colleghi gli facevano notare la faccia ambigua e maligna, la gravità sinistra dell'animale; ma il tenente rispondeva che gli idoli più potenti sono quelli che hanno una grinta più brutta. E restò sempre meglio persuaso che la presenza di Cecco Beppe lo avrebbe preservato dai pericoli a cui, sempre più animosamente, si esponeva.

Da quel momento in poi si può dire che il tenente non passasse giorno senza correre qualche grosso rischio. Dove andava lui pareva che le granate si fossero date convegno: le fucilate pareva che gli corressero dietro. Ma lui ne usciva sempre incolume, e Cecco Beppe confermava sempre più la sua fama di paraguai. Se di guai ne attirava più del bisogno, evidentemente lo faceva soltanto per mostrare la sua potenza nel pararli.

Fin che, un giorno, il tenente e Cecco Beppe si trovarono in trincea. Anche i bersaglieri-ciclisti facevano servizio di fanteria. Cecco Beppe, che era una bestia poco affettuosa ma che al suo nuovo padrone si era adattato abbastanza bene, e con lui si mostrava calmo e quasi ubbidiente, arrivato in trincea, fu preso da una smania nuova. Forse aveva sentito l'odore dei Croati dalle trincee antistanti e meditava una diserzione vera e propria. Così fu che, riuscito a sciogliersi un momento dalla catenina che gli stringeva la pancia, dette un balzo sul parapetto. Il tenente gli fu dietro ma non riuscì ad afferrargli la coda. I tiratori nemici si erano già avvisti di un movimento in quel punto della nostra trincea e qualche schioppettata cominciò a frullare tra gli arbusti e i reticolati. Ma il tenente rivoleva ad ogni costo la sua scimmia; si issò sul parapetto per riprenderla. Aveva appena messo fuori la testa che una pallottola lo rovesciò morto nella trincea.

Confidenze canine.

Migliori portafortuna sono i cani che si sono portati in guerra da casa. Non che possano l'impossibile: garantire dal pericolo, salvare dalla disgrazia. Ma non è una fortuna avere, in guerra, dove nessuno può accompagnarci, il compagno più devoto e familiare della pace? E se la disgrazia deve succedere, sperare che il testimone fedele ritorni, come una parte ancora viva di noi, ai cuori da cui partimmo.

Si sa che per l'ufficiale di carriera, specie per quello delle armi a cavallo, il cane è un attributo indispensabile. Per chi non capisce gli animali sarà soltanto un piccolo lusso di più, ma per chi sa quanto codesto animale ha di umano, il cane è il confidente migliore nella vita militare, dove tante volte, nella gran compagnia, ci si sente anche soli! Perchè superiori e compagni possono essere abbastanza diversi da noi. Sono quelli che il caso ci ha dati; e poi, quando anche somigliano agli amici che ci saremmo scelti, mutano troppo presto: specialmente in guerra, dove, appena stretta un'amicizia, se non è il nemico che ce la porta via, è un ordine che la trasloca. Ma il cane resta, compagno d'armi costante e discreto.

Per il cane, che da secoli e secoli accompagna in guerra il padrone e il suo cavallo, la guerra è sempre una festa: anche la guerra d'oggi che, bisogna convenirlo, ha i suoi giorni di tedio cupo. Il cane ha un «morale» di altezza costante; rimane ilare e festoso. Come ruzza volentieri fra i cavalli, così si mantiene chiassone fra gli autocarri e le trattrici che ingombrano schiaccianti le strade della guerra odierna.

Fu così, per ruzzare tra gli autocarri, che la povera Rati--una canina bianca col musetto rosa e le zampe grosse di cucciola--ne ha avuta schiacciata una. E i suoi amici non si vergognarono di affliggersi anche per quella mutilazione canina mentre pur tanti feriti umani passavano nelle ambulanze.

E poi, si sa, nell'esercito, i cani degli ufficiali superiori godono, per riflesso, della deferenza a cui hanno diritto i galloni del padrone. Specialmente se sanno farsi ben volere. Non si creda però che il cane di un colonnello tenga a distanza il suo simile perchè non è che il canino di un sottotenente. Cani di superiori e canini di subalterni scherzano insieme con simpatica confidenza. Fra i Tedeschi e gli Austriaci no: fra loro chi ha più stellette non parla con chi ne ha meno se non per dargli degli ordini. Ma fra noi Italiani, e anche tra i Francesi e gli Inglesi, in guerra gli ufficiali di tutti i gradi si parlano come uomini e si vogliono bene alla pari anche fra gradi diversi.

Il che non impedisce che, in servizio, ognuno ritorni al suo posto e chi deve ubbidire si metta sull'attenti e chi deve comandare comandi.

Buby, per esempio, sentiva benissimo, come cane, di aver per padrone un generale. Buby era un magnifico danese, grosso e buono come un vitello. Chiassone quanto gli permetteva la sua corporatura pesante, viveva in buoni rapporti di amicizia con tutti i cani del vicinato, senza badare se fossero cani subalterni e magari cani borghesi. Al più si poteva dire che era un po' viziato perchè, nella sua qualità di cane di un comandante, c'era chi lo corteggiava; per cui alle volte si abbandonava a qualche sconvenienza, si capisce di che genere, dove non avrebbe dovuto.

Ma, per quanto sbarazzino, appena vedeva pronta per uscire l'automobile di Sua Eccellenza, si ricomponeva tutto con molta gravità. Si trattava di accompagnare il generale al fronte, in qualche osservatorio, in giro d'ispezione: Buby sentiva l'importanza della cosa. E ad una prima chiamata saliva in vettura, e si sedeva sulle zampe di dietro, serio, immobile, senza guardar più in faccia nessuno. L'ufficiale di ordinanza che gli sedeva accanto non era più dignitoso di lui. Anche Buby partecipava alle responsabilità dell'alto Comando.

Rammento una sera che Sua Eccellenza tornò al Comando tardi, stanco, con gli occhi dolenti. Era avvenuto, quel giorno, uno dei primi combattimenti sanguinosi del nostro corpo d'armata. Era stato interrotto da un temporale d'inferno e i risultati ottenuti non parevano adeguati al sangue sparso. Forse quel giorno, per la prima volta in vita sua, anche il generale aveva visto dei morti, molti morti, che erano caduti per un ordine che lui aveva dato. Quel generale era un vecchio elegante, dalle mani grassoccie e bianche come quelle di un cardinale.