Gli amori

Part 21

Chapter 213,885 wordsPublic domain

Ecco quale sarebbe l'amor supremo. Ella vede bene, mia cara amica, che io non ho imaginato un idillio, una favola troppo romantica, tutta ideale e fuor della vita. Io ho fatto molte concessioni alla realtà, tante concessioni che nessuno dirà impossibile un tale amore. Eppure di questo amore possibile, possibilissimo, di questo amore che è il sogno delle migliaia e migliaia di sposi che escono ogni giorno nel mondo dal municipio e dalla chiesa, quanti esempii le potrei addurre?... Ahimè! Gli esempii, ho paura, sono rarissimi...

Eccomi pertanto costretto, per rispondere alla sua domanda, di cercare altrove.

Una volta io andai in casa del mio amico Hans Ruthe. Costui è, come ella sa, Don Giovanni redivivo. Sui mobili del suo salotto vidi molte fotografie di uomini e un solo ritratto di donna. Io pensai tra me: «Senza dubbio costei dev'essere stata la favorita di questo sultano; perchè egli si tenga sotto gli occhi il solo ritratto di lei bisogna che ella gli abbia lasciato i ricordi migliori.» E poichè, per natura e per necessità di mestiere, io sono molto curioso, così non mi contentai di pensare questa cosa, ma la dissi all'amico mio. Il quale, udendola, si mise a ridere di quel suo riso che è pieno di tanta amarezza. «Mio caro,» rispose, «tu hai un intuito proprio meraviglioso! Sì, questa è la donna che m'ha lasciato migliori ricordi. I ritratti di tutte le altre io non li ho più: alcuni li dovetti restituire, quando i tristi amori finirono; altri li lacerai quando ebbi ben conosciuto gli originali; altri sono andati dispersi perchè non avevo proprio ragione di serbarli, giaceranno inutili in mezzo a chi sa quali carte inutilissime. Questo solo ho custodito e tengo dinanzi agli occhi, perchè questa è la sola donna che avrei amata ma che non amai, che forse m'avrebbe amato ma che non m'amò...

Ecco, ella dirà, una risposta «delle mie,» cioè una risposta che non significa niente. Infatti, dire che il migliore amore è quello che non fu provato, potrebbe parere una cosa insensata. Vengo pertanto senza perder tempo a più concrete risposte.

«Io ero,» mi narrò una volta un amico, «in uno stato d'animo quasi disperato per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegarti, quando una sera fui condotto in casa d'una signora, e poniamo che si chiamasse Donna Paola. La dama, proprio quella sera, stava poco bene e non riceveva. Tornai indietro con la stessa tristezza con la quale ero venuto, ma in cuor mio avveniva qualcosa di nuovo; quel contrattempo mi procurava un certo senso di contrarietà. Il nome di Donna Paola non mi era ignoto; anzi avevo molto udito parlare di lei dalle sue amiche; la marchesa Antonietta, specialmente, m'aveva detto: «Vedrete, vedrete: quando l'avrete conosciuta dimenticherete noi tutte.» Chi era dunque costei? Forse una bellezza straordinaria? No: io avevo sentito dire, non solo dalle donne, probabilmente sospette, ma anche dagli uomini, giudici certamente credibili, che Donna Paola era tutt'altro che bella; uno, anzi, aveva soggiunto che non gli pareva neppure desiderabile. La fantasia non poteva dunque farmi intravedere, dietro quel nome, una figura affascinante; io non potevo costruire per mio uso e consumo un tipo ideale al quale attribuire tutte le perfezioni. La fama di Donna Paola era fondata sulle qualità intellettuali di lei, sul suo spirito, sulla sua coltura, sulla sua scienza del mondo; ora tu mi concederai che queste doti sono le meno capaci di sedurre da lontano. Nondimeno io ero curioso di conoscere questa donna, e la mia curiosità era alimentata dall'insistenza con la quale la marchesa voleva presentarmi e dallo strano rinnovarsi del primo contrattempo. Tre, quattro volte ancora io mi credetti sul punto di incontrarla, e Donna Paola rimase invisibile. Una sera che arrivai tardi in casa della marchesa, verso la mezzanotte, l'amica mi disse con un tono di irritazione quasi comica: «Ma dunque lo fate apposta?... Va via in questo momento!... Parrebbe quasi che ne abbiate paura!...» Io provai di dimostrare la mia innocenza; ma la marchesa non volle sentir ragione: «Lo fate apposta, la fuggite; non mi darete mai ad intendere che arrivate e andate via, per puro caso, proprio quando ella mi lascia o sta per venire! Adesso spero che la finirete; le ho promesso di presentarvi!» Io risposi, con un fare complimentoso che nascondeva un certo senso di stupore: «Dica piuttosto che ha promesso a me stesso!...» ma ella insistè: «Nossignore, ho promesso a lei, proprio a lei, proprio a lei;» e con un'espressione del viso che diceva molto più delle parole, soggiunse: «Vi conosce di nome, ha sentito parlare di voi. Vuol sapere se è vero tutto il male che se ne dice. L'altra sera non eravate al Costanzi? Qualcuno vi ha additato a lei...» Dopo una breve reticenza, concluse: «Badate: le piacete!» A un tratto la mia faccia s'imporporò, poi il sangue mi corse tutto al cuore, e da quel momento non ricordo più che cosa mi accadde nel resto della serata. Fu un vero _coup de foudre_, un fulmine senza lampo -- poichè le tenebre che avvolgevano la figura di quella donna restavano impenetrabili. Fu anche come l'ebbrezza prodotta da un liquore dolce, un'eccitazione di tutte le sopite facoltà del corpo e dello spirito, il repentino sollevamento dell'anima oppressa, la rifioritura del sorriso negli occhi, del canto sulle labbra. E cantando i versi musicali di un Poeta come me tremante di gioia:

Io sarò forse l'amante, Io felice le mie notti Dormirò sopra il suo cuore,

mi misi a vagare per le strade deserte, guardando il cielo, ignaro della terra. No; io ricordo qualche cosa di quella notte: ricordo il pianto muto e soave che sgorgò dai miei occhi quando la gioia die' luogo alla tenerezza, quando tutta la gratitudine della quale ero capace esalò dal mio cuore, come un vapore d'incenso, verso l'Ombra... E lo strano incontro di casi che m'aveva impedito di conoscere Donna Paola si rinnovò ancora: la marchesa partì improvvisamente per Parigi, chiamata da una malattia del marito; gli amici si dileguarono a uno a uno perchè la stagione s'inoltrava; io stesso dovetti finalmente tornare a casa. La stessa ombra dell'ombra scomparve, io non udii più ripetere il nome di Donna Paola; ma il sentimento destato da quel nome sopravvisse, dolce e tenace, a lungo; e se non potei raffigurarmi quella creatura dalla quale ero stato pensato, alla quale pensavo, la vidi nell'anima quale doveva essere e provai per lei la vitale dolcezza della fede più pura. Questo è stato il mio più degno amore.»

Ella dirà: «Se non zuppa, è pan bagnato!» Infatti la passione dell'amico mio per una donna di cui non aveva visto neppure la punta del naso sarà stata, secondo egli dice, degnissima e suprema; ma difficilmente potrà esser presa sul serio. Ma che posso io farci, amica, se solamente gli amori che non hanno lasciato ricordi sono ben ricordati? Oda quest'altra storia; è un poco diversa, ma poco, in verità. E' una confessione anonima, ma come tutte le altre autentica.

«Io conobbi questa donna da bambino, quando avevo otto anni. Ella ne aveva il doppio di me. Bella, bella, tanto bella che non posso dire. Udrete fra poco quanto forte fu l'impressione che ne riportai. Aveva il doppio dell'età mia, era una signorina. Era intimissima della nostra famiglia, anzi mezza parente. Un giorno, salutandoci, ci baciammo in viso. Il domani ella mi disse, senza che altri potesse udire: «Come fu dolce il bacio che mi desti!» Io non seppi dir nulla e quasi non credetti alle mie orecchie; ma le inaudite parole s'incisero nel mio pensiero, indelebilmente. Cresciuto di qualche anno, ella soleva prendere il mio braccio e passeggiare con me «come due sposi,» diceva. Io non dicevo nulla, trattenevo il fiato per paura che quella felicità finisse, e mi pareva che tutta la bellezza fosse in lei, e tutta la dolcezza, e tutto l'amore. La notte io la sognavo; e nel sogno, con lei, conobbi la voluttà. C'era fra noi troppa differenza di età perchè potessi pensare a sposarla: quando ebbi sedici anni ella ne aveva ventiquattro. Ella mi aveva detto un giorno: «Ti aspetterò». Neppure allora io avevo risposto nulla; ero bambino ancora, ella si divertiva a giocare all'amore con un bambino. A venticinque anni andò a marito, in un'altra città. Io che ne avevo diciassette feci quello che fanno tutti, a diciassette anni. E quando provai la realtà dell'amore, risi dei miei sogni, dell'amoretto infantile. Ma accadde questa cosa: che il sogno, di tanto in tanto, tornò: io la vedeva in sogno, l'udivo dire arcane parole d'amore, la vedevo offerirmisi; e tra le sue braccia incorporee io spasimavo come non mai con le creature viventi. Alla lunga me ne venne quasi un senso di sdegno, anzi di vergogna: era possibile che solo un'ombra mi facesse tanto felice? Non dovevo io essere infermo perchè questa cosa accadesse? Pensavo, per confortarmi, che ciò accadesse perchè le creature viventi con le quali potevo trovarmi erano indegne; aspettavo pertanto di avere un'amante, un'amante che fosse mia soltanto e non già di tutti, affinchè la realtà trionfasse finalmente del sogno. Ed ebbi l'amante e con l'anima i sensi tripudiarono, e mi credetti guarito; ma una notte, uscendo io dalla casa di lei estenuato dalla voluttà e caduto pieno di sonno sul mio letto, Ella, l'Altra, m'apparve. La sua fronte era velata dalla tristezza, il suo sguardo era pieno di lacrime. «Tu m'hai tradito! Hai potuto tradirmi!... Non ti rammenti più il nostro primo bacio? Come fu dolce il bacio che mi desti!...» Io le risposi, sentendomi struggere dal dolore: «Tu stessa m'hai tradito, sei d'un altro, te ne sei andata lontano...» Ella mi guardò con gli occhi lacrimosi e stupiti. «D'un altro? Ma non sai che io sono la sposa tua, soltanto? Non sai che mi sono serbata a te, intatta? Non sai che tu sei il mio desiderio, la mia speranza, il mio sospiro?...» E le nostre braccia si strinsero, e le nostre bocche si unirono, e io mi destai morente d'ebbrezza... Orbene: questo sogno tornò e tornò ancora, molte volte, durante quell'amore, durante altri amori. Tornò a intervalli or brevi ed or lunghi, talvolta di un anno, talvolta di due; ma quando l'ombra m'appariva e dopo che era svanita, io sentivo, destandomi, che quell'ombra, che quel ricordo trionfava d'ogni realtà. Un giorno, dopo moltissimo tempo, la rividi in persona; era una rovina, invecchiata, disfatta, non più donna. E dopo averla riveduta così nella vita, io la sognai ancora una volta, più bella di prima: «Che cosa hai creduto? Guardami bene: non sono sempre la stessa? Non sono la tua sposa, l'amante tua unica?...» E ancora le sue parole e i suoi atti d'amore m'inebriarono come non mai. Ora ella è morta; intendete: ella è putrefatta sotterra, è ridotta uno scheletro fra quattro assi marcite; e quantunque ella sia morta, e quantunque io stesso sia sulle soglie della morte, pure ella continua ad apparirmi, a quando a quando, e a deliziarmi; e oramai ho compreso: il supremo amore della mia vita è il primo, l'amore dell'infanzia, perpetuato nella memoria, vivificato dal sogno...»

Siamo sempre lì: ella dice che questi non sono amori nel vero senso della parola. Ella vuole che io le parli di gente che abbia amato creature di carne e d'ossa, non già sconosciute o meri ricordi. E il mio imbarazzo è troppo grande, perchè tutti gli amori dei quali ella vorrebbe ch'io ragionassi lasciano tante amarezze che nessuno pare da preferire ad un altro. Senza le nequizie del tradimento, gli stessi malintesi inevitabili, il disaccordo, lo svanire dell'illusione, il ribadirsi d'una catena che pareva di rose ma che diventa un triste giorno di spine, sono causa di troppa pena. La vita è tanto malvagia e l'amore è tanto difficile, che bisogna quasi augurarsi il caso orribile del quale invece ci dogliamo, il caso di veder morire la creatura amata prima di odiarla e quando il piacere non s'è mutato ancora in disgusto... Se in questo augurio c'è un troppo feroce egoismo, non si potrà far altro che capovolgerlo e desiderare che la morte colga noi stessi nella troppo rapida fase dell'amore felice. Non sa ella del resto che questo è il voto istintivo d'ogni coppia amante? Quasi una profetica voce ammonisca i due amatori della caducità della loro fortuna, quasi presaghi che questa fortuna è la massima e l'ultima ad un tempo, essi chiamano la morte, la pregano, e sfogliando le cronache dei giornali non è difficile trovare l'esempio di alcuni che se la sono procurata. E se pur vogliamo lasciar da parte la morte, vuole ella sapere quali sono gli amori migliori, quelli dei quali serbiamo una tutta pura e tutta dolce memoria? Sono gli amori troncati bruscamente, ma in tempo, cioè quando ancora il verme della dissoluzione non ha cominciato la nefanda opera sua. Quando Carlo Landini perdette, senza saper perchè, Anna Solari; quando la contessa Bianca des Fayolles dovè lasciare per sempre Roberto Berni -- ella forse rammenta ancora queste antiche storie -- i ricordi di questi amori restarono nel cuore dei due uomini come uno struggimento ineffabile, come l'aspirazione suprema, come tutta la poesia della loro vita.

E se finalmente le risposte che le ho date finora non la contentano, se ella vuole l'esempio d'un amore che sia sommamente raro e ineffabile, io ho ancora qualcosa per lei. È l'avventura della quale una sera, a Ginevra, udii la narrazione da uno degli stessi protagonisti. Non posso dirle i loro nomi, ma non le sarà difficile indovinarli. Per sapere chi è l'uomo cerchi fra gli scultori che in più fresca età sono venuti maggiormente in fama; se vuol sapere chi è la donna, cerchi fra la breve schiera delle scrittrici -- italiane s'intende, -- di romanzi e di novelle. Lo scultore e la novellatrice non si conoscevano ancora di persona, vivendo in città lontane, ma molto di nome; e, senza conoscersi e neppure prevedendo di conoscersi un giorno, avevano pensato l'uno all'altra e l'altra all'uno. Udendo parlare dell'ingegno della scrittrice, ed anche della sua bellezza -- ecco che ella ha indovinato chi è -- lo scultore s'era messo a pensare a lei come a una creatura l'amor della quale doveva essere una gran cosa. E la scrittrice, pensando all'ingegno dell'artista ed alla sua maschia venustà -- è uno dei più belli campioni del sesso mascolino, e un'altra volta, all'orecchio, le dirò un particolare inaudito e quasi incredibile -- s'era messa a pensare a lui con lo stesso sentimento fatto di desiderio. Ora un giorno, a una festa giornalistica, a Roma, inopinatamente si incontrarono e qualcuno fece la presentazione. Restarono entrambi come fulminati. Tutto scomparve ai loro occhi: la gente che li circondava, il luogo dove si trovavano, lo scopo per il quale ciascuno d'essi era venuto. Un impeto, un'ansia, una febbre di vedersi, di toccarsi, di unirsi, faceva tremare i loro polsi. Egli le disse: « Vieni?» Ed ella rispose: « Andiamo». Uscirono; non seppero, non rammentano più come; non dissero una parola per via. Egli la condusse nel suo studio. E appena entrati caddero sul tappeto disteso al suolo, avvinghiati furiosamente.

Se la nativa freddezza o l'acquisita ipocrisia suggeriscono alle donne una resistenza che annoia ed offende gli uomini fervidamente amanti; se la diversità dei sessi fa che la coppia non si formi tosto; questo accordo fulmineo, questa perfetta intesa, questa esatta reciprocità degli impulsi sarebbero, come già dicemmo, l'ideale. Se non che le leggi della natura non sono arbitrarie. Ora l'amore del nostro scultore e della nostra scrittrice è per questo il loro migliore ricordo: perchè durò un'ora e non ebbe domani. La donna partì quando lasciò quella casa; e i due non si sono riveduti mai più...

«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»

_Cara amica mia,_

Oggi ho chiuso il mio grosso baule; domani, all'ultim'ora, farò le valige; indi: partenza! Riprendo il mio vagabondaggio primaverile ed estivo; non so ancora bene quale itinerario seguirò; ma è certo che, all'andata o al ritorno, passerò da lei.

Quantunque io stia per rivederla, un senso di malinconia mi occupa nell'atto di scriverle questa che è, per l'anno corrente, l'ultima mia lettera. Tutte le fini sono malinconiche, comprese quelle delle cose tristi. E quando penso che, nonostante le discordie e le liti, noi abbiamo ragionato intimamente, durante circa sei mesi, di ciò che tanto importa al cuore degli uomini; e che i nostri ragionamenti, senza farci mutare opinione, ci hanno fatto molto pensare e molto ricordare; e che pure pungendoci, noi abbiamo riso e ci siamo commossi ad un tempo, mi duole che la nostra corrispondenza abbia ora a mancare. Chi sa quando la riprenderemo e se la riprenderemo? Chi sa che cosa sarà accaduto di noi, chi sa in qual altro modo penseremo di qui ad altri sei mesi?

Il segno dell'interrogazione è il gran simbolo del pensiero umano. L'ignoranza e il dubbio sono lo stato abituale della nostra mente. _Forse_ e _ma_ sono due grandi parole. Ella non si stupirà molto, è vero, se col tempo, che fa mutare le idee dei saggi, io stesso muterò di sentimento, che sono appena un dilettante?

Le asserzioni troppo rigide, le asseveranze troppo esclusive mi pare che siano fatte apposta per provocare le smentite e le contraddizioni. E che cosa penserà ella quando le avrò detto che ho messo tanto zelo nel sostenere contro di lei certi concetti, appunto perchè ella li ribattesse più vivacemente? Dirà forse: «L'avevo capito!...» Tutte le sentenze umane si possono rivoltare, come un abito scolorito dalla diritta, e fare ancora una discreta figura dalla rovescia. È proprio per questa ragione che all'ultimo suo comandamento di concludere, io sono dolentissimo di non poter obbedire. Se pur ella vuole che in un modo qualunque io le risponda, le presenterò un mazzo di conclusioni tra le quali ella non avrà da far altro che scegliere la più gradita. E le dirò pertanto che l'amore sarebbe la più grande illusione se non fosse anche la massima verità; l'origine d'ogni male e la fonte del solo bene; la passione più forte e salda ma anche più debole e peritura. E le dirò che questo amore importerà più dell'amor proprio, ma che l'amor proprio importa sopra ogni cosa. E soggiungerò che i sentimenti dell'anima vincono gl'istinti corporali quando questi non vincono quelli. E finalmente le concederò che le donne amano meglio degli uomini, avvertendo tuttavia che gli uomini amano meglio delle donne...

E non creda che, per lasciarle la bocca dolce, io le dica queste cose scherzose. Tutte le opinioni sono legittime, e il continuo capovolgersi di quelle che un po' troppo arbitrariamente noi chiamiamo verità non è tanto argomento di riso quanto di dolore. Nel momento che le scrivo, il miliardo e tanti milioni di creature che popolano il mondo giudicano la vita, le passioni, gl'interessi ed i simili in un miliardo e tanti milioni di modi diversi; fra un'ora il loro giudizio sarà mutato; come concludere, pertanto? Quale sentenza, in mezzo a questo vertiginoso caleidoscopio delle opinioni umane, sarà così larga, così profonda, così immutabile da meritare l'universale consenso?

Quest'ansia di volere ma di non potere esprimere l'ultima verità della vita è dolorosa; io direi anzi che è il massimo dolore se non mi fossi vietato di formulare sentenze. Ciascun dolore sembra massimo; e come dice un altro motto che ha il suo lato vero: al peggio non c'è fine. Affermò il Poeta che il dolore maggiore è ricordarsi del tempo felice nella miseria; e infatti il misero che rammenta la felicità perduta crede d'essere arrivato al sommo della pena; ma il dolore di quello sciagurato che non ha gioie neppure da rammentare non è anche maggiore? Il bene perduto e ricordato, mentre è un nuovo motivo di cruccio, non potrà essere anche argomento di qualche conforto? Ed ecco, mia cara amica, che se io non posso concludere, come ella vorrebbe, con qualche sentenza, posso e voglio concludere questa non breve serie di apologhi con un apologo nuovo. Poichè ella si è degnata di dirmi che non le dispiacciono quelle inchieste sentimentali e psicologiche esperienze delle quali le ho riferito più volte i risultati, eccone un'ultima!

C'erano una volta tre uomini, i quali erano giunti tutti e tre insieme a quell'età quando il cuore ed i sensi entrano nella calma foriera della morte. Costoro s'incontrarono un giorno e parlarono dell'amore. Le parole di tutti erano piene di tristezza. Un giovane che venne a trovarli volle sapere il perchè della tristezza loro.

-- Tu vuoi sapere il perchè? -- disse uno. -- Odimi, adunque!... Io fui giovane come te. La mia fronte nuda fu già cinta di chiome! Le mie guance rugose furono fresche e colorite! La mia persona incurvata e tremante già fu salda e diritta. Queste cose sembrano impossibili, è vero? Quando noi vediamo un bambino ci sembra che egli non debba crescere; non pensiamo che diventerà uomo. Così quando tu vedi un vecchio come me non ti pare possibile che sia stato adolescente. Ebbene: tu forse hai ragione! Io fui giovine d'anni, ma di ciò che forma l'orgoglio della giovinezza nulla conobbi. Vedi: se io parlo con tanta tristezza dell'amore, ciò è perchè, forse esempio unico al mondo, o se non unico certamente rarissimo, io non conobbi l'amore. Intendi: io non fui amato. Dentro all'anima mia c'era la lava di un vulcano; e non potei dire a nessuna donna una sola parola appassionata. Quando udivo parlare delle passioni degli altri, ne ridevo: tanto esse mi parevano scialbe e meschine paragonatamente alle fiamme che mi struggevano. Quando profanavo i miei sogni e le mie speranze comprando il piacere, piangevo di dolore. Nessuna donna avrebbe compreso di che tesori di sentimento ero ricco? Ed aspettai, ed aspettai, ed aspettai: invano! Mi mancò l'ardimento? Qualcosa, nella mia faccia, negli occhi miei, dispiaceva e respingeva? Non ti so dire. Nessuna mi amò. E io vidi il tempo trascorrere, e come gli anni passavano la mia speranza diveniva più tormentosa perchè tanto più difficile ne era l'ottenimento. E fino all'ultimo, fin dopo che i miei capelli imbiancarono e caddero, io sperai ancora, disperatamente; quando un giorno dovetti acquetarmi nella rinunzia. Comprendi dunque bene; aver saputo dagli altri, aver letto nei libri, aver visto e sentito che l'amore è la massima gioia, ciò che più piace, ciò che più importa, e aver sperato d'amare come in sogno, e aver perduta questa gioia prima d'assaporarla: non ti pare che io abbia ragione d'essere triste?

Quando egli tacque disse l'altro vecchio:

-- Io l'assaporai! Io conobbi l'amore, un amore molto più bello, più grande, più forte, di quello che i sogni rappresentarono a costui. Io fui fortunato come nessuno al mondo mai; perchè ottenni l'amore d'una creatura così rara, che se l'avessi formata con le mie proprie mani, se le avessi spirato la mia propria vita, non avrei potuto farla migliore. Ma questo amore, che io credetti eterno, finì; perchè niente sotto il sole è eterno. E quando questo amore finì, io passai la mia vita a cercarne un altro eguale, perchè senza un simile bene non potevo più vivere -- e non potei più ritrovarlo. Come una piaga, allora, il ricordo del perduto bene sanguinò nel mio cuore, inguaribilmente. Io avrei dato senza esitare tutta la mia vita perchè solo un istante di quella felicità tornasse: impossibile! Io non vivevo più del presente ma del passato, e ogni giorno il passato era più lontano; tendevo ad esso disperatamente le braccia e non potevo afferrarlo. Comprendi bene dunque, o giovane, il motivo della mia tristezza? Avessi come costui sconosciuto la felicità! Non la piangerei come la piango. Chi è nato mendicando si rassegna alla sua povertà; ma chi fu già ricco come potrà tollerare di vivere nell'indigenza?

E quando anche costui tacque, disse il vecchio che non aveva ancora parlato: