Part 15
Ero già stato con lui a _Monte Fenosu_, e col prof. Piras a Florinas, per prendere alcuni schizzi sui luoghi dell’azione. Volendo pur visitare la cascina di _Lèccari_, informai l’ex bandito del giorno della mia partenza.
La mattina del 21 giugno, col primo treno, mi recai a Portotorres. Come smontai dal vagone, vidi venire al mio incontro un uomo sulla cinquantina, dall’occhio vivo e intelligente, dalla lunga barba brizzolata, e dal grigio cappellone a larghe tese. Era Giovanni Agostino Tolu, il genero dell’ex bandito.
Montati su due ottime cavalle, ci mettemmo in viaggio per _Lèccari_, dove arrivammo alle nove.
Giovanni Tolu mi presentò alla sua figliuola ed ai nipoti, i quali mi accolsero con un’infinità di cortesie.
Tutta la mattina fu da me impiegata a visitare la vasta cascina ed i dintorni, e a prendere alcuni schizzi[48]. Giovanni Tolu volle che io vedessi tutto, compreso il pollaio, ricco di galline, di tacchini e d’oche; e l’orto, ben assortito di erbaggi d’ogni genere.
Nel centro della palazzina è l’ampia sala da pranzo, a cui si accede dalla porta principale, difesa da una bussola in legno. A destra della sala, verso levante, è la camera dei coniugi Tolu; a sinistra quella dell’ex bandito. In questa ultima vedesi, appiedi del letto, un armadio scavato nel muro, a quattro piani: i due primi destinati alle stoviglie, i due inferiori alla libreria di Tolu; la quale si compone di una quarantina di volumi dai dorsi sgangherati, dai cartoni logori, e dai fogli colle punte accartocciate. La biblioteca di Giovanni Tolu non ha che un pregio: quello di esser letta e riletta! Presi in mano alcuni libri per leggerne i titoli: — _Ufficio della Beata Vergine; Bibbia_ di Diodati; _I Reali di Francia; Bertoldo e Bertoldino; Guerrino il meschino; Ettore Fieramosca; Carlo Magno; Vita dei Santi_; l’_Inquisizione di Spagna_.
La famiglia di Agostino si compone di cinque figli, fra i quali una ragazza da marito e un giovanotto ventenne.
A mezzogiorno si andò tutti a pranzo — e ricorderò sempre la cordialità affettuosa di quella buona famiglia.
A tavola l’ex bandito tirò in campo la pubblicazione imminente della storia veridica da lui narratami, che doveva far dimenticare l’altra fantastica, messa in giro dal popolo[49].
Notai che fra padre e figlia non correva armonia d’intendimenti. Maria Antonia, sempre seria e riflessiva, pareva soffrisse, non condividendo l’entusiasmo paterno. Rispondendo ad una frase del vecchio, che alludeva ai torti della propria moglie, ella disse a me rivolta:
— Il torto fu di entrambi. Con qualche buona persona per lo mezzo si sarebbero potuti evitare molti malumori e molti guai. La mia mamma era troppo giovane, e fu lasciata sola; il mio babbo fu troppo puntiglioso e troppo aspro. Non so, d’altronde, chi sia dei due il più disgraziato. Non credo un’invidiabile celebrità quella cui aspira un bandito, dopo aver ucciso, a torto od a ragione, il proprio simile. Spetta a Dio, non agli uomini, togliere la vita ad altri!
Erano sante parole, che il vecchio certo non afferrò intieramente, perchè un po’ sordo.
Si parlò in seguito della disgrazia di Giovannino, morto annegato; e Maria Antonia, colle lagrime agli occhi, esclamò vivamente:
— La colpa fu tutta del poco spirito degli uomini presenti alla disgrazia. Se ci fossi stata io, lo avrei di certo salvato!
Verso le 5, io ed Agostino montammo a cavallo. Il bandito, la figliuola e i nipoti vennero tutti sul piazzale per salutarmi. Promisi loro una seconda visita in settembre.
Giovanni Tolu era di buon umore, e mi colmava di cortesie. Voleva essere scrupoloso nel fare gli onori di casa. Egli mi disse:
— Noi ci rivedremo fra pochi giorni!
Dopo un’ora di cavalcata arrivammo a Portotorres. Agostino volle accompagnarmi alla stazione, ed io fui di ritorno a Sassari col treno della sera.
* * *
Erano appena trascorsi tredici giorni dalla mia gita a _Lèccari_, quando il 4 luglio 1896 l’editore Dessì ricevette da Portotorres la seguente cartolina:
«Oggi, alle ore 13, morì qui di carbonchio Giovanni Tolu. Partecipi la notizia al Cav. Enrico Costa.
Gio. Agostino Tolu.»
Il disgraziato bandito, che ogni due o tre settimane veniva a Sassari, smanioso di veder pubblicata la sua storia, non fu appagato nel suo desiderio.
Era stata una vera fatalità! Per trent’anni Giovanni Tolu aveva taciuto le sue avventure; e finalmente si era deciso a raccontarle... quasi alla vigilia della sua morte. Vi ha di più: da soli due mesi l’editore Dessì lo aveva indotto a farsi fare il ritratto, riprodotto in questo libro.
Or ditemi: non vi par tutto questo il romanzo d’una storia, o la storia di un romanzo?[50]
* * *
Abboccatomi nella prima metà di luglio colla figlia e coi parenti dell’ex bandito, appresi i particolari della sua morte.
Il giorno 28 giugno Giovanni Tolu aveva deciso di recarsi a Portotorres, per assistere l’indomani alla festa di San Pietro. Siccome dovevano pur recarvisi alcuni servi, la mattina del 29 egli si affrettò ad aiutarli, per chiudere il bestiame grosso nel recinto a ciò destinato. Egli si era dato a spingere i tori e le vacche, percuotendoli colla palma della mano; e, dopo aver molto faticato, sì era messo in viaggio per Portotorres.
Tornato il martedì (30) a _Lèccari_, si lamentò di un piccolo foruncolo ad una mano, che lo tormentava alquanto. Entrata l’indomani la figliuola nella sua camera, avvertì la gonfiezza della mano; ma Tolu, burbero com’era, le rispose:
— Cose da nulla; non dartene pensiero!
Il giorno seguente crebbe l’enfiagione; e quantunque il vecchio persistesse nell’assicurare che non era nulla, la figliuola gli bruciò alla meglio la ferita col nitrato di argento.
Di ciò non ancor contenta, Maria Antonia costrinse il vecchio a montare a cavallo; gli sedette in groppa, e si avviarono a Portotorres per consultare il medico.
Il giorno 2 il medico avvertì il carbonchio, fece il taglio, cauterizzò la ferita, e fece stare a letto l’ex bandito, in casa del nipote (figlio di Giomaria).
Non tardò il male ad aggravarsi. Giovanni Tolu cadde in un torpore, che lo rendeva ignaro della gravità del male.
Fu supposto che il vecchio, aprendo il cancello, avesse riportato qualche leggera scalfitura; nella quale, o si era comunicato il carbonchio per le percosse date alle vacche, oppure per qualche mosca (come comunemente avviene) che avesse deposto il veleno sulla ferita.
Poche ore prima di morire furono consigliati al vecchio bandito i conforti religiosi. Egli assentì col capo, senza pronunciar parola.
A un’ora dopo mezzogiorno, del sabbato, egli spirava.
* * *
Quasi tutti i giornali italiani annunziarono la scomparsa di Giovanni Tolu sotto la rubrica: _la morte di un celebre brigante_[51].
Niente di più erroneo. Il bandito sardo non è il brigante; e, per convincersene, basta riandare le gesta dei famosi capi squadriglia, che, in tempi civili (1860-1896) infestarono le due Sicilie, la Romagna, ed altre regioni d’Italia: — gesta, che hanno destato il terrore per la ferocia dei misfatti, per il sangue freddo con cui vennero preparati, e per il cinismo degli assassini dopo averli commessi. Dal complesso dei fatti fin qui narrati, il lettore avrà rilevato quanto diverse siano le cause che hanno spinto alla delinquenza i disgraziati banditi.
Giovanni Tolu non era Ninco Nanco, non era Caruso, non era Cipriano La Gala, non Torrigiani, non Mistretta, non Domenichino Tiburzi. Molta differenza corre fra l’uno e gli altri. Il brigante si dà alla macchia per formare una banda di malfattori; il bandito rifugge dai compagni per meglio meditare nella solitudine; il primo non pensa che al furto e all’assassinio, il secondo non sogna che la vendetta[52].
* * *
Da pochi giorni era morto Giovanni Tolu, quando la sua figliuola ricevette una lettera da un avvocato di Cagliari. Costui, per incarico di Maria Francesca Meloni, domiciliata a San Gavino Monreale, chiedeva informazioni sul patrimonio lasciato dall’estinto, non volendo la vedova rinunciare alla _quarta uxoria_, che le spettava per disposizione dell’art. 753 del Codice civile.
La domanda di quella vecchia, pervenuta a _Lèccari_ in un giorno di dolore, era stata una spina al cuore di Maria Antonia. La povera figliuola rispose di proprio pugno alla madre, e venne a me per leggermi la _brutta copia_ della lettera inviata.
Lo scritto di Maria Antonia era forse assai povero di grammatica, ma il concetto era grande, nobile, generoso, e rivelava un profondo sentimento di amor figliale.
Riassumo fedelmente i pensieri contenuti in quel foglio.
«_Carissima madre_,
«Sono più di trent’anni che mi avete dimenticata, ed io ignoravo persino la vostra esistenza. Oggi solamente vi siete ricordata di me, per chiedermi conto, in nome della legge, dei beni lasciati dal disgraziato padre mio. Mi meraviglio come non abbiate riflettuto, che un bandito non può aver patrimonio. Il poco che oggi possediamo è frutto del mio sagrifizio e del lavoro di mio marito. Nostro padre non ha lasciato che un pezzo di terra in _Uccareddu_, che ci darà molti fastidi, per una lite pendente, a causa di delimitazioni.
«Io non ho accuse da farvi, nè vi rinfaccio alcuna colpa, poichè una figlia non può avere il diritto di giudicare la propria madre. Ho il dovere di rispettarvi; ed oggi vi dico, anche a nome di mio marito: — Qui a _Lèccari_ abitiamo una casa vasta e molto comoda; vi crescono i nostri figliuoli, e non vi mancano i servi. Venite pure: mi aiuterete nel disbrigo delle faccende domestiche, se lo desiderate — oppure non lavorerete, se così vi piace. Vostra figlia apre a voi la sua casa, affinchè in essa possiate passar tranquilli gli ultimi anni della vecchiaia.
«Altro non abbiamo a dirvi.
Maria Antonia Tolu.»
Questa lettera, fino ad oggi, è rimasta senza risposta. La madre tacque, forse perchè pentita dell’imprudenza commessa, non prevedendo la generosità della figliuola.
Chi lo sa? forse nella mente della povera vecchia sarà passata, come in una visione, tutta la storia del suo primo amore e della sua prima colpa. Forse erale mancato il coraggio di dire, che non poteva accettare l’ospitalità generosa di una figliuola, senza distaccarsi da altri figli... che Maria Antonia non avrebbe potuto chiamare _fratelli_!
Il destino ha scritto la parola _fine_ sul triste libro di Giovanni Tolu. A noi non è lecito leggere più oltre.
Il vecchio bandito dorme l’ultimo sonno nel camposanto di Portotorres; e la vecchia peccatrice, ferita al cuore dalla generosità figliale, espia forse l’ultima colpa alle falde del castello di Monreale.
Irrisione dell’umano destino! — Giovanni Tolu, il ministro di morte e di pace; il superbo bandito che riuscì a sfuggire alle palle di cento fucili; che nessun nato di donna giunse mai ad atterrare, morì anch’esso di morte violenta, avvelenato da un insetto. — Gli uomini lo temettero, ed una mosca l’uccise.
FINE
INDICE DEL SECONDO VOLUME
PARTE SECONDA
IL BANDITO DI FLORINAS.
(_Continuazione_)
CAP. XXI. Spigolatrice e spigolatore Pag. 5 » XXII. Gita notturna » 15
PARTE TERZA
IL BANDITO DELLA NURRA.
» I. Alla Nurra » 33 » II. I nuovi pirati » 42 » III. Antonio Careddu » 53 » IV. Gli amori del bandito » 65 » V. Occupazioni e passatempi » 77 » VI. Tra carabinieri e spie » 86 » VII. Strumento d’odio altrui » 97 » VIII. La bambina nell’aia » 106 » IX. A San Paolo di Monti » 119 » X. La scolara insegna il maestro » 124 » XI. Vita nuova » 133 » XII. Il giudice di pace » 140 » XIII. A _Monte Rasu_ » 154 » XIV. Lo scandalo d’una tresca » 165 » XV. I ladri di buoi » 173 » XVI. Bue per bue! » 182 » XVII. Fra giudici e avvocati » 192 » XVIII. Fra ladri di bestiame » 202 » XIX. Salvacondotti » 213 » XX. Fidanzamento e sponsali » 222 » XXI. Arma bianca e bestia nera » 232 » XXII. In difesa del debole » 238 » XXIII. Nel mondo dei curiosi » 246 » XXIV. Vita e azienda a _Lèccari_ » 253 » XXV. L’arresto » 262
PARTE QUARTA.
DOPO L’ARRESTO.
» I. In carcere » 275 » II. A Frosinone » 282 » III. Il bandito in libertà » 289 » IV. Il mistero » 302
APPENDICE
Morte di Giovanni Tolu » 313
NB. Il buon senso del lettore correggerà di leggieri i pochi errori di stampa, sfuggiti al proto in questo libro; come, per esempio, nel Volume I, _sollecirare_ per sollecitare (pag. 108) — _ammicarseli_ per amicarseli (314) — parecchie volte _Assisie_ per Assise; e nel Volume II, _identicità_ per identità (p. 29) — _arruffatta_ per arruffata (p. 74) — _volla_ per volta (93) — _appettito_ per appetito (115) — _lavorare_ per lavare (174) — _stringendogli strette_ per stringendogli (280); ed altri insignificanti, che facilmente verranno avvertiti.
INDICE DELLE VIGNETTE
VOLUME SECONDO
Uccisione di Salvatore Moro Pag. 27 Testata allegorica sui personaggi della storia » 33 275 Il bandito e la sua bambina » 126 I carabinieri a _Monte Rasu_ » 157 La cascina di _Lèccari_ » 260 I funerali del nipote di Tolu » 298 Lettera iniziale allegorica _al banditismo_ » 313
NOTE:
[1] Veramente, Tolu fu poco cavalleresco e molto rusticano!
[2] Ricordo per l’ultima volta al lettore, che io non aggiungo una sillaba alla narrazione del bandito.
[3] Omicidio commesso il 10 dicembre 1856. Vi fu sospetto, forse per la dichiarazione delle moglie dell’ucciso; ma fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_ con ordinanza del 5 gennaio 1862. Il Tolu, però, confessa schiettamente l’omicidio; e ciò prova la veridicità della sua confessione.
[4] Pare incredibile! E si era nel 1854!
[5] — Che cosa vuol dir _Basto_? — chiesi a Tolu.
— È il nome di una città! — fece il bandito, come sorpreso ch’io non lo sapessi. — Scriva così!
[6] Nè alcuno potrà spiegarlo, quantunque consimili casi siano stati da altri avvertiti.
[7] Giovanni Tolu conosceva il codice della pirateria!
In tempi amichi, e fino al primo ventennio del secolo spirante, molti pirati si gettavano sulle spiaggie della Nurra e dell’Asinara. A quest’isoletta approdò, il 19 settembre 1812, uno sciabecco turco, che fece schiavi 20 individui, fra uomini, donne e fanciulli. Un turco fu ucciso da un pastore.
[8] Traduco sempre le parole di Giovanni Tolu, che invitavo a parlare in sardo per meglio capirlo. Lascio intatta la sua narrazione, sebbene in qualche punto non ci accordi colla storia di quei tempi.
[9] I sicari erano scrupolosi nell’adempimento del loro dovere. L’ho detto altra volta: fare il sicario era ritenuto a quel tempi un mestiere come un altro! — Questi fatti accadevano nel 1851.
[10] Questo caso di Sant’Agostino mi fu citato parecchie volte dall’ex bandito. Non poteva tollerarlo!
[11] Tolu non volle dirmi neppure il nome di battesimo di questa donna, mentre mi confidò quello delle altre donne, con preghiera di non pubblicarlo.
[12] Durante il tempo che avvicinai Giovanni Tolu, mi divertivo ogni tanto e farmi dir l’ora. Non si sbagliò mal di oltre una quindicina di minuti; e quando lo correggevo esclamava: — È il suo orologio che va male! Quella di Roma è un’ora falsa per noi.
[13] L’agguato era per Tolu, come mi risulta da un processo. I carabinieri Virdis e Nuvoli, nella loro relazione scritta, dichiararono ch’era loro intenzione di far fuoco su Tolu, senza neppure intimargli il _ferma!_
[14] A quest’ambasciata prese pur parte il Dott. Antonio Francesco Satta, il quale lodò Tolu per il disdegnoso rifiuto a intingere in un tradimento. I florinesi erano gelosi della propria dignità, e preferivano un feroce bandito ad un vil traditore.
[15] Abbiamo veduto come le Autorità, più tardi, cercarono di aver nelle meni Tolu per mezzo di Derudas, che si trovava in carcere. Pare che il sistema del governo assoluto perdurasse anche in quello costituzionale.
[16] _Stirare_ il cavallo: esercitarlo alla corsa alcuni giorni prima della festa. Espressione sarda.
[17] Corre nel popolo insistente la voce, che il bandito avesse in precedenza fatto un segno alla bambina per riconoscerla più tardi. Tolu la smentisce, e con ragione. Quando poteva farle il segno, se non l’aveva mai veduta? Il primo suo dubbio, comunicato ad altri, diede forse appiglio alla diceria.
[18] A costo di annoiare il lettore, ho voluto riportare le minuzie di queste scene puerili, che Giovanni Tolu mi narrava con tanto trasporto.
[19] Trascrivo fedelmente la lettera, dettatami in italiano da Tolu.
[20] Ho già detto che su Tolu caddero i sospetti di questo colpo, ma in seguito fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_. Ora l’ex bandito si dichiara colpevole, volendo confessare tutti i suoi delitti.
[21] Io credo che Antonio fosse sempre risentito per essere stato accusato dai fratelli; e lo desumo dalla sua deposizione alle Assise per il fatto di _Monte Rasu_. Egli rivelò alcune confidenze fattegli da Tolu, a proposito dell’odio che nutriva verso il brigadiere Piettone.
[22] Noti il lettore la paura che si aveva dagli sconosciuti negli ovili della Nurra.
[23] Il fatto avvenne la mattina del 21 maggio 1859.
Darò il sunto della relazione dei carabinieri e di altri testimoni, che tolgo dagli atti del processo.
Il brigadiere Antonio Piettone, il vice brigadiere Giuseppe Delrio, e i due carabinieri Antonio Catte e Raimondo Argiolas erano usciti dalla stazione di Portotorres, fin dal 19 maggio, in perlustrazione. Nella mattina del 21 si presentarono all’ovile della vedova di Paolo Sechi per abbeverare i cavalli.
Il vice brigadiere Delrio precedeva i compagni, avendo il cavallo indomito. Giunto alla porta della capanna che guarda levante, mentre un mastino abbaiava, gli fu fatto fuoco da dentro, e cadde.
Piettone e Argiolas spinsero allora i cavalli in avanti, mentre Catte si dirigeva alla porta opposta, volendo impedire l’uscita all’_ignoto assassino_. Uscito il bandito, e veduto a 30 metri il carabiniere, lo sparò scaricando l’altra canna.
Il bandito prese la fuga verso tramontana, e Piettone e Argiolas si diedero ad inseguirlo per 10 minuti, tirandogli dietro tre fucilate. Quantunque sicuri di averlo ferito, tonarono indietro per andare in cerca di carri per trasportare i feriti. I due carri furono somministrati da L. Gianichedda, da D. Atzoni e da Gio. Sechi.
Il vice brigadiere Delrio e Catte furono trasportati a Portotorres, indi all’ospedale militare di Sassari, dove morirono: il Catte l’indomani, e Delrio il 1º luglio, 40 giorni dopo.
Nell’ovile erano due sole donne: la vedova Sechi, e Maria Rita, la moglie del servo pastore. Quest’ultima preparava alcuni laticini per i bambini, nell’ovile; la Sechi era nella capanna.
Dice quest’ultima, che per Tolu fu tutt’uno: udire il cane, vedere il vice brigadiere, spararlo, fuggire, e far fuoco su Catte.
Gio. Sechi dice, che Tolu fece gli spari _per mera vendetta_.
Antonio Sechi afferma, che avendo più tardi rimproverato Tolu per la catastrofe, questi gli disse che _non aveva potuto farne a meno, poichè in tali casi l’unico mezzo di scampo è sempre il far fuoco sull’arma_. Più dice, avergli Tolu confidato, che uccise Delrio credendolo il brigadiere, di cui andava sempre in traccia perchè lo perseguitava.
Il Tolu niega tutto, e dice che i carabinieri andarono ad arrestarlo, perchè a _Boturru_ vi fu chi volle informarli del suo ritiro nell’ovile di Paolo Sechi.
[24] Risulta che questa voce si sparse a Florinas verso il 1863.
[25] Assennate considerazioni, che mi sorpresero in un rozzo bandito.
[26] Ecco i nomi di tutti i banditi, ch’ebbe a compagni Giovanni Tolu, durante il primo decennio di latitanza:
1. Antonio Rassu d’Ittiri — 2. Leonardo Piga — 3. Giomaria Puzzone — 4. Antonio Maria Derudas — 5. Pietro Cambilargiu — 6. Pietro Deligios, d’Osilo — 7. Sebastiano Branca, d’Ossi — 8. Gio. Andrea Ilde, di Nurra — 9. Antonio Careddu — 10. Giomaria Cossu, di Nulvi — 11. (ed ultimo) Giomaria Ibba.
Quasi tutti vennero arrestati od uccisi da carabinieri o da nemici. Tranne Derudas, col quale Tolu visse due anni, gli altri non gli furono compagni che per pochi mesi, o parecchie settimane.
Di questi banditi il Tolu narrò le _brutte_ azioni, tacendo le _buone_, che pur non sono ignote. In ciò non fu scrupoloso; e mi accorsi ch’ei tacque per un sentimento di gelosia. Questo lo noto per la verità, volendo scrivere una storia, non un romanzo.
[27] Quantunque da un quarto di secolo siano avvenuti i fatti che qui si narrano, ho creduto conveniente tacere, cambiare, o alterare diversi nomi di persone, che l’ex bandito mi declinò scrupolosamente per avvalorare la sua narrazione.
[28] Per _cavallo dei morti_ s’intende un tumulo, formato da un’alta panca ricoperta da un manto nero, sul quale si collocano alcuni ceri, due teschi e un crocifisso.
[29] _Screpolarsi la pianta dei piedi_, è bestemmia sarda che allude al cadavere.
[30] Giovanni Tolu era molto inasprito per l’uccisione de’ suoi buoi, e forse non tutte le sue induzioni saranno state fondate, a proposito della complicità di compare Maurizio nello scannamento.
[31] Il lettore avrà notato la facilità e la fretta con cui nella Nurra si riportavano le parole pronunziate da questo e da quello. Queste parole (gonfiate ed alterate ad arte) forse eccitavano gli odî e provocavano le vendette di sangue. La maggior parte dei misfatti dei latitanti dell’isola hanno per origine la leggerezza dei referendari. Qui, per esempio, vediamo Tolu avvertito da quel Tignosu, che altrove ci venne indicato come il _fiduciario_ dei carabinieri nell’assalto di _Monte Rasu_. E fidatevi di queste prove, che ciascuno crede avere sulla reità dell’avversario!
Le passioni, che in quel tempo agitavano gli animi degli abitanti della Nurra e di quasi tutti i paesi del Logudoro, erano fomite di dicerie, di denunzie e di sospetti, non di rado privi di fondamento. Anche certi giudizi di Tolu, o per antipatie, o per false referenze, saranno stati erronei. Quanto ho asserito per i buoi, valga per altre asserzioni di Tolu, da me riportate; come, per esempio, i sospetti su Francesco Serra (pag. 160, I.) — il giudizio per l’assassinio di Bazzone (pag. 162, I.) — la vendita dell’oliveto di _Giacinto_ (pag. 59, II.) — la complicità di Manunta e di Deroma nell’assassinio di Antonio Careddu (pag, 63, II.) e così altri. Rimando il lettore alla mia nota, a pag. 159, vol. I.
[32] Trovasi presentemente a Milano, colonnello giubilato.
[33] La sentenza contumaciale ha la data del 14 luglio 1869.
[34] Vento _buono_ e vento _cattivo_: espressione dei pastori e contadini sardi, per dire che il vento è favorevole o contrario all’olfato o all’udito degli animali, l’uomo compreso.
[35] Se è vero che questa curiosità entusiastica eccitava il bandito a perseverare nelle azioni generose, è pur vero che in altri tempi essa dovette incoraggiarlo a cimentarsi in imprese, non sempre nobili, nè degne di plauso.
[36] Pare che il bandito sperasse in un maggior compenso, credendo sul serio che la strada l’avesse fatta lui! Gli Inglesi certamente avevano inventato un pretesto per avvicinare il famoso bandito.
[37] Pare che Tolu desse un senso troppo largo all’art. 137 del Codice penate, dimenticando la sentenza del 14 luglio 1869, che lo condannava a morte.