Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 16

Chapter 163,741 wordsPublic domain

— Andiamo dunque a trovare Salvatore a Ploaghe!

— No. È più prudente farlo venire in campagna; e a questo penserò io. Mettiamoci in viaggio.

Giunti nelle vicinanze di Florinas, mandai a chiamare Salvatore Pinna, ex barracello, al quale diedi incarico di recarsi a Ploaghe per far venire lo Spano al molino di _Badu-canu_, dove noi lo aspettavamo.

Raccomandai intanto a Pietro Cambilargiu che frenasse il suo carattere irritabile, mostrandosi umile e sottomesso col proprietario Salvatore Spano, uomo grave, di buon senso, e fra i più saggi del paese.

Un’ora dopo lo Spano ci stava dinanzi:

— Che si vuole di me?

— L’abbiamo qui chiamato per farci una carità.

— Dite pure.

— La preghiamo di raccomandare a’ suoi figliuoli, impiegati a Sassari, di usare un po’ di misericordia ai fratelli Migheli, d’altro non rei che di aver dato ricetto nella loro capanna a Pietro Cambilargiu ed a Giovanni Tolu.

— Non mancherò di farlo. Ricordatevi però, che i figli miei non rappresentano il governo di Sassari. Essi sono semplici impiegati, che dipendono da un’autorità superiore. Procuratevi dunque altre ingerenze, e così uniti potremo giovare alla causa dei vostri raccomandati.

Pietro Cambilargiu, con l’aria spavalda che gli era abituale, disse rivolto allo Spano:

— Badi di fare qualche cosa, chè altrimenti quei signori l’avranno da fare con noi!

Il vecchio Spano corrugò la fronte, e disse gravemente rivolto al mio compagno:

— Pietro, tu parli male! Quando si domanda una grazia, non si ricorre a minaccie nè ad insolenze, che con me sono inutili. I miei figli sono signori, vivono a Sassari, nè possono temere alcun danno da te. Se vuoi essere ascoltato, parla come uomo, non come un insensato!

Allontanatosi Salvatore Spano, ebbi un vivo diverbio col mio compagno per le sue maniere ruvide e villane.

— Hai dimenticato che siamo nelle vicinanze del mio paese! — gli dissi — Io tengo a non essere insolente, nè sgarbato colle persone dabbene!

Messici poi d’accordo, combinammo di rivolgerci ad uno studente, per scrivere alcune lettere all’indirizzo di persone autorevoli, in relazione con giudici.

Le pratiche nostre, unite a quelle dello Spano, ebbero un ottimo risultato. Poche settimane dopo i due fratelli Migheli venivano rimessi in libertà dal tribunale di Sassari.

CAPITOLO XVIII.

Barracellato di Florinas.

Faccio un passo indietro. Ho bisogno di dichiarare che io non posso seguire scrupolosamente l’ordine cronologico dei fatti avvenuti. Per essere più chiaro, intraprenderò, ramo per ramo, la storia della mia vita. Non si deve dimenticare, che io narro gli avvenimenti di quarant’anni, nè potrei interrompere un episodio per riprenderlo a salti, secondo i diversi tempi in cui si svolse.

Erano appena iniziate le prime pratiche per la liberazione dei fratelli Migheli, quando il comune di Florinas pensò alla riorganizzazione della compagnia barracellare per l’esercizio 1853-54.

Il Consiglio comunale aveva deliberato di far cadere la nomina di capitano dei barracelli su Peppe, il mio fratello gemello. Era evidente che si voleva tutelare la sicurezza della proprietà col prestigio del mio nome di bandito.

Peppe me ne aveva già parlato, e il Consiglio chiedeva il mio parere, prima di accingersi alla nomina definitiva,

— Non voglio assolutamente che tu sia il capitano! — risposi a mio fratello: — Tu devi rifiutare. Penserò io ad aggiustare le cose.

Partecipata la rinunzia al Consiglio, questo per tre volte confermò la nomina di Peppe Tolu; e quando si seppe che mio fratello rifiutava per mio suggerimento, alcuni consiglieri pregarono il sindaco di consultarsi con me per formare la compagnia barracellare di Florinas.

Il sindaco uscì un giorno dal paese, come per diporto, e venne ad abboccarsi con me in campagna.

— È egli vero che tu ti opponi perchè tuo fratello non accetti la carica di capitano, che vuole affidargli il Consiglio?

— È verissimo!

— E perchè ciò?

— Perchè mio fratello non può, nè deve accettare la carica di capitano dei barracelli!

— Lo credi forse incapace a coprirla?

— Lo credo capace, quanto abile ed onesto; ma è troppo povero, e gli mancano i mezzi per disimpegnare convenientemente simile carica. Il capitano ha bisogno di comoda stalla per custodirvi i cavalli, quando capita la ronda dei barracelli d’altro comune; ha bisogno di essere agiato per mettersi in grado di invitare a pranzo gli amici, quando l’occasione si presenta; ha bisogno di spendere del proprio, perchè non ha disponibile che la sola metà del salario anticipato dai vassalli. Di questo salario non potrebbe servirsi, poichè dev’essere ripartito alla fine della gestione fra i barracelli che rondano e lavorano lungo l’anno: — se si verificano danni dovrà pagarli subito; se c’è benefizio, dovrà fare il riparto equo. Mio fratello è troppo povero, nè potrebbe senza sagrifizi ed umiliazioni disimpegnare una carica così delicata. Credo in coscienza, che l’agiatezza e il benessere siano indispensabili a chi è chiamato ad amministrare la roba d’altri; e la miseria è sempre cattiva consigliera. Vi indicherò io la persona da presciegliere per capitano dei barracelli. Intanto vi prego di far venire qui don Ignazio Piras: ho bisogno di conferire con lui.

Venuto a me don Ignazio, prese a dirmi col sorriso bonario dei signori, che vogliono canzonare i poveri diavoli:

— Ma perchè non vuoi permettere che tuo fratello faccia il capitano? Tornerebbe ad onor tuo questa nomina; poichè quando si sapesse che il capo della barracelleria è stretto congiunto ad un famoso bandito, i ladri si guarderebbero dal recar danno all’altrui proprietà!

— Si persuada, don Ignazio; noi possiamo ancor vivere senza quest’onore. Non insista più oltre, e mi risponda!

— Sentiamo.

— Quanti agricoltori può ella contare sotto la dipendenza della sua casa?

— Una ventina; tu lo sai.

— E il dottor Andrea Serra?

— Altrettanti.

— Ciò vuol dire, che le vostre due case dispongono dell’intiera popolazione. Invece, dunque, di un capitano, vi suggerisco di nominarne due; e la scelta non dovrà ricadere che su don Ignazio Piras e sul dottor Serra. In tal modo la popolazione di Florinas dipenderà dalle vostre famiglie. Il numero dei barracelli, fissato in 15, e che potreste raddoppiare, voi non lo porterete che a soli 25; e così il barracellato, alla cui riorganizzazione è concorso tutto il paese, non sarà inviso alla popolazione, la quale vivrà tranquilla nell’unione e nella concordia. È questa la mia opinione!

Don Ignazio fece subito convocare il Consiglio comunale, e gli comunicò la mia proposta, che venne accettata dalla maggioranza con viva soddisfazione.

Formata la compagnia barracellare sulla base da me suggerita, venni invitato a recarmi segretamente a Florinas[45].

Trovandomi in quel tempo insieme a Pietro Cambilargiu, lo pregai di tenermi compagnia.

Ci presentammo in casa del capitano don Ignazio Piras, dove già trovavasi il suo collega dottor Serra, nonchè i 25 barracelli, colà attirati dalla curiosità di veder me e Cambilargiu, del quale avevo preannunziato la visita.

Come ci presentammo nella sala, don Ignazio fece far silenzio, e rivolgendosi a me, prese la parola solennemente:

— Giovanni Tolu; noi abbiamo seguìto il tuo suggerimento. Devo però dirti, che il Consiglio ha deliberato di nominar te e Cambilargiu a far parte della nostra barracelleria. Non pretendiamo che voi andiate alla ronda (c’è abbastanza gente per farla!), ma desideriamo solo che esercitiate una scrupolosa sorveglianza, massime verso i ladri di bestiame. Dei guadagni della compagnia, voi sarete messi a parte al pari degli altri; quanto alle perdite, non dovete preoccupacene: pagheremo noi la vostra quota! Accettate?

Fatto un inchino rispettoso, io risposi:

— Don Ignazio, dottor Serra, amici tutti: io posso assicurarvi che la capitaneria di questo anno avrà un esito soddisfacente, e apporterà buoni frutti. Essa riuscirà più famosa di quella, che la tradizione ci dice formata un’ottantina d’anni fa, sotto il comando di Baingio Canu. Questo capitano (nominato quasi a dispetto del Consiglio comunale) non volle seco che un solo barracello: il proprio nipote Pietro Canu. Vi ricorderò il fatto, quale lo raccontano i nostri vecchi.

«Narrasi, che la notte susseguente alla costituzione della strana compagnia di due individui, si verificò il furto di due cavalli, eseguito coll’intenzione dispettosa di farli pagare al capitano ed al nipote. Avuta la relazione della mancanza del bestiame, Baingio Canu andò, sull’imbrunire, a trovare il nipote:

«— Pietro — gli disse — prendi il fucile e seguimi!

«Baingio Canu era un uomo energico e risoluto: buono o cattivo, a seconda le circostanze.

«Si recarono entrambi, a notte tarda, dinanzi alla casa di colui, che sapevano essere l’autore del furto.

«— Bada di far fuoco sul ladro, appena si presenterà alla porta! — fece Baingio al nipote.

«— Sono agli ordini del capitano! — rispose Pietro, che rappresentava l’intiera compagnia.

«Lo zio picchiò risoluto alla porta.

«— Apri Antonio, e vieni fuori: sono io!

«Il disgraziato si fece all’uscio, e cadde fulminato da una fucilata.»

— Così, o signori, finirà questa capitaneria — conchiusi, rivolto all’adunanza. — Spero, però, che non avremo bisogno di spargere sangue umano, poichè i ladri ci rispetteranno!

Gli astanti si congratularono con me, e la seduta fu levata[46].

Pietro Cambilargiu non disse una parola; egli ben sapeva, come mio compagno, che non doveva opporsi a quanto avevo stabilito.

Terminata la discussione, don Ignazio Piras ordinò ai suoi servi di andare in cantina a spillare il miglior vino. Fu dato a tutti da bere, e si chiacchierò allegramente per una mezz’ora.

Uscimmo dalla casa di don Ignazio per recarci in quella del dottor Serra, dove ci fu offerto lo stesso trattamento.

La moglie del dottore, colla quale ero in confidenza, m’abbracciò, e mi baciò sulla guancia, alla presenza di tutti.

Cambilargiu, ch’era al mio fianco, mi disse con una certa amarezza:

— Vedo che sei proprio ben voluto nel tuo paese!

Uscimmo sulla via, seguiti dai nuovi barracelli e da molti amici. Eravamo costretti a fermarci di casa in casa, poichè ognuno voleva offrirci da bere. Una folla di curiosi ci veniva dietro, e tutti parevano soddisfatti di vedere i due banditi, resi maggiormente celebri dopo i recenti attacchi di _Nuzzi_ e di _Monte Fenosu_.

A Pietro Cambilargiu davano solo il _benvenuto_; ma io ero fatto segno a dimostrazioni affettuose. Tutte le donne del mio paese, vecchie e giovani, venivano sulla porta per stringermi la mano e per baciarmi, compiangendo il mio triste destino. Ero vivamente commosso; mi pareva di sognare, in mezzo a quella gente che mi aveva veduto nascere, o colla quale avevo trascorso i più bei giorni della giovinezza.

Mi accorsi che quell’accoglienza affettuosa e spontanea era una spina al cuore di Cambilargiu. Egli mi camminava al fianco imbronciato e riflessivo. Io, che conosceva la sua natura diffidente e sospettosa, gli leggevo in fondo all’anima. Egli certamente supponeva, che i tanti amici miei non potevano essere che suoi nemici, poichè volentieri avrebbero a lui teso un’insidia per concedere a me l’impunità a prezzo della sua morte. Pensiero eterno del bandito, che lo spinge a diffidare dell’amore, che altri nutre per un compagno d’infortunio!

Finalmente ci separammo, poichè non era prudenza rimanere più a lungo in quel luogo — quantunque a Florinas non vi fossero carabinieri, e don Ignazio avesse preso le debite precauzioni, prima di chiamarmi in paese.

CAPITOLO XIX.

Ancora Cambilargiu.

Dopo la nostra nomina a barracelli di Florinas, non tardai ad accorgermi che Cambilargiu mi guardava in cagnesco, e non era con me leale, come prima. Egli forse pensava, ch’era impossibile un’illimitata confidenza fra un giovane trentenne ed un uomo grave di mezzo secolo. Era invidioso della benevolenza che mi dimostravano i Florinesi: indizio questo, che il mio paese non mi considerava come un tristo, ma bensì come un disgraziato; e se avevo nemici a cui la mia esistenza dava cruccio, avevo pure amici che mi volevano bene.

Un solo fatto basterà a provare che la mia famiglia era ritenuta onesta e di buon conto in paese. Io avevo imposto ai miei parenti di non mai immischiarsi nelle mie vendette. Bastavo io solo per compierle: essi non dovevano compromettersi. Con orgoglio posso dunque affermare, che mentre i congiunti degli altri banditi vennero uccisi, molestati, o tratti in prigione, a nessuno de’ miei parenti fu recato alcun danno, nè da’ miei nemici, nè dalla giustizia. Io solo fui il disgraziato e il perseguitato, e ciò torna ad onore della mia famiglia!

Continuai ad accompagnarmi con Cambilargiu, ma l’uno ormai era di peso all’altro. In lui l’invidia e il rancore per l’affetto che mi addimostravano i Florinesi; in me il disgusto delle sue triste azioni, che mi ripugnavano.

Ogniqualvolta si andava insieme ad Osilo, fermandoci negli ovili, Cambilargiu domandava con insistenza una pecora od un capretto ai poveri pastori; i quali glieli davano subito, perchè avevano di lui una paura maledetta. Ma non basta: egli portava quel capretto o quella pecora nelle aie dei ricchi possidenti, e là si mangiava tutti insieme, me compreso.

Eseguita diverse volte questa vergognosa estorsione, un bel giorno io dissi a Cambilargiu in uno di questi pranzi:

— Zio Pietro, vuoi che ti parli chiaro? Non mi piace questo tuo sistema. Tu strappi con violenza un agnello ai poveri pastori che hanno i figli scalzi, per darlo a mangiare ai ricchi che possiedono pecore ed agnelli in abbondanza. Non trovo troppo lodevole le azioni tue!

Queste mie parole, pronunciate a tavola, alla presenza di tutti, inasprirono Cambilargiu e i benestanti commensali. Essi me ne mossero acerba lagnanza, ma io feci il sordo e non risposi.

Un altro giorno ci trovammo insieme nelle vicinanze di Osilo, dove la sua burbanza raggiungeva il colmo. Mentre si chiacchierava in un’aia, scappò di là la famosa cavalla che avevano preso ad Ossi, per far dispetto al capitano dei barracelli. Cambilargiu pretendeva che andassi io a rintracciarla.

— No, zio Pietro. Qui siamo nel territorio del tuo paese, e spetta a tuo cognato riportare la cavalla. Io non manco di dartela insellata, quando ti accompagno nelle terre di Florinas. Se tuo cognato non farà il dover suo, aggiusterò io la faccenda!

E qui un altro vivo diverbio, che per fortuna fu sedato dai parenti, i quali mi diedero ragione. Il cognato di Cambilargiu riportò la cavalla, e la cosa passò liscia.

Poco tempo dopo, vennero rubate due bellissime cavalle dal villaggio di Santo Lussurgiu: l’una appartenente a Francesco Beccu, l’altra di proprietà di Andrea Sanna. Si sparse la voce che fossero in potere di Cambilargiu e di Antonio Spano — ed era vero.

La cavalla del Sanna, posseduta dallo Spano, era morta; l’altra del Beccu era quella che montava Cambilargiu, quando l’ebbi a compagno.

Non c’era verso ch’ei volesse restituirla; ed un bel giorno gli dissi a denti stretti:

— Senti: qui si tratta della roba d’altri, nè io voglio essere complice di furti, che detesto. Se tu non restituirai la cavalla al padrone, io rinunzio al piacere d’esserti compagno. Separiamoci!

Cambilargiu si rassegnò a restituire la cavalla a Francesco Beccu, ma pretese da lui dodici scudi, dicendo che ugual somma aveva egli sborsato a chi gliela cedette.

Non era ancora trascorso un mese dalle dimostrazioni popolari ricevute a Florinas, quando Cambilargiu, sempre diffidente perchè si sentiva meno agile per l’età avanzata, prese a dirmi con bontà affettata:

— Con te, che mi sei figlio, non posso aver riguardi. Devo avvicinarmi ad Osilo per affari urgenti. Quando avrai bisogno di me, fammi sapere il luogo dell’appuntamento, e sarò sempre il tuo fido compagno.

Così dicendo, ci separammo. Parecchie volte lo invitai a venirmi a trovare nell’ovile di mio cognato, ma con mia sorpresa egli non si lasciò mai vedere. Era chiaro che la diffidenza lo aveva allontanato dal territorio di Florinas, temendo che i miei compaesani gli tendessero un’insidia.

Ma neppur io mi mossi per andarlo a trovare ad Osilo — nè più lo rividi.

Intanto, scaduto l’anno del barracellato di Florinas, venne fatto il riparto della _raccolta_, e toccarono a ciascun barracello settanta scudi di benefizio.

Quando ciò seppe Cambilargiu — quantunque neanche una volta avesse prestato l’opera sua — mandò una lettera da Osilo a Don Ignazio Piras, ricordandogli che anche lui era un barracello di Florinas, e pretendeva la sua porzione. «Se non l’_intiero_ (egli scriveva). voglio almeno _una parte_, perchè sono povero.»

Erano rimasti a fondo del Bilancio sei scudi, ed io consigliai di non darglieli; ma Don Ignazio, temendo la ferocia di quell’uomo, glie li mandò fino ad Osilo.

Continuai pertanto a interessarmi della barracelleria di Florinas, sempre fiero di venir consultato dai barracelli, che in me riponevano la loro fiducia.

Il capitano non dura in carica che un solo anno, e a Don Ignazio Piras era succeduto Gavino Pintus, il padre di Maddalena Bua.

Nominato capitano dal consiglio comunale, quest’ultimo non aveva voluto accettare; ed allora fu chiamato a Sassari dall’Intendente generale per conoscere le ragioni del rifiuto.

— Non accetto la carica di capitano — rispose il Pintus — perchè per contentare il paese dovrei ricorrere ai congiunti del bandito Giovanni Tolu — e non so se vostra eccellenza vorrà autorizzarmi a simile scelta!

L’Intendente gli disse:

— Va pure in paese, e nomina i barracelli che vuoi, purchè tu faccia il capitano.

Tornato Pintus a Florinas, si affrettò a comunicarmi la risposta dell’Intendente. Io lo persuasi a fare il capitano; ed egli chiamò a far parte della compagnia i miei fratelli Peppe e Gio. Maria, nonchè Giuseppe Rassu, il più savio di quella famiglia malnata.

Quantunque io più non appartenessi alla compagnia barracellare, si volle ch’io fossi compreso nel riparto degli utili annuali. Mi si dava la porzione, senza ch’io la chiedessi.

Durante questa barracelleria erasi verificata la mancanza di due cavalle, per una delle quali fu inutile ogni ricerca. Trascorso quasi l’anno, ricevetti una lettera da un amico, il quale m’informava segretamente che la cavalla trovavasi a Mores. Egli mi sollecitava ad adoperarmi per farla restituire ai barracelli, che l’avevano già pagata al padrone.

Parlatone coll’ex capitano Pintus, questi mi consigliò di non occuparmene.

— No — gli dissi — ci va dell’onore della compagnia, e farò il mio dovere.

— Ebbene, se tu riescirai a ricuperarla, tienila per te!

Volli consultare i barracelli, i parenti e gli amici, e tutti si dichiararono contenti che la cavalla fosse mia. Ritiratala facilmente per mezzo di mio fratello, la tenni in stalla dall’ottobre al marzo, senza servirmene.

Avendo veduto la cavalla, alcuni malevoli misero in giro la voce che non era quella di Florinas, ma bensì un’altra rubata in Campidano dalla combricola del bandito Bìcchiri.

La cavalla, infatti, non era quella di Florinas; ma io feci rispondere ai maldicenti, ch’ero pronto a restituirla al padrone, se me lo avessero indicato.

Un assessore comunale osò avvertirmi:

— Bada, Giovanni; non lasciar montare la cavalla da’ tuoi fratelli, poichè verrebbero arrestati e messi in carcere.

Io risposi di mala grazia:

— Senta: la cavalla che ho in istalla non è quella di Florinas. Se conoscessi il padrone vorrei intendermela con lui, poichè l’ho ingrassata a mie spese. Io però la prevengo, che chiunque osasse toccarmela — sia sindaco, brigadiere, o demonio — ci rimetterà la vita!

Nessuno mai venne a reclamare la cavalla. La tenni per un po’ di tempo, finchè la vendetti nella Nurra, dichiarando che avrei risarcito il padrone, se si fosse a me presentato[47].

* * *

Non avevo più riveduto Pietro Cambilargiu. Un giorno Don Ignazio Piras mi disse in confidenza, che il bandito osilese gli aveva mandato una lettera, chiedendogli con minaccie danaro.

— Che debbo fare?

— Non gli dia nulla.

— Uno è dirlo, l’altro è farlo. Tu sai ch’io vado spesso in campagna...

— Si affidi a me. Ci penserò io!

E infatti mandai a dire al mio antico compagno, che si guardasse bene dall’avvicinarsi al mio paese; poichè era un’azione indegna quella di estorcere danaro a persone, che aveva conosciuto per mio mezzo. Lui era stato educato nell’ergastolo di Villafranca, e voleva fare il brigante alla continentale — io invece preferiva fare il bandito alla sarda!

Non ebbi più notizia di lui, fino al giorno della sua morte, che narrerò brevemente.

Separatosi da me, Pietro Cambilargiu sentì il bisogno di aver nuovi compagni. Egli si accorgeva di essere diventato un po’ sordo e di vista debole.

Si era prima provato ad andar solo; in seguito ebbe a compagni i banditi Depalmas e Salvatore Fresu, dai quali si separava con frequenza, essendo anch’essi di età matura e poco agili. A quel tempo Cambilargiu, quando a notte oscura usciva da un ovile, aveva bisogno di venir accompagnato fino a un luogo di rifugio da persona fida, e così pure i suoi nuovi amici Depalmas e Fresu. Condizione miseranda dei banditi, quando diventano vecchi!

Intanto il Governo, per potersi impadronire del famoso bandito osilese, aveva ricorso al maresciallo Scaniglia, il quale si era assunto l’impegno di consegnarlo, vivo o morto, e con qualunque mezzo, nelle mani della giustizia.

Lo Scaniglia, alla sua volta, aveva ricorso ad alcune spie; e, fra gli altri, era riuscito a raggirare Luigi Marceddu, lontano nipote di Cambilargiu. Costui, già proprietario pastore, era allora sotto una penale di 70 rasieri di grano, dovuto per contravvenzione nella _viddazzone_ di Sennori.

Il maresciallo Scaniglia, non solo lo fece assolvere dalla penale, ma gli donò ottanta marenghi, a condizione che si adoperasse per dargli in mano, vivo o morto, lo zio Pietro Cambilargiu.

Trovandosi Luigi Marceddu nella vallata di _Logulentu_, in compagnia di Cambilargiu (che si fidava del nipote) riuscì ad ucciderlo. Datone subito avviso al maresciallo, questi accorse sul luogo con altri cinque carabinieri — e crivellarono di palle il cadavere del bandito..... forse per allontanare i sospetti da una spia, sì abilmente guadagnata[48].

In tutta la provincia, e specialmente a Sassari, la notizia della morte di Pietro Cambilargiu fu accolta con vera gioia, e quasi con feste.

Non tardò il congiunto Marceddu a ricevere la paga del suo nero tradimento. Egli venne ucciso da un mugnaio — da certo Giomaria Ibba — ch’ebbi più tardi a compagno, e di cui parlerò a suo luogo.

CAPITOLO XX.

Ancora Antonio Spano.

Appena ucciso il negoziante sassarese Dionisio, il bandito Antonio Spano e i suoi amici si erano dati a spargere la voce che l’uccisore ero stato io.

A Sassari si trovava in quel tempo l’avvocato Todde, cagliaritano, professore all’università. Spinto dalla curiosità di vedermi da vicino, gli fui presentato in campagna, col pretesto d’una partita di caccia; ed egli si mosse a pietà delle mie sventure. Volle conferire con alcuni magistrati, e fu riconosciuta la necessità di chiamarmi con salvacondotto, per interrogarmi sull’uccisione di Dionisio, sperando di attingere nuovi schiarimenti.

Il prof. Todde, d’animo nobile e generoso, aveva preso impegno di farmi abboccare coi giudici, unicamente per mettere in chiaro la mia innocenza, smentendo le dicerie che correvano sul mio conto.

Consultatomi coll’avv. Piras, accettai il salvacondotto.

Il convegno mi fu dato in casa di Don Ignazio Piras, a Florinas, dove si recarono colla _diligenza_ il giudice istruttore Murgia, il procuratore del re Costa ed un segretario. Furono tutti trattati con vero sfarzo in casa Piras; basti il dire, che nel pranzo offerto agli ospiti vennero presentati a tavola venti _piatti caldi_.

Comparso dinanzi a questi signori, il giudice Murgia chiese a Don Ignazio un libro di Evangeli per sottopormi al giuramento.