Part 15
Il maggiore Tiragallo aveva inseguito il suo aggressore, ma non potè raggiungerlo, nè riconoscerlo. L’uomo che gli aveva dato la fucilata (andata a vuoto) era realmente Antonio Spano.
Riprendo la narrazione.
Sedemmo a tavola, io, Cambilargiu, i due Tiragallo padre e figlio, e i due fratelli Migheli colle rispettive mogli e figli; una ventina in tutti, compresi i seni e le serve, e senza contare i quattro uomini posti a vedetta fuori della capanna, com’è usanza fra banditi, quando si riuniscono in un luogo chiuso.
Era la una dopo mezzogiorno.
Con sorpresa avevo notato, che Carlo Tiragallo, prima di sedere a tavola, si era tolto dalle saccoccie due pistole nuovissime; una ne aveva deposto sul letto delle donne, l’altra se l’era messa alla cintola, dopo averne montato il grilletto.
Quest’operazione mi aveva messo in diffidenza; ond’è che io, per precauzione, volli sedermi armato di pugnale e di fucile tra i due Tiragallo — deciso di pugnalarli entrambi se si fossero rivolti contro di noi, o se avessi avvertito la presenza dei carabinieri. Da questo lato, lo confesso, io era il più intransigente dei banditi.
Si chiacchierò allegramente durante il pranzo; e Tiragallo, colle sue barzellette, fece ridere le donne. Terminato di pranzare, Cambilargiu disse a me rivolto:
— Figliuolo mio, tu devi scusarmi se ti lascio solo un momento, per andare all’aperto a conferire col signor Tiragallo.
E i due commensali uscirono per recarsi sul promontorio ingombro di macchie, che sovrastava la seconda capanna, distante da noi una quarantina di passi. Ivi sedettero, per parlare non visti e senza testimoni.
Pochi minuti dopo si alzò da tavola anche Giuseppe Tiragallo, e con lui tutti i commensali, che uscirono all’aperto per ridere e chiacchierare. Era un giorno di festa e si era tutti allegri.
Dentro la capanna non ero rimasto che io, ed una giovinetta quindicenne, a cui avevano affidato una bambina che si teneva sulle ginocchia. Non volli uscir fuori perchè temevo d’esser veduto dalla punta di _Scala di Giocca_, dove non mancano sassaresi a passeggiare, massime nei giorni di festa.
Mentre Cambilargiu e Tiragallo discorrevano sul promontorio boscoso, e le donne e i bambini ridevano e scherzavano sul piazzale, Pietro Migheli — uno dei due proprietari dell’ovile — era rientrato nella capanna per scambiare qualche parola con me.
A un tratto si udirono abbaiare i cani, e il Migheli si fe’ all’uscio.
— Non è nulla — disse rientrando. — Lo schiamazzo dei bambini e il riso delle donne rende inquiete le bestie.
Dopo alcuni minuti i cani tornarono ad abbaiare più forte; Migheli tornò ad affacciarsi alla porta, e rientrò subito pronunciando una sola parola:
— Carabinieri!
— Va fuori! — gli gridai balzando in piedi — e lasciami solo!
La giovinetta quindicenne, che conobbe il pericolo, si diede a piangere; e volgendomi ad essa le gridai imperiosamente:
— Va fuori anche tu, e sta zitta!
Rimasi tutto solo dentro la capanna.
In un lampo, con mente serena, abbracciai la situazione. Guai al bandito che nei momenti del pericolo perde il suo sangue freddo: egli è morto!
Nove carabinieri a cavallo, guidati dal maresciallo, correvano all’impazzata dall’una all’altra capanna dei fratelli Migheli. Erano venuti dal versante di mezzogiorno, senz’essere avvertiti dalla vedetta, che imprudentemente aveva abbandonato il suo posto.
Altri venti carabinieri a piedi (come appresi più tardi) si erano appostati alle falde boscose di _Scala di Ciogga_, di fronte a _Monte Fenosu_.
Come Cambilargiu avvertì dall’altura i soldati che salivano la collina, aveva piantato Carlo Tiragallo, e se l’era svignata cacciandosi di macchia in macchia, inosservato. Affettando indifferenza, Tiragallo era venuto giù, passo passo, fino al piazzale della capanna, dov’io mi trovavo.
Il momento era solenne; ma mi erano bastati pochi secondi per prendere la decisione estrema. Assicurai con una cordicella la mia pistola al polso destro; afferrai la pistola lasciata da Tiragallo sul letto, e me la legai parimenti al polso sinistro. Mi accertai che la lama del mio pugnale uscisse liberamente dal fodero; montai i grilletti del mio fucile a due colpi, e mi cacciai in fondo alla vastissima capanna, nell’angolo più oscuro, pronto all’assalto ed alla difesa. Avevo di fronte la porta (esposta a levante) e vedevo chiaramente quanto accadeva sul piazzale. Sentivo il pianto delle donne, gli strilli dei bambini, e il rumore delle sciabole dei carabinieri, i quali correvano di qua e di là come indemoniati.
Il maresciallo, a cavallo al par degli altri, si piantò dinanzi alla porta, alla distanza di cinque o sei passi. Egli si rivolse a Carlo Tiragallo, che gli era vicino, ma ch’io non vedevo:
— C’è nessuno dentro la capanna?
— Nessuno. La capanna è vuota! — rispose deciso Tiragallo, certamente persuaso che anch’io fossi uscito all’aperto, riuscendo a mettermi in salvo prima dell’arrivo dei carabinieri.
Il maresciallo si rivolse a’ suoi dipendenti:
— Qualcuno di voi smonti da cavallo e s’introduca nella capanna.
Un carabiniere smontò di sella, e cacciò più volte la testa dentro la capanna, senza però varcarne la soglia. Era titubante ed aveva paura.
L’oscurità in cui mi trovavo gli impediva di vedermi.
La situazione diventava più critica. Se i carabinieri si fossero assembrati dinanzi alla porta, la mia uscita sarebbe stata impossibile.
Feci due passi in avanti, risoluto di slanciarmi con impeto all’aperto, dando uno spintone al carabiniere che stava sulla porta. La mia sorte era decisa: o salvarmi per miracolo coll’audacia, o cader fulminato dalle palle di venti carabine.
Il carabiniere che con titubanza cacciava la testa nella capanna, senza decidersi ad entrare, si era alquanto scostato, lasciando libera la porta.
Il maresciallo allora, o che avesse avvertito la mia presenza, o che volesse sgomentare un bandito nascosto, puntò il fucile verso l’interno della capanna e fece fuoco. La palla andò a conficcarsi nello stipite, ed una scaglia colpì al labbro il carabiniere vicino.
Costui, sentendosi ferito, indietreggiò, dicendo che gli avevano fatto fuoco dall’interno della capanna.
Gli altri carabinieri smontarono allora da cavallo, e si fecero alla porta, gridando:
— Compagni, coraggio!
Colla furia di un gatto selvatico mi slanciai fuori all’aperto, col fucile in faccia. Scaricai una delle canne a destra, e l’altra a sinistra, e vidi un carabiniere stramazzare. I compagni, da una parte e dall’altra, fecero un movimento istintivo, come per scansare il colpo — ed io ne approffittai per saltare come un capriolo in mezzo ai miei aggressori. Svoltai a sinistra, in faccia a _Scala di Ciogga_; gettato a terra il fucile scarico, impugnai le due pistole, e giù a capofitto, fra gli armati, a raggiungere il ciglione del monte.
Oltrepassata di una diecina di metri la capanna, dietro un piccolo promontorio coperto di macchie, mi trovai a sinistra dinanzi a quattro carabinieri in agguato. Con un coraggio disperato mossi loro incontro, puntando le due pistole; essi abbassarono la testa per schivare il colpo; ma io, colla rapidità del lampo, mi voltai di scatto, raggiunsi il ciglione della roccia a picco, tesi in alto le braccia stringendo in pugno le pistole, spiccai un leggero salto, e mi lasciai cadere nel vuoto, per un’altezza di oltre venti metri.
La falda della montagna era tutta roccie e bosco, con piante altissime di elci.
[Illustrazione: Il salto dalla roccia di _Monte Fenosu_]
Caddi in piedi, senza urtare per miracolo in alcun ramo; battei leggermente la schiena contro un sasso, ma arrivai a terra illeso. Ero salvo. Non avevo perduto che il berretto ed il fucile. Pensai allora che i carabinieri sovrastanti mi avrebbero fatto fuoco dal ciglione, dandomi la caccia. Strisciai come un serpe fra macchie, roccie e grossi sassi lungo il dorso del monte, fino a che giunsi ad un tratto nudo e roccioso, che io non poteva attraversare senza sfuggire all’occhio vigile de’ miei cacciatori. Camminai carponi, mi aggrappai alle roccie e alle macchie, strisciai tra i lentischi e gli elci, mi lasciai rotolare dove il passo era impossibile, e mi trovai alfine alla base del monte. Lamentai allora la perdita del fucile, perchè sentivo di essere un uomo nullo.
Continuai a camminar carponi, finchè m’internai nel bosco un’altra volta, dove i carabinieri non mi potevano scorgere, nè inseguire.
Sedetti alcuni minuti, perchè avevo bisogno di riposo; indi mi diedi a contemplare l’alto monte, compiacendomi dell’avventura toccatami.
Trenta carabinieri si erano recati lassù per arrestare il terribile Cambilargiu, ed invece era stato io l’eroe della giornata. Circondare un bandito dentro il suo covo, e lasciarselo scappare, non era certo un’impresa degna di encomio per l’arma benemerita!
Ma perchè i carabinieri non mi fecero fuoco addosso? Ne suppongo la ragione: — quelli che circondavano la capanna si erano disposti in modo da impedire la mia fuga; ma non avevano pensato, che venendo io fuori, essi non avrebbero potuto spararmi senza ferirsi a vicenda. I quattro, che trovai in agguato a poca distanza dal ciglione, tacquero di avermi veduto, forse per non esser puniti.
Il carabiniere da me colpito a _Monte Fenosu_ era Ribichesu: precisamente colui che a Florinas si era vantato che mi avrebbe ucciso, se si fosse trovato dinanzi alla porta di Antonio Maria Deia. Fu il destino che me lo cacciò fra i piedi![42]
Camminai a grandi passi per una mezz’ora, finchè giunsi dinanzi all’ovile di Giovanni Mangattia. Mi accorsi che vi erano donne, e per non spaventarle finsi l’indifferente e mi accostai cantarellando.
— Non ci sono uomini, qui?
— Li abbiamo in giro. Che volete, Giovanni?
— Vorrei una cavalla. Ho saltato una roccia e mi son fatto male ad un piede. Le precauzioni non sono mai troppe!
La donna andò a slegare una cavalla, che si diede a tirar calci.
— Che vuol dir ciò? è stata sempre docile, ed ora fa la matta!
La donna non si era accorta, che la cavalla aveva sentito l’odore della polvere. Quando avviene uno scontro, c’è sempre uno spirito infernale che si mette di mezzo; e questo spirito s’era impadronito della cavalla di Mangattia. Non tutti ci credono, ma io l’affermo perchè ne ho avuto l’esperienza. Infatti, quando una cavalla (che vede più d’un uomo) adocchia sulla strada uno spirito, s’impunta; e se noi, smontando, non facciamo il segno della croce, non c’è verso che essa vada innanzi[43].
Saltai sulla cavalla, dicendole:
— Ora che ti ho sotto, sbuffa, starnuta, calcitra, o crepa: l’hai da fare con me!
E rivolto alle donne:
— Fra un’ora ve la rimanderò.
— Tienila quanto vuoi.
Attraversai a mezzo trotto _Badde Olia, Cannedda, Bunnari, Planu de murtas_. Fatta un’ora di strada giunsi ad un’alta punta, nel sito chiamato _Scala Ruja_, in territorio d’Osilo. Di là potevo scorgere chiaramente la sommità di _Monte Fenosu_, dov’era avvenuto l’attacco.
Il sole era vicino al tramonto, ed io vidi il lucicchio di un gran numero di fucili.
Seppi più tardi, che, poco prima della mia fuga dalla capanna, s’era mandato un espresso a Sassari per chiamare un aumento di forza. Fu spedita sul luogo una compagnia di soldati, guidata dallo stesso colonnello. Ma era tardi. I due uccelli avevano preso il volo.
Arrivati dinanzi alla capanna, il colonnello esternò il sospetto di qualche nascondiglio nell’interno, che servisse di rifugio a Cambilargiu; e senz’altro diede ordine di appiccarvi il fuoco, dopo averne fatto togliere le masserizie.
Si era dunque avverata la mia profezia ai fratelli Migheli: — badate che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!
Carlo Tiragallo e suo figlio Giuseppe furono sospesi dall’impiego per ordine del Governo. Il primo, tradotto a Cagliari, fu condannato a diversi mesi di carcere, sotto l’accusa di favoreggiare i banditi. La presenza di Carlo Tiragallo a _Monte Fenosu_, e la sua affermazione che nella capanna non c’era nessuno, lo avevano pregiudicato. Noi credemmo, invece, ch’ei si fosse prestato a farci un po’ la spia. Quantunque punito dal Governo per la menzogna e per l’insuccesso della spedizione, ho sempre creduto che anche il suo arresto fosse una commedia, per metterlo in salvo dalle nostre vendette. Non è neppure improbabile, che lo scorno fatto subire alle armi regie nella giornata del 12 giugno 1853 avesse provocato lo sdegno del Governo. I Tiragallo erano coraggiosi ed audaci, e la loro venuta a _Monte Fenosu_ per vendicare l’insulto fatto al Maggiore Agostino, non era forse estranea al complesso degli avvenimenti.
CAPITOLO XVI.
Questua per un fucile.
Dalla punta di _Scala Ruja_ mi recai all’ovile di mio cognato (in _su Crastu mal’a servire_) nel territorio di Codrongianus e di Cargeghe.
Colà appresi, dal mio congiunto, essersi già divulgata la voce, ch’io fossi rimasto ucciso, od arso vivo, nell’assalto di _Monte Fenosu_.
Arrivati insieme nelle vicinanze di Florinas, dissi a mio cognato:
— Dammi il fucile ed il berretto, e precedimi nel paese. Io resterò qui, fino al tuo ritorno.
Mio cognato trovò molta gente che faceva ressa dinanzi alla porta della nostra casa. La mamma, le sorelle, i miei fratelli piangevano la mia morte. I signori di Florinas si fingevano addolorati per la disgrazia toccatami, e cercavano di consolare i miei congiunti; ma in fondo erano contenti di essersi liberati di me.
Mio cognato entrò in casa tutto allegro, e rivolto ai signori e a’ miei parenti, esclamò:
— Cessate il pianto e consolatevi! Nulla di grave è avvenuto. È appena una mezz’ora che ho lasciato Giovanni, sano e salvo come siamo noi!
La mamma e le mie sorelle, pazze dalla contentezza, ringraziarono Dio; ma non so davvero se i signori florinesi abbiano fatto altrettanto!
Mi fu subito mandato da casa un berretto nuovo; e pregai mio cognato che mi lasciasse per un po’ di tempo il suo fucile.
Una settimana dopo venne a trovarmi Pietro Cambilargiu, per informarsi s’ero stato ferito, e se avessi riportata qualche contusione nella caduta.
Narratogli il mio caso, lo esortai ad unirsi a me per raggranellare dagli amici la somma necessaria per l’acquisto di un nuovo fucile.
Si andò insieme a trovare Salvatore Pinna, il capitano dei barracelli di Florinas; il quale, a nome di tutta la compagnia barracellare, mi sborsò dieci scudi, prelevati dalla cassa sociale. Si mandò in seguito un’ambasciata anche a Gianuario Masia e a certo Marongiu, capitano e tenente dei barracelli d’Ossi.
Essi risposero, di lasciarci vedere nell’ovile dello stesso Masia, nella Nurra, dove si sarebbe stabilita la somma da consegnarsi.
Pietro Cambilargiu, sempre diffidente ed ombroso, mi disse con certo risentimento:
— Mi avvedo oramai che gli abitanti d’Ossi sono tutti d’accordo per farmi arrestare, collo scopo di procurare la impunità al loro compaesano Antonio Spano. È un complotto fatto!
— Hai torto a parlare così! Essi pensano solamente a soccorrermi, non a tendere un’insidia al mio compagno.
Pochi giorni dopo Cambilargiu volle farmi una confidenza:
— Senti, figlio mio. Ti avverto che, a tua insaputa, ho fatto scrivere a mio nome una lettera a Monsignor Varesini. Gli ho chiesto cento lire, dicendogli che ti abbisognavano per comprare un fucile, avendo perduto il tuo nello scontro di _Monte Fenosu_. L’arcivescovo di Sassari mi fece avere la somma... ed io me ne sono servito. Aggiusteremo i conti un’altra volta[44].
A Cambilargiu erano abituali queste truffe, che io detestava. Un giorno gli consegnai una somma, pregandolo di acquistare ad Osilo l’orbace necessario, per farmi fare una giacca dalla moglie, molto abile in simili lavori. Non vidi più denaro, nè giacca!
Una sera, finalmente, il capitano dei barracelli d’Osilo mi avvertì, che un mercante di panno, certo Vigliano Altea, aveva un buon fucile da vendere. L’arma mi piacque, e il capitano l’acquistò per cento lire, che prelevò dalla cassa sociale del barracellato.
Quel giorno Cambilargiu mi disse:
— Ed ora siamo in pace; tu possiedi il fucile, ed io mi tengo le cento lire dell’Arcivescovo di Sassari!
Non fiatai; ma il mio compagno non era contento. Parecchie settimane dopo mi fece una nuova proposta:
— Senti, figlio mio. Giacchè il capitano dei barracelli d’Ossi non si è ancora degnato di sborsarti la somma promessa per l’acquisto del fucile, andiamo a rubargli un cavallo; e poi gli diremo che se vuol riscattarlo ci dia qualche soldo.
Secondai questa volta l’amico per un doppio scopo. Ci recammo insieme ad un’aia, dove sapevamo essere un buon cavallo, appartenente ad uno zio di Antonio Spano, l’antico nostro compagno, col quale eravamo in rottura, ed a cui volevamo fare un dispetto.
Il cavallo era stato ritirato dal padrone pochi giorni prima; ed allora portammo via un’altra buona cavalla, del valore d’una trentina di scudi. Allo stesso tempo mandammo a dire al capitano dei barracelli d’Ossi, che la bestia era in nostro potere, e che lui poteva da noi ritirarla mediante lo sborso di soli sei scudi.
Il capitano Masia ci mandò subito 35 lire, che Cambilargiu intascò avidamente.
— No — diss’io — bisogna essere di parola. Ho detto sei scudi, e non devono essere sette!
Ed imposi al mio compagno di rimandare al capitano uno scudo e la cavalla.
Anche estorcendo l’altrui danaro, bisognava essere onesti e galantuomini!
CAPITOLO XVII.
Ricettatori.
I fratelli Migheli, dopo lo scontro avvenuto nei loro ovili di _Monte fenosu_, temendo giustamente d’essere presi di mira per aver dato ricetto a due famosi banditi, si erano dati alla macchia. Non tardarono a cadere nelle mani della giustizia, e furono chiusi in carcere.
Diversi signori di Sassari, amici loro, volendo mettere in libertà i due innocenti, si rivolsero a me ed a Cambilargiu, per impaurire alcune autorità colle minaccie.
Da qualche tempo, infatti, i giudici usavano un rigore eccessivo contro i nostri ricettatori; e bastava che io o Cambilargiu fossimo accolti in un ovile, perchè i poveri pastori venissero perseguitati e messi in carcere. Ai ricorsi anonimi seguiva immantinenti il processo, e la condanna.
Simile misura ingiusta ci amareggiava l’anima. Che colpa, infatti, ai poveri pastori od ai contadini, se ci davano ricetto e vitto quando ci presentavamo alle loro capanne? E come avrebbero osato negarci un soccorso, quando la nostra vendetta poteva farli pentire del rifiuto datoci?
L’ospitalità sarda è generosa, illimitata, cieca; nè vi ha capanna, nè ovile, nè casolare di campagna che abbiano mai negato rifugio e pasto ad uno straniero, che si presenta per chiederli! Non è solamente la paura di un bandito che provoca la generosità di un pastore o di un signore: nessuno nega un soccorso a chi lo chiede; ed è meglio cento volte essere tacciato di ricettatore, che macchiarsi d’infamia vendendo il proprio ospite.
L’ospitalità non si concede ai soli banditi. Cento volte io venni rifugiato, sfamato, soccorso, senza sapere ch’io mi fossi. Il pastore, infatti, si guarda bene dal chiedere il nome dell’ospite che capita nel suo ovile, poichè ben sa che nessuno ha il dovere di declinarlo.
La giustizia ha dunque torto di perseguitare e punire i ricettatori di un bandito. Quanti furti, quante grassazioni, quanti omicidi risparmiati per quell’asilo concesso, per quel tozzo di pane dato, per quel riposo consentito! Le compagnie barracellari dovevano all’amicizia dei banditi la sicurezza delle campagne; poichè senza di essi non avrebbero potuto conseguire benefizio alcuno. Il vero bandito sardo fu il terrore dei ladri di campagna; una sua minaccia li atterriva. Io ben so, che la giustizia fa il suo dovere — ma so ancora che molti giudici, diventati liberi cittadini, non si rifiutarono mai a dar ricetto ai latitanti. È rarissimo il caso di un tradimento. Quanti nomi di persone ragguardevoli potrei io qui registrare, le quali mi hanno dato asilo e soccorso, mantenendo il più scrupoloso silenzio sulla loro generosa protezione in nome dell’ospitalità, ed anche colla coscienza di aver contribuito a fare un bene e non un male alla società! — Avrei voluto vederli i signori giudici al posto dei nostri ricettatori, che vivevano solitari in aperta campagna!
La persecuzione crudele verso i ricettatori, lo ripeto, ha sempre indisposto i banditi; ond’è che io e Cambilargiu non potevamo rimanere insensibili alla dura sorte toccata ai fratelli Migheli; i quali in ogni tempo ci avevano dato ospitalità, più per bontà del loro animo, che per il vincolo di parentela che li legava a Cambilargiu.
Fra i più severi e inesorabili nemici dei ricettatori era il giudice Satta, ploaghese, stabilito da molti anni a Sassari. Costui era un vero cerbero; faceva arrestare a diritta ed a manca quanti concedevano un giaciglio o un tozzo di pane ad un bandito.
Dissi un giorno a Cambilargiu:
— Senti: bisogna che da una buona volta ci decidiamo a fare qualche cosa per giovare alla causa dei nostri amici e tuoi cugini fratelli Migheli. Ho studiato il modo di rendere mansueto e tollerante il giudice Satta.
— Che hai pensato?
— Ho una bella idea: mettere il giudice Satta nella critica condizione dei ricettatori. Vieni con me, e secondami.
Il giudice Satta possedeva a Sassari, nella regione _Eba ciara_, una piccola campagna, dove soleva passare una buona parte del maggio e dell’ottobre, insieme alla famiglia. Sapendo che il giudice trovavasi colà da qualche settimana, io mossi a quella volta in compagnia di Cambilargiu.
Era mezzogiorno, quando arrivammo sotto al colle dei Cappuccini.
Aprimmo il cancello, attraversammo il viale, e ci spingemmo fino alla modesta casetta. Dall’acciottolìo dei piatti e dal rumore delle posate ci accorgemmo ch’era l’ora del pranzo.
Fattosi alla porta il vignataro, gli dissi risoluto:
— Di’ al tuo padrone, che abbiamo urgente bisogno di conferire con lui!
Fummo fatti entrare addirittura nella sala da pranzo. Erano a tavola una diecina di persone, compresi i bambini.
— Il signor giudice Satta? — chiesi rispettosamente, ponendo la mano al berretto.
Il giudice levò gli occhi su di noi, e ci fissò sbigottito, pallido per la paura. Certamente, vedendoci armati di fucili, di pistola e di pugnale, capì subito che aveva da fare con banditi.
— Sono io! — balbettò con voce fioca e tremante — E voi... chi siete?!
— Io sono Giovanni Tolu! — risposi umilmente.
— Ed io Pietro Cambilargiu! — soggiunse il mio compagno, con bontà rispettosa.
Il giudice sbarrò tanto d’occhi. Alcuni giovanotti, udendo i nostri nomi, si erano alzati vivamente da tavola ed avevano scavalcato la bassa finestra della sala terrena.
Io mi affrettai a soggiungere:
— Non abbiano paura; non veniamo qui per far male a nessuno. Siamo banditi, e abbiamo il diritto di vivere come tutti gli altri uomini. Chiediamo ben poca cosa. Abbia la bontà, con suo comodo, di mandarci una trentina di lire per mezzo del suo vignataro. Gli indicheremo il sito, dove troverà la persona a cui consegnarle.
— Non mancherò di farlo! — rispose il giudice Satta, respirando più liberamente. — Sono spiacente di non aver la somma presso di me...
— Non si disturbi. La manderà domani, con suo comodo.
Il giudice Satta e la famiglia ci fecero allora buon viso, e ci offrirono da mangiare e da bere; ma Cambilargiu si affrettò a dire, col suo solito fare brusco ed insolente:
— No: non vogliamo bere nè mangiare, poichè potreste darci il veleno!
Ciò detto, augurammo il _buon appettito_ ed uscimmo dalla sala.
Oltrepassato il cancello dissi al mio compagno:
— Hai capito? D’ora innanzi il giudice Satta sarà più clemente coi ricettatori di banditi. Anche lui ci ha dato ricetto, ci ha offerto da bere, e ci manderà denaro! Puoi star certo che farà silenzio sulla nostra visita!
— Bravo! — mi disse Cambilargiu — hai dato prove di abilità e di furberia!
* * *
Sollecitati di nuovo ad adoperarci per la liberazione dei fratelli Migheli, io dissi a Cambilargiu:
— Che pensiamo di fare per i tuoi cugini? Non bisogna dimenticare che i due figli di Salvatore Spano, di Ploaghe, sono impiegati nella magistratura di Sassari!