Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 46

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[14] Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo, _Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860_, scritta da RAFFAELE MOTTO, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.

[15] Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.

[16] _Vita di Nino Bixio_, pag. 173 e segg.

[17] Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nel _Proemio_ già citato di AURELIO SAFFI, pag. 39 e 46.

[18] La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoi _Ricordi_ egli racconta l’episodio:

«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»

[19] Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nella _Storia documentata della Diplomazia europea_, di N. BIANCHI, pag. 289.

[20] Il dottore AGOSTINO BERTANI nel suo opuscolo: _Ire politiche d’oltre tomba_ (pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»

Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:

«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citata _Storia documentata della Diplomazia europea_, vol. VIII, pag. 290.

[21] Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.

Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabine _Enfields_, che servirono per le successive spedizioni.

[22] Tutto ciò attesta il suo _Epistolario_; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

[23] Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che il PERSANO stesso, nel suo noto _Diario politico militare_, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:

«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari, MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.

»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmi CAGLIARI, quando realmente si volesse l’arresto; e MALTA nel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operato _della divisione che comando sebbene ordinatomi_, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.

»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa: _Il_ MINISTERO HA DECISO _per_ CAGLIARI. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli: _Ho capito_; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — Vedi _Diario_ citato, pag. 14, 15 e 16.

Ma come ognun vede, qui dell’ordine _di navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola_; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!

[24] Ripeto qui una Nota della mia _Vita di Nino Bixio_:

«Trascrivo testualmente questo telegramma dal _Diario_ di Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così: _L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie_. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

[25] Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto da GARIBALDI nei _Mille_, quanto dal BERTANI nelle sue _Ire d’oltre tomba_, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori del _Milione di fucili_, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:

«Pregiatissimo sig. Direttore del Giornale _La Perseveranza_.

»Milano, 12 gennaio....

»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente della _Società nazionale_, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione del _Milione di fucili_, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.

»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima

»ENRICO BESANA.»

(BERTANI, op. cit., pag. 126.)

[26] Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive il BERTANI nelle sue _Ire politiche d’oltre tomba_, pag. 53 e 54:

«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa del _Milione di fucili_. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.

»I denari _per poter salpare_ li recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.

»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa del _Milione di fucili_, e rappresentate da un _buono_ sulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.

»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.

»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»

[27] Parole dello stesso GARIBALDI nel suo libro _I Mille_, pag. 7.

[28] CATULLO, nell’_Epitalamio di Teti e Peleo_, versi 22-23.

[29]

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre: _Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!_

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito

»G. GARIBALDI.»

[30]

«Soldati Italiani,

»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.

»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.

»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!

»G. GARIBALDI.»

[31] Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelle _Lettere ad Antonio Panizzi_, e che reputiamo il testo originale e genuino.

Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso: _ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano,_ ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.

[32] Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. Vedi _Relazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille_. Sampierdarena, 2 novembre 1874. — _Firmati_: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.

[33] _Vita di Nino Bixio_, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.

[34] Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’ _Mille_, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiore PECORINI-MANZONI nella _Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860_ (Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.

La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.

[35] «La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: _Italia e Vittorio Emanuele_; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

_Comandanti delle Compagnie_:

Nino Bixio, comandante la prima compagnia Orsini » seconda » Stocco » terza » La Masa » quarta » Anfossi » quinta » Carini » sesta » Cairoli » settima » Mosto, comandante i Carabinieri genovesi. Sirtori, capo di Stato Maggiore. Türr, primo aiutante di campo del Generale. Acerbi, Intendenza. Ripari, capo del Corpo sanitario.

»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

(ODDO, op. cit., pag. 187.)

[36] Il _sono dati_ l’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza un _verbo_!

[37] Vedila a pag. 5 dell’opuscolo: _Una pagina di storia del 1860_, di GIACOMO MEDICI. Palermo, 1869.

[38] Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse al _Gran Bazar_ aperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradetto _Gran Bazar_, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.

[39] Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:

«Genova, 7 maggio 1860.

»Caro Panizzi,

»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.

»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.

»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione, _o meglio con potente diversione altrove_; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.

»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.

»Addio; lascio la penna a Bertani.

»_Tuo affezionatissimo_ »MEDICI.»

(Vedi _Lettere ad Antonio Panizzi_, pubblicate da LUIGI FAGAN. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

[40] La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

[41] Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella sua _Storia_ le menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era un _miles gloriosus_ che faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.

Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.» _Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii,_ SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO, _sono borra rettorica del periodo e nulla più._

Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (_Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi._) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.» _La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno_. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.

Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.

[42] Così giudicarono i principali storici, come il LECOMTE, _L’Italie en 1860_, pag. 37, e il RUSTOW, _Storia della Campagna del 1860_; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:

«Caprera, 25 maggio 1869.

»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.

»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.

»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.

»G. GARIBALDI.»

[43] Vedi mia _Vita di Nino Bixio_, pag. 165-166.

[44] La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome: _Marsa-’Alì_ (Porto d’Alì).

[45] Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, col _revolver_ alla mano, di inviare gli schifi a bordo del _Piemonte_ loro malgrado.»

Questo è il brano d’un opuscolo: _Memorie relative al marino Castiglia_, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro: _Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa_ (opera del LA MASA stesso). Torino, 1861, pag. 20.