Part 29
La battaglia cominciò avversa ai Garibaldini; le loro perdite furono gravissime; il numero de’ prigionieri fu dura e non immeritata lezione.[339] Nessuno pensa a contrastare nè il valore degli Imperiali, nè, sia pur detto, l’inferiorità del loro numero (largamente compensata però dalla superiorità delle armi); ma infine ogni battaglia è un succedersi alternato di rovesci e di trionfi, dei quali il trionfo o il rovescio finale rimane l’arbitro supremo. E il successo finale fu (come negarlo?) avverso agli Austriaci. Essi volevano scacciar Garibaldi dalle soglie della Valle di Conzei e di Ledro, e non vi riuscirono: essi volevano romperne le due ale, sfondarne il centro, ributtarlo al di là di Storo, e non vi riuscirono: ad essi il vanto d’aver preso alle nove Bezzecca; a Garibaldi la gloria d’averla ripresa a mezzogiorno per non perderla più.[340]
Fu quella l’ultima prova dei Garibaldini in Tirolo. Al 23 mattina il generale Kuhn, avvertito del rapido avanzar di Medici, volgeva contro il nuovo suo avversario il grosso delle sue forze non lasciando in faccia a Garibaldi che i presidii dei forti e pochi distaccamenti di sostegno, e nel giorno stesso il condottiero dei Volontari tuttora ignaro di questo movimento spingeva innanzi tutta la sua linea, occupando sopra Val di Conzei, Campi, serrando più dappresso Riva, trasportando nelle Giudicarie il Quartier generale a Cologna, e cominciando l’investimento di Lardaro. Se non che, il 25 mattina, quando tutto era pronto nel campo garibaldino per il bombardamento di quel forte e per un altro passo in avanti verso la Sarca, giungeva l’annunzio del primo armistizio di otto giorni, prodromo manifesto di tregua più lunga e forse della pace.
Quel che sarebbe avvenuto se la guerra avesse continuato a nessuno è dato profetare. Probabilmente il Medici, che era ad una marcia da Trento, vi sarebbe entrato prima e senza Garibaldi; se no, e nell’ipotesi che il Kuhn avesse potuto protrarre la resistenza, Garibaldi in pochi giorni avrebbe dato la mano al suo Luogotenente; e nell’uno e nell’altro caso stretto in un anello di ferro il loro nemico, e compiuta in pochi giorni la conquista del Trentino.
Certo da quel fatale 25 luglio cominciava per Garibaldi il periodo più brillante e fruttuoso. Padrone oramai delle due valli principali che dal Garda rimontano a Trento e delle convalli finitime; libero di spiegare di fronte, sopra uno scacchiere tutto suo le proprie forze e di marciare in battaglia contro un nemico inferiore di numero e che veniva a perdere la sola superiorità fino allora goduta del terreno propizio, Garibaldi avrebbe certamente dovuto dare o sostenere contro il suo intraprendente nemico un’altra e più grossa battaglia; ma sarebbe stata finale e decisiva, e a quali braccia si sarebbe concessa la vittoria non è difficile il prevedere. Tutto fino allora gli era stato contrario: l’imperizia degli ufficiali, l’inesperienza delle milizie, l’inefficacia delle armi, persino la soverchianza del numero, nel quale aveva trovato assai più un inciampo che un aiuto. E nulla ridiciamo di quella ferita che gli rubò metà della sua forza e costrinse lui, il più attivo forse e onnipresente dei Capitani moderni, a far la guerra sopra una carta topografica, o dal fondo d’una carrozza accomodata a lettiera.
Pure se non stupì novellamente il mondo con strepitose vittorie, non allegrò nemmeno i suoi nemici con alcuna sconfitta. Lentamente, ma assiduamente fece ogni giorno un passo innanzi e dal terreno conquistato nemmeno l’arte del suo valente avversario valse a sradicarlo. Non corse come Joubert nel 1797; ma non ebbe neanche, come Joubert, le spalle sicure da ogni minaccia, la larga valle dell’Adige per linea d’operazione, i vincitori di Millesimo, di Castiglione e di Rivoli per soldati, la floscia inettitudine dei Kerpen e dei Laudon per avversaria, le vittorie di Bonaparte e di Massena per esempio ed incitamento. Non corse, perchè, come disse egli stesso, «su per le montagne non si corre;» ma in quindici giorni s’era posto già in grado di prendere con maggior energia l’offensiva su tutta la linea, e in meno di venticinque sarebbe stato probabilmente padrone di Trento.
«Noi conveniamo (dice uno storico militare)[341] che la campagna garibaldina del 1866 rassomiglia poco a quella del 1860, non solamente rispetto ai frutti raccolti, ma eziandio rispetto alle operazioni in sè stesse. Tuttavia essa ebbe un merito che forse nessuna delle operazioni più brillanti di Garibaldi potè vantare: fu più ordinata e, nonostante la massa considerabile delle forze, più metodica di qualsivoglia sua impresa. Sembra invece che alla maggior parte de’ suoi subalterni sia mancata la conoscenza del mestiere e soprattutto la pratica di quelle tre colonne con avanguardia e riserva, così ben conosciuta dai Prussiani, necessaria in montagna anche più che in pianura, e che convenientemente usata avrebbe risparmiato alle sue masse, il più delle volte rinserrate entro strette angustissime, il fuoco micidiale dei fiancheggiatori nemici, lasciati troppo liberi nei loro movimenti d’aggiramento sulle alture circostanti.
»Quando pertanto si tenga conto di questa circostanza, lieve all’aspetto, ma importantissima a spiegare le gravi perdite toccate; quando si tenga conto altresì dell’inferiorità relativa dei Corpi volontari rispetto al materiale; dello scarso appoggio loro prestato, contro ogni aspettazione, dalle popolazioni trentine; del formidabile avversario da essi trovato nel corpo del generale Kuhn; nel difetto d’una flottiglia dominante sul Lago di Garda; infine del subitaneo troncarsi della campagna, si deve riconoscere che le operazioni di Garibaldi, sebbene all’apparenza non abbiano conquistato che poche leghe di territorio nemico, son ben lontane dall’offrire alcun appiglio di biasimo o di sprezzo. Esse diedero dei risultati sostanzialmente utili e non certamente ingloriosi: esse fecero testimonianza in ogni caso della stessa virile tenacità, del medesimo eroico slancio di cui avevano dato tante volte prova i Volontari, dietro l’esempio dell’illustre loro Capitano.»
E con questo giudizio del dotto ufficiale chiudiamo il nostro. Il 3 agosto la sospensione d’armi era prolungata d’un’altra settimana, e il 10 dello stesso mese il generale Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente telegramma: «Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell’armistizio per il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, d’ordine del Re. Ella disporrà quindi in modo che per le ore quattro antimeridiane di posdimani 11 agosto le truppe da lei dipendenti abbiano lasciato le frontiere del Tirolo. Il generale Medici ha dalla sua parte cominciato i movimenti.»
Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell’Eroe, lo storico può indovinarlo, ma affermarlo con certezza non può. Forse le vergogne immeritate di Custoza e di Lissa; la Venezia accettata come una elemosina dalle mani straniere; il Trentino perduto; Trieste abbandonata; il confine orientale d’Italia aperto da tutte le parti; tanto eroico fiore di giovani vite inutilmente sacrificato, tutto ciò passò come nembo di foschi fantasmi sull’animo di Garibaldi e vi suscitò in tumulto i pensieri da anni soffocati dell’antica rivolta; ma al tempo stesso un pensiero più alto, uno spettro più terribile si levò contro lo stuolo delle maligne tentazioni e le fugò in un istante. Garibaldi non tradì nemmeno ai più intimi la sua interna tempesta; tranquillo prese la penna e rispose egli stesso al La Marmora questa sola parola: «Obbedisco.» E con quell’ultima vittoria sopra sè stesso chiuse la campagna.
CAPITOLO DECIMOSECONDO.
DA MENTANA A DIJON. [1867-1870.]
I.
Pagato il debito a Venezia, Garibaldi si preparò a sciogliere il voto a Roma. E Roma, lo sappiamo, era la idea fissa, la stella polare, il termine ultimo della sua missione patriottica. La palla d’Aspromonte aveva potuto arrestarlo in cammino, ma non isviarlo dalla meta. Un giuramento sacro lo legava alla redenzione dell’eterna città, e conveniva che il giuramento s’adempisse: _O Roma o morte_! Di tutto quell’aggrovigliato intreccio di problemi politici, religiosi, morali onde componevasi allora, e sempre, forse, si comporrà il gran nodo della questione romana, egli non vedeva chiaro che due cose: un mostruoso potere che opprimeva e corrompeva a un punto coll’aiuto dell’armi straniere la metropoli d’Italia, la regina del mondo: il diritto e il dovere degli Italiani di levarsi concordi e di cessare d’un sol colpo la doppia tirannide. Egli accomunava in un odio solo il protetto e il protettore; sicchè a lui stesso sarebbe stato difficile il discernere quali dei due abborrisse di più. Che gl’importava se il guardiano del Papato era uno degli arbitri d’Europa, il capo di una potente nazione, sorella di sangue e di civiltà all’italiana, il solo fra tanti principi forastieri che avesse porta una mano soccorrevole alla patria sua, e aiutatala a rialzarsi da un sepolcro di secoli? E non era egli altresì l’Uomo del 2 Dicembre, il «tiranno» della Francia? Non aveva egli riscosso il prezzo di Magenta e Solferino con Nizza e Savoia? Non cancellava egli ogni giorno la memoria de’ suoi beneficii puntellando, solo in Europa, quel tarlato poter temporale che abbandonato da lui crollerebbe in un punto?
Nè gli si opponga come spauracchio la potenza della Francia. L’Eroe era forse il primo di quella lunga schiera d’allucinati che, traendo da una distinzione ragionevole una conseguenza erratissima, reputavano il popolo francese più liberale e più amico dell’Italia di quello che lo fosse, a danno della Francia stessa e della sua propria corona, Napoleone III.
Ingannato pertanto da questa illusione, Garibaldi rifiutavasi a credere che la Francia avrebbe seguito a lungo il suo oppressore in una guerra liberticida; anzi, trascorrendo colla facile fantasia, vedeva già affratellarsi nell’impresa comune i figli delle due nazioni, e per provvidenziale disegno, dalla liberazione di Roma uscire la vendetta del 2 Dicembre e la redenzione della Francia stessa.
Inutile poi parlargli della Convenzione di Settembre. Un Trattato pieno di tante ambiguità, capace di interpretazioni così diverse, e che dalle stesse parti contraenti poteva essere inteso in due sensi totalmente opposti, non era certamente fatto per rassicurare la sua anima semplice e schietta sulle sorti di Roma e persuadergli quella serena e fiduciosa aspettazione dell’avvenire che i negoziatori del Trattato s’erano impromessa.
Fosse anche erronea l’interpretazione del Governo francese che la Convenzione significasse rinuncia perpetua a Roma, questo era pur sempre evidente e indiscutibile che l’Italia concedeva al Papato una tregua indefinita, subentrando essa in luogo della Francia nell’obbligo di tutelarlo, ed impegnandosi persino a custodirgli il mal definito confine, intanto che una _Grande Compagnia_ di mercenari cosmopoliti gli avrebbe montato la guardia nella capitale.
Ora se v’era Italiano che non potesse acquetarsi a simili patti, quegli era certamente Garibaldi. La Convenzione era stata subita con ripugnanza da parecchi degli stessi uomini di parte moderata, che l’avevano stipulata; a maggior ragione doveva esserlo da lui. Ciò che in essa v’era di equivoco offendeva la sua coscienza; ciò che v’era di chiaro offendeva il suo patriottismo. Molto meno però avrebbe potuto acquietarvisi quando vide la Francia stessa non osservare nemmeno i patti stipulati e farsi beffe dell’Italia.
E alludiamo a quella _Legione d’Antibo_, reclutata sfacciatamente tra le file dello stesso esercito francese; comandata da ufficiali francesi; passata in rassegna, arringata da generali francesi: miserabile commedia, intervento male mascherato, violazione grossolana e sleale della lettera e dello spirito della Convenzione, che sdegnò in Italia i più devoti del Governo napoleonico, fece scoppiare in alte grida di protesta tutta la parte rivoluzionaria e diede il trabocco alla misura di collera da cui l’anima dell’Eroe era ricolma.
Che se a tutto ciò si aggiunga l’agitarsi della parte più avanzata dell’emigrazione romana, il sorgere in Roma specialmente per opera sua d’un _Centro d’insurrezione_, rappresentante la frazione più rivoluzionaria della città, frazione infinitesimale, come chiarirà l’evento, ma che si riprometteva combattere la propaganda addormentatrice del _Comitato Nazionale_, organo del partito moderato, e di apparecchiare il popolo romano alla riscossa, si vedranno, in compendio ma esattamente, riassunte tutte le ragioni che spinsero Garibaldi alla sua seconda crociata per Roma e prepararono Mentana.
II.
L’11 febbraio il Ministero Ricasoli, disapprovato egli pure nella perpetua lite del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera e bandito nuove elezioni generali. Dal canto suo la Sinistra parlamentare si apparecchiò a sostenere la lotta dichiarando in un manifesto agli elettori il proprio programma, e invitando al tempo stesso Garibaldi a venir sul continente a prestargli l’appoggio del suo nome e del suo prestigio. Il Generale non si sentiva molto disposto a quella parte; ma un mezzo impegno già contratto coi Veneti di andarli presto a visitare, il desiderio di far cosa gradita a’ suoi amici, la speranza di trovar in quel viaggio una propizia occasione per cominciare la sua propaganda per Roma; lo indussero ad accettare l’invito e il 22 sera arrivò inaspettato, fuorchè da pochi, in Firenze.[342]
Giunto colà però non volle indugiarsi. All’indomani aveva già fatto adesione al programma della Sinistra,[343] e il 23 s’era già messo in viaggio per la Venezia. Superfluo il dire le ovazioni. Era quella la prima volta che i Veneti lo vedevano e da ciò solo s’argomenti il loro entusiasmo. Come però dei due fini pei quali egli s’era mosso, la campagna elettorale e l’apostolato per Roma, quella non era per lui che l’accessorio e questo soltanto il principale; così i suoi amici che s’erano lusingati di trovare in lui un destro e potente procolo delle loro candidature, dovettero ben presto persuadersi quanto fosse stato grande errore affibbiargli quell’ufficio così disadatto alle sue spalle e cominciarono piuttosto a tremare del suo patrocinio che a rallegrarsene.
Dovunque arrivava, dal terrazzo della casa o dell’albergo che l’ospitava, era costretto dagli stessi inviti della folla a pronunciare un discorso; ma ogni discorso, dopo un esordio il più delle volte freddo e stentato sul tema obbligato delle elezioni, si conchiudeva sempre in una perorazione, ancora più obbligata: Roma. Anche gli argomenti che adoperava per raccomandare questo o quel candidato ricascavano tutti nel ritornello: «Eleggete degli uomini che vi conducano presto a Roma.» A Bologna diceva: «Mandate al Parlamento degli uomini che ci facciano andare a Roma come a casa nostra, e che abbiano più a cuore gli interessi del popolo che quelli dei preti.» A Ferrara, proponendo a deputato il dottor Riboli, soggiungeva: «Bisogna prepararsi a difendersi dai preti, a combattere il clericalismo, perchè è tempo che cessi la di lui preponderanza in Italia.» A Venezia ancora più chiaramente, dal balcone di casa Zecchini dove era ospite, esclamava:
«Abbiamo ancora un bocconcino che non manca di avere la sua importanza: Roma. Dunque Roma, che quei signori mitrati non vogliono cedere all’Italia, e che pure è nostra capitale!... colle buone o colle cattive faremo in modo che ce la diano.
»Quei signori preti, che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata, trascinata nel fango, e del primo popolo ne han fatto una cloaca, sarebbe tempo che finissero d’insudiciarci, che ci lasciassero la nostra capitale.... Io sono persuaso che l’Italia ha abbastanza valorosi per prendersela colle armi. Ma non credo che sia il caso. Roma è nostra, è nostra legalmente. In conseguenza andremo a Roma come andiamo nella nostra stanza, in casa nostra.
»Spero che non vi sarà bisogno di prendere le armi! troppo facile sarebbe andarvi colle armi — noi siamo assuefatti a imprese ben più ardite!...
»Dunque oggi gli Italiani devono ottenere Roma coi mezzi legali; chiederla al Governo italiano, e per conseguenza mandare rappresentanti al Parlamento che non patteggino coi preti, nè coi complici dei preti, nè coi protettori dei preti.» E una voce dalla folla rispondeva: _El parla come un Dio!_[344]
Partito da Venezia andava a ripetere press’a poco le medesime cose a Chioggia, Treviso, Udine, Palmanuova, Belluno, Feltre, Vicenza, Verona, dappertutto; e dappertutto conchiudendo con una sentenza strana davvero sulla sua bocca: che Roma bisogna prima chiederla coi mezzi pacifici e legali; soltanto esauriti questi, coll’armi. Ora che cosa voleva egli dire con quelle insolite parole? Ubbidiva egli ad una raccomandazione fattagli a Firenze da’ suoi amici, ma nell’esprimere il concetto suggeritogli, confondeva i «mezzi morali» coi quali il Parlamento aveva dichiarato di voler andare a Roma, coi «mezzi legali» coi quali si poteva chiedere al Parlamento stesso che affrettasse la soluzione del grande problema? In verità crediamo che non avrebbe saputo spiegarlo egli stesso, tanto era evidente che quella frase era un artificio oratorio insufflatogli da qualche nascosta Egeria, il quale non rispondeva ad alcuno degli abituali concetti della sua mente, nè molto meno agli eroici impulsi del suo cuore.
Ma in quel suo viaggio anche più delle sue parole parvero strani gli atti. O fosse stato colto da uno di quegli accessi di misticismo, dei quali nessun uomo di ardente fantasia va immune, o a forza di scavare il problema che aveva sotto mano fosse arrivato alla conclusione che a rendere compiuta la emancipazione dal Vaticano era necessario principiare da una rivoluzione religiosa; o gli fosse anche balenata l’idea (con uomini siffatti tutte le ipotesi sono permesse) d’esser egli il Maometto, la voce e la spada di siffatta rivoluzione, fatto è che egli non poteva ormai pronunciare una concione politica senza mescolarvi insieme la buona novella di una certa sua religione naturale, un quissimile di quella di Giangiacomo, senza preti, senza culto e senza altari, e che, secondo lui, doveva redimere l’umanità intera, a patto però, s’intende, di cominciare dalla redenzione di Roma.
E l’effetto di quella sua predicazione fu tale che un giorno in Verona un sarto, certo Amadio Somma, convertito, a quanto pare, al suo evangelio, avendogli portato innanzi un suo bambino di nove mesi non battezzato per anco, perchè gli desse il battesimo della sua nuova religione civile, egli, Garibaldi, alla presenza di due testimoni,[345] imposta sul catecumeno la mano, colla formola: «Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero; ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo: sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome,» — lo battezzò.
La quale scena sarebbe bastata a seppellire sotto una valanga di ridicolo qualsiasi uomo più famoso, ma non Garibaldi. I suoi amici ne sorrisero; i suoi avversari ne borbottarono un po’; ma egli restò, come prima, intatto sul suo piedistallo, l’idolo delle moltitudini.
Lasciato il Veneto, passò in Lombardia e in Piemonte, dovunque ricevendo le stesse accoglienze, e dovunque ripetendo le stesse raccomandazioni, le stesse prediche e le stesse cerimonie. A Mantova diceva: «Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli e Grazioli, veri sacerdoti di Dio.» A Torino, festeggiato dall’intera cittadinanza, ossequiato oltre che dai capi delle corporazioni operaie e democratiche, dai principali dell’antico partito moderato, quali i Rorà, i Ferraris, i San Martino, dopo la Convenzione di settembre divenuti ardentissimi per Roma; confortava, dal balcone del palazzo Pallavicino, quel popolo «fortissimo, che aveva dato la prima spinta, a dare l’ultima e portarci verso la nostra capitale, Roma;» ad Alessandria battezzava colla stessa formola, «in nome di Dio e di Gesù liberale,» altri figli di popolani, imponendo loro i nomi di Bottino, Lombardi e Cappellini, martiri i primi due del Tirolo, l’ultimo di Lissa!
E finito anche quel giro si riduceva nella fine di marzo a San Fiorano, nella villa dello stesso Pallavicino, dove colle lettere e coi discorsi privati continuava la propaganda che in pubblico aveva cominciata.
Intanto la nuova Camera era stata convocata, e poichè essa non appariva affatto diversa da quella che il barone Ricasoli aveva disciolta, e persino in quella maggioranza, che egli aveva sperato ritemprare al battesimo delle urne, rispuntavano gli stessi screzi, gli stessi attriti, gli stessi germi di sorda opposizione, che l’avevano indotto a congedarla, così rinnovando il poco lodevole esempio del 1861, senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnò il potere. E come nel 1861 un uomo era già designato a raccoglierlo, e lo raccolse difatti: Urbano Rattazzi.
Se non che il ritorno al governo del deputato d’Alessandria aveva, segnatamente rispetto alla questione romana, un significato che a nessuno poteva sfuggire. Anzitutto il Rattazzi era pur sempre l’uomo d’Aspromonte; colui, è vero, che aveva fracassato un piede a Garibaldi, ma colui altresì che l’aveva lasciato scorrazzare in armi un terzo d’Italia, poi tenutolo prigioniero come un sovrano vinto in battaglia e alla fine amnistiato.
In secondo luogo le sue opinioni intorno a Roma erano note. Aveva proclamato per mezzo del suo ministro Durando l’urgenza del gran problema; aveva censurata la Convenzione di settembre; s’era opposto al Contratto Langrand Dumonceau; sorrideva della libertà della Chiesa, non intendendo farle alcuna concessione «se non quando fosse cessato il poter temporale dell’autorità ecclesiastica ed il Governo italiano fosse insediato in Roma.»
Infine egli non era ancora la Sinistra, ma ne era il precursore. I suoi rapporti coi capi più autorevoli della parte avanzata non erano un mistero per alcuno. Essi non sedevano nella sala del Consiglio, ma ne occupavano le anticamere; non salivano al palazzo Riccardi per le grandi scale, ma tenevano le chiavi di quelle segrete: Rattazzi li conteneva e moderava, e, occorrendo, non ristava dallo sconfessare pubblicamente le loro idee; ma era manifesto che non avrebbe potuto reggersi a lungo su quel sottile pernio tra la Destra e la Sinistra sul quale si studiava bilicarsi, e che il giorno s’avvicinava a gran passi in cui per necessità di cose, non potendo cadere tra le braccia de’ moderati, sarebbe caduto di nuovo tra quelle de’ rivoluzionari suoi fatali amici.
Ora quanto questa condizione del Governo giovasse ai progetti rivoluzionari che mulinavano pel capo di Garibaldi e de’ suoi amici non è chi nol vegga: possiamo anzi affermare che solo dal giorno in cui il Rattazzi salì al potere, le idee del partito d’azione, vaghe fino allora, incominciarono a disegnarsi con qualche chiarezza ed a prendere una forma rilevata e concreta in un principio d’azione.