Part 28
Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere. Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere, nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere, vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e svantaggi, quasi pareggiarsi.
Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia; spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva; armati di quei loro _Stutzen_ di precisione, che tra gli alpigiani tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la baionetta garibaldina tenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria; quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri della guerra di montagna,[327] il quale, accoppiando alla prodezza ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in trent’anni di guerra, il solo degno di lui.
E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso, inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare, ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche, per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.
Ridotto a far la guerra, come suol dirsi, a tavolino, ed a fidarsi alle relazioni de’ suoi luogotenenti, che non sempre erano i più fedeli ed abili interpreti del suo pensiero; posto nell’impossibilità di essere egli il primo esploratore o la prima vedetta del proprio esercito, che tutto vede co’ suoi occhi, dirige colla sua voce, ravviva colla sua presenza, il Capitano del 1866 non era più in realtà che un Garibaldi dimezzato, uno spirito prigioniero del proprio corpo, privo degli strumenti principali del suo genio: il moto e la vista.
Certo, che anche ferito e chiuso fra quattro pareti, l’occhio più vigile del suo campo era sempre lui. Quel che Garibaldi vedeva, concepiva, divinava anche dal fondo della sua cameruccia di Storo, è inenarrabile e forse incredibile. Col solo aiuto d’una Carta topografica egli passeggiava su per le creste e dentro i valloni del Tirolo meglio di quegli stessi ufficiali che pur v’andavano e ne venivano ogni mattina. Quante volte non lo udimmo noi stessi indicare un sentiero, rilevare una posizione, scoprire una scorciatoia che i suoi migliori luogotenenti non avevano talvolta nemmeno sospettata! Era una meraviglia incessante; e non esitiamo ad affermare che tra tutte le campagne combattute fino allora, quella in cui emerse maggiormente la potenza geniale del nostro Capitano fu quella del Tirolo. Soltanto era, come dicemmo, una potenza i cui effetti non potevano più farsi sentire colla rapidità ed efficacia con cui si fece sentire altra volta ad altri nemici, allorquando Garibaldi, in pieno possesso di tutte le sue membra e di tutte le sue forze, era il primo nelle marcie, il primo alle avanguardie, il primo alle scoperte, l’ultimo alle ritirate, e poteva col sussidio del suo colpo d’occhio maraviglioso confermare le ispirazioni della mente e vegliarne l’applicazione. Però ringrazi il generale Kuhn, il suo bravo _Kaiser-Jäger_ di Monte Suello: quella palla così bene aggiustata nella gamba del suo avversario gli vinse la migliore sua battaglia.
XVI.
Ed ora vediamo i due campioni alla prova. Il 6 luglio la posizione dei belligeranti era la seguente: Garibaldi col Quartier generale, il 1º reggimento ed il 2º battaglione Bersaglieri a Bagolino, e posti avanzati verso il Monte Brufione; il 3º reggimento al ponte del Caffaro con avamposti a Lodrone; il 2º tra Tremosine e Limone con avamposti verso il Monte Notta sul confine meridionale della Val di Ledro; il 7º e l’8º scaglionati lungo il Garda tra Salò e Gargnano; il 6º e il 9º in marcia da Salò a Vestone; il 5º e il 10º ancora in formazione ai due depositi di Varese e di Barletta; il 4º finalmente col 1º Battaglione bersaglieri e un battaglione di Guardie nazionali tra Edolo e Incudine a custodia della Valcamonica. Nel campo opposto invece il generale Kuhn col suo quartiere e la brigata di riserva Kaim (6921 uomini, 12 cannoni) a Bad Comano; la mezza brigata Metz (950 uomini, 4 cannoni) allo Stelvio, coll’appoggio al forte Gomogoi; la mezza brigata Albertini (1700 uomini, 4 cannoni) al Tonale coll’appoggio al forte Strino; la mezza brigata Höffern (1800 uomini, 4 cannoni) nelle Giudicarie col grosso nei dintorni di Daone; l’avanguardia tra Cimego e Condino, appoggiata al forte Lardaro; la brigata Thour (1500 uomini, 4 cannoni) a Tiarno, al punto d’incidenza della Valle di Conzei in quella di Ledro, appoggiata a destra dal forte d’Ampola, ed a sinistra da quello del Ponal; infine la brigata di riserva Montluisant (3500 uomini, 4 cannoni) scaglionati in seconda linea tra le Arche e Fiavè, postura centrale tra le Giudicarie, Val di Ledro e la Valle del Sarca, e collegata a sua volta all’altra più grossa brigata di riserva Kaim, accantonata, come dicemmo, nei dintorni di Bad Comano, colle spalle ai forti di Buco di Vela e di Doblino, e che veniva a costituire una specie di terza linea o riserva generale in grado di proteggere o rinforzare al bisogno tutte le altre.[328]
Per alcuni giorni i due campi stettero guardandosi senza dare un passo innanzi nè l’uno, nè l’altro. Evidentemente nessuno dei due Generali aveva formato il proprio definitivo disegno, e intanto andavano tasteggiandosi con scorrerie e ricognizioni; l’austriaco per iscoprire da qual parte gli potesse venire l’assalto principale; l’italiano per istudiare in qual punto gli convenisse meglio tentarlo.
Il 7 luglio però avendo il 3º reggimento respinto una ricognizione della mezza brigata Thour che s’era inoltrata a Lodrone, e tre giorni dopo, sotto gli occhi stessi di Garibaldi, ributtato ancora più brillantemente un secondo assalto della stessa brigata inseguendo i fuggenti fino al di là di Darzo; il generale Kuhn ordinò alla brigata Höffern di abbandonare interamente la destra del Chiese e di concentrarsi tra Lardaro e Tione, perno della difesa nelle Giudicarie. In conseguenza di ciò Garibaldi non ebbe più ad esitare: e spinti da un lato i suoi posti avanzati fin presso Condino; dall’altro fatto occupare l’ingresso del vallone d’Ampola, andò a piantare il 13 sera il suo Quartier generale a Storo al bivio delle due vallate principali per cui doveva operare. E con questa mossa la campagna del Tirolo entrò nella sua fase più operosa e decisiva.
Ma nemmeno il generale Kuhn era uomo da restare lungamente inerte; e però appena vide il rapido, troppo rapido forse, avanzare della brigata Nicotera sulla strada delle Giudicarie, divisò di andarle incontro a sua volta e con un energico attacco darle una buona scrollata e costringerla ad arrestarsi. E ad incuorarlo nell’impresa, oltre la massima troppo da lui predicata ne’ suoi libri per non essere confermata coll’esempio, che la migliore delle difese sta in un energica offesa, cospiravano in quel caso le sviste tattiche dei suoi avversari. Infatti mentre il colonnello Nicotera commetteva lo sbaglio di allungar troppo la propria linea in fondo alla valle senza occupare di pari passo le alture che la fiancheggiano, l’ufficiale incaricato di custodire gli sbocchi di Val d’Ampola[329] aveva dimenticato nientemeno, non ostante le istruzioni precise di Garibaldi, di assicurarsi il possesso di Monte Giovo e Rocca Pagana, il nucleo più eccelso dei passi che da Ampola per Val di Buono menano nella valle del Chiese dominante insieme le strade di Condino, di Storo e di Ampola, e fino a quel giorno la chiave delle posizioni occupate dall’esercito garibaldino in Tirolo.
XVII.
Nella sera del 14 pertanto il generale Kuhn aveva già riunito nelle alte Giudicarie tra Roncone e Lardaro il grosso delle sue forze, e dato verbalmente a’ suoi luogotenenti le istruzioni per la battaglia dell’indomani. Il colonnello Montluisant, composta una colonna di dieci compagnie, doveva attaccare il centro garibaldino di fronte per la strada principale Lardaro-Condino ed ai fianchi per Val di Buono e Cologna sulla sinistra, e Prezzo e Castelert sulla destra del Chiese. Il colonnello Höffern, forte esso pure di dieci compagnie e una batteria, marciando obliquamente da Daone verso Narone-Clef doveva assalire l’estrema sinistra italiana scaglionata da Brione ai varchi del Brufione. Il maggiore Grünne (subentrato al colonnello Thour nella valle di Ledro) preso seco sei compagnie della sua brigata, lasciato il rimanente a rinfranco del forte d’Ampola e a guardia della Valle di Conzei, doveva afferrare i passi di Monte Giovo e di là tra Condino e Storo compiere l’avviluppamento della destra garibaldina. Infine la brigata di riserva Kaim, chiamata essa pure fino dal 14 a Stenico, doveva scendere colla sua avanguardia verso Prezzo e Cotogna e appoggiare, occorrendo, l’azione generale.[330]
E, lo vede ognuno, non si trattava, come fu detto, di una semplice ricognizione; si trattava d’un attacco in piena regola, eseguito con tutto il nerbo delle forze di cui gli imperiali potevano disporre nel Trentino meridionale; e che riuscendo a seconda poteva avere per effetto di ricacciare Garibaldi fuori delle Giudicarie e strappargli di mano il prezzo di dodici giorni di fatiche e di lotte.[331]
Fortunatamente il disegno gli fu guasto, non oseremmo dire dall’arte, ma dalla costanza e prodezza degli avversari. Nel frattempo avendo il brigadiere Nicotera ripetuto l’errore di spingersi troppo innanzi, facendo occupare il ponte di Cimego senza munire di conserve le alture che lo dominano, avvenne che lo scontro fu anticipato di qualche ora, e in posizione, per l’Austriaco, più vantaggiosa di quello che per avventura avesse sperato. Infatti tra le 7 e le 8 del 16 mattina, il fuoco era cominciato; ma anche i Volontari, finchè non l’ebbero che di fronte, vi risposero bravamente. In brev’ora però assaliti da ogni parte, stipati in una specie di pozzo, dall’alto del quale li saettava una grandine di palle; posti nell’impossibilità di muoversi, nell’impossibilità di ribattere, anche i più valorosi principiarono a balenare. Fu allora che il maggiore Lombardi, anima bresciana d’eroe, visto che il nemico poteva da un istante all’altro chiudere la ritirata, si slancia, con quanti hanno cuore di seguirlo, nel Chiese colla speranza di arrestare l’avanzare del nemico che dalle vette di Cologna s’innoltrava continuo serrando sempre più dappresso il ponte di Cimego. Nè il sagrificio grande fu del tutto sterile. Molti travolse la corrente; molti abbattè la carabina de’ Cacciatori; lo stesso Lombardi, già superata la sponda, colpito alla fronte suggella col sacrificio della nobile vita il magnanimo ardimento;[332] ma intanto la mossa attorniante del nemico è rallentata; la strada della ritirata è aperta: i Volontari possono ripiegare, in iscompiglio, ma non in fuga, sopra Condino, dove, spalleggiati dai rinforzi accorrenti da Storo e da Darzo, e più ancora rinfrancati dalla presenza di Garibaldi stesso, accorso in carrozza al primo fragore delle fucilate, ponno ancora far testa e ristorare la pugna.
Intanto però anche la colonna austriaca venuta di Val di Ledro aveva compiuto il suo movimento; e mentre una frazione di essa, capitanata da quello stesso Gredler che aveva fatto così bella difesa a Monte Suello, s’innoltrava per le balze del Giovo fino alla chiesetta di San Lorenzo, d’onde poteva bersagliare al coperto la strada di Condino e il Ponte di Darzo; un altro distaccamento s’inerpicava fino al sommo di Rocca Pagana tempestando de’ suoi proiettili le vie di Storo e persino il cortile del Quartier generale di Garibaldi. Il momento era critico: per fortuna Garibaldi era là; una mezza batteria, opportunamente appostata e validamente sostenuta da alcune compagnie del 9º reggimento, arresta la colonna di San Lorenzo: un’altra colonna di Volontari del 7º si avanza a cerchio contro Rocca Pagana e ne risospinge gli occupatori; finchè dopo alcune ore di contrasto, il nemico che di fronte aveva guadagnati appena pochi palmi di terreno al di qua di Cimego, visto il fallimento del premeditato aggiramento; udita la notizia che anche la brigata Höffern, attardatasi fra i gioghi dei monti, era stata anche meno fortunata delle sue compagne; il nemico, diciamo, checchè abbia potuto dire e scrivere in appresso per giustificare la sua risoluzione,[333] comandò la ritirata su tutta la linea.
Non per questo il 16 luglio andrà scritto ne’ fasti garibaldini. Esso fu una di quelle dubbie giornate in cui ciascuna delle due parti si appropria con pari ragionevolezza la vittoria. I volontari trovaronsi signori del combattuto terreno, ma lo pagarono con sacrifici di sangue maggiori del compenso: gli Austriaci non ebbero a dolersi che di pochissime perdite, e videro per alcuni istanti le spalle de’ loro avversari; ma non poterono conservare il campo di battaglia e furono costretti di rinunziare al principale disegno pel quale s’erano mossi.
XVIII.
Oltre di che il combattimento di Condino non ritardò d’un giorno solo, una sola delle operazioni garibaldine.[335] Non a settentrione della Val di Ledro, dove il forte d’Ampola investito gagliardamente dall’artiglieria italiana fin dal 17 mattina, dopo due giorni di valida, ma inutile resistenza capitolava a discrezione;[336] non a mezzodì della Valle, dove il colonnello Spinazzi dopo un breve e felice scontro s’impadroniva del passo di Monte Notta e si sgombrava il cammino fino al Lago di Ledro; non nelle Giudicarie, dove Garibaldi aveva già fatto riprendere Cimego, ed occupare, mercè un’ardita sorpresa dei due battaglioni del 9º reggimento, Friggesy e Cairoli, quel Monte Giovo, che egli fino al risveglio del 16 aveva sempre creduto in mano de’ suoi e che costituiva, siccome dicemmo, il pernio delle comunicazioni tra la sinistra, la destra e il centro garibaldino e il loro baluardo più forte e più avanzato.
E poichè questi tre fatti quasi simultanei, l’occupazione di Monte Giovo, la presa di Monte Notta, e la caduta d’Ampola, aprendo ai Garibaldini gli sbocchi principali di Val di Ledro avevano obbligata la brigata Grünne ad abbandonare tosto Bezzecca, epperò anche l’imbocco della Valle di Conzei, e la strada del Ponal e di Riva; così Garibaldi ne approfittò tostamente ordinando alla brigata Haug di occupare col 5º e 7º reggimento le posizioni testè sguernite dal nemico, facendone al tempo stesso appoggiare il movimento in avanti dal 9º reggimento sceso dal Giovo ad occupare Tiarno e dal 2º reggimento Spinazzi invitato a scendere verso Ledro.
Ma tra l’antico Guerrillero e il Maestro della guerra di montagna il duello era infaticabile. Nel giorno stesso in cui Garibaldi pensava ad avanzare da un lato, il generale Kuhn molinava d’assalirlo dall’altro. Saputo infatti che quella spedizione di Val Sugana che gli era fatta presentire fin dal 16 luglio era ancora lontana, e che in ogni caso non avrebbe potuto essergli addosso prima di tre o quattro giorni, concepì il disegno, non privo d’audacia, di giovarsi di quel frattempo per dare prima un’altra delle sue batoste a Garibaldi, eppoi voltarsi con tutte le sue forze contro il suo luogotenente che s’avanzava dalla Brenta. Però staccate alcune truppe e artiglierie a rinforzo delle piccole brigate destinate a custodia degli sbocchi di Val d’Arsa e Val Sugana, compose nuovamente col resto delle sue truppe due colonne mobili; l’una delle quali, forte di seimila uomini sotto gli ordini del generale Kaim, doveva per le Giudicarie attaccare la sinistra e il centro garibaldino, mentre l’altra, grossa di quattromilacinquecento uomini e quattro pezzi, capitanata dal Montluisant, piombando per Val di Conzei tra Tiarno e Bezzecca, doveva sfondarne la destra, e di là convergendo su Ampola e Storo dar la mano alla colonna scendente per Val di Chiese e con forze riunite schiacciare il nemico.
Il giorno prestabilito al nuovo assalto fu il 21 luglio. Il corpo Montluisant, al quale spettava evidentemente lo sforzo principale, doveva scendere in due colonne (Krynicki alla sua destra, Grünne alla sinistra) su Val di Conzei, e appoggiato da una terza colonna che aveva l’ordine di sboccare da Riva, pigliare Bezzecca da tre parti e sgominarne i difensori. Ed anche in quel giorno accadde quel che vedemmo nella giornata di Condino.
Il generale Garibaldi non aveva preveduto l’attacco; il generale Haug, che aveva l’ordine di arrestarsi a Bezzecca, volle spingere il 5º reggimento a Locca dentro la Valle di Conzei; il colonnello Chiassi si credette a sua volta in dovere di proteggere la sua fronte avviando innanzi un battaglione d’avanguardia fino a Lensumo, e proprio nel momento in cui quel battaglione stava per prendere posizione al di là di Lensumo era colto di sorpresa dalla colonna di sinistra del Montluisant (maggiore Grünne) e in parte fatto prigioniero, e in parte ributtato in grande disordine sopra Locca.
Ma anche Locca era una posizione infelicissima, e se n’avvide tosto il bravo Chiassi, il quale, assalito di lì a poco e avvolto da ogni parte da entrambe le colonne di Montluisant, dopo non lungo e assai disuguale combattimento fu ricacciato a sua volta sopra Bezzecca lasciando per via, morti, o feriti, o prigionieri, alcune centinaia dei suoi.
Non per questo il prode Colonnello smarrì l’animo invitto, chè presa posizione all’ingresso di Bezzecca tra la chiesa e il cimitero, sostenuto soltanto da due pezzi dell’artiglieria regolare e da alcuni manipoli dei Bersaglieri di Mosto, si accinse ad una seconda e più disperata difesa. Indarno. Le armi di precisione, le posizioni dominanti, la conoscenza dei luoghi, lo scompiglio introdottosi nelle file garibaldine sin dal principio dell’azione, davano al nemico tale vantaggio che la resistenza non poteva esser lunga.
I Garibaldini facevano prodezze; ma cannoneggiati da ogni parte da una numerosa artiglieria, costretti come al solito a guardar con le inutili armi al braccio un nemico quasi invulnerabile, che dall’alto delle sue roccie li bersagliava come selvaggina al fermo e li decimava, circuito in breve dalla colonna Krynicki il poggio della Chiesa estremo baluardo della difesa, e minacciata da quella del Grünne la stessa via di Bezzecca, tornarono nuovamente in fuga precipitosa fin dentro le case del villaggio, sul quale già calavano urlando vittoria i Cacciatori nemici.
Chiassi però, travolto suo malgrado dall’onda rigurgitante de’ suoi, non vuol disperare ancora; ma nel punto in cui tenta far argine colla voce e coll’esempio alla rotta e raccogliere intorno a sè un manipolo de’ più risoluti per tentare un ultimo disperato contrassalto, una palla lo coglie al petto e lo stramazza morto sul campo.[337]
In quel momento, circa le otto, arrivava da Tiarno il generale Garibaldi. Era, s’intende, in carrozza, costretto perciò a restar sulla strada, posto nell’impossibilità di abbracciare da un punto eminente tutto il campo di battaglia. Pure quello che non poteva vedere indovinò, e diede immantinente i suoi ordini come se tutta la situazione gli stesse spiegata innanzi sopra una carta. Menotti con quanto ha sottomano del 9º reggimento piombi da Tiarno sulla destra del nemico; il colonnello Spinazzi sbocchi da Molina e lo avvolga per la destra; il 7º reggimento e i rotti avanzi del 5º e dei Bersaglieri si slancino di fronte e tutti insieme riprendano ad ogni costo Bezzecca, chiave della posizione, premio supremo della vittoria.
Menotti, impedito dai sentieri torti e malagevoli, tarda a comparire in linea; Spinazzi, o ricevesse tardi o fraintendesse l’ordine, non compare affatto: gli Austriaci frattanto non solo si son resi padroni incontrastati di Bezzecca, ma già sboccano fuori del villaggio, già coronano le alture circostanti di artiglierie e si preparano ad un terzo e finale attacco contro l’estrema linea garibaldina. Stringeva il pericolo: la strada di Tiarno è tempestata dai proiettili nemici, e Garibaldi vi è il più visibile e cercato bersaglio. Le palle sibilano, guizzano, rimbalzano, ravvolgono in un nembo di polvere la sua carrozza; uno de’ cavalli è già ferito: una delle guide a cavallo (Giannini) che la scortano è morta; i suoi aiutanti Cairoli, Albanese, Damiani, Miceli, Cariolato, Civinini gli fanno scudo de’ loro corpi, tentano strapparlo da quel posto mortale e salvar lui, se non è possibile salvar la giornata. Ma Garibaldi ha sul volto la calma delle tragiche risoluzioni: la calma del Salto, e di Calatafimi: «Là si vince o si muore.» Sordo ai consigli, insensibile al pericolo, tutto assorto nelle peripezie della pugna, fa avanzar al galoppo la batteria di riserva ed ordina al maggiore Dogliotti, eroico in quel giorno, di convergere i suoi fuochi principalmente su Bezzecca, additandogli egli stesso, con colpo d’occhio maestro, la posizione più propizia all’appuntamento dei pezzi. «Però mi ci vorrà più di mezz’ora!...» grida il bravo Dogliotti...: «Fate più presto che sia possibile,» esclamò Garibaldi: «mi troverete qui vivo o morto.» E le otto bocche stupendamente dirette dal Dogliotti producono tosto il loro terribile effetto; il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, ributtato sulla via dai bravi del 7º reggimento, ben presto colto di fianco dal 9º reggimento, è costretto ad arrestarsi, a ripiegar su Bezzecca ed a provvedere a sua volta alla difesa. Ma nulla è fatto se Bezzecca non è ripresa, ed è quello l’ultimo sforzo della battaglia. Garibaldi lo vuole: ogni bravo lo ascolta. Ed ecco Menotti, Canzio, Ricciotti, Bedeschini, Rizzi, Mosto, Antongini, Pellizzari, improvvisata una falange coi più volonterosi di tutti i corpi, lanciarsi tutti insieme, intanto che il cannone del Dogliotti manda in fiamme Bezzecca, a testa bassa, al passo di corsa, al grido d’Italia e di Garibaldi, sul villaggio, e scacciarne, dopo una lotta corpo a corpo, gli ultimi difensori, inseguirli colla baionetta alle reni fino al di là di Enguiso e di Lensumo alle falde del Monte Pichea d’ond’erano discesi.
E poichè nell’ora stessa anche la colonna Kaim, che doveva scendere in Val di Chiese, avea trovato i Garibaldini pronti a riceverla e dopo breve avvisaglie era stata respinta su tutti i punti, così la vittoria del 21, facile a Condino, contrastata e sanguinosa a Bezzecca, fu compiuta su tutta la linea.[338]
XIX.
E però resterà sempre inesplicabile come gli storiografi austriaci persistano a negarla.
[Illustrazione: Schizzo topografico delle operazioni di Garibaldi nel Trentino — 1866]