Part 18
Se non che al divulgarsi della nuova anche il paese cominciò a commuoversene; gli avversi alla partenza si fecero essi medesimi istigatori o consiglieri di manifestazioni popolari: a Napoli si andava sottoscrivendo un indirizzo al Generale che lo scongiurava a non abbandonare l’Italia, ed a recarsi nel Mezzogiorno a sanare le piaghe che il Governo di Torino vi aveva riaperte; talchè egli, incapace di distinguere, in quelle dimostrazioni, la parte artificiale dalla sincera, e credendo di udire in quelle voci la voce della patria stessa, finì col dichiarare al Console americano d’esser dolente di non poter aderire all’invito, soggiungendo «che dubitare del trionfo della causa dell’Unione non poteva; ma che, se per mala sorte la guerra dovesse continuare, egli avrebbe vinto tutti gli ostacoli per affrettarsi alla difesa d’un popolo che gli era tanto caro.[197]»
E la guerra durò ancora quattro anni e l’invito fu ripetuto, ma Garibaldi, anche volendo, non avrebbe più potuto accettarlo: un ostacolo ch’egli non avrebbe mai potuto prevedere, ma più forte d’ogni volontà, gliel’avrebbe vietato: la palla d’Aspromonte.
VIII.
In sullo scorcio di febbraio il senatore Giacomo Plezza, presi seco il suo schioppo ed i suoi cani da caccia, s’imbarcava per Caprera. E che unico scopo della sua gita fosse una partita alle pernici ed alle beccaccie, i giornali spacciarono e il pubblico credette. Ma non appena il Senatore fu nell’Isola, svela a Garibaldi l’arnese da caccia non essere che una maschera; mandarlo in segreto il barone Ricasoli (primo successore del conte di Cavour) onde assicurarlo in suo nome che il Governo non aveva rallentato, nè rallenterebbe un istante dagli apparecchi dell’impresa nazionale; affrettarne anzi, ma non esserne ancora maturata l’opportunità; pregar quindi il Generale a non voler con moti intempestivi guastare l’opera bene avviata; giunta l’ora, sarebbe fra i primi avvertito; tenesse frattanto come pegno dei buoni intendimenti del Governo l’imminente apertura dei Tiri a segno nazionali e l’invito che gli faceva per mezzo suo di venire sul continente a presiederne l’inaugurazione e a diffonderne l’istituzione.
Che il Plezza abbia tradotto esattamente, oppure no, il pensiero del suo mandante; che a lui sia stato commesso soltanto di invitare il Generale «a rimanersi tranquillo in aspettazione dell’opportunità;[198]» che quell’idea di trastullare l’irrequieto Capitano con quella distrazione dei Bersagli sia stata suggerita prima dal Plezza, e dal Ricasoli soltanto assentita, tutto ciò poco monta; il fatto è che Garibaldi aveva il diritto di credersi invitato da un’ambasciata del Governo, e poichè quell’invito s’accordava coi mille che da ogni parte i suoi amici gli inviavano, e colle sue più segrete speranze e vivaci impazienze, così l’accettò tosto, e il 2 marzo in compagnia del Plezza medesimo sbarcava improvviso, come al solito, in Genova.
Se non che tre giorni dopo il Ministero Ricasoli non era più. Meglio ancora dell’aperta ostilità degli avversari l’avevan ucciso la tolleranza ostentata, e la malcelata freddezza de’ suoi amici. Certi suoi atteggiamenti più altezzosi che fieri verso Napoleone III ed i suoi Ministri, ond’era venuto in fama di poco devoto e poco gradito all’imperiale protettore; certe sue professioni di fede liberalesca, più mistiche a ver dire che pratiche, ma ad orecchio moderato troppo puritane; la stessa rigidezza baronale colla quale soleva trattare uomini e cose, l’avevano da lungo tempo indebolito nel favore della sua parte; ma quando gli fu chiesto, quasi per metterlo alla prova, di sciogliere i garibaldini _Comitati di provvedimento_, ed egli in nome della libertà d’associazione, mallevata dallo Statuto, sdegnosamente rifiutò, fu evidente, nonostante l’ombra d’uno stentato voto di fiducia, che ogni consenso d’idee e di affetti fra lui e la Destra era rotto, e che altro non gli restava che deporre il governo. E così fece; e poichè il Rattazzi ne febbricitava di voglia da più mesi, e il Re lo prediligeva, e i Centri lo invocavano, e la Sinistra prometteva tollerarlo, e la Destra doveva subirlo, così egli ne fu il naturale successore; senz’altro contrasto che de’ più arrabbiati delle varie consorterie moderate, le quali non avendo saputo fino allora nè combattere con lealtà, nè sostenere con franchezza il Ricasoli, si lagnavano ora ch’egli cadesse in un punto ed in un modo da lasciarne l’eredità al loro più aborrito avversario.
All’udire pertanto questa nuova, anche Garibaldi s’allietò. Egli non conosceva il Deputato d’Alessandria che di nome, e non era certo in grado di giudicare della sua politica, molto meno di distinguere quella sottile linea che appena lo discerneva dai moderati; ma da ogni parte glielo dipingevano per vecchio avversario del conte di Cavour, diletto a Vittorio Emanuele, beneviso a gran parte della Sinistra, democratico d’origine e di costumi; e ciò bastava perchè egli si felicitasse del cambio e si illudesse di trovare in lui un alleato più compiacente e più maneggevole. Nè alcuno si curò, a quel che parve, di trarlo d’illusione; chè ridottosi il Generale a Torino e ristrettosi a intimo colloquio, prima col Re, poi col Rattazzi medesimo, partì da entrambi quasi entusiasta, a tutti magnificando le idee del nuovo Ministro, esortando i suoi amici a sostenerlo, ripromettendosi di compiere con lui le più grandi cose. E fino a qual punto fossero arrivate da un lato le promesse o le lusinghe del Presidente del Consiglio, e dall’altro la bonomia o la credulità del Generale, sarà difficile il documentare; certo da quel giorno si diffuse la voce che in quei colloqui fossero stati fermati importantissimi disegni; che Ministero e Garibaldi agissero ormai d’accordo; e che l’Italia fosse alla vigilia di grandi avvenimenti.[199]
IX.
Ma intanto che questi avvenimenti, più o meno probabili, maturavano, Garibaldi era chiamato a Genova da un’altra cura. Le antiche discordie della parte rivoluzionaria erano rinate. Essa pure era da molto tempo partita in due fazioni, o frazioni che vogliansi dire, l’una procedente più direttamente da Mazzini, che accettava condizionatamente la Monarchia, rimetteva bensì al tempo, ma non nascondeva il suo ideale repubblicano, teorizzava il diritto dell’iniziativa privata, predicava l’azione immediata e continua, poneva al Governo il dilemma: lasciarla fare e seguirla, o cadere; l’altra, capitanata più visibilmente da Garibaldi, che pur avendo con la prima molti punti di somiglianza, pure ne dissomigliava in tre essenzialissimi: era schiettamente monarchica; credeva, senza dottrineggiare della sua legittimità, alla utilità dell’iniziativa rivoluzionaria e alla potenza della guerra popolare; serbavasi ferma tuttavia a non staccarsi dal Governo, pronta anche, se egli precedeva, a marciare dietro a lui; infaticabile solo a sospingerlo se indugiava; ma, fino al giorno in cui discorriamo, aliena pur sempre dal disconoscerlo ed esautorarlo. Ora, com’è ben naturale, ciascuna di queste due frazioni aveva la sua speciale organizzazione; e come la garibaldina era disciplinata, e quasi militarmente instrutta nei _Comitati di Provvedimento_, così la mazziniana per opera principalissima dell’infaticabile Bertani (che nel Bellazzi, già suo creato ed ora segretario de’ Comitati, trovava un fomite di più alle sue antipatie) era venuta prendendo nome e persona in tante _Associazioni unitarie_, che a primo aspetto si sarebbero dette un plagio e un pleonasmo dei _Comitati_, che in realtà ne differivano per quei punti che abbiamo posti in rilievo, e coi quali combatteva da parecchi mesi una sorda guerra fraterna, immagine riprodotta per mille membra della suprema discordia de’ capi.
Parve quindi urgente ai principali delle due parti che il periglioso dissidio cessasse; e cercandone il modo, nessun migliore espediente seppero immaginare che un’Adunanza generale, quasi un Concilio ecumenico, di tutti i rappresentanti dei _Comitati_ e delle _Associazioni_ auspice da Londra l’Apostolo del pensiero, da Caprera il Pontefice dell’azione.
Convocata infatti da Garibaldi stesso, l’Assemblea si raccolse in Genova nel teatro Paganini il 9 di marzo. Eran presenti tutti i caporioni e caporali della democrazia, non meno di quattrocento persone; presiedeva Garibaldi per ciò appunto venuto da Torino; il quale, dopo aver nell’usato stile, scongiurato per la concordia, additato nuovamente Roma e Venezia, riaffermata la necessità di formare il fascio, o com’egli diceva, «il fascio romano di tutte le forze,» aperse la discussione, quanto dire tutte le cataratte della patriottica eloquenza. Pure fu notabile che in un’adunata d’uomini sì diversi, nessuno esorbitò. Parve anzi che l’Assemblea ci mettesse una tal quale ostentazione ad imitare l’ordine e la gravità dei dibattimenti parlamentari, sicchè fra il dispetto e l’ironia fu battezzata di _secondo Parlamento_. E d’un Parlamento ebbe, a dir vero, tutto l’aspetto e tutta la solennità, tanto che se fu doveroso che il Governo la rispettasse, perocchè così l’impedirla come il discioglierla sarebbe stato del pari illegittimo, certamente fu molto significativo che un’Assemblea di quattrocento persone, non munite d’alcun mandato legale, assegnasse termini alla pace ed alla guerra; accettasse e respingesse alleanze; passasse in rassegna armi ed armati; facesse e rifacesse l’Italia, e il Governo fosse costretto a restare inerte spettatore di tutto ciò, quasi in sembianza di tacito complice.
Per ventura però le deliberazioni furono meno paurose delle discussioni. I _Comitati di Provvedimento_ si fusero colle _Associazioni unitarie_ in un nuovo sodalizio che prese nome di _Società Emancipatrice_; un Comitato di ventiquattro membri, cibreo di tutte le tinte, fu eletto a rappresentarla; si auspicò al fausto connubio; si inneggiò a Roma e Venezia; si indusse Garibaldi ad invocare come pegno della restaurata concordia il richiamo di Mazzini, e tutto passò come iride, lasciando i nembi di prima.
X.
Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la istituzione di due battaglioni di _Carabinieri mobili_ comandati da suo figlio Menotti;[200] apparentemente destinati a combattere il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che Garibaldi aveva promesso soccorrere[201] se non gli si apriva altra via in Italia.
Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino. Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo. I principi reali di Savoia lo convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia. Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.
I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama, le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto, lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa, gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante: «Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente: «Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»
A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza della _Ville_ saluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,» raccomanda la carabina; promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo, che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo dei _Mille_, e più ancora dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni più belli della mia vita!»
A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano: «Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A Casalmaggiore bandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro, come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.» Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle parole di «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo, che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.
A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare, le due temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano: «A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.» Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile; ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese sul serio e scontò la pena per tutti.
XI.
La storia di Sarnico è breve. Garibaldi, visitate ancora Brescia, Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, adducendo il bisogno di curarsi della sua vecchia artritide si riduce in sul finire d’aprile presso le Terme sulfuree di Trescorre, nella villa del suo vecchio amico Gabriele Camozzi. Chiunque però sapeva che Trescorre giace come al centro delle valli che mettono al Tirolo, e osservava gli andamenti del Generale e de’ suoi seguaci non poteva tardare ad avvedersi che la salute e i bagni erano un comodo pretesto; ma la ragione vera, ben altra e più grave. La villa Camozzi sembrava divenuta un Quartier-generale. Un andirivieni incessante di Garibaldini, di profughi veneti e trentini, di Deputati dell’estrema Sinistra; un discorrere sommesso, un appartarsi guardingo, un apparire e scomparire misterioso, dicevano abbastanza che qualcosa di nuovo si macchinava. Il 5 maggio i membri della _Emancipatrice_, convenuti a Trescorre per festeggiare la partenza di Quarto, confermavano l’alleanza e la concordia giurata a Genova, e davano a Garibaldi nuovo stimolo a compiere il concepito disegno.[204]
Era una congiura condotta press’a poco colla stessa noncuranza del segreto con cui due anni prima lo era stata la più grande congiura di Marsala. I più noti luogotenenti di Garibaldi, i più celebrati agitatori del partito d’azione[205] giravan apertamente di città in città ad incettare armi, a commettere vesti, a comprare scarpe, a negoziar prestiti di danaro; e bastava aver occhi ed orecchi per conoscerne i passi ed udirne i discorsi. Garibaldi stesso, infine, aveva già dato al Governo di Torino il più chiaro di tutti gl’indizi, inviando agli ultimi d’aprile il dottor Ripari a richiedere al signor Capriolo, segretario dell’interno, plenipotenziario del Rattazzi assente, tutto o parte di quel milione che già era stato promesso per la Grecia, e che era assai facile sospettare dovesse servire a impresa più vicina. Insomma la trama ordivasi con tanta sicurezza e pubblicità che a Parigi ed a Vienna sapevasi già quello che il Ministero a Torino, e, cosa ancor più strana, i suoi governatori di Brescia e di Bergamo sul teatro stesso dell’azione ignoravano. Ma un caso inatteso venne ad illuminarli. A Genova una banda di audaci, svaligiato in pien meriggio il banco Parodi, tenta la fuga sopra una tartana che mesi prima era stata noleggiata a nome di Garibaldi dal colonnello Cattabene, appunto per quella spedizione di Grecia di cui tanto si discorreva e che mai si effettuava. La polizia italiana, frattanto, scoperta la via tenuta dai ladri, riesce ad arrestarli in mare sulla tartana medesima; ma quivi, trovando fra le carte del Capitano il primo contratto del Cattabene, sospetta questi pure complice del furto, e saputolo a Trescorre presso il Generale, senza badar più che tanto, nella notte del 13 aprile, arresta lui pure e lo traduce come un malfattore ad Alessandria. Proteste del Generale; strida del partito; invano; chè al Tribunale soltanto spetta decidere la lite. Se non che l’autorità, frugando la casa del Cattabene per iscoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, viene inaspettatamente ad avere tra le mani gl’indizii d’un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto anche il Governo si desta, e mentre bandisce illegittimi tutti quegli apparecchi e falsa la vociferata connivenza del Governo, e ferma la risoluzione d’impedire e reprimere quei tentativi, occorrendo anche colla forza,[206] spedisce truppe a sbarrare tutti i passi di Valcamonica e di Valsabbia; ordina che quanti s’avviano per quelle valli siano arrestati; pone sotto rigorosa sorveglianza Trescorre stesso e i suoi abitatori.
Ed era tempo. Il 14, sera, un manipolo di giovani conveniva da ogni parte nei dintorni del lago d’Iseo, manifestamente avviati per la Valcamonica: il 15 il colonnello Nullo e il capitano Ambiveri, seguíti da una più grossa squadra, stavan per raggiungerli: tutto dimostrava che si era alla vigilia d’un’entrata in campagna. Allora anco i Prefetti di Brescia e di Bergamo si riscuotono in sussulto: Nullo, Ambiveri e cinquantacinque de’ loro compagni sono presi a Palazzolo: altri quarantaquattro tra Sarnico ed Alzano Superiore: e i prigionieri, con l’imprudenza che segue sempre le risoluzioni precipitate, sono tradotti parte a Bergamo e parte a Brescia, patria di quasi tutti gli arrestati, le due città più infiammabili d’Italia. E ne apparvero tosto le conseguenze: il popolo bergamasco si accontentò d’un tumulto presto sedato; ma il bresciano più sulfureo s’avventa alle prigioni per tentare di liberare i prigionieri: il picchetto di guardia resiste; spiana l’armi, fa fuoco: un cittadino è ferito, un altro morto: grande lutto e maggior scompiglio in tutta la città.
A questa nuova Garibaldi schizza fuoco e fiamme: scaraventa contro i difensori delle prigioni di Brescia una violenta invettiva, pareggiandoli «a sgherri mascherati da soldati,» e proponendo una spada d’onore all’ufficiale russo Popof, che favoleggiavasi avesse spezzato la sua piuttosto che usarla contro l’inerme popolo di Varsavia; nè pago di ciò, chiede imperiosamente al Prefetto di Bergamo la liberazione de’ suoi prigionieri, proclamando «aver essi agito per espresso suo ordine e sè solo in ogni evento responsabile.» Dove fosse per trascorrere l’accecato Achille era pauroso il pensarlo; pure avendogli il dabben Prefetto comunicato la cortese, ma ferma risposta del Ministero: «rincrescere al Governo, ma non poter ammettere il modo di vedere del generale Garibaldi circa le conseguenze de’ fatti avvenuti;» eccolo a un tratto, come se tutto quel furore non fosse stato che un fuoco d’artificio, mutar parole e contegno; ridivenir ragionevole e sereno; temperare in una nuova lettera le acerbe frasi dirette all’esercito:[207] promettere a quanti l’avvicinano d’aver deposto ogni pensiero di spedizione; reduci i ministri da Napoli, abboccarsi tranquillo col Rattazzi e il Depretis; tranquillo partirsi da Torino; tranquillo ritirarsi a Belgirate, ospite di Benedetto Cairoli, d’onde dichiara pubblicamente: «Che ogni arruolamento che si potesse fare, sarebbe a sua insaputa ed avrebbe la sua disapprovazione.[208]»