Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 17

Chapter 173,680 wordsPublic domain

La parola toccava novamente al Generale: il Presidente gliela dà coll’ammonizione che gliel’avrebbe tolta se avesse trascorso ancora; egli se la ripiglia imperturbato, come se nulla fosse accaduto e senza un motto, non che di scusa, di schiarimento o di spiegazione, continua il suo discorso. E per un po’ tutto pareva rimesso sulla buona via. Garibaldi leggendo più che parlando, dappoichè era evidente che una parte del discorso gli stava scritta davanti, continua a far la censura dei provvedimenti del Fanti: questi a difendersi, quegli a replicare: a primo aspetto sarebbesi detto che la calma era tornata, se una nube vagante su tutti i banchi dell’Assemblea non avesse avvertito che il nembo non era sciolto per anco e che poteva riscoppiare. E lo sentì per primo Nino Bixio, e fu allora che gli uscirono dall’anima grande, sfolgoranti come una spada, alternate di gemiti e di bestemmie, grido di eroe che combatte e angoscia di figlio che prega, le più potenti e ispirate parole che sian mai state proferite in un Parlamento italiano: «Io sorgo in nome della concordia e dell’Italia (_Bravo, bravo_). Quelli che mi conoscono, sanno che io appartengo sopra ad ogni cosa al mio paese.... (_Segni d’approvazione_). Io sono fra coloro che credono alla santità dei pensieri che hanno guidato il generale Garibaldi in Italia (_bravo!_); ma appartengo anche a quelli che hanno fede nel patriottismo del signor conte di Cavour (_Applausi_). Domando adunque che nel nome santo di Dio si faccia un’Italia al di sopra de’ partiti (_Applausi vivissimi e prolungati dalla Camera e dalle tribune_). Io faccio un discorso che non sarà del tutto parlamentare. Ma quanto agli uomini come il generale Garibaldi e come il conte di Cavour, debbo dire che c’è la disgrazia (e tutto al mondo non può andar bene) che si cacciano in mezzo un’infinità d’altri uomini che mettono la discordia (_bene_); questo non posso astenermi dal dirlo (_Applausi_). Ebbene, io ho una famiglia, e darei la mia famiglia e la mia persona il giorno che vedessi questi uomini e quelli che con il signor Rattazzi hanno diretto il movimento italiano stringersi la mano (_Segni di approvazioni_). Per l’amor di Dio non pensiamo che ad una cosa. Il paese nostro non è ancora abbastanza compatto, queste discussioni ci pregiudicano nell’opinione dell’estero. Il conte di Cavour è certamente un uomo generoso; la seduta d’oggi nella prima sua parte dev’essere dimenticata, è una disgrazia che sia succeduta, ma vuol essere cancellata dalla nostra mente. Ecco quello che io volevo dire (_Applausi vivissimi e prolungati_).»

Non poteva essere sordo al nobile appello il Conte; e rimossa da sè l’accusa d’esser stato nemico de’ Volontari, rammentando al Generale ch’egli primo aveva pensato ad istituirli chiamando lui a comandarli, dichiarò, fra gli applausi dell’Assemblea, che la prima parte di quella seduta tenevala per non avvenuta; opponevasi solo alla proposta del Generale per alte ragioni politiche, pel timore soprattutto che gli arruolamenti da lui voluti potessero essere interpretati come provocazione di guerra; ma quanto ai Volontari ripeteva le sue proteste di stima e simpatia, desiderando che quelle sue parole «fossero accolte dall’onorevole Generale e da’ suoi amici politici collo stesso sentimento di concordia e di schiettezza, colle quali egli le pronunciava a nome del Ministero.»

E Garibaldi, soggiunte alcune spiegazioni sui Cacciatori delle Alpi,[189] le accolse, restituendo al conte di Cavour tutte le sue cortesie, e dichiarandogli, cosa a ver dire nulla più che onesta, «che non aveva mai dubitato del suo patriottismo;» le accolse, conviene dirlo, anche meglio che con vacue parole, mutando radicalmente la sua prima proposta, tanto radicalmente che, mentre dianzi sollecitava il Ministero a ricostituire immediatamente l’esercito meridionale, ora lasciava al Ministero di «ordinare la chiamata dei Volontari quanto prima lo trovasse opportuno.» Era un gran pegno che la parte garibaldina dava alla concordia, e non era soverchia la lusinga che il Ministero l’avrebbe accettato. Ma il Ministero, o perchè si reputasse vincolato alla formola concordata col Ricasoli, o perchè gli paresse atto di buona politica il dimostrare che il Governo non aveva mestieri di venire a patti col suo popolare avversario, e che sentiva in sè tanta forza da resistergli e domarlo, ricusò ogni accordo ed ogni transazione.

La discussione pertanto riprese e continuò, ma non più intorno al tèma veramente interessante e disputabile della chiamata immediata o differita de’ Volontari, poichè oramai di questo anche la proposta di Garibaldi lasciava la balía al Ministero; ma sul misero punto se quei «quadri» che eran disegnati sulla carta si avessero a tenere per effettivi, e quegli ufficiali che il decreto dell’11 aprile aveva posti in disponibilità, dovessero essere chiamati, dopo uno scrutinio, in attività di servizio. Epperò s’intende che ridotta a siffatti termini la questione poteva bensì appassionare ancora i partiti, e dar di quando in quando occasione a sottili argomentazioni od a vivaci scaramucce; ma non poteva più interessare Garibaldi. Non era quello ch’egli chiedeva: non era per lo stipendio o la carriera di alcune centinaia di ufficiali ch’ei s’era mosso, e tutto quanto si veniva dicendo di sofistico o di generoso, di propizio o d’avverso intorno a quell’argomento non lo toccava più. Invano il conte di Cavour, nuovamente da lui interpellato, gli promette di prendere in maturo esame la sua proposta circa la Guardia mobile; invano gli soggiunge che alla prima seria minaccia di guerra chiamerebbe i Volontari e ne darebbe a lui il comando; Garibaldi oramai non vuole più ascoltare che una sola parola: armamento generale della nazione, chiamata subita dei Volontari; e poichè il Conte quella parola non poteva o non voleva proferirla, il dissidio, fino a quel momento contenuto e dissimulato fra le ambiguità e le cortesie reciproche, irrompe in tutta la sua violenza.

Non appena infatti il Presidente del Consiglio ebbe cessato di parlare, che il Generale s’alza di nuovo e fra lo stupore, lo sbalordimento anzi di tutta la Camera, non eccettuati gli stessi suoi amici, dichiara che tutto quanto gli era venuto dicendo sino allora il conte di Cavour lo ha _pienamente insoddisfatto_; che per sola condiscendenza a’ suoi amici egli aveva consentito a «modificare in senso malva,» parole sue, il suo Ordine del giorno; ma che oramai essendo anche questo repudiato dal Governo, egli pure tornava al suo antico programma, l’unico in cui avesse fede: armamento generale della nazione e guerra immediata; conchiudendo alla fine che non essendo soddisfatto nè dell’Ordine del giorno Ricasoli nè del proprio, non ne avrebbe votato alcuno e sarebbesi astenuto.

E Garibaldi dal suo punto di veduta era logico: il solo veramente logico fra tutta la Sinistra: l’unico che vedesse la questione dell’armamento nazionale dalla sua vera altezza; l’unico che contrapponesse alla politica del conte di Cavour un’altra politica, errata forse, temeraria certo, ma lucida e grande.

Pochi istanti dopo 194 sì approvarono la proposta ministeriale, 92 _no_ la respinsero; il Ministero avea stravinto, il volgo misto dei fatui e dei piacentieri poteva menare il trionfo; ma chi avesse bene esaminati i frutti di quella vittoria, sarebbesi prestamente accorto che eran «stecchi con tosco.» La questione dei Volontari era insoluta più che mai; poichè una mostra di quadri senza soldati e senza ufficiali non era una soluzione. L’irritazione della Sinistra garibaldina era cresciuta, perchè aveva veduto respinte tutte le sue più oneste e conciliative proposte. Sulla conciliazione di Garibaldi non potevasi più contare, perchè ormai egli era nella condizione del vinto, a cui fu negato quartiere. La concordia infine, quella concordia che era stata eretta in Parlamento come la Divinità tutelare della Patria, a cui ogni oratore s’era creduto in obbligo di sciogliere un inno e di bruciare un grano d’incenso, era caduta fragorosamente dal suo provvisorio piedistallo, aprendo fra i contendenti un nuovo e più profondo solco di discordia.

VI.

E ne apparvero tosto i certissimi segni. Il 21 aprile, non dileguata peranco l’eco della recente battaglia parlamentare, il generale Cialdini, tradito, conviene pensarlo, dalla più infelice ispirazione della sua vita, arrogatosi a un tratto l’ufficio di vindice e campione dell’esercito, del Parlamento, del Re e dell’Italia, indirizzava, sui giornali, al generale Garibaldi questa inaspettatissima lettera: «Voi non siete, dicevagli, l’uomo che io credeva, nè il Garibaldi che ho amato. Voi osate mettervi a paro del Re, parlandone coll’affettata famigliarità d’un camerata; al di sopra del Governo, dicendone traditori i Ministri; al di sopra del Parlamento, vituperandone i rappresentanti; al di sopra degli usi parlamentari, presentandovi alla Camera in un costume strano e teatrale; al di sopra infine di tutto il paese, che vorreste sospingere dove e come meglio v’aggrada. Collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava. Voi operaste grandi cose; ma il merito di aver liberato l’Italia meridionale non spetta a voi solo. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina, Civitella non caddero per opera vostra e cinquantaseimila Borbonici furono battuti, dispersi, fatti prigionieri da noi, non da voi. È dunque inesatto che il Regno sia stato liberato dalle armi vostre. Voi ordinaste al colonnello Tripoti _di ricevere i Piemontesi a fucilate_: voi dunque provocatore vero della guerra civile; ma io, nemico d’ogni tirannia o rossa o nera, saprò combattere anche la vostra.»

Se il generale Cialdini agisse soltanto di suo capo o sospinto dalle suggestioni di nascosti e zelanti consiglieri, fu disputato, ma non potè esser chiarito.[190] Certo non è presumibile che un Generale dell’esercito ardisse scrivere ed inviare un simile cartello di sfida, se in qualche modo non l’affidava il consenso o la tolleranza tacita del Governo, o per lo meno della podestà militare a lui immediatamente superiore. Guai pertanto se l’altro Generale raccoglieva il guanto collo stesso sentimento, con cui eragli stato gittato. Uno scontro fra i due soldati avrebbe potuto dirsi il minor danno; il pericolo grande era che dietro i capitani si movessero i gregari, che da un duello ne rampollassero mille, che il mattino del nostro risorgimento fosse funestato dallo scandalo dei _pronunciamenti_ e dal sangue della guerra cittadina.

Fortunatamente però il più rozzo fu il più saggio, e Garibaldi, guidato soltanto da’ suoi generosi istinti e dal suo profondo amore patrio, trovò tale una risposta, che attutì tutte le ire e soffocò nel nascere la lite:

«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito: forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.

»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come crede.

»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si sapeva _che questo esercito veniva per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi_. (Parole, di Farini a Napoleone III.)

»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e credo di averne il diritto.

»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando si tratti di combattere i nemici d’Italia — _e ciò non vi giungerà nuovo_.

»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.

»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.

»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.

»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere, io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. — _Torino, 22 aprile 1861._»

La nobile lettera apriva essa stessa la via alla conciliazione; e onesti amici d’ambe le parti, il Fabrizi, il Pallavicino, il Depretis, s’interposero per affrettarla. Il Re stesso, già fin dalle prime conturbato dal doloroso dissidio, volle intervenire coll’alta sua influenza; nè solo per conciliare i due Generali; ma, ciò che più importava, i capi delle due parti, la mente e il braccio della sua politica, Cavour e Garibaldi.

E la regia volontà fu obbedita: alle 7 pomeridiane del 23 aprile, i due avversari, invitati a convegno dal Re, venivano in presenza sua a franche spiegazioni ed aperta conciliazione;[191] e poco dopo i due Generali abbracciaronsi fraternamente nel palazzo Pallavicino.

L’autore di queste pagine, però, scrivendo a quei giorni in un autorevole diario, e desiderando di dare a’ suoi lettori, intorno alla riconciliazione di Cavour con Garibaldi, più sicure e circostanziate notizie, scrisse al Generale stesso, pregandolo, per solo interesse della storia, a volergliele fornire. E il Generale gli rispose da Majatico, villa del Pallavicino, questa lettera, la quale, come si vedrà, dava un suono assai diverso dai cantici di pace, che la troppo credula speranza aveva già fatto intonare:

«Majatico, 29 aprile 1861.

»Caro Guerzoni,

»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni. Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro la volontà di chicchessia.

»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi — cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.

»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma sull’occorrente.

»Mi resta a ringraziarvi.

»Vostro »G. GARIBALDI.»

La qual lettera dimostra all’evidenza tre cose: che tutto quel discorrere e scrivere e affannarsi d’amici, di avversi, di Ministri, di Deputati, di Re, per indurre l’eroe a modificare in qualche parte soltanto il suo pensiero, era stato fiato e tempo sprecato; che il dissidio del Generale col Conte non aveva radice in alcun rancore personale, ma in ragioni politiche, che soltanto il mutuo pegno delle opere poteva conciliare; che infine Garibaldi scese la reggia di Vittorio Emanuele, mormorando ancora il _se no, no_ del primo suo Maestro, e covando, forse inconsciamente, in cuore il germe di Sarnico e d’Aspromonte.

VII.

Il 1º maggio Garibaldi era già tornato a Caprera: il 6 giugno moriva il conte di Cavour. L’Italia aveva perduto il suo grand’uomo di Stato; la libertà, uno de’ suoi più devoti amici; la dinastia di Savoia, uno de’ suoi più validi sostegni; la rivoluzione, uno de’ suoi più abili moderatori, e (stupiscano pure i superficiali, chi pensa sarà con noi) Garibaldi stesso, il migliore de’ suoi interpreti ed alleati. Si narrò[192] che il nobile Conte nell’uscire, la sera del 20 aprile, dalla Camera dei Deputati, vibrante tuttora delle emozioni provate in quelle tre memorabili giornate, al La Farina che lo abbordava scalmanato: «Eppure, dicesse, eppure se venisse il momento della guerra, prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona.» Queste parole parlan meglio d’ogni documento. Lo Statista aveva capito l’Eroe; egli era penetrato nel più intimo segreto della sua anima e ne teneva le chiavi. Cavour vivo, molte pagine della storia d’Italia sarebbero state diverse, e quelle della vita di Garibaldi del pari. Cavour vivo, la guerra dell’indipendenza non sarebbesi protratta di cinque anni (la gran trama rivoluzionaria a cui lavorava lo dimostra), e Sarnico ed Aspromonte non sarebbero accaduti. Cavour vivo, il valore vero di Garibaldi sarebbe stato più utilmente e più degnamente estimato; non sarebbe stato inviato, come nel 1866, a dar di cozzo contro le rupi trentine; e se al governo della flotta, avrebbe signoreggiato l’Adriatico; se a capo d’un esercito di Volontari, avrebbe preceduto o fiancheggiato il regolare e forse risparmiate all’Italia Lissa e Custoza. Vivo Cavour, finalmente, Garibaldi non avrebbe più trovato nelle contraddizioni e nelle ambagi di Governi fiacchi, presi dal prurito malaticcio delle grandi gesta, un incoraggiamento e quasi una ragione a mettersi sulla via della ribellione: la gagliarda e prestigiosa mano del grande Ministro l’avrebbe saputo a tempo blandire e frenare, a tempo lanciare e trattenere, e nessuno può affermare, ma nemmen negare, che un giorno la mente soggiogando il cuore, il cuore infiammando la mente, Cavour e Garibaldi si modificassero a vicenda, e l’uno finisse più rivoluzionario, l’altro più moderato: legge naturale di selezione e d’evoluzione.

Garibaldi frattanto era tornato alle sue consuete abitudini, e in tutto quel 1861 non vi furono di notevoli nella sua vita che questi due episodi. Ai primi di luglio corse pei giornali la voce d’un attentato alla vita del Generale. Dicevasi che quattro mercenari, prezzolati da una segreta congrega reazionaria annidata in una città di confine,[193] eran partiti per Caprera onde compiere il reo disegno; che il Generale, avvertito del pericolo, l’aveva, come altra volta,[194] disprezzato; che i famigliari di lui non solo, ma tutta la popolazione di Maddalena era nella più grande ansietà; che il Governo, già istruito della trama da alcuni complici pentiti, aveva già posto la Caprera sotto la più stretta sorveglianza ed altri particolari.

E forse si esagerava; ma tutto non era favola, come attesta questa lettera di C. Augusto Vecchi, che appunto a que’ giorni era ospite del Generale nell’Isola:

«Caprera, 8 agosto 1861.

»Ieri sera vennero qui tre cavalleggieri. Avevano avuto sentore che due uomini di male affare erano sbarcati in Caprera. Noi la credemmo un’ubbía. Essi si licenziarono e noi andammo a cena. Stagnati ed io passeggiammo fumando su e giù pel piazzale sino alle undici, e poi andammo a coricarci. Verso le tre udii i cani abbaiare ed escire a starno dal chiuso. Poco dopo mi addormentai.

»Alle cinque era in piedi. E vidi i gendarmi, i quali narravano l’accaduto nella notte. Quando noi andammo a cena, essi si ridussero sugli scogli che prospettano sull’alto il nostro piazzale e vi si adagiarono a distanza determinata. Alle tre udirono rumore di passi, e nelle tenebre videro due uomini passare parallelamente ai loro posti ad un tiro di pistola. Il Maresciallo esclamò: — _Chi va là?_ — Fu risposto con un’archibugiata.

»Allora i tre trassero loro addosso e discostandosi, il Maresciallo replicò: — _Fermi in nome del Re._ — Una voce gli ingiuriò con un’oscena parola. I gendarmi scaricarono di nuovo il moschetto ed udirono uno dei ribaldi gridare: — _Madonna!_ — Ed ambedue a gambe, a precipizio. Accorsi dov’erano i tristi, trovarono le loro palle confitte sullo scoglio; sopra il granito, tre stampi di una mano insanguinata; per la terra, una breve gora di sangue; e più in giù tracce sanguigne sulla via percorsa: un fazzoletto di cotone macchiato di sangue ed un fiaschetto di corno con polvere dentro.

»I Sardi feriti guaiscono: — _Gesù, Maria, Giuseppe!_ — Dunque i gendarmi argomentarono, quei due non essere banditi dell’Isola, ma assassini venuti di fuori.

»Poichè il Generale ebbe preso il suo bagno a vapore, lo avvertirono dell’accaduto. Ed egli, colla solita indifferenza, disse d’aver veduto dalla sua finestra, ieri, prima di passeggiare con me, due uomini ignoti passar su per gli scogli. Parlò coi gendarmi e cercò di persuaderli del malinteso, onde non allarmassero la popolazione della Maddalena. Poi andò col Carpeneti a visitare una vignetta lontana.

»Ma i cavalleggieri col loro rapporto alle Autorità hanno impensierito il paese. Le esagerazioni si accrescevano sulle bocche del popolo. Le donne urlavano dalle finestre che era stato ucciso il loro Generale. E tutti all’accorrere sul porto e gettarsi nelle barche. Le donne si fermarono alla Moneta. Le Autorità — meno la ecclesiastica — i gendarmi, i bersaglieri marittimi, i doganieri, i cittadini di ogni classe — persino i ragazzi — sbarcarono in armi a Caprera e accorsero sul piazzale. Mi parve lo spianato del palazzo di Caserta, quando noi avevamo l’onore di proteggervi l’unità della patria. Le squadre partirono per la via del monte, per la parte opposta. E tutti avevano nel cuore una sola idea — far salva la più nobile e la più necessaria esistenza all’Italia.

»Due golette governative facevano intanto il giro dell’Isola. Una di esse disse d’aver visto una barca staccarsi a pieno vento dall’isola del Giglio colla prua vòlta a Capo Ferro. Si sono spediti ordini per indagare chi fossero gli individui che ne sbarcassero.

»Nè più. — Vi ho scritto, perchè si sappia il vero di ciò che è avvenuto.

»C. AUGUSTO VECCHI.[195]»

La minaccia infatti non si rinnovò; ma scampato da un pericolo, ecco invitarlo un altro cimento, perpetua sua vicenda. Ardeva fra gli Stati Uniti del Nord e del Sud la guerra così detta di secessione, e il presidente Lincoln, o fosse grande fiducia nel prestigio oramai mondiale del Liberatore di Sicilia, o fosse penuria, in quell’improvviso irrompere della rivolta, di buoni e reputati Generali (gli allievi di West-Point eran pochi, la più parte secessionisti; e i Grant, i Sherman, i Sheridan non s’eran rivelati ancora), fece chiedere a Garibaldi per mezzo del Console della Federazione a Bruxelles se avrebbe accettato il comando in capo dell’esercito federale. Nessuna offerta poteva riuscire più geniale e lusinghiera all’eroe: aggiungere alla gloria d’una vita spesa ne’ due emisferi per la libertà de’ suoi fratelli di razza, quella di capitanare a nome d’una grande Repubblica la guerra d’emancipazione dei Negri, voto della sua giovinezza, onore del suo secolo, era tale tentazione da vincere ogni modestia e tal premio da compensare ogni pericolo.

Pure gradì, ma non accettò tosto l’invito. Pensoso più d’Italia che di sè stesso, non sapeva risolversi ad abbandonarla alla vigilia forse di quella nuova riscossa da lui tanto invocata, e frattanto temporeggiava, ponendo condizioni che erano clausole dilatorie; consultando il Governo, che gli faceva dire: «Andasse pure, non aver per ora alcun bisogno di lui;[196]» interrogando gli amici più divisi e perplessi di lui e incapaci d’un concorde consiglio.

Prevaleva tuttavia anco fra i principali, il partito dell’accettazione, non tanto per gli onori e gli allori che la bella avventura prometteva, così al Capitano come a’ suoi seguaci, quanto perchè, parendo a tutti lontana la possibilità d’una guerra in Italia, conveniva assai meglio alla stessa fama dell’eroe ch’egli traversasse quel periodo di tregua forzata, tra le lotte d’una vasta e gloriosa palestra anzichè nell’angusta arena delle fazioni nazionali, o nell’ozio increscioso e nella solitudine amareggiata di un’isola deserta.